Capitolo 40
Dio, quanto era stata bella la nottata. Poi quando Erin mi fregò la maglietta che avevo in mano roba che la prendevo e la ributtavo sul letto torturandola.
Adesso eravamo al distretto, il mazzo di rose rosse che era sulla sua scrivania, anche se avrei voluto avergliele regalate io, non era così. Nel suo volto si leggeva il terrore, le sue mani tremavano, nonostante le avessi domandato più volte cosa fosse, non rispondeva e iniziava a farmi preoccupare. Le presi il biglietto di mano, un coltello era disegnato al centro del biglietto e in basso a sinistra una "C" di Charlie. La abbracciai forte e avvertii tutta la squadra di precipitarsi al distretto, dopo un po' riprese colore e domandò:
<Cosa vuole da me?>
<Non lo so amore, ma lo scopriremo> le strinsi le mani inginocchiandosi davanti a lei. La squadra arrivò nel giro di dieci minuti, Dawson che aveva preso il posto del sergente Voight ordinò di portarla a casa. Protestò più di una volta, ma invano perché tutta la squadra era contro.
A casa andò dritta nello studio chiudendosi la porta alle spalle; il padre, la moglie con i due figli che in quel momento si trovavano in cucina per fare colazione, mi guardarono in modo interrogativo e poi Noah chiese:
<Ma che è successo?> Non risposi perché di preciso non lo sapevo nemmeno io e bussai alla porta dello studio.
<Posso entrare?> domandai, alzò lo sguardo ma non disse nulla, così prendendolo come un sì mi sedetti di fronte a lei. Aveva pianto, si capiva dagli occhi rossi e sembrava che fosse sul punto di dire qualcosa, ma si alzò e uscì. <Cosa devi dirmi?> le dissi seguendola fino alla camera dove crollò tra le mie braccia in un pianto incolmabile e incontrollabile. Le baciai la testa e le asciugai le lacrime che le rigavano il volto poi disse solo:
<Io non sono la persona che credi>
Cosa voleva dire?
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