6. Il clima del Paradiso, la compagnia dell'Inferno
Niall ed io girammo il mercato di Smoke Town ancora un po', terminando i nostri acquisti, prima di decidere di virare verso casa.
Non scoprii nient'altro, né sulla città, né su James Smoke, perché lui pareva essersi pentito di ciò che mi aveva detto, e le sue labbra si erano interamente cucite assieme per evitare di rivelarmi altro.
Se da una parte ero grata di ciò che aveva spiegato per placare la mia curiosità e per mettermi un minimo in guardia, dall'altra sentivo ancora le parole di Liam pesare sulle mie spalle, e non riuscivo a non pensare a come quello che avevo imparato mi avrebbe potuta cacciare in affari poco carini.
Quando ero arrivata con Harry, la sera prima, avevo visto l'albergo in cui abitava sotto una luce macabra, spaventosa pure. Coi raggi del sole pallido e timido del giorno, invece, era completamente diverso.
Niall fu abbastanza galante da farmi passare per prima attraverso la soglia, e notai che pure la hall era più bella, ora che era tutta illuminata. Stranamente non salimmo le scale fino al secondo piano: ci fermammo al primo, e il ragazzo biondo bussò ad una porta lì sul corridoio.
Gli lanciai un'occhiata interrogativa, ma prima che potesse dire qualcosa, quella porta si aprì. Una donna anziana, sui sessant'anni, dal sorriso luminoso, ci si presentò davanti. I suoi capelli bianchi erano corti e cotonati, i suoi vestiti semplici e caldi, e «Niall!» lo salutò, accarezzandogli una guancia. «Chi abbiamo qui?» mi guardò, con i suoi occhi chiari.
«Lei è Selena, starà con noi per un pochino,» rispose il biondo. «Selena, lei è Dalia».
«Piacere, signora,» le tesi la mano, che lei prese fra le sue, tirandomi all'interno del suo appartamento.
«Chiamami Dalia, fammi una carità!» esclamò, ridacchiando. «Non farmi sentire più vecchia di quanto già non sia».
Entrammo in una cucina dallo stile rustico, molto simile a quella che avevamo noi al piano di sopra, solo un po' più piccola. Seduto al tavolo stava quello che immaginai essere il marito di Dalia, che leggeva un giornale. «Niall, ragazzo, Harry ti cercava,» iniziò, e quando anche lui mi vide, mi sorrise. «Sono Joe,» si presentò, alzandosi per stringere la mia mano. «Tu devi essere la ragazza nuova».
«Selena,» dissi.
Niall, dal sacchetto della nostra spesa, estrasse parte della carne che aveva comprato, posandola sul piano cottura. «Harry mi cerca? Perché?»
«Era abbastanza arrabbiato,» sospirò Joe, tornando al suo posto. «Non ha detto perché, ha solo chiesto dov'eri».
Con uno sbuffo, Niall annuì.
«Ti trattano bene, cara?» mi domandò Dalia, indicando il mio coinquilino.
«Sì, anche troppo,» replicai.
«Se hai bisogno di qualcosa, devi solo chiedere, lo sai vero?»
Niall avvolse la sua mano attorno al mio avambraccio. «Non le facciamo mancare nulla, Dalia,» disse. «Vado a vedere cosa vuole Harry. Ci vediamo a cena?»
«È un invito?» Il viso di Joe sbucò dal giornale.
«Cucino io,» ammiccò il biondino. «Venite per le sette e mezza,» aggiunse, uscendo dalla porta. «Ah, Joe? Porta la birra».
L'anziano ridacchiò sotto i baffi, facendogli un cenno con la mano molto simile a un va' a quel paese, prima che Niall richiudesse la loro porta.
Salimmo le scale a due a due, fino al nostro piano, e percepii la riluttanza da parte del ragazzo a rientrare nel suo appartamento, dal modo in cui teneva la mano sulla maniglia, ma non la abbassava.
«Okay,» lo sentii mormorare poi, fra sé e sé. «Okay».
Quando finalmente riuscimmo a rimettere piede in salotto, capii il perché della paura di Niall. Un Harry furioso stava a pochi passi da noi, e quando ci vide, iniziò ad urlare cose che neanche capii.
«Dove cazzo siete stati!» sbraitò, percorrendo lo spazio fra i divani con due lunghi passi. «Mi sono svegliato, e nessuno di voi due c'era!»
