44. Brindiamo ad un nuovo inizio
Selena
«È un piacere conoscerti, Selena,» Gemma mi porse la mano. «Conoscerti sul serio, intendo».
Non era così diversa da Linda Banks, a guardarla da vicino. Capelli e occhi a parte, per i quali aveva probabilmente usato una parrucca e delle lenti a contatto colorate, la somiglianza fra le due era palese. Se avessi conosciuto prima Gemma Styles, e solo in seguito Linda Banks, sicuramente l'avrei riconosciuta come la sorella di Harry.
«Piacere mio, Gemma,» risposi. Harry ancora non l'aveva lasciata andare, e neanche sembrava intenzionato a farlo. «Ho sentito molto parlare di te».
«Immagino,» disse. «Mi sarebbe piaciuto conoscerti in circostanze migliori». Si guardò attorno, soffermandosi qualche secondo sulla figura di Alvin, impegnato in un'animata conversazione con Daniel, Lee e gli altri membri del consiglio. «Jackson Avenue non è il massimo, ora come ora».
«Che vuoi dire?» borbottò Harry.
Gemma, ancora una volta, lanciò un'occhiata circospetta alle altre persone presenti. «Nulla... nulla di che. È solo una sensazione».
Il cipiglio fra le sopracciglia di Harry non se ne andò alle parole della sorella, che non lo avevano convinto. «Una sensazione, Gem?»
«Non è il posto né il momento per parlarne».
Harry sbuffò. «Ma ci si può fidare? Di Alvin e gli altri? Melissa, Tyra, i gemelli... ci si può fidare?»
«Ti fidi di me?»
«Non stavo parlando di te».
«Se ti fidi di me, ti fiderai di loro».
«Quindi,» intervenni. «Che significa che Jackson Avenue non è il massimo, ora?»
Gemma sospirò: «Ve l'ho detto, è solo una mia sen-»
Le sue parole vennero interrotte dal brusco e rumoroso aprirsi della porta d'ingresso alla sala grande. Fece ingresso un ragazzino di quattordici anni, forse, che corse fino ad arrivare da Alvin.
«Signore!» disse. «Sono arrivati i loro compagni!»
«Meraviglioso!» esclamò il capo, battendo le mai.
«Sì, ma-» la sua voce, un po' tremolante ed impaurita, mi fece drizzare i peli sulle braccia. Anche Harry e Gemma sembrarono accorgersi dell'inquietudine nelle parole del ragazzino, scambiandosi occhiate circospette. La mano di Harry sfiorò, come per un riflesso involontario, la pistola infilata nella sua cintura.
«Conducili tutti qui. Avranno voglia di rivedere Gemma, no?»
«Come vuole signore, ma-»
«Che aspetti?»
«Potrebbe, per favore, ascoltarmi?» ragazzo perse la pazienza, esasperato. «Cerco di dire che ci sono uomini di Smoke appostati sul perimetro, che circondano l'area per almeno cinque isolati».
Alvin impallidì di colpo.
«Quanti sono?» domandò Tyra, avvicinandosi a lui.
«Una quindicina. Non sembrano in vena di attaccare, ma è meglio tenerli sott'occhio. Si dice che stiano cercando loro,» e puntò l'indice verso Harry e me.
«E cosa si fa, ora?» domandò lui. «Li ammazziamo?»
Alvin contrasse la mascella. «No. Smoke ha più uomini di noi, al seguito, e uccidere i suoi causerebbe solo altri conflitti che non possiamo permetterci di sostenere».
«Quindi? Che facciamo?» chiesi.
Alvin mi guardò. «Smoke ha i numeri, ma noi abbiamo un vantaggio: conosciamo la zona. Giochiamo in casa. Ogni vicolo, ogni strettoia, ogni tetto. Abbiamo sentinelle, guardie, cecchini professionisti, occhi ovunque, in casa nostra. Non succede nulla che io non sappia. Ora, Smoke ha solo una vaga idea di dove sia il nostro quartier generale, e l'importante è non farglielo trovare. Non deve sapere delle armi che possediamo, né dei numeri totali delle persone che vivono qui. Per questo è di vitale importanza mantenere la calma, fare silenzio e spegnere le luci. Noi ci orientiamo al buio, loro no».
Prima che finisse la frase, Melissa e i due gemelli iniziarono a spegnere tutte le candele, fino a far piombare la stanza nell'oscurità più totale. Sentii la mano di Harry afferrare la mia. Ricambiai la stretta.
