35. Ci vediamo sul lato oscuro della Luna
Selena
Smoke Town è una città indipendente fondata sul rispetto delle leggi. Qualsiasi lacuna, trasgressione o noncuranza di esse è un reato che verrà giustamente punito a tempo debito.
Erano giorni che leggevo e rileggevo quelle duecento pagine, cercando di memorizzare tutte le regole con le loro eccezioni, in ansia per quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Era la vigilia di Natale, a Smoke Town non c'erano né addobbi, né lucine, tutti erano tristi e stanchi, e io me ne stavo a letto col libro fra le mani, disperandomi perché non riuscivo a capacitarmi di quanto chiusa potesse essere la mentalità di Smoke. Affascinante, oscura, curiosa, ma chiusa come la sua stessa città. La cosa era irritante al massimo.
La prima legge del codice di Smoke Town era quella che io avevo infranto per prima, e la punizione se l'era presa Harry al mio posto; poi, ce n'erano altre che rimarcavano James William Smoke come sindaco e unico, indiscutibile boss della zona, altre che trattavano lo scambio della droga — poteva avvenire solo in determinati luoghi ed in determinati orari — altre per le tassazioni dei locali e dei bar, altre per il consumo di elettricità ed acqua... sembrava che per tutto ci fosse una legge. Non si poteva dire la propria opinione sul sistema, non si potevano leggere determinati libri, erano vietati i contatti con il mondo esterno, non si potevano spendere più di cinquanta dollari alla volta su cibo o vestiario e non erano tollerati i non-eterosessuali. Le centrali elettriche erano zone off limits, così come la Torre Verde e Jacks Ave.
E' assolutamente vietato entrare, fare trattative o comunicare con il quartiere di Jackson Avenue. Chi verrà scoperto averne contatti sarà punito con la pena capitale di morte. Nessuna eccezione.
Rabbrividii. Era un bene che Smoke non sapesse che c'eravamo stati, Harry, Daniel, Robbie ed io, anche se, tecnicamente, non era proprio Jackson Avenue. L'uomo che avevo ucciso aveva detto che si stavano espandendo: non sapevo se fosse un male o un bene. Dopotutto, fra i Jackys e Smoke, era difficile decidere chi fosse il peggiore.
Quando sentii le voci di Zayn e Niall in salotto, decisi di alzarmi e di unirmi a loro, abbandonando il codice di leggi sopra il mio comodino. Non c'era Liam, ma mi sorpresi nel vedere Eleanor e Louis con loro, e ancora di più quando lui mi sorrise. Sapevo oggi era il suo compleanno, ma non avevo idea che il suo umore ne fosse stato influenzato positivamente.
«Scusa, Selena. Per come mi sono comportato con te e tutto,» disse, avvicinandosi un po'. Allungò una mano verso di me. «Pace?»
«Vuoi uccidermi nel sonno?»
«Pensavo di metterti del veleno nel cibo, ma come idea non è male neanche la tua,» sorrise ancora. «Accetti le mie scuse?»
Sospirai. «Auguri, Louis,» gli dissi, stringendogli poi la mano. Mi attirò in uno strano abbraccio impacciato che lasciò perplessi un po' tutti, me compresa, poi «grazie,» rispose, allontanandosi di qualche passo. Mi sentii leggermente in colpa per non avergli preso nulla per Natale, ma non avrei mai creduto che questo potesse succedere. Poi, beh, mica era colpa sua se si era innamorato di Harry. Di certo non lo biasimavo.
Salutai Eleanor con un bacio per guancia, e pochi minuti dopo, Dalia e Joe entrarono nell'appartamento, portando una torta in equilibrio su un vassoio. «Auguri Lou!» esclamarono.
Louis arrossì leggermente, poi li abbracciò entrambi. «Grazie, davvero».
Dalia si guardò attorno. «Harry? Dov'è?»
Joe tossicchiò, facendo spostare la nostra attenzione su di lui. In piedi, alle sue spalle, c'era proprio il ragazzo dai capelli ricci, che ci squadrò tutti attentamente, il suo viso contratto da un'espressione dura e alquanto minacciosa. Era da un bel po' che non lo vedevo sorridere. Era rimasto sulle sue da quando eravamo tornati a casa dalla villa, pochi giorni prima, e la cosa più fastidiosa era che mi stava evitando palesemente.
