41. Vai al diavolo e portagli i miei saluti
Harry
Non avevamo neanche percorso cinque isolati dalla casa di Sam, che inchiodai la macchina di colpo schiacciando sui freni, e se Selena non avesse avuto la cintura di sicurezza attaccata, avrebbe sbattuto sicuramente la testa contro il parabrezza.
«Ehi!» sbottò. «Cosa-»
«Shh,» mormorai, portandomi un dito alle labbra. «Non lo senti anche tu?»
Selena si zittì, la vidi raddrizzare la schiena sul sedile e tendere le orecchie. In lontananza, soffuso e indistinto, riuscivo ad udire un convoglio di grida, urla e parole arrabbiate, misti a spari e a scoppi di petardi, provenienti da chissà quale orda di persone incazzate e pericolose. Noi eravamo, a tutti gli effetti, in mezzo alla loro traiettoria.
«Dobbiamo scendere,» osservò Sel. «Harry, dobbiamo scendere». Mi scosse leggermente la spalla, distogliendo il mio sguardo dal parabrezza.
«Non posso lasciare la mia auto-»
«Non possiamo tornare indietro, andare avanti meno che meno, nasconderla è impossibile... quindi o veniamo ammazzati noi, o scendiamo, ci nascondiamo e speriamo lascino stare la tua auto».
Le voci erano sempre più vicine. Sbuffai. «Okay». Mi slacciai la cintura e scesi con un balzo, richiudendo lo sportello a chiave alle mie spalle. Mi guardai attorno: di nascondigli piccoli e bui ce n'erano a bizzeffe. Dai cassonetti alle lamiere, dai vicoli secondari agli edifici stessi... Selena ed io, però, decidemmo di salire – stare a terra era pericoloso, forse troppo.
Prendemmo quindi le scale antincendio dell'edificio più vicino, quelle che sembravano più stabili delle altre attorno, e rampa dopo rampa, gradino dopo gradino, la nostra ascesa si arrestò al terzo piano. Fortuna che era calata la sera, ed eravamo celati ai loro occhi da una coltre d'oscurità spessa e infrangibile: al buio, mi sentivo più sicuro. Ci sedemmo sul pianerottolo con la schiena appoggiata al muro, l'uno vicino all'altra; Sel si strinse a me e io mi strinsi a lei, cercando di ignorare il groppo in gola che mi si stava formando.
Pochi secondi dopo, ecco le voci direttamente sotto di noi. C'era qualche decina di persone, in strada, che sembrava stessero litigando per qualcosa – potevo vedere a fatica, grazie alle loro fiaccole e ai lumini che tenevano in mano, un gruppo di sei, il più numeroso, che riusciva a tenere a bada gli altri, due terzetti. «Sscambio di droga,» mormorai.
«Hai detto che gli scambi possono avvenire solo in determinati posti, però».
«Infatti. Ma a quest'ora, le guardie di James non passano di certo per di qua. Insomma, basta non farsi beccare».
«I fuorilegge dei fuorilegge, quindi,» sussurrò lei. «Interessante».
«A proposito di Smoke,» dissi. «Non devi raccontarmi nulla?»
«Oh, sì. Giusto. Sai, con la faccenda di prima e tutto, mi è passato di mente,» intrecciò la sua mano con la mia. Era fredda. «Mi ha offerto una promozione. E sa di noi, Harry». Spiegò per filo e per segno quanto le era accaduto, quella mattina: mi disse della sua chiacchierata con mio zio, della tazza di tè che le aveva fatto venire le allucinazioni, mi disse di Jean-Paul morto che però non era morto affatto, e mi disse di aver deciso di finire mezz'ora in anticipo per tornare a casa prima, per poi essersi persa vicino a Jacks Ave.
Un altro colpo di pistola ruppe la notte e le parole di lei, seguito da altre grida e urla di scherno. «Guardate che roba!» li udii sbraitare. «Che gioiellino!»
«Si stanno riferendo alla tua macchina, credo,» bofonchiò Sel. Mi sporsi un po', constatando che aveva ragione, e per un attimo ebbi paura che l'avrebbero presa a sprangate. Senza la mia auto, cosa avrei fatto? Insomma, era già abbastanza mal ridotta da tutte le risse passate, ma lasciarla lì, in balia di quei drogati di merda, beh, questo era tradimento. Io non sopportavo i traditori. Senza la mia auto, sarei stato appiedato, come un passero senza ali, uno squalo senza pinne.
Poi, però, il tono delle voci cambiò di colpo. «Questa è la macchina del piccolo Smoke!» urlò qualcuno.
