Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

9. Famiglia crepata, famiglia dannata (pt. 1)

Era una tortura, lenta e dolorosa; i rintocchi dei secondi che il mio cuore scandiva coi suoi battiti troppo forti risuonavano nel mio cervello, ronzanti e impetuosi, mentre aspettavo che Harry si decidesse a premere quelle labbra a ridosso delle mie.

Sembrava ci stesse davvero pensando, soppesando i pro e i contro, valutando le conseguenze, tanto che non riuscii ad impedirmi di fare lo stesso. Me ne stavo lì, immobile, a ricevere il suo respiro direttamente sulla bocca, la sua così vicina eppure ancora così distante, mentre piccoli e meschini dubbi giravano e rigiravano attorno alla mia testa: cosa stava aspettando? Non voleva? Voleva ma non aveva il coraggio? C'aveva il coraggio ma anche troppo timore? Credeva io non volessi? Si aspettava che fossi io a farlo?

Quando «Sel,» mormorò, all'improvviso, incrementando la morsa alla mia nuca, fissandomi dritta negli occhi, capii che non aveva affatto timore, o mancata voglia, o qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto dissuaderlo dal baciarmi; aspettava un consenso.

Avrei annuito senza pensarci sopra due volte, che la curiosità per le sue labbra mi stava divorando viva, ma una seconda voce, più dura, ferma e autoritaria di quella di Harry, lo fece allontanare di colpo dal mio viso e scattare in piedi come una molla carica.

Chiunque se ne stesse dall'altra parte del tetto, «che ci fate qui, voi due?» tuonò, costringendo pure me ad alzarmi. Harry afferrò il mio avambraccio, allontanandomi dal bordo dell'edificio, mantenendomi comunque per metà dietro di sé.

«Ah, sei tu,» continuò la figura, avanzando di qualche passo, fino ad uscire dall'ombra assieme ad altri due uomini, che se ne stavano rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra. «Harry Styles, chi altri se no?»

I suoi capelli corti, scuri, la sua postura rigida e severa, il naso leggermente all'insù, gli occhi grandi e azzurri, li avevo visti solo il mese prima, accompagnati da un maglione a motivi romboidali che era stato ora sostituito con una divisa interamente nera e una pistola alla mano.

«Cosa vuoi, Daniel?» ringhiò Harry, accanto a me, lanciando una piccola occhiata verso le nostre due armi, ad una decina di spanne dai suoi piedi.

«Non pensarci nemmeno,» Daniel ignorò la sua domanda, notando come Harry s'era avvicinato alle pistole. «Mani sulla testa, tutti e due».

«Oh, andiamo,» sbuffò quest'ultimo. «Sei serio? Vuoi arrestarci?»

«Hai appena infranto una legge, guarda un po',» ribatté Daniel. «La Torre Verde è zona vietata,» facendo un muto cenno ai due dietro sé, che avanzarono ancora verso di noi, «e poi, chi abbiamo qui? Selena, giusto? Avrei dovuto immaginare fossi tu la ragazza nuova, quella di cui tutti parlano,» ghignò. «Harry proprio non resiste al richiamo della-»

«Basta,» lo interruppe il diretto interessato, brusco quasi quanto lo fu la guardia che agguantò il mio braccio, spingendomi verso Daniel stesso.

«Prova a fare uno dei tuoi scherzi del cazzo, e le pianto un proiettile dritto in mezzo alla testa,» potevo sentire il sorriso crudele del ragazzo che sicuramente stava distorcendo i suoi lineamenti facciali, così come potevo sentire il freddo metallico della sua arma premuta sulla mia nuca; avrei pianto o avrei urlato, se non avessi incrociato gli occhi di Harry, che mi infusero una calma innaturale. Non aveva forse detto che con lui non mi sarebbe accaduto nulla?

«Lei non ha infranto nessuna legge,» protestò Harry, con entrambe le braccia dietro la schiena, strette dai due uomini che evidentemente servivano per impedirgli di liberarsi.

«Eccome se lo ha fatto,» replicò Daniel. «Inoltre, a James farebbe piacere conoscerla, non trovi?»

Al ché, il ragazzo strattonò le guardie che lo fermavano, nel tentativo di divincolarsi dalla loro presa, Daniel ridacchiò sommessamente, e «niente scherzetti, Harry; sono serio quando dico che la potrei ammazzare ora... fossi in te, non rischierei».

«Va' al diavolo, bastardo,» sputò l'altro. «Lei non ci viene da James».

