32. Venerdì e sabato e domenica
Selena
Harry rimase bloccato a casa di Eleanor e Louis per tre giorni interi. Fu stranissimo vivere senza di lui quelle settantadue ore: niente barba nel lavandino, niente tavoletta alzata, niente scarpe sporche buttate a caso sul pavimento, niente disordine, niente negatività - o per lo meno, non tanta quanta ce n'era di solito. Sarei dovuta esserne oltremodo felice, e lo ero, per un certo senso. Dopo quell'ultimo bacio, un peso si era stabilizzato sul mio petto, un peso che difficilmente se ne sarebbe andato. Perché io, di Harry, m'ero innamorata, e sapere che non saremmo mai potuti diventare più di ciò che già eravamo, mi metteva a disagio. Non mi straziava, non è che ci stessi male, di certo non era una cosa abbastanza terribile per cui disperarsi. Niente romanticismo o poesie su cuori spezzati e amori non ricambiati. Era solo fastidiosa, quella consapevolezza, un fardello in più da dover portare, come se non ne avessi già abbastanza.
Il primo giorno senza Harry, venerdì, rimasi tutto il giorno sola con Robbie, dal momento in cui Liam, Zayn e Niall uscirono per lavorare, al momento in cui rientrarono. Furono le dodici ore peggiori, in effetti.
Dalia mi tenne compagnia dalle undici di mattina fino alle due di pomeriggio, giusto il tempo di cucinare qualcosa per pranzo per noi, mio zio e Joe, anche se poi tornò al suo appartamento. Di Robbie non è che avessi paura. Era l'innaturale, freddo silenzio fra noi che mi spaventava. Neanche i morti se ne stavano così zitti. Poi lui vomitò nel cesso un paio di volte, prima di andarsene a letto - probabilmente gli stava salendo la febbre. Non che me ne importasse tanto. In ogni caso, feci bollire l'acqua per il tè, e gliene preparai una tazza, lasciandola sul suo comodino - quello che una volta era mio - sperando che si fosse svegliato in tempo per berlo caldo.
A quel punto, non mi restava altro da fare se non leggere.
«Ora quello che voglio sono Fatti. A questi ragazzi e ragazze insegnate soltanto Fatti. Solo i Fatti servono nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i Fatti si plasma la mente di un animale dotato di ragione; nient'altro gli tornerà mai utile. Con questo principio educo i miei figli, con questo principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, signore!».
Ricominciai Tempi Difficili, di Dickens. Me l'aveva prestato Dalia tre settimane fa, e prima di adesso non avevo avuto l'occasione di aprirlo. Fra James, la sua festa, Baltimore e Harry, il tempo non mi concedeva la grazia di un minuto. Fino ad oggi, per lo meno.
«Nella vita servono fatti, signore, soltanto Fatti!». L'oratore, il maestro e la terza persona adulta presente indietreggiarono un poco e, facendo girare tutto intorno lo sguardo, scrutarono i piccoli vasi disposti qua e là, in ordine, pronti a ingollare galloni e galloni di fatti, che li avrebbero colmati fino all'orlo.
Sorrisi fra me e me. Io, i fatti, non è che li sopportassi tanto. Insomma, ne avevo le scatole piene, dei fatti, succedevano troppe cose nella mia vita per poterne sopportare altre. A diciannove anni che avevo, sarei dovuta essere al college o all'università - insomma, volevo così tanto andarci. Invece no, chiaro. Ero bloccata a Smoke Town, esiliata dal mondo intero. Oggettivamente, a Smoke Town ero arrivata ancor prima di incontrare Harry: non si poteva di certo considerare una bella vita, girovagare di città in città, senza soldi o documenti, scappando dal passato. Smoke Town stava anche fuori Smoke Town. Dopotutto, il fumo finiva ovunque.
Girai la pagina, continuai a leggere. Speravo di finire il terzo capitolo, io. Anzi, speravo di leggerne almeno cinque. Purtroppo, le mie aspettative si stroncarono di netto quando, arrivata al secondo, il mio cellulare s'illuminò. Era un messaggio.
Da Harry:
Buon pomeriggio, Tigre. Spero tu ti stia divertendo a casa mia, senza di me x
Non riuscii a non alzare gli occhi al cielo. Posai Tempi Difficili sul pavimento e pensai ad una risposta da scrivergli.
Ciao, Bucky. Sì, mi sto divertendo molto a non fare niente. È rilassante.
Tu come stai?
Inviai il messaggio, e la risposta non tardò ad arrivare. Ci impiegò meno di dieci secondi.
Da Harry:
Mi fa male tutto. E mi annoio. Credo che morirò di noia. A parte questo, però, sto bene. Posso chiamarti o sei troppo occupata a non fare niente?
Sospirai, lanciai un'occhiata a Tempi Difficili, abbandonato alla deriva, e constatai che non sarei mai arrivata al capitolo cinque, quel giorno.
Chiamami pure.
Giusto un minuto più tardi, il telefono prese a squillare, e risposi senza neanche leggere il suo nome sul display.
«Hey,» dissi.
«Hey,» mormorò Harry. La sua voce era piuttosto triste, molto più bassa e roca del solito, e distorta a causa del segnale scadente che c'era. «Tutto bene?»
«Tutto bene,» confermai.
«Anche con Robbie?»
«Anche con Robbie, sì,» annuii, sistemandomi meglio sul divano.
«Sai,» continuò lui. «È strano, qui. Non ho nessuno con cui parlare. Cioè, di solito a casa ci sei sempre tu, o Dalia e Joe. Qua sono da solo. È stranissimo».
«Che fifone,» ridacchiai. «Harry Styles che ha paura di restare in casa da solo. Questa mi è nuova».
«Non ho paura, scema,» sbuffò lui. «Dico solo che è strano. Non... non ci sei tu, ad occuparti di me. È strano».
«Ti manco infinitamente. Ammettilo,» feci.
«Mi manca infastidirti, mi mancano le tue tazze di tè, mi manca quando mi metti le pomate per le ferite e mi manca infangare il pavimento così poi tu lo devi pulire, assolutamente sì, tantissimo,» replicò. «Quand'è che vieni a trovarmi?»
«Santo cielo, Harry, non ci vediamo da ieri,» risi. «La fai sembrare come se fosse passato un anno».
«Un giorno, un anno, è la stessa cosa quando devi statene tutto il giorno sul divano a guardare il soffitto polveroso della casa di Louis».
«Non è affatto la stessa cosa,» protestai. «Ma se ti fa sentire meglio, anche a me manca sentirti russare, ogni pomeriggio».
Harry sospirò, piano. «Per favore, Sel. Vieni qui a tenermi compagnia».
Nel mio stomaco, le Monarca stavano per migrare in Africa. «Smettila».
«Perché?»
«Perché sì. Smettila di dirlo».
«È forse un crimine, volerti qui? Sto infrangendo delle leggi? Non mi pare».
«Harry,» sbuffai.
«Selena,» imitò il mio tono scontento. «Cos'è che ti turba, hm?»
«Nulla,» mentii. «È solo che... non lo so».
«Vieni qui?»
«Lo sai che non posso».
Fu il suo turno quello di sbuffare. «Lo so. Lascia stare. Fa finta che non ti abbia chiesto nulla».
Il bip che segnava la fine della chiamata risuonò nel mio orecchio. Mi aveva chiuso il telefono in faccia.
. . .
Sabato fu meglio di venerdì, per certi aspetti. Certo, ero rimasta ancora sola con Robbie alla mattina, ma Elle, Seth e Nate vennero a farmi visita il pomeriggio, così che divenne quasi sopportabile. Harry, dal canto suo, non si fece sentire, né per chiedermi scusa, né per sapere come stessi, né per parlare con me, né per niente. Silenzio e basta, da parte sua: forse era meglio così.
Domenica, invece, Niall rimase a casa, ché era il suo giorno libero, e andammo insieme al mercato nero verso le nove. Stare con Niall mi piaceva, sapeva essere un'ottima compagnia quando essa scarseggiava; senza contare che era sempre - o quasi - solare e allegro, e la sua positività influenzava irrimediabilmente anche me. Niall era Niall.
«Hai bisogno di qualcosa?» mi chiese. «Assorbenti? Vestiti? Libri?»
«Sono a posto, per ora,» replicai. Eravamo lì, a camminare fra le bancarelle, stretti nei nostri giubbotti. Il sole era sorto da poco, non aveva ancora scaldato l'aria, e quando respiravo vedevo le nuvolette di condensa del mio fiato uscirmi dalla bocca.
«Sicura?»
Non risposi. Mi fermai invece ad osservare lo stand di un ragazzino, pieno zeppo di pietre colorate. Non poteva avere più di dodici anni, lui, eppure eccolo lì che cercava di vendere le sue creazioni. «Li hai dipinti tu?» domandai. Solo allora mi tornò in mente che Harry mi aveva accennato a questa sua piccola passione che aveva da bambino - di sicuro gli sarebbero piaciuti, quei sassi. Harry e la pittura non ce le vedevo molto bene, assieme, ma chissà, magari era davvero bravo.
Il ragazzino alzò gli occhi su di me. «Fino all'ultimo. Sono un po' inutili, in realtà, ma sono belli da vedere. Per portare un po' di colore, no? Tutto è troppo grigio, ultimamente».
«Già,» mormorai. «Me ne venderesti uno?»
Il suo viso si illuminò. «Certo che sì! Quale ti piace?»
Li osservai bene tutti quanti. Aveva riprodotto, in scala ridotta, quadri impressionisti piuttosto famosi, alcuni dei quali avevo visto alla villa di James. E poi c'erano visi di persone, animali, dettagli di quella che doveva essere la vita a Smoke Town vista dagli occhi di un ragazzo così giovane. Erano uno più bello dell'altro.
«Questo,» dissi, alla fine. Indicai una roccia poco più piccola del palmo della mia mano, perfettamente circolare e piatta da un lato, dove stava dipinto l'esterno di The Old Bug. Era facilmente riconoscibile, il pub di Dave: frequentato da tutti, amato da altrettanti, non si poteva non notarlo. Forse, potevo regalarlo proprio a Dave: doveva stare parecchio male, dopo Cheng. Chissà, magari gli avrebbe risollevato un minimo il morale.
«Sono tre dollari,» fece il ragazzino.
Stavo per posare le monete nel suo palmo, quando Niall mi precedette e pagò al mio posto. «Per tre dollari, Selena, credi io non possa permettermelo?» ridacchiò. «Sono proprio belle, le tue pietre. Attento a non fartele rubare,» Niall gli fece l'occhiolino.
«Certo, signore. Grazie,» annuì lui, sorridendo.
Poi, il biondo ed io ci allontanammo con la spesa del giorno, il mio sasso riposto al sicuro nella tasca del giubbotto, e qualche soldino di meno, incamminandoci verso casa. «Vado a recuperare Harry, questo pomeriggio. Vieni con me, giusto?» disse Niall, una volta raggiunto l'albergo. «Dovrò guidare la sua auto».
«Ti ucciderà se la tocchi, lo sai?» gli feci notare.
«Non se ci sei tu,» scrollò le spalle. «Non so se tu l'abbia notato, Selena, ma quello là è cotto di te. Proprio tanto, tanto cotto».
«Ovviamente,» sbuffai. Se colse o meno l'ironia nella mia voce, non avrei saputo dirlo.
«A te piace lui?»
«A volte».
Niall si fermò davanti all'appartamento di Joe e Dalia, girandosi a guardarmi. «Che cazzo di risposta è?» rise. «A volte? Cosa vuol dire?»
«Vuol dire che a volte mi piace e a volte no».
Roteò gli occhi. «Fin lì ci ero arrivato anche io, eh,» fece. «Quello che intendevo dire, era che tu e lui non siete come io e te. Cioè noi siamo amici. Voi siete altro».
«Definisci altro,» risposi.
«Da quello che ho visto, uscite assieme di notte per andare chissà dove, Harry infrange le leggi per te, tu ti spogli e dormi mezza nuda su di lui, vi confidate l'uno con l'altra, vi fidate l'uno dell'altra, vi date nomignoli e soprannomi, e la ciliegina sulla torta sai qual è? Harry, che si fa picchiare a sangue da Cheng, ancora una volta solo per te,» elencò i punti tutto d'un fiato. «Voi siete altro, Selena. Prova a negarlo. Ah, e lui è stracotto di te. L'altra mattina, quando vi abbiamo trovati a dormire sul divano, Harry è arrossito. Arrossito, capisci! Non è normale,» scosse la testa.
«Niall,» feci, sospirando. «Non è così che stanno le cose».
«Ah no?» mi guardò male. «E come stanno, allora?»
«Non lo so,» risposi, onesta.
«Io penso, Selena, che voi due vi cerchiate. Trovate conforto l'uno nell'altra. E non c'è nulla di male in tutto ciò,» sospirò anche lui, pesantemente, si passò una mano nel ciuffo biondo che erano i suoi capelli, e scosse la testa ancora. «Solo che non potreste stare insieme neanche se voleste. Cioè sì, teoricamente potreste, ma tu rischieresti tantissimo. Lo sai che Harry è il nipote di James, lo sai quanto i due si odino. James ti ammazzerebbe in un istante, se si venisse a sapere quanto lui tenga a te. Da amico, Selena, ti sto chiedendo di stare più lontana possibile da Harry, per la tua sicurezza. Capisci?»
Annuii. «Capisco».
«Bene».
Poi portammo la spesa domenicale a Dalia, e di Harry e di me e di me-e-Harry non se ne parlò più.
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