«Cosa succede?» domandò.
«Come, cosa succede?» rise Zayn. «Stanno per arrivare anche gli altri. Ceniamo tutti insieme per il compleanno di Lou e per Natale».
Sentii il mio viso illuminarsi. «Perché non ne sapevo niente?» squittii.
«Volevamo farti una sorpresa,» annuì Niall. «Sappiamo quanto adori il Natale, e non potevamo mica non festeggiare il ventiquattresimo compleanno di quel coglione,» e indicò Louis.
A quel punto, le iridi verdi di Harry inquadrarono la figura di Louis, e sembrarono addolcirsi un pochino. «Auguri, Lou. Sei vecchio, ormai,» disse, a bassa voce. Forse, quei tre giorni in cui era rimasto a casa sua, li avevano fatti riavvicinare un pochino.
«Questo vuol dire che ti è passata l'incazzatura con me?» gli rispose Louis.
«Sei tu che ti sei incazzato, non io,» ribatté Harry, alzando gli occhi al cielo. Si avvicinò di qualche passo a lui, fino ad attirarlo in un abbraccio fraterno e alquanto maschile, un po' rude e brusco. «Auguri, coglione. Il regalo te lo farò l'anno prossimo».
«Sono dieci anni che posticipi il mio regalo,» bofonchiò l'altro, staccandosi dalla morsa del riccio.
«È perché i regali portano sfortuna, te l'ho detto».
«L'unico che porta sfortuna sei tu, Haz,» scosse la testa Louis, sopprimendo un sorriso.
Harry stava per replicare, quando dalla porta d'ingresso si sentì un bussare piuttosto forte e deciso, che in un primo momento mi fece preoccupare. Quando Zayn aprì la porta, però, un'orda di persone fece capolino oltre la soglia: scorsi Elle con Nate e Seth, poi Lee, e con mia sorpresa, anche Liam e Jane, la bambina che teneva per mano. Non appena vide Harry, lasciò il suo angelo custode, correndo incontro all'altro, che grugnì e mi rivolse uno sguardo disgustato; vedevo però che un po' di felicità era venuta anche a lui, al gesto dolce di Jane.
Distogliendomi dai miei pensieri, «posso parlarti, un secondo?» mi chiese Liam.
«Sicuro,» feci un cenno affermativo col capo, prima di seguirlo in cucina, poco distante dagli altri che però non ci stavano prestando attenzione.
Liam si grattò la nuca. «Riguarda Jane».
Lo guardai, incitandolo ad andare avanti. Con la coda dell'occhio notai Harry cercare di scollarsela di dosso. Avrei riso, se Liam non fosse stato così serio e affranto.
Poi disse: «È che non può continuare a stare dove sta».
«Non capisco dove vuoi arrivare».
Lui sospirò. «Da quando l'ho... ferita, quel giorno, ho continuato a seguirla e a badare a lei, diciamo. Non riesco a perdonarmi per quello che le ho fatto. Sono andato a vedere dove abita, e...» rabbrividì. «Suo padre è un cocainomane. Jane non può stare con lui ancora... la picchia se lei non gli porta da mangiare, capisci?»
«Certo che capisco,» sussurrai. Immagini di Robbie mi sfilarono davanti agli occhi, e con uno sforzo le ricacciai giù nei profondi recessi della mia mente, dove sarebbero dovute restare.
Liam si guardò attorno, ma gli altri erano troppo occupati a chiacchierare allegramente per ascoltare la nostra conversazione silenziosa. «Voglio che venga a stare da noi».
Gli sorrisi. «E' un'idea magnifica».
Lui scosse la testa. «Ma vedi, è questo il problema. Harry... lui li odia, i bambini. Non li sopporta. Prova un ribrezzo assoluto nei loro confronti. E questa casa è più sua che mia, quindi se si rifiutasse di ospitare Jane, non ci potrei fare niente». Di nuovo, guardai nella direzione del salotto. Harry se ne stava seduto sul divano, mentre parlava con Lee, e Jane seduta sulle sue ginocchia gli tirava i capelli; lui, di tanto in tanto, cercava di intimorirla o di dissuaderla dal dargli fastidio, eppure lei non ne aveva proprio, di paura.