«Impossibile,» disse qualcun'altro. «Smoke non viene qui-»
«Non parlo del figlio, parlo del nipote, coglione!»
Un brusio confuso si levò dalle strade. Poi «zitti, tutti quanti!» e lo scoppio di un piccolo petardo accompagnò quelle parole. «Cazzo, se è di Harry Smoke-»
«Si fa chiamare Styles, non lo sai?»
«Non me ne fotte un emerito cazzo di come si fa chiamare quel moccioso di merda, va bene?» proseguì la voce che era stata interrotta. «Se è l'auto di Smoke, significa che lui è nei paraggi».
«Troviamolo!» ringhiarono un paio di persone.
«Vi siete bevuti il cervello? Styles sa difendersi, non lo sapete?»
«Noi siamo in tanti, lui è uno solo».
«Ma potrebbe aver portato compagnia!»
«Gliela faccio saltare per aria la sua compagnia!»
Un coro di approvazione si levò dalla piccola folla. «Harry...» bisbigliò Selena. «Ho paura».
«Non muoverti,» replicai. «Tranquilla. Non ci troveranno, non qui. Aspettiamo che se ne vadano, poi scendiamo e ce la svigniamo come sappiamo fare bene io e te, okay?»
Annuì, ma non era del tutto convinta. Era terrorizzata, tanto quanto me, solo che io cercavo di non darlo a vedere: volevo sembrare meno preoccupato di ciò che realmente ero, solo per darle un minimo di conforto in più.
Quando il clamore, giù in strada, si placò, qualcuno prese la parola: «Io dico di tagliare la corda, compari. Non so voi, ma ho voglia di scopare, e ho fame. Styles o non Styles, non me ne fotte niente. Me ne torno a casa».
Un'altra manciata di «anche io,» e «hai ragione,» seguirono le sue parole, e per un attimo mi sentii sollevato. Ma avevo parlato troppo presto, perché «bene, andatevene!» sbottò un secondo tizio. «Mezzeseghe del cazzo! Io ho sete di vendetta, amici: voglio proprio sentirlo urlare, quel bastardo di merda. Chi è con me?»
«No, no, no, no...» sussurrò Sel. «Dannazione, Harry».
«Io!» Ringhiarono un paio di voci. Forse erano quattro. Mi sporsi un po': vidi alcune fiaccole allontanarsi per un vicolo secondario – dovevano essere quelli che, di darmi la caccia, non ne avevano voglia – mentre accerchiate attorno alla mia macchina se ne stavano cinque persone, quelle che avevano deciso di rimanere. Sciocchi.
«Tu, Kapoor, resta a fare la guardia alla macchina. Voi altri, con me!» e si addentrarono, tutti meno uno, per Smoke Town, dividendosi poi per le vie.
«E adesso?» chiese Sel. «Cosa facciamo? Scendiamo?»
«Hai la pistola?»
«Nella tua macchina».
«Pure la mia è lì,» mi grattai la nuca. «Pensa, Sel. Fatti venire un'idea geniale che possa tirarci fuori di qui, possibilmente vivi».
«Beh, lui è sicuramente armato, giusto?»
«Giusto,» dissi. «E se ci sente scendere le scale, cosa altamente probabile, ci spara».
«Quindi non possiamo scendere le scale,» disse lei. Si alzò in piedi, attenta a non fare rumore, e socchiuse gli occhi guardandosi attorno, aiutata dalla luce lunare e da qualche lampione che diffondeva un flebile lume. «Dobbiamo salire».
«Salire?» mi tirai su pure io. «Salire dove?»
Ma non mi rispose, si incamminò semplicemente per la rampa di scale, e dovetti seguirla per forza, che non dava segni di voler arrestare i suoi piedi bollenti.
Arrivammo al quarto piano. L'ultimo. «Okay, e adesso?» chiesi. «Sel?»
«Lo vedi quell'edificio lì, Harry?» con l'indice, puntò la costruzione a sinistra della nostra. «È attaccato al nostro. Dobbiamo arrivare alle sue scale antincendio, per poi passare alle scale antincendio del condominio seguente, così il tizio che fa la guardia alla tua auto non ci sentirà né ci vedrà, se ci allontaniamo da lui un bel po'».
Mi affacciai al parapetto del pianerottolo in acciaio. Il secondo, piccolo condominio, era sullo stesso livello del nostro. «Tu vorresti scavalcare la ringhiera, fare Spider-Man appiccicata alla parete usando quel davanzale come appoggio per i piedi, passare dall'altra, fino alla rampa di scale del condominio vicino,» dissi. «E poi rifarlo altre non so quante volte, per ad arrivare alla fine della strada?» finii.
«Esatto».
«Sei fuori. Se cadi giù ti ammazzi di brutto, Sel,» mi girai a guardarla, scuotendo la testa.
«Se hai altre proposte, le accetto volentieri, Harry. È l'unico modo per spostarci e scendere dalle scale senza farci notare».
Sbuffai, valutando di nuovo la situazione. Se fossimo scivolati, la morte era sicura, ma se fossimo rimasti lì, prima o poi ci avrebbero scoperti. E allora sì che sarebbero stati guai. «Vado prima io, va bene?» mi arresi. «E se qualcosa cigola o si muove più del dovuto, tu non azzardarti a seguirmi. Intesi?»
«Intesi, capo,» rispose.
Fu un'impresa, con la poca luce che c'era. Feci passare una gamba oltre la ringhiera, poi l'altra, tenendomi con le braccia, poi mi allungai verso il davanzale. Poggiai prima il piede destro, e quando fui sicuro che reggeva il mio peso, mi diedi una leggera spinta, arpionando con le mani la cornice della finestra e portando anche il piede sinistro vicino al destro. Guardai in basso. Cassonetti e asfalto, l'unica cosa che vedevo. Asfalto assassino.
«Okay, non è così difficile, Sel,» dissi. Scivolai a destra, spostandomi sul secondo davanzale, quello dell'altro edificio, e con lo stesso procedimento di prima, arrivai al sicuro sul pianerottolo parallelo a quello su sui stava Selena. «Devi solo evitare di guardare in basso e concentrarti su ciò che stai facendo, okay?»
La vidi annuire, illuminata dalla luna. Come me, scavalcò la ringhiera, ma a causa della lunghezza delle sue gambe – più corte delle mie – le risultò molto più difficile arrivare alla finestra. «Se cadessi, dici che potrei sopravvivere, Harry?» chiese, ignorando ciò che le avevo esplicitamente vietato di fare e guardando giù, verso la strada.
«Ti puoi concentrare, Sel? Sul serio...»
«Sarebbe ironico, tipo che ci siamo preoccupati di James fino ad adesso, e invece muoio per una caduta. Sarebbe davvero ironico-»
«La smetti?» ringhiai.
Selena si zittì, facendosi seria. La vidi prendere un profondo respiro, staccandosi piano dal parapetto e allungandosi verso il davanzale. Il mio cuore, per qualche istante, si fermò, e mi ritrovai a pregare silenziosamente Dio – ironico anche questo – di non lasciarla cadere: sapevo che non dipendeva da lui, ma solo ed esclusivamente da lei e dalle sue capacità, eppure non riuscii ad impedirmi di chiederglielo, tanto che mi sarei pure inginocchiato. Non portartela via, ti scongiuro. Non farla cadere.
E senza preavviso, mentre stavo ancora formulando quei pensieri, Selena si diede uno slancio forse fin troppo forte, tanto forte da farla quasi rimbalzare indietro quando arrivò a toccare il davanzale. Il mio cuore fece le capriole. «Cazzo,» imprecò, sottovoce.
«Tutto okay?»
«No. Mi sono tagliata col vetro. Maledetto vetro del cazzo-» si bloccò un attimo, poi: «Che male, Dio santo».
«Tranquilla, Tigre, sta' calma: ancora un piccolo sforzo e poi ti prendo io, sì?»
Mi guardò, si pulì la mano sui vestiti, poi annuì. Anche lei mi imitò, alla perfezione stavolta. Arrivò al secondo davanzale, dove mi allungai e le afferrai il braccio, aiutandola a scavalcare la ringhiera e ad atterrare sana e salva sul pianerottolo. Stava ansimando. «Wow. Ho visto la Morte in faccia, di nuovo. Sta diventando un'abitudine».
Dal canto mio, non dissi nulla. Me la strinsi al petto, tanto forte, per impedirmi di piangere; anche io l'avevo vista, la Morte, avvicinarsi furtiva alle sue spalle e tentare di afferrarla e di tirarla giù dal balcone.
«Fa vedere la mano,» mormorai, subito dopo, staccandomi da lei.
«Non è niente, non fa quasi più male,» liquidò la mia preoccupazione con un'occhiataccia. Non la ascoltai: con la luce della torcia del telefono, cercando di tenerla più nascosta possibile, illuminai la sua ferita: aveva la mano ricoperta di sangue scarlatto, che usciva copioso da due tagli sul suo palmo – fortuna che non erano profondi, e che non c'erano schegge infilate sotto la pelle.
«Ho stretto un pezzo di vetro per non cadere,» sospirò. «E questo è il risultato».
«Quanto ti fa male?»
«Brucia da impazzire,» annuì.
«Riesci a sopportarlo?»
Annuì ancora. «Muoviamoci. Altri due edifici ed è fatta,» mormorò. «Ti spiace se uso la tua bandana?»
«Cos-» poi mi ricordai che l'avevo fra i capelli. «No, certo che no. Faccio io,» me la tolsi subito, annodandola attorno alla sua mano martoriata, giusto per fermare un po' il sangue e per evitare che si sporcasse più del dovuto.
«Stavolta, insieme, però. Così se cadi io ti tengo, e se cado io mi tieni tu,» si affrettò ad aggiungere lei. «Ho paura, adesso, Harry».
«Io sto tremando, vedi un po' tu,» bofonchiai, nervoso, avvicinandomi al vuoto oltre la ringhiera. «Ma prima ce ne andiamo, meglio è».
Farlo insieme, come aveva suggerito, si risultò la cosa migliore, tanto che non ci impiegammo molto a raggiungere il nostro obiettivo e a scendere, finalmente, le scale antincendio dell'ultimo edificio. Quando rimettemmo i piedi per terra, tirammo un sospiro di sollievo; non eravamo ancora fuori pericolo, ma per lo meno non saremmo morti per una caduta.
«Riprendiamoci l'auto, adesso,» disse lei. «E poi, via da questo quartiere schifoso».
Quatti quatti, strisciammo mano nella mano sotto l'ombra delle case, nascosti dietro a cassonetti e a rottami di vecchie macchine arrugginite, fino ad arrivare a vedere la mia Land Rover. Non pareva l'avessero toccata. Il tizio – Kapoor, l'avevano chiamato – se ne stava seduto come un tricheco al sole sul cofano nero, a giocherellare con la sua calibro 9 e a fumare una sigaretta rollata, probabilmente una canna, a giudicare dall'odore. Non c'erano altri, a parte lui, in vista.
«Ora cosa facciamo?» domandò Sel.
«Io faccio il giro da dietro, lo attacco e lo distraggo. Tu aspetti qui, e quando lui non ti sta guardando, sali in macchina e prendi le pistole. Lo tieni sotto tiro fino a che non mette giù la sua. Poi ce ne andiamo».
«Non lo ammazziamo?»
«No. Non sparargli a meno che lui non minacci di sparare a te. Attirerebbe qui tutti gli altri».
Stavo per alzarmi e sgattaiolare dietro alla Land Rover, per sorprendere Kapoor alle spalle, ignaro di tutto ciò che stava succedendo nell'ombra attorno a lui, quando un vociare indistinto mi costrinse a rimanere nascosto vicino a Sel.
«...E poi la cazzo di polizia che è sempre in mezzo ai coglioni-» un colpo di tosse interruppe le sue parole. Aveva una voce vagamente familiare, ma dopotutto quelle dei drogati si somigliavano tutte. «Ma guarda un po' chi si vede. Kapoor, giusto?»
«Billy!» esclamò Kapoor. «Ammira il mio gioiellino!» e batté una mano sul cofano su cui era seduto.
«Quella è tua?» una terza voce si unì a quelle di Billy e di Kapoor. «Non ci credo neanche se mi paghi».
«No, infatti,» Kapoor fece una smorfia. Era indiano, lo vedevo dai lineamenti facciali illuminati dalla sua fiaccola. Gli altri due erano troppo in ombra perché potessi distinguerli bene. «L'ho trovata con gli altri. Dicono che sia di quel Styles. Di Harry Styles».
«Di Styles, dici?» Billy parlò di nuovo, avvicinandosi alla mia auto. «Quel pezzo di merda che si è preso mia figlia?»
Selena ed io ci guardammo. Preso sua figlia? Che voleva dire?
«Ah, Jane, vero? Bambina insolente schifosa, non l'hai ancora ritrovata?» fece Kapoor, saltando giù dall'auto, e un brivido di puro terrore mi scivolò lungo la spina dorsale a quella realizzazione: Billy era il padre di Jane.
«Come sa che sei stato tu?» domandò Selena, in un sussurro a malapena udibile, e io, incapace di rispondere, feci spallucce. Eppure lo sapevo eccome. Sapevo benissimo come faceva Billy ad essere a conoscenza di me e del favore che avevo fatto a Jane, portandogliela via. Ero stato uno sciocco, uno stupido, accecato dalla voglia di impartirgli una lezione: quella notte, quando ero uscito per rubargli la figlia, avevo lasciato un biglietto vicino al suo corpo assopito e ubriaco. Con la bottiglia ancora in mano, buttato sul pavimento sudicio di casa sua, Billy stava dormendo profondamente, e di certo Jane non si era fatta ripetere due volte di fare silenzio; quindi avevo appoggiato un biglietto, lì, sul pancione lardoso dell'uomo, con una semplice, banale frase:
Tu sai fare figli, ma non sai fare il padre.