Forse fu solo grazie al fattore adrenalina, che Harry riuscì davvero a liberare il suo braccio destro: il suo gomito finì un quarto di secondo dopo proprio nel bel mezzo della faccia dell'uomo alto, dai capelli rossi, che aveva incoscientemente mollato la presa, e il rumore atroce di un osso spezzato arrivò fino alle mie orecchie, seguito poi da un urlo di dolore animalesco e dal calcio che Harry, ormai completamente libero, diede alla mano del secondo, più basso e tarchiato, lanciando la sua pistola un paio di metri più in là.

«Digli che sta solo peggiorando le cose,» ringhiò Daniel, piano, il suo fiato caldo sul mio collo, prima che premesse ancora più forte quella sua arma alla mia tempia, stringendo il mio braccio tanto da renderlo intorpidito.

«Harry,» gracchiai, deglutendo. In quel brevissimo attimo in cui m'ero distratta da lui per preoccuparmi della pistola che Daniel mi teneva alla testa, della quale ero molto più angosciata che la Beretta che era stata  strappata di mano a uno dei due uomini, ora finita chissà dove, Harry era riuscito a riprendere possesso delle sue, capovolgendo la situazione e tenendo Daniel sotto tiro.

«E ora cosa pensi di fare?» sbuffò il ragazzo alle mie spalle, senza allentare la presa. «Uccidermi?»

«Pensavo di perforarti il femore, ma la tua idea non è male,» rispose Harry, con un basso ringhio che gli stava via via crescendo nel petto.

«Metti giù quelle pistole, Styles,» l'uomo con il setto nasale rotto s'era alzato in piedi, anche lui armato, e anche lui, come Daniel a me, gli puntò la canna della Beretta fra le scapole.

«Potrei stenderti di nuovo, Marcus. Lo sai benissimo,» lo ammonì Harry, senza staccare lo sguardo da Daniel.

«Se il signor Smoke non te la farà pagare cara, giuro che verrò io stesso a cercarti, moccioso del cazzo,» rispose quello che doveva chiamarsi Marcus, la sua faccia che luccicava di rosso.

«Non sarebbe meglio trovare un compromesso?» mi intromisi, ripescando un minimo di voce e coraggio da chissà quale remoto anfratto del mio corpo.

«La ragazzina vuole chiacchierare,» sghignazzò ancora Marcus. «Ma che tenera personcina».

Ignorandomi completamente, «te lo ripeto, Harry,» Daniel abbassò il cane della sua pistola, producendo un click metallico agghiacciante, il suo dito probabilmente lì lì per premere il grilletto. «Smettila con queste tue scenate infantili. Cos'hai, cinque anni? Avete infranto una legge, fattene una cazzo di ragione».

Harry rimase immobile come un blocco di legno, teso, rigido, fino a quando non aprì le mani, facendo cadere le sue armi a terra. «Vai all'inferno,» sputò.

Marcus e l'altra guardia, di nuovo, afferrarono le sue braccia, e con uno spintone, Daniel mi costrinse a muovere i piedi in direzione delle scale. «Ci sono già, all'inferno,» lo sentii borbottare, fra sé e sé, non appena i gradini si presentarono davanti a noi.

La discesa a terra mi parve molto più corta della salita, tanto che quando l'entrata della Torre si presentò davanti a noi, sembrava fossero passati solo una decina di secondi. All'esterno, un'automobile scura e massiccia era parcheggiata sul ciglio della strada, dopo i giardini, con il motore già acceso.

«Certo che ce ne avete messo, di tempo,» una quarta guardia fece sporgere il capo fuori dal finestrino. Non sembrava molto più vecchio di Daniel o Harry, e sicuramente era più giovane di Marcus. I suoi capelli biondi disordinati erano legati in un codino, e aveva un paio di auricolari a tappargli le orecchie. Aprendo le portiere della macchina, «Harry Styles,» rise poi. «Ovviamente».

«Fottiti, Carter,» bofonchiò Harry. «Sono riuscito a spaccare la faccia a Marcus e rompere il polso a tuo fratello Josh allo stesso tempo; se volessi, ti ficcherei quel tuo iPod del cazzo su per il buco del culo prima ancora che tu te ne accorga».

«Ora basta con le battutine,» Marcus, probabilmente il più vecchio di tutti, spinse Harry all'interno del veicolo. «Ci manca un posto, eh. Non so se ve ne siete accorti, ma non abbiamo neanche calcolato miss compromesso, qui vicino,» fece un cenno verso di me. «Siamo in sei, non cinque».

«Puoi anche stare nel cofano, tu,» per la prima volta, sentii la voce di quello che doveva essere Josh. «Stai sanguinando ovunque».

Daniel sbuffò, togliendo finalmente la pistola dal mio corpo, riponendola nella fondina. «Sali in macchina, Selena,» mormorò, chiaramente stufo. «Marcus starà nel cofano,» annunciò poi, a voce più alta.

«Io? Perché cazzo devo essere sempre io-»

«Chi è che comanda, qua?» lo fulminò Daniel. «Tu no di certo. Quindi chiudi quella bocca che ti ritrovi e fai quello che ti ordino di fare».

Non rimasi abbastanza tempo per vedere l'uomo chiudersi nel portabagagli, perché Daniel mi spintonò, incitandomi a prendere posto vicino a Harry. Josh finì davanti, accanto a suo fratello Carter, che ancora ascoltava musica e canticchiava sottovoce quello che pareva essere un'opera lirica, e i due ragazzi alla mia destra e sinistra si lanciavano, di tanto in tanto, sguardi truci.

«Toglimi una curiosità, Selena,» Daniel ruppe il silenzio, dopo una decina di minuti dalla nostra partenza. «In che modo, esattamente, intendevi giungere ad un compromesso?»

«Con una poesia, probabilmente,» udii Harry bofonchiare, sottovoce, così piano che lo sentii solo io.

Ignorandolo, «beh, non sarebbe stato meglio parlare, al posto di prendersi a pugni?» dissi.

«No,» replicò Harry, subito, strofinandosi le nocche leggermente scorticate.

«Oppure trovare un termine medio che accomuna ciò che volevamo noi, con ciò che volevate voi, e usare la diplomazia per stabilire chi-»

«Ah, ragazzina,» ridacchiò Carter, interrompendomi. «A Smoke Town non funziona così. A noi piace prenderci a pugni, vedi? È una cosa che va bene per imporsi. Lo imparerai dopo una o due punizioni che ti subirai dalle leggi, non preoccuparti».

«La diplomazia e la razionalità si perdono subito,» aggiunse Josh, sghignazzando. «Un po' come la verginità».

Stavo per ribattere a tono, e lo avrei fatto sicuramente, se Harry non mi avesse tirato una leggera gomitata, intimandomi di tacere con uno sguardo che avrebbe intimorito chiunque. Allora sbuffai, accavallando le gambe e torturando le maniche della mia giacca, spostandomi leggermente a sinistra, per allontanarmi il più possibile da Daniel, il quale fece lo stesso, verso destra.

«Non preoccuparti, comunque,» bisbigliò Harry, fissandomi di sottecchi. Non fui solo io a sentirlo, perché Josh ci lanciò un'occhiata divertita dallo specchietto retrovisore, e Daniel mugugnò parole indistinte e si girò verso il finestrino, poggiando la testa sul vetro oscurato. «James Smoke non ti farà niente».

«Lo dici per rassicurare lei,» sghignazzò Josh. «O te stesso?»

Né io, né Harry ci degnammo di rispondergli, lui perché lo avrebbe molto probabilmente mandato al diavolo, io perché ero molto più intenta ad accoccolarmi alla spalla del riccio, usandolo un po' come Daniel stava usando il finestrino. Non pareva esserne dispiaciuto, o arrabbiato, semplicemente lasciò che il mio capo si poggiasse sul suo bicipite, rimanendo immobile e assente, come se non mi sentisse, come se non fossi realmente lì, e Dio, quanto avrei voluto non esserlo! Ritornare sulla Torre Verde, sola con Harry; se avessimo avuto un briciolo di fortuna in più, saremmo stati pure ancora là, e magari mi avrebbe effettivamente baciata.

Via via che i minuti passavano, il ragazzo si faceva sempre più irrequieto. Lo sentivo irrigidirsi e lo vedevo stringere i pugni, e il suo respiro pesante si udiva quasi quanto i battiti lesti del suo cuore; questo, comunque, fino a quando la macchina non si fermò. Carter fu il primo a scendere -probabilmente per aprire il cofano e far uscire Marcus- seguito da Daniel e Josh: Harry ed io, invece, esitammo quel tanto da farli innervosire ed estrarre nuovamente le pistole.

«Non abbiamo tutto il giorno,» Daniel digrignò i denti.

Nel momento in cui i miei piedi toccarono terra, e vidi dove eravamo capitati, boccheggiai per riprendere il fiato che quel posto mi aveva rubato. Un'enorme villa se ne stava a qualche decina di metri da noi, una struttura con uno stile elegante, raffinato e pulito, illuminata da luci che evidenziavano i dettagli delle colonne che sostenevano il porticato. Un altrettanto sontuosa scalinata collegava i giardini attorno ad essa, perfettamente curati, con selciati di ciottoli bianchi, fontane e sculture, ai portoni principali, spalancati nonostante la temperatura esterna non fosse delle più calde.

Fu Daniel a distogliermi dalla contemplazione della splendida casa, spintonandomi leggermente in avanti per scollare le suole delle mie scarpe dal viale. Harry mi affiancò, attirando la mia attenzione quando la sua mano sfiorò la mia. «Non dire o fare nulla. Lascia parlare me, intesi?» mormorò.

«Okay,» annuii, deglutendo, ricacciando giù la paura che mi stava nuovamente tornando.

Una volta varcata la soglia, la villa ci si presentò in tutta la sua grandezza; un corridoio pieno zeppo di opere d'arte ci condusse a quello che doveva essere l'atrio principale, dove un'altra scalinata in marmo portava ai piani superiori. Svariati lampadari di cristallo illuminavano l'ambiente spazioso e caldo, un pianoforte a coda se ne stava spostato a sinistra, e dall'occhiataccia che Daniel mi lanciò quando mi avvicinai troppo ad un vaso cinese esposto su un piedistallo, capii che ogni cosa doveva valere seriamente una fortuna.

Camminammo fino all'altra parte del salone, fermandoci davanti una porta chiusa, di rovere scuro. Daniel bussò un paio di volte sul legno, facendo un passo indietro mentre aspettava il permesso d'entrare, e con la coda dell'occhio, notai Josh e Marcus allontanarsi in un'altra direzione, probabilmente per curare le loro ferite.

Quando si udì un «avanti,» proveniente dall'interno, il ragazzo abbassò la maniglia, facendo passare Harry e me per primi, seguiti da Carter, richiudendo poi l'uscio alle nostre spalle.

Un piccolo studio dalla luce soffusa ci accolse, una finestra che dava sui giardini era alla nostra destra, mentre scaffali pieni di libri, carte e file vari occupavano tutte le altre pareti. Le mie scarpe calpestarono un suolo molto più morbido del marmo bianco del pavimento del salone, e abbassai gli occhi per vedere una moquette color tortora, perfettamente pulita, che si abbinava alle tende e alle pareti. Al centro, erano sistemate due poltrone ravvicinate fra loro, davanti ad una scrivania in mogano, elegante come tutto il resto del mobilio.

Ma il tocco che sicuramente dava una svolta definitiva alla classe e allo stile della villa e delle cose che ci stavano all'interno, era sicuramente l'uomo seduto dietro al tavolo.

I suoi capelli erano brizzolati, tagliati corti, e di barba non ne aveva neanche l'ombra; sembrava essere quel genere di uomo d'affari da radersi il viso ogni mattina, controllando d'essere impeccabile anche nella minima cosa, e la giacca e cravatta che indossava, perfettamente stirate e ordinate nonostante l'orologio segnasse le quattro e mezzo del mattino, ne erano la prova. Portava degli occhiali rotondi, sulla punta del naso dritto, che gli davano un'aria estremamente intelligente, anche se probabilmente lo era sul serio. Quando alzò gli occhi su di noi, una leggera, appena accennata smorfia gli incurvò le labbra, e drizzò la schiena e irrigidì la postura, schiarendosi la voce.

«Sedetevi, prego,» disse, impilando una decina di fogli che erano sparsi sulla superficie del banco, spostandoli a destra; ci indicò le poltrone davanti a sé e «posso sapere, di grazia, cosa sta succedendo?»

Seppi subito, senza ombra di dubbio, che si trattava di James Smoke.

. . . . . . .

Heyyy bella gente sono in coda per il concerto dei The 1975 e boh ho deciso di aggiornare hihihi (se non sapete chi siano siete delle brutte persone!)
Questo capitolo è corto, come sarà il prossimo, in quanto dovevano essere uniti ma ho preferito staccarli per creare più suspence e boh, spero non ci siano errori e se ci sono fatemeli presenti pls così li correggo (di nuovo).
Vado, vi mando un bacio!
Lottie x


Pagina Instagram di Smoke Town: anxieteve
Profilo privato: lottieeve

Profilo Twitter: anxieteve

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro