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Capitolo 3

Tornai a casa e Makita, il mio cane husky, si alzò di scatto. <Ti manca?>le dissi riferito a Lindsay.  Abbaiò e proseguii <Anche a me>
Qualcuno bussò alla porta. Era mezzanotte inoltrata, chi poteva mai essere a quell'ora?
<Lindsay...?!>
<Scusa per l'ora, che facevi?>
<Guardavo la tua conferenza stampa> le feci segno di entrare. Eravamo in piedi, davanti al divano a guardarci negli occhi <Vuoi parlare della giornata?> Scosse la testa disapprovando. Mi avvicinai a lei ancora di più, le appoggiai una mano intorno alla vita e l'altra sotto al mento, appoggiai le mie labbra sulle sue cercando la sua lingua. La bloccai al muro mentre le mordevo il labbro inferiore, si aggrappò a me cingendomi la vita con le ginocchia e la portai in camera da letto. Lì la feci impazzire come lei faceva impazzire me. Lentamente le slacciai la camicetta, continuavo a mordere il labbro inferiore mentre le torturavo il capezzolo sinistro. Facemmo l'amore fino a quasi all'alba,poi si rivestii e una volta salutata anche Makita, tornò a casa. Dio quanto è stato bello, ma non sarebbe durato molto: lei alle otto sarebbe stata in Perù per sei mesi e Dio solo sa cosa poteva accadere in quell'asso di tempo. Entrai dalla porta principale con più nostalgia di lei rispetto agli altri giorni e questo lo si notava anche nel volto della Platt, di Burgess, di Roman, di tutta la squadra e di tutti i poliziotti di pattuglia perché andandosene aveva portato con sé una parte inestimabile di gioia e spensieratezza che in questo lavoro mancava molto spesso. Salii al piano di sopra dove stava la mia unità e erano tutti alle loro scrivanie che fissavano quella di Lindsay. Erano le 8:00 quando da sotto provenirono urla e risate, cosa che non accadeva da, da... mi precipitai giù per le scale e in mezzo alla calca dei poliziotti la vidi.

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