«Signore, la pattuglia al vecchio aeroporto non è ancora tornata. Siamo scarsi in combattenti,» bisbigliò il ragazzo.
«Tyra?» Alvin si rivolse a lei.
«Le forze al campo d'addestramento sono state quasi tutte impiegate nella difesa del municipio, Alvin. Molti di loro non sono pronti».
Alvin sbuffò. «Harry?»
«Sì?»
«Tu e i tuoi, sareste disposti a dare una mano?»
«Io non parlo in nome loro, Alvin. Se volete una mano, chiedetelo direttamente agli interessati. Io, comunque, farò quel che posso».
«Selena?» Alvin si rivolse a me. «Come te la cavi con i fucili a lunga distanz-»
«No, lei no,» disse Harry. «Lei no».
«Capisco tu voglia proteggere la tua famiglia, Harry,» Alvin gli si avvicinò. «Ma non correrà alcun pericolo. Non sarà da sola».
«Posso andare io con lei,» si offrì Gemma. «Facciamo un giro di pattuglia veloce».
«Ma-»
«Non succederà nulla, Harry. So come muovermi e comportarmi, qui, meglio di qualsiasi uomo di Smoke. Andrà tutto bene».
Harry sbuffò. «E io?»
«Tu sei più afferrato nei combattimenti ravvicinati, immagino,» disse Tyra. «Abbiamo bisogno di te da un'altra parte. Possibilmente anche dei tuoi amici. Per quanto riguarda voi due,» e indicò Gemma e me. «Non dovrete avvicinarvi molto agli uomini di Smoke. Solo tenerli d'occhio, e tenerci aggiornati sui loro spostamenti senza farvi vedere».
Sentii Daniel borbottare qualcosa, ma non la contraddisse. Riuscii a vedere la sua sagoma, illuminata leggermente dai chiari raggi lunari, scuotere la testa. «Andiamo, Harry».
«Fate in modo di tornare tutte intere,» mormorò. «Ci vediamo dopo». Mi lasciò un veloce bacio sulle labbra, prima di andarsene con Lee, Daniel e i due gemelli.
«Gemma,» continuò Tyra. «Tu sai cosa fare e dove andare. State attente e non date nell'occhio. Quando tornate, riferite direttamente a me o ad Alvin».
«Certo,» disse Gemma. «Andiamo».
. . .
Lo scricchiolio della ghiaia sotto le suole delle nostre scarpe mi faceva agitare ed innervosire. Gemma, al mio fianco, sembrava relativamente tranquilla, forse grazie al fucile di precisione che aveva addosso, o forse semplicemente perché ci era abituata.
Rimanemmo in silenzio una manciata di minuti. Gemma comunicava con sussurri o gesti, indicandomi la strada da percorrere o di fermarmi qualora le giungesse alle orecchie un rumore sospetto. «Dovremmo salire al terzo piano di questo edificio,» mormorò, ad un tratto. «Questa è la mia postazione, di solito».
Era una vecchia casa dalla porta scardinata e le finestre rotte, ma la visuale dall'alto non doveva essere male, considerando che faceva da angolo ad un incrocio di più strade.
«Okay,» dissi, muovendo un passo verso la porta.
«Aspetta,» Gemma mi fermò. «Non ci saliremo, oggi». Si tolse il fucile dalle spalle, poggiandolo dietro un cassonetto.
«Non capisco, Gemma. Non è quello che Tyra ci ha detto di fare?»
«Sì, tecnicamente. Ma Tyra non sa un cazzo. È inutile lasciare che le guardie di Smoke girino per Jacks Ave e aspettare che ci trovino. È solo questione di tempo».
«Quindi?»
«Le troviamo prima noi. Sfruttiamo il fattore sorpresa».
«Vuoi ucciderle?»
Gemma si immobilizzò, facendosi improvvisamente seria. «Se non sei con me, torna indietro. So quello che faccio. Credi che a Smoke cambi qualcosa se facciamo fuori una o due o dieci delle sue guardie? No. Certo che vorrei ucciderle, ma non cambierebbe proprio niente».
«E che vuoi fare, allora?»
«Ci servono informazioni, Selena, per sconfiggere Smoke. Dobbiamo conoscere il nostro nemico, specie ora che è saltata la copertura di Daniel e gli altri. Non era previsto,» spiegò. «E ora, muoviamoci».