H. S.
Forse, ripensandoci, le iniziali del nome le avrei dovute omettere – sicuramente non credevo lui se la sarebbe presa tanto, insomma, di Jane non gliene poteva fregare un emerito niente; inoltre, con quelle due lettere di numero, non poteva di certo risalire a me. O almeno così credevo.
«Certo che ce l'ha ancora lui, quel maledetto,» intervenne l'altro uomo, l'amico di Billy.
«E se la può anche tenere,» aggiunse Billy, con una scrollata di spalle e un colpo di tosse che sembrava più un ringhio cattivo. «Ho sentito che ha la ragazza, e pure lei lavora per Smoke. Sono andato a parlare con lui, e mi ha assicurato che avrebbe preso dei provvedimenti».
Era stato Billy, dunque, a fare la spia? Ma lui come l'aveva saputo? Selena ed io ci guardammo nuovamente – lei si morse il labbro per evitare di parlare. La vedevo che voleva dire qualcosa, e pure io avrei voluto far voce a tutti quei pensieri che mi stavano frullando per la testa, eppure non potevamo. Il silenzio era la nostra unica difesa.
«Oh, sì, anche io l'avevo sentito. Le voci girano, giù al mercato nero. Si dice pure che lei si scopi un altro, nel frattempo».
Selena sgranò gli occhi, e fui costretto a coprirle la bocca con la mano. «Shhh,» bisbigliai.
«Beh, con quella faccia e quel corpo che si ritrova, gli uomini se li scopa solo a guardarli,» fece l'amico di Billy. «In ogni caso, che facciamo con l'auto? La prendiamo e ci facciamo un giro?»
«Ma che, sei impazzito?» sbottò Kapoor. «Questa resta qua fino a quando non torna Mark. È andato a stanare Styles con gli altri».
«Che si fotta anche Mark,» bofonchiò Billy. «Ora io mi prendo la macchina, la vendo, e ci faccio un mucchio di soldi, capito?».
«Ora tu te ne vai a fanculo, Billy Martin,» sentii il rumore della pistola di Kapoor mentre veniva caricata. «O ti sparo nei coglioni».
Billy scoppiò a ridere. «Dammi le chiavi».
«Le chiavi ce le ha Styles».
«Che cazzata. Sento il tintinnio quando ti muovi. Dammele».
Le chiavi le avevo io, nella mia tasca. Sogghignai.
«Non ho le tue cazzo di chiavi, Billy. Stai indietro, figlio di puttana-»
«Qualcuno qui ha paura,» sghignazzò l'amico di Billy. «Ultimo avvertimento: dagli le chiavi, o ti pianto un coltello in un occhio e poi ti strappo la lingua».
Selena storse il naso. La situazione poteva solo che finire benissimo per noi, adesso, o poteva tramutarsi in un inferno.
«Va' al diavo-» ma le parole di Kapoor si interruppero a metà. Sbirciai dal mio nascondiglio, giusto in tempo per vedere l'uomo cadere a terra, morto stecchito, con una lama ficcata nel collo. Chissà se l'amico di Billy l'aveva fatto apposta a centrarlo lì, o se aveva sbagliato mira e invece dell'occhio aveva colpito la trachea.
«Vacci tu dal diavolo. E portagli i miei saluti,» Billy rise ancora. «Su, prendiamogli le chiavi».
I due si misero a frugare, ma ben presto si resero conto che Kapoor aveva detto la verità. Le chiavi le avevo io, non lui.
«Ah, fanculo, maledetto!» sibilarono i due. «Styles del cazzo- te la farò pagare, te lo giuro,» aggiunse il padre di Jane.
«Non la rubiamo, quindi? Potrei rompere il finestrino e-»
«A che scopo, hm? No, andiamo via da qua. Non c'avrei comunque guadagnato molto, a dirla tutta... non venderei mai una macchina col finestrino rotto e la puzza di Smoke al suo interno. Ricconi di merda».
Sbirciai ancora. Li guardai sputare sulla carcassa di Kapoor, riprendersi il coltellino, pulirlo sui suoi vestiti e girare i tacchi: se ne andarono ridendo a gran voce, tirandosi spallate di tanto in tanto, illuminati dalla luna che li stava osservando con disappunto.
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