«Okay... io che c'entro?» riportai gli occhi su Liam. «Perché lo stai dicendo a me?»
«Potresti chiederglielo tu,» accennò ad un sorriso.
Strabuzzai gli occhi. «Io? Cosa ti fa credere che mi ascolterebbe?»
«Hai più probabilità di me, questo è sicuro. Lo farai?»
Sbuffai e mi spostai i capelli dietro all'orecchio. «Va bene. Ci proverò, almeno».
Le rughe che gli solcavano la fronte sparirono, rimpiazzate da un'espressione di sollievo. «Grazie infinite, Selena».
«Figurati,» risposi. «E' il minimo, immagino».
Successe che dopo aver scambiato quelle due parole con Liam, ne scambiai altre cento con tutti gli altri ospiti. Prima Joe, poi Dalia, poi Nate e Seth. Elle, splendida come sempre, mi abbracciò e mi consegnò un piccolo pacchetto regalo. «Buon Natale, Selena!» esclamò. «So che Natale è fra cinque ore, quindi sarebbe meglio se tu lo aprissi a mezzanotte, sai com'è. Per non spezzare la tradizione».
Sorrisi, la ringraziai, le consegnai a mia volta il regalo che le avevo preso a Baltimore, un mascara piuttosto promettente, così come feci con quelli di Niall, Liam e Zayn. Mi scusai con Louis perché non gli avevo preso nulla — disse che non era poi così grave, neanche lui mi aveva comprato niente — e tenni nascosto quello di Harry. Non so perché lo feci. Forse volevo darglielo in un momento più tranquillo, o forse non volevo darglielo affatto. Insomma, era un regalo orribile.
Gli feci comunque gli auguri, sia a lui, che a Lee, il quale si alzò dal divano con la scusa di salutare gli altri, lasciando a me il posto vicino il ragazzo e Jane.
«Buon Natale, Jane,» le dissi, sorridendole. «Ho qualcosa per te,» il suo viso si illuminò al sentire quelle parole. Mi tolsi la collanina che portavo sempre addosso, ignorando il tuffo al cuore che provai al constatare che stavo dando via l'unica cosa che di mamma mi restava, mettendola al collo della bambina. «E' una libellula,» le spiegai. «Era della mia mamma. Se ti piace puoi tenerla tu».
«Sì!» esclamò, rigirandosi il ciondolo fra le mani. «E' bellissima!» Il suo viso, però, s'incupì di colpo: «Dov'è la tua mamma?»
«È con la mia,» mi precedette Harry. «E con la tua. In un giardino bellissimo sopra le nuvole. Ci sono fontane con l'acqua che brilla, aiuole di rose di tutti i colori-»
«Anche gialle?»
«Anche gialle,» annuì Harry. «E i prati sono verdi e c'è sempre il sole, perché le nuvole stanno sotto i loro piedi. Sono così in alto che di notte appendono le stelle al cielo così che noi le possiamo vedere».
«Wow,» sospirò Jane. «Papà mi ha detto che la mamma sta in un buco pieno di vermi sotto terra».
«Il suo corpo sì,» annuì Harry. «Ma la sua anima, quella sta nel giardino sopra le nuvole».
«Wow,» ripeté lei. «Ci vanno solo le persone morte?»
«Purtroppo sì,» rispose lui. «Ma anche gli animali, tipo i cani, i gatti, i pesci rossi-»
«E i serpenti?»
«Solo quelli che sono stati buoni».
«Gli orsi?»
«Assolutamente sì».
«Wow,» Jane ne era affascinata. «Posso andare a mostrare a Liam la mia collana nuova?»
Annuii. «Certo che sì, Jane».
La bambina saltò giù dalle gambe di Harry, che ne parve estremamente sollevato. La guardai allontanarsi con la mia collana — la sua, collana — e ad ogni persona che incontrava, lei la mostrava, fiera e orgogliosa come una piccola principessa.