Stavo per obiettare, ma lei era già sfrecciata dall'altra parte della strada, all'ombra delle abitazioni, e non ebbi altra scelta se non quella di seguirla.
Percorremmo qualche isolato, nascoste fra vicoli e cassonetti, in silenzio assoluto. Non c'era anima viva, in giro. Neanche qualche gatto randagio, o qualche cane, niente. Solo la luce della luna illuminava debolmente i nostri passi leggeri.
Poi, proprio quando stavo iniziando a pensare che tutta questa storia delle guardie di Smoke fosse una messa in scena di Alvin per spaventarci, Gemma si fermò di colpo e mi intimò di ascoltare. Un vociare indistinto mi giunse subito alle orecchie, e poco dopo, due sagome sbucarono da una strada secondaria. Non potevano vedere noi, ma noi potevamo vedere loro.
«E adesso?» bisbigliai.
«Puntiamo a quello più piccolo e facciamo fuori quello grande».
Mi morsi nervosamente l'interno della guancia, tornando a guardarli. Effettivamente, le due figure erano nettamente diverse l'una dall'altra, in fatto di statura. Entrambi vestiti con le classiche divise nere di Smoke, si stavano avvicinando sempre di più a dove stavamo noi, le loro pistole alla mano. Successe tutto in una frazione di secondo. Non mi ero neppure resa conto che Gemma avesse premuto il grilletto, che l'uomo grosso e nerboruto era già a terra. Il suo compagno, quello di statura più piccola, colto alla sprovvista, si gettò sul pietrisco, con l'arma alla mano, per non essere colpito.
«Sei sotto tiro,» urlò Gemma. «Siamo più numerosi di te. Scarica la pistola e gettala via».
Dopo qualche secondo di silenzio, si udii l'arma che veniva aperta e buttata lontano. «Cosa volete?» rispose lui.
«Mani sopra la testa, mettiti in ginocchio, lentamente. Non fare scherzi, se ci tieni alla tua vita».
La guardia, che dalla voce sembrava poco più di un ragazzo, obbedì.
«Tienilo sotto tiro,» mi mormorò Gemma. Ci misi qualche secondo a capire che parlasse a me, e ancora di più ci misi a far funzionare le mani e ricordarmi come si facesse ad usare una pistola. Gemma uscì piano dal nascondiglio, seguita da me, e si avvicinò circospetta all'uomo. Lo perquisì in fretta, si tagliò un pezzo di stoffa dalla maglia e glielo legò attorno agli occhi, bendandolo, per poi farlo alzare.
«Ti avverto. Non provare a fare niente,» lo ammonì lei, di nuovo. «Lavori per Smoke?»
Il ragazzo annuì.
«Ti ho fatto una domanda,» ripeté Gemma.
«Sì,» rispose lui. «Sì, lavoro per Smoke».
«Come ti chiami?» gli domandai, ricevendo una brutta occhiata da parte della sorella di Harry.
«Sono... Jonah».
«Beh, Jonah, vedi di muoverti,» sputò Gemma. Il tono che usò mi fece venire i brividi, anche se non dissi niente a riguardo.
Riuscimmo ad arrivare alle porte del municipio dopo quasi mezz'ora di camminata, facendo un giro più lungo nel caso si ricordasse delle strade che stavamo percorrendo, così da farlo disorientare. Lei gli teneva una pistola fra le scapole, io alla testa, mentre lui non osava opporre resistenza.
«Chi diamine è quello?» chiese una delle guardie, all'entrata dell'edificio.
«Un prigioniero,» rispose lei. «Alvin?»
«È ancora fuori,» con un cenno da parte della ragazza, ci lasciò passare.
«Dove lo portiamo?» chiesi.
Lei, di tutta risposta, mi fece segno di seguirla. Scendemmo una rampa di scale, fino ad arrivare ad una specie di seminterrato, sorvegliato anch'esso da un paio di Jackys. «Qui ci stanno quelli di noi che causano problemi. Sai, con la droga e tutto,» mormorò.
«Io non mi drogo,» disse Jonah, ancora bendato. Gemma, con uno strattone, gli tolse il pezzo di stoffa dalla faccia. Al chiarore delle torce, riuscii finalmente a vedere il viso del ragazzo. Una leggera barba gli cresceva sul mento, i capelli castani e corti erano scompigliati e i suoi occhi dello stesso colore sembravano a metà tra lo spaventato e il beffardo.
«Buon per te,» ribatté Gemma. «Da oggi qui dentro ci staranno anche i non drogati».
Lo spinse all'interno di una cella dalle sbarre metalliche. «Starai qui per un bel po', quindi farai meglio ad abituartici».
Jonah rimase in silenzio. Poi, con un sospiro, «hai dimenticato questo, bionda,» ed estrasse un coltellino pieghevole dagli scarponi neri, lanciandolo a terra.
Gemma lo fissò, sbigottita, tanto che dovetti andare io a recuperarlo.
«Dai dell'ironia?» gli chiese.
«Io? Assolutamente no, bionda. Seguo le linee guida di questo posto. Niente armi nella prigione».
Gemma lo fulminò con un'occhiataccia.
«Andiamo, Sel,» disse poi. «Ti faccio fare un giro».
Mi trascinò quasi di corsa per una manica fuori dal seminterrato, per fuggire dagli occhi inquisitori di Jonah.
«Alvin si arrabbierà?» domandai.
«Oh, sicuramente. Ma a lungo termine vedrai che gli sarà utile».
Mi guidò lungo i corridoi del municipio, indicandomi le varie stanze che incontravamo. Mano a mano che ci allontanavamo dalla prigione, più persone si incontravano; stavano tutte andando a cenare. C'erano torce messe ad ogni angolo per fornire la giusta quantità di luce; abbastanza per vedere la strada ma non per essere visti da fuori.
Ci fermammo solo davanti alla sala da pranzo. Era una specie di mensa, con tavolate lunghe che correvano verticalmente nello spazio. Non era tanto affollata, ma molte persone dovevano ancora arrivare.
Prima che me ne rendessi conto, mi ritrovai circondata dalle braccia di Harry.
«Stai bene?» disse poi, dopo un attimo. Mi prese il viso fra le mani, scrutandolo attentamente, cercando forse un qualche taglio o ferita che non trovò.
«Sì,» risposi. «Tu?»
«Sì,» sorrise. «Gem?»
«Sono viva, tranquillo,» ridacchiò lei. «Come mai già di ritorno?»
«Sono tornati i tizi dal vecchio aeroporto e sono usciti loro al posto mio,» spiegò Harry. «Anche voi avete fatto presto».
Gemma ed io ci guardammo. Non era il caso di raccontargli di Jonah. «La zona era pulita e tranquilla,» rispose lei.
«Sel!» Una voce familiare attirò la mia attenzione. «Sel!»
«C'è qualcuno che vorrebbe salutarti,» mormorò Harry, sorridendo, e qualche secondo dopo notai mio zio Robbie che si faceva largo fra la gente, venendomi incontro tutto trafelato, inciampando nei suoi stessi piedi.
Si fermò a pochi passi da me, indeciso sul da farsi, mentre io non sapevo davvero cosa dire o come comportarmi.
«Mi dispiace,» disse poi. «So che non accetterai mai le mie scuse perché quello che ti ho fatto è imperdonabile, ma volevo solo dirtelo. Ecco. Mi dispiace tanto, Sel... Selena. Spero che un giorno tu possa capire che sono tanto cambiato».
Lo guardai neglio occhi per qualche istante. «Ti credevo morto,» dissi.
«Daniel non mi ha ucciso,» spiegò lui. «Mi ha portato qui. È un bel posto, sai?»
«Sono uhm...» cercai di trovare le parole. «Sono felice tu non sia morto, Robbie».
«Davvero?»
«Sì, davvero. Harry mi ha detto quello che hai fatto per me».
«Era il minimo, Sel. Cioè, Selena. Era il minimo che potessi fare». Si vedeva che era sincero, che qualcosa in lui era cambiato. Gli sorrisi.
«Puoi chiamarmi Sel,» mormorai. «E ti perdono, Robbie».
«Non sei obbligata a perdonarmi-»
«Lo so. Ma è inutile portarti rancore. Io ti credo e ti perdono».
Mi attirò in un abbraccio, stringendomi forte come faceva un tempo. Non ricordavo l'ultima volta in cui ci eravamo sentiti così, insieme. Sicuramente non da quando aveva iniziato a bere.
«Ti voglio bene, Sel. Sei riuscita a fare così tanto. Tua madre sarebbe fiera di te».
«Non ho fatto nulla,» mormorai, staccandomi gentilmente dall'abbraccio.
«Scherzi?» s'intromise Harry. «Saremmo ancora a lavorare per Smoke se non fosse per te. Hai dato a tutti una bella svegliata, lo sai?»
Con la coda dell'occhio vidi Niall, Liam, Zayn e Louis che a turno abbracciavano Gemma, dei sorrisi a trentadue denti impressi sui loro volti, poi un Joe commosso al vederla, mentre Jane corse da Harry, che la prese in braccio.
C'erano proprio tutti. Eleanor, Elle, Seth, Nate, Sam, e molti altri che avevo solo intravisto, a Smoke Town. Daniel si aggiunse qualche minuto più tardi, con la spalla fasciata. Camminava con un po' di fatica, ma riusciva a reggersi in piedi da solo.
«Hanno fatto portare chiunque fosse in contatto con Harry e i suoi amici,» spiegò Robbie. «Per precauzione, sai».
La vera protagonista della festa, però, era Gemma, che continuava a ricevere il bis di baci e carezze da tutti. Indugiò qualche attimo prima di abbracciare Joe. «Avrei voluto salutarla,» mormorò, guardandolo. «Dalia».
«Lo so, bambina mia,» rispose lui. «Non pensiamo a cose tristi, per adesso, va bene? Dalia ci starà guardando dall'alto e non vorrebbe che un momento come questo venisse rovinato».
Poi ci sedemmo a tavola con il nostro cibo, uguale per tutti. Era una specie di zuppa di verdure e carne, che oggettivamente non aveva un bell'aspetto. Eravamo tutti vicini, un po' stretti, perché i Jackys non si erano preparati per ricevere tutti questi ospiti in più con così poco preavviso. Per mia sfortuna, Seth decise di prendere il posto alla mia destra.
«Come stai?» mi chiese, guardandomi.
«Bene, direi,» forzai un sorriso. «E tu?»
«Anche io,» rispose. «Sei l'eroina del giorno, oggi, hm? Ho sentito che hai fatto incazzare Smoke e che voleva ammazzarti».
«Sì, beh... è un po' più complicato di così».
Seth stava per aggiungere altro quando Harry decise di intromettersi fra di noi, sedendosi in mezzo con la sua ciotola di zuppa, costringendoci a schiacciarci tutti e tre ancora di più.
«Ciao, Simon,» lo salutò.
«Sono Seth».
Robbie, seduto accanto a Jane e Joe, tossicchiò, versandosi un bicchiere d'acqua, mentre Sam sorseggiava una specie di intruglio ambrato, che mi spiegò essere un alcolico che fabbricavano proprio qui, a Jacks Ave.
«Dovremmo fare un brindisi,» proposero Niall e Liam all'unisono, alzando le loro coppe in aria, come fecero poi gli altri, inclusa me stessa.
«Alla famiglia,» dissi.
«E all'amore,» aggiunse Elle. Era sempre stata un' inguaribile romantica.
«A mamma e papà,» mormorò Gemma.
Non credevo Harry avesse qualcosa per cui brindare, ma mi sorpresi del contrario. «A Dan».
Non appena lo disse, sul viso di Daniel comparve un sorriso a trentadue denti, che non gli avevo mai visto. «A Harry,» rispose.
«A Dalia,» disse Joe, e «ad un nuovo inizio,» finì Louis.
Peccato che nessuno di noi, in quel momento, aveva la minima idea di ciò che quel nuovo inizio avrebbe portato.
. . . . . . .
Ehiii wow Charlotte ha aggiornato ahah (btw non ho riletto il capitolo quindi se qualcosa non quadra fatemelo sapere!)
Per chi avesse dubbi sul proseguimento della storia, volevo chiarire dicendo che la porterò a termine, prima o poi, sooo don't worry! E se volete restare aggiornati su avvisi, novità e cose varie, seguitemi qui su wattpad o su Instagram (anxieteve).
Per il resto, se avete voglia o tempo, passate a leggere Plastic Kids, una storia che ho recentemente pubblicato e alla quale tengo molto (è una storia quasi d'amore shhh), la trovate sul mio profilo!
Un bacio, alla prossima!
C x
Pagina Instagram di Smoke Town: anxieteve
Profilo privato: lottieeve
Profilo Twitter: anxieteve
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