Lanciai uno sguardo preoccupato a Niall, che rispose roteando gli occhi. «Al mercato, come ogni santa domeni-»
«Al mercato!» lo interruppe l'altro, passandosi le mani tra i capelli così furiosamente che pensai che a momenti se li sarebbe strappati. «Perché cazzo ti è saltato in mente di portare lei al mercato?»
Niall stava per aprire bocca, ma Harry lo precedette di nuovo. «Anzi, non me lo dire!» esclamò. «Sei fottutamente rincoglionito! Cazzo, Niall!»
«Mio Dio!» sbuffò allora Niall. «Calmati, porca puttana, non è mica morta, oh!»
Harry fermò la sua camminata circolare, puntando i suoi smeraldi verdi dritti nelle iridi azzurre dell'altro, e avvicinandosi a noi con una lentezza smisurata. «Calmarmi?» contrasse la mascella. «Vaffanculo, davvero. E ti conviene pregare che lui non venga a sapere di lei, e che nessuno si sia chiesto cosa ci fa una nuova in giro con te, perché se Selena dovesse essere coinvolta, sarà compito tuo sistemare tutto, e io non alzerò un dito a riguardo,» sibilò, socchiudendo le palpebre. «Lo sai cos'è successo a Gemma, meglio di chiunque altro, Niall, e ancora non hai imparato la lezione?»
Il ragazzo vicino a me deglutì e abbassò gli occhi sulle sue scarpe, come un bambino che accetta il rimprovero del padre.
«Harry...» mormorai allora, mordendomi la lingua per evitare di chiedere chi fosse Gemma. «Non è successo nulla, davvero».
Harry staccò la sua attenzione dal biondo, per appiccicarla a me. Sentii Niall sussurrarmi un grazie sottovoce, ma il fatto che il riccio stesse cercando di folgorarmi con lo sguardo, mi fece un po' pentire d'aver parlato. «Non intrometterti, tu,» il suo tono era severo, ma neanche lontanamente arrabbiato come lo era stato dieci secondi prima. «Siete due incoscienti di merda, voi due. Io non so perché perdo il mio tempo così».
Non riuscii neanche a ribattere, o ad aggiungere qualcosa che avrebbe aiutato a calmarlo, che sfrecciò fuori dalla stanza, oltre la porta, e giù per le scale dell'albergo.
«Perché è così isterico?» domandai, sbuffando.
Niall, ancora parecchio ferito dalle parole taglienti che Harry ci aveva lanciato contro, fece spallucce. «Non so,» disse, ma era palese stesse mentendo. Certo che lo sapeva. «Insomma, ha ragione lui. Non avrei dovuto portarti con me. E mi dispiace tanto».
«Non scusarti,» scossi la testa. «Io avrei anche potuto rifiutare. Quindi siamo equamente colpevoli».
«Grazie, Selena,» sospirò, iniziando a riporre la carne e le verdure che avevamo comprato, nel frigo. «Troppo buona per noi altri dannati».
«Non siete dannati,» dissi, aiutandolo con la spesa che ci aveva fatti cacciare in quella situazione con Harry.
«Conosci i dieci comandamenti?» mi guardò allora.
«In parte,» risposi. «Non sono particolarmente credente».
«Il pastore nella mia vecchia città, in Irlanda, diceva che rubare è il peccato più grande di tutti,» continuò. «Io rubato un bel po' di vite, in questi anni. Se non sono dannato, allora non so proprio cosa sia».
«Sei dannato solo se credi di esserlo,» osservai. «E poi, il Paradiso sarà pur bello per il clima, ma nulla batte la compagnia dell'Inferno, Niall».
Al ché, ridacchiò. «Sei un'amica, sul serio,» si allungò per mettere il pacco di pasta che gli stavo passando, nella piccola dispensa, e non provai neanche a fermare il mio sorriso quando mi resi conto che, forse, un amico lo avevo trovato pure io.
. . .
Quella sera, alle sette e mezzo, eravamo tutti seduti attorno al tavolo, stretti e schiacciati insieme nel tentativo di farci stare anche Joe e Dalia; i due anziani a capotavola, Niall, Zayn ed io nella parte destra, Liam, Louis e Harry difronte a noi. Harry, per così dire -insomma, di lui ancora non c'era neanche l'ombra. Era da quando se n'era andato, sbattendo la porta d'entrata dopo essersi infuriato con Niall e la sottoscritta, che non gli rivolgevo la parola, e forse era un bene: ad una certa ora del pomeriggio era rincasato, lo avevo intravisto di sfuggita dal divano, lui che sfrecciava in camera sua, e poi basta, si era volatilizzato nel nulla più totale.
«Fammi un favore, Selena,» Zayn mi tirò una leggerissima gomitata nel fianco, attirando la mia attenzione. «Vai a chiamarlo, prima che il cibo finisca tutto».
Sospirai. «È arrabbiato con Niall e me, ricordi?»
«Chiedigli scusa, allora,» s'intromise Liam. «Di sicuro se lo chiamassimo noi, non verrebbe; quando Harry ce l'ha con qualcuno, è come se ce l'avesse col mondo intero. Il massimo che può farti è urlarti contro qualche porco e chiuderti la porta in faccia, no?»
«Qualcuno dovrebbe metterlo in riga, quel ragazzo,» scosse la testa Joe, arricciando i suoi baffi grigi. «Era una peste quando aveva cinque anni, non voglio neanche immaginare come sarà quando ne avrà quaranta».
Niall, fra un colpo di tosse e l'altro, «io avrei qualche idea,» ammiccò, ricevendo uno sguardo truce da parte di Louis.
«Non dirlo neanche per scherzo,» lo apostrofò. «Non è divertente. Sapete tutti che non è colpa di Harry, quindi fatemi il favore di piantarla».
«E rilassati un po' Lou,» ribatté Niall. «Ammettilo, una buona volta, che Harry è lunatico di suo».
«Ma vaffanculo,» Louis non si era rilassato affatto.
«Ma vaffanculo te, caz-»
«Il linguaggio!» esclamò Dalia, facendoli sobbalzare entrambi. «Dovete litigare pure a cena?»
Louis abbassò la testa, bofonchiando parole incomprensibili, forse maledicendo il biondo, mentre lui si scusò sottovoce con la donna, che si rivolse poi a me.
«Vai a chiamarlo, per favore, cara,» mi sorrise, stringendo per un secondo il mio avambraccio con la sua mano vecchia, dalla pelle sottile. «Fammi questo enorme favore, se non ti disturba, ovviamente».
«Nessun disturbo, Dalia,» mormorai, alzandomi dal mio posto.
Velocemente mi allontanai dal salotto, cercando di mandare giù l'amara pillola che era l'imbarazzo che già sentivo salire, al solo pensare a come Harry avrebbe reagito, sia alle mie scuse, che alla mia richiesta di venire a cenare con noi. Non era neppure una cosa da tanto, ma quel ragazzo aveva una tendenza ad ingigantire le questioni che non andavano affatto ingigantite, a farne un affare di stato, e di persone come lui ne avevo incontrate talmente poche che mi risultava difficile interagire così da non farlo scattare.
La porta chiusa della sua stanza mi si parò davanti, troppo presto. Sospirai per scaricare la tensione, cercando di sembrare disinvolta, prima di bussare con le nocche sul legno scuro.
Attesi qualche attimo, in cui nessun rumore dall'interno poteva far pensare che Harry stesse davvero lì, e stavo pure per rinunciare e tornarmene sconfitta in cucina, quando la maniglia s'abbassò di colpo.
«Harry,» lo salutai con un sorriso, che non fece però mutare la smorfia di disapprovazione, dipinta sulle sue labbra, come se l'artista, in quel punto, avesse di proposito sbavato la tempera verso il basso. Harry sarebbe stato un capolavoro perfetto, se solo avesse sorriso.
Si appoggiò contro la cornice, sulla soglia della sua stanza, e la pelle scoperta del suo petto era anch'essa ricoperta di inchiostro, come i suoi bicipiti.
«È il mio nome,» annuì, incrociando le braccia al petto, nascondendolo ai miei occhi forse un po' troppo incuriositi. «E la mia faccia è quassù, comunque, Sel».
Scossi la testa, distogliendo immediatamente lo sguardo dalla tela che era il suo corpo, che il pittore aveva reso fin troppo bella, per puntarlo sul suo viso, senza provare neanche a ricordargli di non chiamarmi in quel modo.
Presi un altro respiro. «Vieni a mangiare? La cena è pronta, siamo tutti lì e-»
«Non ho fame,» roteò gli occhi, facendo un passo indietro e chiudendo la barriera di legno che ci divideva. Prima che quest'ultima potesse serrarsi del tutto, però, il mio piede s'infilò fra lo stipite e la porta, costringendolo a riaprirla.
Oltremodo infastidito, «cosa c'è ancora?» sbuffò.
«Volevo scusarmi-»
«Scuse accettate,» disse, severo, interrompendomi, tentando nuovamente di richiuderla; stavolta, però, sgusciai nella sua stanza, senza pensare minimamente a cosa stessi facendo, passando sotto al suo braccio.
«Selena,» lo sguardo che mi rivolse, e il tono con cui pronunciò il mio nome, mi fecero rabbrividire. «Esci subito da camera mia,» lo guardai agguantare una t-shirt grigia e infilarsela per la testa.
«Posso finire di parlarti?» domandai, ignorando la sua richiesta. «Mi dispiace per essere andata con Niall, ma davvero, non è successo niente. Siamo stati indiscreti e-»
«Cos'è, non riesci a sentirmi?» sibilò Harry, avvicinandosi di qualche passo. «Ti ho già detto che accetto le tue scuse del cazzo».
«Tu non riesci a sentirmi,» ribattei, imponendomi di non indietreggiare, di non fargli vedere quanto timore avessi di lui, in quel momento.
«Perché sei così fottutamente testarda, Sel?» ridusse gli occhi a due fessure, fermandosi a poche spanne di distanza. «Se non esci entro tre secondi dalla mia stanza, giuro che ti carico in spalla e ti porto fuori io».
«Provaci,» lo sfidai, emulando la sua posizione a braccia conserte.
«Guarda che non sto scherzando».
«Neanche io,» dissi. «Quindi vieni a cenare con noi. Per favore».
Di tutta risposta, sciolse il nodo che erano le sue braccia attorno al suo torace, e prima che potessi sfuggirgli, il pavimento sparì da sotto le mie suole, rimpiazzato dalle sue mani sul retro delle mie cosce, il mio corpo ribaltato sulla sua spalla destra, e un piccolo grido incastrato fra le mie labbra.
Non mi lasciò in corridoio, come aveva detto, ma continuò a cammiare fino al salotto, scatenando i fischi di Zayn e le frecciatine di Niall, riportandomi al mio posto, a tavola. Le mie guance stavano bollendo, forse per via del sangue che mi era andato al cervello, o forse per l'imbarazzo; Harry, comunque, non ne pareva toccato, anzi, era perfettamente neutra, la sua espressione facciale.
Ma quando, senza preavviso, prese posto difronte a me, vicino a Louis, tutti si ammutolirono.
«Cosa?» borbottò lui.
«Niente,» rispose Liam, nascondendo un sorriso.
«Smettetela, o me ne vado,» li avvertì, inforcando una bistecca dalla teglia e spostandola sul suo piatto.
Niall tossì, passandogli una bottiglia di birra appena stappata. «Vuoi, Harry?»
Il riccio scosse la testa, versandosi invece un bicchiere d'acqua dalla caraffa.
«Tu, Selena?» il biondo si rivolse allora a me.
Annuii, accettando di buon grado la bevanda, proprio quando Harry si portò alle labbra la sua. Un secondo dopo, però, il sorso che il ragazzo aveva preso, esplose in una fontana di piccole gocce d'acqua, bagnando il cibo che stava per mangiare.
«Che cazzo!» sbottò Harry, alzandosi in piedi di scatto, tossendo e sputacchiando ovunque. «Che cazzo di roba è!»
Zayn e Liam iniziarono a ridere così forte che quasi caddero dalle loro sedie, mentre io e gli altri, perplessi, non capivamo bene cosa fosse successo.
«Perché cazzo la mia acqua sa di Vodka?» esclamò ancora Harry, aggirando il tavolo e svuotando il bicchiere nel lavandino, sciacquandosi poi la bocca.
«L'ha bevuto sul serio,» sghignazzò Zayn. «Non credevo avrebbe funzionato».
«Gli hai fatto uno scherzo senza consultare me?» squittì Niall, indignato. «Come ti permetti!»
«Gli abbiamo,» corresse Liam, dando il cinque al moro.
«Siete dei bastardi,» disse Harry, agguantando la caraffa di Vodka, sventolandola sopra il tavolo. «Vi darei fuoco, con questa».
«Piano con le parole, ragazzo,» borbottò Joe. «E voi due,» lanciò un'occhiata di disapprovazione a Liam e Zayn. «Dovevate proprio farlo?»
«Certo,» annuì Liam. «È stato divertente!»
«No, invece,» ribatté Harry. «Fottetevi, coglioni stramaledetti bas-»
«Okay, okay,» Dalia interruppe la sua raffica di insulti. «È abbastanza, Harry, dai».
Louis era rimasto zitto, con la testa china sul piatto, ma intravedevo un lieve sorrisetto accennato sulle sue labbra sottili.
«Non è la fine del mondo,» mi intromisi.
«E fottiti anche tu,» mi fulminò Harry. «Vieni a cenare con noi,» imitò il mio tono di voce, roteando gli occhi e sbuffando. «Vieni a cenare con noi 'sto cazzo!»
«Perché te la prendi tanto?» replicai io, leggermente infastidita dal suo comportamento, che stava rovinando la cena a tutti quanti. «Okay, Liam e Zayn hanno un tantino esagerato, ma andiamo! Non sei mica morto, Harry. È solo Vodka».
Rimase zitto un attimo, inspirando dal naso, le sue iridi erano più scure di almeno due tonalità. «Vaffanculo, Selena,» disse, poi, voltandosi e dirigendosi verso la zona notte.
«È questo il tuo modo di risolvere le cose?» mi alzai in piedi a mia volta. «Mandi a quel paese la gente e te ne vai?»
«Proprio così!» finì, prima di sbattersi la porta alle spalle.
Un silenzio carico di sentimenti contrastanti era calato nella cucina. C'erano sensi di colpa da parte di Zayn e Liam, disapprovazione da parte di Joe, Dalia era imbarazzata, Louis e Niall lieti di non essere stati gli artefici dello scherzo finito male, mentre io non sapevo se essere più delusa o arrabbiata. Insomma, io ci speravo di cenare assieme, in tranquillità, con lui pure, e quando s'era seduto al tavolo, quelle mie speranze erano cresciute un po' troppo.
«Woah,» bisbigliò Niall, rompendo il silenzio, proprio quando tornai a sedermi. «È stato adrenalinico».
«E stato stupido,» disse Louis, duro, guardando Liam e Zayn. «Lo sapete che non vuole toccare l'alcol. Ci avete provato per anni, ragazzi. È inutile».
«Non pensavmo avrebbe reagito così, sinceramente,» mormorò Zayn.
«Tipico, voi non pensate mai,» Louis alzò gli occhi al cielo. «Adesso resterà arrabbiato con tutti per mesi, nella migliore delle ipotesi».
Nessuno osò contraddirlo, perché ognuno sapeva quanto Louis avesse ragione. Le bistecche vennero consumate in silenzio, tranne due che furono messe da parte per Harry, e Joe e Dalia se ne tornarono nel loro appartamento subito dopo mangiato. Louis decise di farsi un giro, invece, sostenendo che non aveva voglia di passare la serata con noi -o con me?- e che sarebbe andato da sua sorella; così, rimanemmo solo io, Zayn, Liam e Niall, in salotto.
Quest'ultimo, da dietro il divano, estrasse la sua chitarra, la liberò della sua custodia nera, se la poggiò sulle ginocchia e «qualche richiesta?» chiese.
«Wish You Were Here,» fece Liam, sedendosi vicino a me. «La preferita di Harry,» aggiunse, nel mio orecchio. «Non sa resistere al suo richiamo».
Niall annuì, afferrando un plettro e facendo vibrare la prima corda. «Ora, Selena,» annunciò, in tono solenne. «Stai per assistere ad uno spettacolo così magnifico che le tue orecchie andranno in estasi».
Zayn ridacchiò sotto i baffi, occupando il posto accanto a Niall. Scuotendo la testa, «non siamo così bravi, in realtà, ma ce la caviamo,» disse.
Accavallai le gambe, proprio quando le prime note uscirono dalla chitarra di Niall. Il fatto che io non conoscessi la canzone era un tantino triste, perché quando tutti loro iniziarono a cantarla, me ne rimasi in silenzio, ad ascoltare le loro voci e ad osservare le mani del biondo che lavoravano le corde. Forse era meglio così, in ogni caso; insomma, io l'avrei rovinata e basta.
How I wish, how I wish you were here.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
Running over the same old ground.
What have we found?
The same old fears.
Wish you were here.
E nonostante Liam m'avesse detto che Harry non sapeva resistere al richiamo della sua canzone preferita, non si fece mai vedere, e non diede segno di voler stare con noi, ché il torto che gli avevamo recato pareva essere più grande del suo cuore di cemento.
. . . . . . .
Heeeey
Come state? Ho aggiornato adesso perché settimana prossima non credo di riuscirci in quanto sono a Bilbao in vacanza e non vorrei fare troppo l'asociale lol
Dove andrete di bello quest'anno? Con chi?
Detto questo, vado a prepararmi che fra poco arriva la mia amica spagnola che mi porterà a vedere il Guggenheim (arte moderna, adoro troppo!)
¡Adiós chicas!
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