«A me niente regalo?»
La voce di Harry mi costrinse a voltarmi nella sua direzione.
«Hai detto che non lo volevi».
«Non credevo mi avresti ascoltato».
Feci spallucce. «Quindi il regalo in realtà lo volevi».
Fece spallucce anche lui. «Dipende dal regalo».
«Si mangia!» Niall attirò tutta l'attenzione su di lui, quando urlò che la cena era pronta. Ogni invitato aveva portato qualcosa: Lee aveva cucinato un tacchino intero, Seth e Nate avevano comprato da bere, Elle aveva portato un'altra torta, Eleanor invece una grande varietà di verdure cotte... insomma, c'era abbastanza cibo da sfamare l'intera città.
Ovviamente non riuscimmo a stare tutti a tavola: alcuni di noi si sistemarono al meglio sui due divani, altri sul pavimento. Seth si sedette vicino a me in salotto, sotto lo sguardo contrariato di Harry, alla mia sinistra, decisamente troppo vicino.
Iniziamo bene.
«Come stai, Harry?» gli chiese Seth, cercando di essere gentile.
«Alla grande,» gli rispose, addentando un pezzo di arrosto. «Tu, Sebastian?»
«Seth,» lo corresse. «E sto molto bene, grazie».
«Harry,» Zayn si avvicinò a noi, il suo piatto in equilibrio sulla sua mano. «Posso andare a prendere il tuo giradischi e mettere un po' di mu-»
«Sì, ti prego,» annuì lui.
Proprio mentre Zayn sfrecciò via, Seth tossicchiò: «Mi stavo chiedendo, Selena,» poggiò il suo piatto vuoto per terra. «Verresti a vedere un film da me, domani sera?»
Oh Signore.
Bevvi un sorso di Coca-Cola. «In realtà domani sera avrei da fare».
«Davvero?» ghignò Harry. «E cosa fai domani sera, Selena?»
Bevvi un altro sorso di Coca-Cola, fulminandolo con lo sguardo più truce che potessi fare. «Domani sera,» dissi. «Devo-»
«Ah, sì!» esclamò Harry. «Ora ricordo!» e guardò Seth. «Domani sera Selena ed io andiamo a fare un giretto con la macchina, fuori città — sai com'è, essere il nipote di Smoke ha i suoi vantaggi. Quindi no, non può venire a casa tua a guardare un film con te».
«Ecco, esatto,» annuii. «Mi dispiace».
«Fico,» sorrise Seth. «Magari un'altra volta, che dici?»
«Sicuramente,» mi precedette Harry. «A Selena piacciono soprattutto i film romantici. Credo sarebbe molto felice di vederne uno a casa tua, con te».
Lo sguardo più truce che potessi fare non era stato abbastanza.
In ogni caso, la serata filò liscia come l'olio. Aspettammo la mezzanotte cantando canzoni insieme, con Niall che suonava la chitarra, e ci facemmo di nuovo gli auguri quando le lancette dell'orologio si unirono sul numero dodici. Lee, Joe e Dalia decisero di andare a casa, che ormai era tardi, e Jane era così stanca da non riuscire più a rimanere sveglia, così le offrii il mio letto per dormire, quella notte. All'una e mezza, anche Elle, Seth, Nate, Eleanor e Louis decisero di andare, e dopo averli salutati tutti ancora, rimanemmo solo in cinque.
«È stato bello,» sospirò Liam, seduto vicino a Niall sul divano. «Peccato non ci sia stato anche Robbie».
«Robbie ha avuto un'occasione migliore,» dissi. «Meglio così».
«E non ti dispiace che se ne sia andato a New York senza salutarti neanche?» Liam alzò un sopracciglio. «Secondo me ti è dispiaciuto un po'».
Scrollai le spalle. «In ogni caso, Robbie o non Robbie, mi sono divertita».
Zayn, dal pavimento, annuì. «Domattina dobbiamo mettere tutto in ordine, prima di andare fuori».
«Posso farlo io, non c'è problema,» mi offrii, sbadigliando.
«Credo tu abbia abbastanza a cui pensare, Selena,» mormorò Niall, serio. «Dopodomani inizi a lavorare da James».
«Per favore,» s'intromise Harry, sbuffando. «Non tiriamo fuori questioni così pesanti a quest'ora della notte. Non è il caso».
«In effetti è tardi,» osservò Zayn, lanciando uno sguardo all'orologio. «Io andrei anche a dormire».
Ci alzammo, tutti tranne Harry, che rimase seduto sul divano a fissare un punto impreciso del salotto. «Sel?» disse, poi, facendo scattare i suoi occhi su di me. «Devo farti ascoltare una cosa. Mi serve la tua opinione a riguardo».
Lanciai un'occhiata agli altri tre ragazzi, che ormai erano spariti nelle loro camere, e sospirai: «Cosa?»
«Vieni».
Si mise in piedi, afferrò il suo cellulare, un paio di auricolari, e si prese pure la giacca.
«Non ho voglia di fare un giro, adesso,» mi lamentai.
«Andiamo solo qua fuori. Stiamo in cortile, ti va?»
Sospirai nuovamente. Non risposi, ma mi infilai il giubbotto e le scarpe, e lo seguii fuori dall'appartamento senza obiettare oltre, sperando di fare in fretta. Sinceramente ero troppo stanca anche per fare le scale.
Harry mi aprì la porta d'entrata, lasciandomi passare per prima. «Vieni,» mormorò. «Ti faccio anche vedere una cosa».
Fece strada, illuminando il giardino malandato dell'albergo di Joe con la torcia del telefono: passammo oltre allo spiazzo in cui il vecchio tagliava la legna per il fuoco, passammo oltre il piccolo garage della moto di Zayn, oltre la macchina di Harry, coperta col telo bianco. Ci fermammo davanti ad una panchina di ferro, in mezzo al cortile sassoso, freddo e buio, dove Harry si sedette. Un lampione dall'altra parte, in strada, rendeva tutto un po' meno oscuro con la sua luce arancione.
Mi fece segno di prendere posto accanto a sé. «Guarda lì,» disse, indicando difronte a noi.
Tre croci di legno, piantate nel terreno, se ne stavano ad un metro di distanza l'una dall'altra. Una bella dritta, scura, solida, le altre due leggermente più inclinate, più vecchie, dal legno che stava iniziando a marcire. «È... è un cimitero?» rabbrividii.
«Il mio cimitero personale,» rispose. «Gemma, Anne, Des. Mescolati alla terra e ai vermi».
«Harry...»
«Fa schifo, lo so. Avere la propria famiglia morta, sotto casa, nel terreno del proprio giardino».
«Stavo per dire che è inquietante,» bofonchiai. «Non che fa schifo».
Rimase in silenzio qualche attimo, poi «tieni,» e mi porse l'auricolare sinistro. «Ascolta».
«Cos'è?»
«Brain Damage. Dei Pink Floyd».
«Ovviamente,» alzai gli occhi al cielo.
«Ovviamente,» rimarcò, poco prima che la musica iniziasse ad inondarmi l'orecchio.
The lunatic is on the grass
The lunatic is on the grass
remembering games and daisy chains and laughs
got to keep the loonies on the path
Era una canzone folle. Da tagliarsi le vene. Lanciai uno sguardo a Harry con la coda dell'occhio, trovandolo perso nel testo deprimente e psichedelico che tanto gli piaceva, le sue iridi fisse sulle tre tombe davanti a noi. Non era il mio genere, eppure continuai ad ascoltare: verso dopo verso, nota dopo nota, ero sempre più sicura che a me, i Pink Floyd, non piacessero per niente.
And if the cloud bursts,
thunder in your ear
you shout and no one seems to hear
and if the band you're in
starts playing different tunes
Guardai Harry di nuovo. Aveva un piccolo, piccolo luccichio d'acqua negli occhi verdi.
I'll see you on the dark side of the moon.
Le parole erano terminate. Una risata gelida e pazza risuonò dall'auricolare. Poi la canzone finì, e stranamente sentii una punta di nostalgia e malinconia nello stomaco — come se, senza musica, venisse anche la tristezza. Forse era così che si sentiva Harry, in quel momento.
«Devo farti una domanda,» ruppe il silenzio, lui. «Cosa credi ci sia, sul lato oscuro della Luna?»
Si girò a guardarmi, abbassando il volume della musica ad un sottofondo appena udibile; le nostre ginocchia si toccavano, il suo braccio destro se ne stava appoggiato sullo schienale della panchina, alle mie spalle.
«In realtà, Harry,» abbassai lo sguardo. «Non è che la Luna abbia una parte oscura, se ci pensi».
«Guardami,» mormorò. «Spiegati».
La sua mano mi costrinse a rialzare il viso. Deglutii. «La Luna è tutta oscura; è solo il Sole che ne illumina una parte. Il lato oscuro della Luna è un'illusione, vedi. O almeno, credo lo sia».
«Sel,» un sorriso gli incurvò le labbra. Scosse la testa, continuando a sorridere.
«Cosa?» sorrisi a mia volta.
Continuò a sorridere, come se non riuscisse più a smettere. Aveva dei fili invisibili che gli tiravano verso l'alto gli angoli delle labbra, quasi in modo innaturale per uno come lui. Sorrideva e sorrideva e sorrideva, e quasi scoppiò a ridere per quanto stava sorridendo.
Poi, si sporse in avanti: arpionò la mia nuca con la mano destra, con la sinistra il mio mento, e quel sorriso smagliante lo permette sul mio, per pochi istanti fugaci, così fugaci che non riuscii neanche a capacitarmi del fatto che mi aveva appena baciata di nuovo.
Aveva ancora le labbra premute contro le mie, quando «cazzo, Selena Parker, mi sono innamorato di te,» disse, facendo scomparire ogni traccia di felicità dal suo viso, tornando serio, e si allontanò di qualche centimetro, giusto quel che bastava per guardarmi dritta negli occhi. «Follemente, totalmente, stramaledettamente innamorato di te, a dirla tutta».
Fu così schietto e rapido che mi ci vollero dieci secondi buoni per rendermi conto di ciò che mi aveva confessato, e altri dieci per formulare una risposta: «Ah sì?» fu l'unica cosa che riuscii a blaterare.
«Oh, sì. Penso proprio di sì».
«Ridillo».
«Mi sono innamorato di te, Selena Parker,» mormorò. «Non volevo fartelo sapere così, davanti alle tombe dei miei morti. Ma cazzo se ti amo, Sel».
«Teoricamente, noi due non dovremmo essere più che amici. Sai, James Smoke potrebbe-»
«E chissene sbatte di quel coglione di James Smoke,» scosse la testa. «Tu non capisci quanto io sia innamorato di te. Neanche io lo capisco, merda, è questo il punto. Che l'amore sia dannato se questa è un'illusione, perché vederti e non poterti avere per me, fa un male cane».
«Beh,» quasi non riuscivo a parlare. Tralasciando il fatto che non sapevo cosa dirgli, avrei voluto saltare dalla gioia, baciarlo a più non posso, fino a consumarlo del tutto: mi limitai però a contenere la mia felicità, mantenendo un'espressione neutrale e tranquilla, quasi indifferente. Le mie parole, comunque, indifferenti a lui non lo erano affatto. «Ti farà piacere sapere che neanche a me frega niente di James Smoke».
S'illuminò, se possibile, ancora di più. «Quindi?»
«Quindi,» fu il mio turno di sporgermi verso di lui. «Credo di essere follemente, totalmente, stramaledettamente innamorata di te anche io. Nonostante lasci sempre la tavoletta del cesso alzata. E il fango per terra. E la barba nel lavandino».
E Harry mi baciò ancora, stringendo il mio viso fra le mani, le cuffiette ancora attaccate e la musica che ancora andava. Potevo anche morire, non me ne sarei accorta.
There is no dark side in the moon, really.
Matter of fact it's all dark.
The only thing that makes it look alight is the sun.
Pagina Instagram di Smoke Town: anxieteve
Profilo privato: lottieeve
Profilo Twitter: anxieteve
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro