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31. Questione di falene

Louis accese il motore, ma non guardai dove stavamo andando. Per tutta la durata del viaggio, tenni gli occhi puntati sul viso di Harry. Aveva le palpebre serrate, la sua ruga d'espressione tra le sopracciglia, dove un brutto taglio continuava a sanguinare ininterrottamente. A dire il vero, era ricoperto di tagli, il labbro spaccato e un occhio leggermente gonfio. Gli accarezzai piano i capelli, sia per calmare me stessa, sia per calmare lui. I capelli erano l'unica parte del suo corpo che potevo toccare senza ferirlo ulteriormente.

In ogni caso, era sorprendentemente vivo. Per ora, quello mi bastava.

«Sel?» mormorò, a bassa voce. 

«Non parlarmi,» faticai a non scoppiare di nuovo in lacrime. «Stronzo,» piagnucolai.

«Stai bene?» domandò, cercando di aprire gli occchi, ma finì per fare una smorfia di dolore e lasciar perdere.

«Sei tu l'idiota che si fa picchiare,» gli feci notare. «Non io,» risposi, continuando ad arricciare le sue ciocche attorno alle mie dita. «E smettila di parlare. Stupido, stupido che non sei altro».

Un lieve sorriso si formò sulle sue labbra. Piccolissimo, appena accennato, distinguibile per via delle fossette che gli bucavano le guance. Era facile confonderle coi tagli, però. «Un grazie non ha mai ucciso nessuno,» sussurrò.

Fermai a stento il tremore del mio labbro inferiore. «Grazie, Harry».

«Perché piangi, Tigre?»

Mi asciugai gli occhi, calmando la mia voce prima di rispondergli. «Non sto piangendo,» mentii. Poggiai la testa allo schienale, inspirando più aria possibile. «Sto lacrimando».

«Posso sapere cosa cazzo è successo?» incontrai gli occhi di Louis riflessi sullo specchietto: splendevano d'odio.

«Guarda la strada,» replicai.

«Prova ancora a darmi ordini, troia del cazzo».

Daniel soffocò un colpo di tosse a quell'affermazione, mentre io sentii il sangue arrivarmi ronzante nelle orecchie. «Scusami?» sbottai. «Come ti permetti?»

«Dico quello che voglio».

«Si può sapere cosa cazzo ti ho fatto?» sbuffai. «Ce l'hai con me da quando ho messo piede a Smoke Town. Fai il totale coglione solo con me, o sei un coglione in generale?»

«Sono realista, non un coglione. Dico quello che penso. E tu mi stai sul cazzo, Selena. Punto e basta».

«Ti sto sul cazzo?» corrugai le sopracciglia. «Ti sto sul cazzo? Che disgrazia. Dovrò uccidermi, ora, non posso vivere con questo enorme fardello». L'ironia del mio tono di voce era quasi peggio dell'insulto che mi aveva rifilato.

«Sono tentato di farti scendere dalla mia auto e lasciarti in mezzo alla strada».

«Non ne avresti le palle».

«Quanto vuoi scommettere?»

«Avete finito?» Daniel s'intromise nella discussione. «La smettete?»

Sbuffai sonoramente. Riportai lo sguardo su Harry, che non aveva più detto nulla, e decisi di lasciar perdere Louis e i suoi insulti.  Il viaggio durò un altro paio di minuti, poi l'auto venne parcheggiata in uno spiazzo lastricato attorniato da case dall'aspetto trasandato, dai muri sporchi e grezzi.

«Non voglio più sentire una singola parola da voi due,» Daniel ci fulminò. «Dovrei essere a lavoro, ora, e invece sono qui a sprecare il mio tempo per lui,» indicò Harry con un cenno. «Rivolgetevi solo un altro insulto, e me ne vado. Chiaro?»

«Chiaro,» bofonchiò Louis. Aprii lo sportello, e facendo molta attenzione, alzammo Harry e lo aiutammo ad uscire dall'auto. Stava perdendo conoscenza. E anche tanto sangue.

Daniel lo sostenne a destra, Louis a sinistra, e a me non restava che guardare mentre i due iniziavano a dirigersi verso una casa sotto un portico, lentamente, quasi in processione. Visto da lontano, probabilmente assomigliava un po' a come aveva camminato Gesù Cristo, con la croce sulle spalle, martoriato tanto quanto Harry, in questo momento. Solo che Harry era reale, era umano, e non sarebbe di certo risorto. Gli uomini erano tanto potenti quanto fragili. Forse più fragili che potenti.

C'era ancora un po' di neve, sparsa sul cemento, e dove Harry passava, essa di tingeva di un rosa tenue, derivato dal sangue sulle sue scarpe e pantaloni. Come facesse a camminare, non ne avevo idea - in effetti, lo stavano praticamente trascinando. Riuscimmo, alla fine, ad arrivare alla porta della casa di Louis: all'interno, una ragazza stava lavorando al tavolo della piccola cucina, e non appena ci vide, lasciò quello che stava facendo per venirci incontro.

«Cos'è successo?» ci aiutò a stendere Harry sul pavimento del salotto.

«Dopo,» tagliò corto Daniel. «Avete della morfina?»

«Credo di sì, non lo so... vado a prenderla,» annuì la ragazza, correndo su per le scale.

Louis tolse la giacca a Harry, poi tagliò la stoffa della sua maglia, liberandolo del leggero indumento. Il suo torso era completamente insanguinato, aveva botte violacee ovunque, non un singolo centimetro di pelle era stata risparmiata.

«Ghiaccio,» ordinò Daniel, iniziando ad ispezionare le ferite con il suo occhio esperto.
Louis si precipitò fuori dalla porta d'entrata nello stesso istante in cui la ragazza tornò con una cassetta bianca al seguito.

«Ecco, non abbiamo altro. Spero sia abbastanza-»

«Sh,» la zittì Daniel. «Silenzio. Devo concentrarmi».

«Scusa,» mormorò lei.

Il ragazzo frugò all'interno della cassetta, fino a trovare una siringa e una boccetta contenente un liquido chiaro. «Ce n'è pochissima. Cazzo,» borbottò. Disinfettò una porzione di pelle sul petto di Harry, prima di iniettargli tutto il contenuto dell'ampolla. «Avete dell'erba?»

«Che?» lo fissò, perplessa.

«Cannabis. Marijuana,» precisò Daniel. «Da fargli fumare».

«Ti sembro una che fuma cose del genere?» fece lei.

Daniel le scoccò un'occhiataccia. «Lascia perdere... portami acqua fredda e stracci puliti».

La ragazza - di cui ancora non sapevo il nome - ed io andammo in cucina, dove lei recuperò qualche panno bianco da un cassetto mentre riempivo una bacinella a caso con l'acqua del lavandino, sperando non fosse troppo sporca; Louis rientrò in quel momento, trasportando della neve in un sacchetto di plastica. Daniel pulì i tagli al meglio delle sue capacità, togliendo il sangue e aggiungendo dei punti per chiudere le ferite più serie, poi passò al viso con lo stesso procedimento.

«Harry,» lo chiamò suo cugino.

«Mmmh,» bofonchiò lui, leggermente intontito dalla dose di morfina.

«Ti fanno male le costole, vero?» gli chiese, tastando la sua gabbia toracica.

«Abbastanza,» rispose.

Daniel sbuffò, rivolgendosi a noi altri. «Ha almeno due costole incrinate. Dobbiamo alzarlo a sedere sistemarle. L'effetto della morfina non durerà per sempre, quindi direi di muoverci».

«Okay,» mormorai. Louis ed io lo afferrammo per le spalle, tenendolo fermo e sollevato il più possibile mentre Daniel gli raccomandò di inspiare profondamente.

Non seppi come, non mi azzardai a guardare: pochi attimi dopo si sentì un forte schiocco, seguito da un'imprecazione di dolore da parte di Harry. Trasalii di disgusto ed impressione. Era un rumore insopportabile.

«Una è andata. Tocca all'altra,» affermò Daniel, preparandosi. Come facesse ad essere così calmo, non ne avevo idea.

«Ancora?» si lamentò Harry, abbastanza stizzito e pure un po' spaventato. Come biasimarlo, del resto.

«Sì... dimmi quando sei pronto».

«Fallo adesso. Veloce».

Harry strinse i denti quando la costola tornò al suo posto nella gabbia toracica, producendo di nuovo quel suono insopportabile, tanto insopportabile da farmi rizzare i peli sulla nuca e le braccia.

Poi, Daniel finì di disinfettare e pulire anche la sua schiena, che non era messa così male, poi gli bendò quasi tutto il torace e lo lasciò riposare con una borsa di neve sul petto.

Mi feci sfuggire un sospiro di sollievo nel vedere che stava un po' meglio. Se non altro, era sveglio e cosciente.

«Non abbiamo avuto il tempo di presentarci. Sono Eleanor, la sorella di Lou,» la ragazza mi porse una mano, ma non la strinsi perché la mia era ancora sporca del sangue di Harry.

«Selena, piacere,» le sorrisi. «Posso lavarmi le mani?»

«Oh, sì, scusa,» disse, indicandomi la cucina. Dal salotto, sentii Louis dire che sarebbe uscito a fumarsi una cicca, e la porta si aprì e si richiuse poco dopo.

«Comunque, Selena,» la voce di Daniel, alle mie spalle, mi fece sussultare leggermente. «Ho parlato con James, riguardo Robbie e il tuo posto di lavoro».

Anche Daniel unì le sue mani sporche di rosso alle mie, sotto al getto dell'acqua, insaponandole bene, rubandomi il posto che mi ero accaparrata.

«E?» 

«E ha detto che vi concede un paio di settimane. È sommerso di cose da fare, faccende spinose di cui occuparsi, affari importanti. Robbie avrà il tempo per disintossicarsi, e tu avrai quattordici giorni in più per decidere se accettare o meno».

«Ha detto che non posso rifiutare quel posto di lavoro,» gli feci sapere. «Non ho molta scelta, Daniel».

«C'è sempre una scelta, Selena. Ricordalo,» si asciugò le mani sui pantaloni. «Cambiagli le bende ogni giorno, applica gli unguenti per le contusioni mattina e sera, e fallo restare a letto. Deve sforzare le costole il meno possibile. Se trova difficile il respirare, chiamatemi subito».

Si incamminò quasi di fretta verso la soglia della piccola casa.

«Te ne vai già?» domandò Eleanor, quando lo vide abbassare la maniglia.

Daniel si bloccò. «Sì,» mormorò, tenendo gli occhi puntati nei suoi. Passarono qualche decina di secondi: lui fissava lei, lei fissava lui, a debita distanza. Molto, molto distanti. E da come si guardavano, pensai che magari quella distanza fosse troppa - probabilmente volevano avvicinarsi l'uno all'altra, da come si guardavano. Non lo fecero, in ogni caso. Daniel si riscosse dallo stato di intorpidimento catatonico nell'istante in cui Louis rientrò in casa.

«Ci si vede in giro,» borbottò, mettendo un piede fuori.

«Ciao,» replicai. «E grazie».

Eleanor non lo salutò.

. . .

Harry

«Un mese circa, Harry. Poi ti passa tutto».

Un mese.

Eleanor mi aveva detto che sarei dovuto rimanere così un fottuto mese. Erano passate neanche due ore, e già mi sentivo inutile come un frigorifero in Antartide. Mi faceva male tutto, dalla testa alla punta dei piedi, e considerando che avevo ancora morfina in circolo, non poteva che peggiorare. Stavo seriamente male. E io, il dolore, lo sopportavo piuttosto bene.

La sagoma di Sel, che fece capolino oltre la soglia del piccolo salotto, distolse la mia attenzione dalla mia autocommiserazione degna di un politico italiano, per rivolgerla a lei.

«Come ti senti?» mi chiese, inginocchiandosi al piedi del divano su cui ero stravaccato.

«Male,» borbottai. «Come farò ad andare a cagare, adesso, conciato così?» provai a sedermi ma rinunciai immediatamente, sentendo una fitta di dolore acuto provenire dalle mie costole.

Non parve divertita da quello che avevo detto. Volevo provare a farla ridacchiare almeno un po'.

Era incazzata. «Perché l'hai fatto?» mi interrogò, riferendosi all'incontro con Cheng, andando dritta al punto. Lo sapevo che me l'avrebbe chiesto.  Non le risposi: mi limitai a fissare il soffitto, evitando la sua domanda. In effetti, era una validissima domanda. Me l'ero posta tante di quelle volte, mentre Cheng mi pestava, che ne avevo perso il conto. Però poi, solo l'idea che se le fosse prese lei, queste botte, mi faceva attorcigliare lo stomaco. Meglio io, di sicuro.

«Harry?» insistette.

«Non voglio parlarne,» tagliai corto.

«Tu non vuoi mai parlare di niente,» rispose, stizzita. «Ti fai quasi ammazzare e non vuoi neanche degnarti di dirmi il motivo».

«Non iniziare a farmi la predica,» ribattei. «Ho le mie ragioni».

Alzò gli occhi al cielo, frustrata dalla mia testardaggine, e rimanemmo in silenzio un paio di minuti; dalla cucina si sentivano le voci soffuse di Eleanor e Louis che chiacchieravano, forse bevendo un tè. Avrei tanto voluto bere un tè anche io.

Provai a girarmi su un fianco per alzarmi a sedere, non ascoltando il dolore pulsante al petto, ma ovviamente Sel cercò di impedirmelo, esitando solo un secondo prima di posare le sue mani sul mio torso, facendomi restare giù.

«Daniel dice che dovresti stare sdraiato,» mi disse. «Stare fermo il più possibile».

«Daniel di qua, Daniel di là,» ringhiai. «Quel vile bastardo-»

«Ti ha salvato la vita, non dimenticare,» mi scoccò un'occhiataccia. «E ha parlato con James. Dice che abbiamo due settimane per decidere cosa fare riguardo al lavoro e per far disintossicare Robbie».

Roteai gli occhi e sbuffai. «Daniel avrà anche salvato la mia vita, ma ha ammazzato Gemma. Avrebbe ammazzato te. È comunque un vile bastardo schifoso».

Selena abbassò lo sguardo, mordicchiandosi nervosamente il labbro inferiore. Quanto cazzo amavo la sua bocca, santo Cielo.

«Tigre,» sussurrai, catturando la sua attenzione nuovamente. «Puoi farmi un favore immenso?»

«Certo,» annuì.

«Mi dai un bacio?» quasi la implorai. «L'ultimo, te lo giuro. Me lo devi dall'altra sera. Uno piccolo piccolo».

Sel restituì il mio sguardo, impassibile, inespressiva. Non riuscii a decifrare la sua espressione, e la cosa non mi piaceva per niente. Non arrossì, non si scompose, non sorrise, ma non aveva neppure fatto una smorfia. Non sapevo se avessi compiuto un'enorme cazzata, a chiederglielo, o se fosse stata la cosa più giusta che avessi potuto fare.

«Vuoi un bacio,» disse, infine. «Guarda che nelle fiabe è il principe che deve baciare la principessa per salvarle la vita, non il contrario».

«Io non ho bisogno d'essere salvato. Voglio solo un tuo bacio,» replicai. «E inoltre, credo noi due siamo ben lontani dall'essere il principe e la principessa di una fiaba».

Le ci vollero solo cinque secondi per decidersi, e sapevo erano cinque perché li avevo contati mentalmente. Uno, due, tre, quattro, cinque, e le sue labbra erano di nuovo a contatto con le mie.

Delicatissime, questa volta, tipo una farfalla. O tipo un'altra cosa leggera che non mi veniva in mente. Una piuma? E poi, bruciavano. Sembravano incandescenti. Una farfalla che stava andando a fuoco, ecco cosa sembravano.

Durò solo un paio di secondi, perché la sentii staccarsi subito: dovetti impedirle io di spostarsi, attaccando la mia mano alla sua nuca e facendola riavvicinare. «Ancora,» mormorai, contro la sua bocca.

«Hai detto che ne volevi solo uno».

«Ho mentito,» e la ribaciai, a stampo. «Certe volte sono un bravo bugiardo».

«Quanti baci vorresti, per stare meglio?»

«Quanti puoi darmene?»

«Considerando che è tutta colpa mia, ché ti sei fatto quasi uccidere per me, e-»

«Selena Parker,» la allontanai dal mio viso. «Guai a te se ti sento dire stronzate simili. Non è un cazzo vero che è colpa tua. Cioè sì, se fossi rimasta dentro al bar, come ti avevo chiesto, tutto questo non sarebbe successo, ma anche io ho fatto la mia parte. E ovviamente, Cheng. Quindi smettila di incolparti di tutto».

Di tutta risposta si chinò ancora su di me, e di nuovo, le nostre bocche si toccarono. Più passionali, 'sta volta. La farfalla era diventata una falena che svolazzava attorno ad una luce al neon. La delicatezza delle ali della prima, era diventata la potenza delle ali della seconda: sentivi il loro sbattere senza fatica, così come si sentivano gli schiocchi delle nostre bocche e, di tanto in tanto, un mio sospiro soddisfatto.

Selena cercava d'essere più delicata possibile: aveva paura di farmi male, probabilmente. Io, dal canto mio, l'avrei attirata sopra di me senza pensarci due volte, anche ridotto com'ero.

La cosa più preoccupante di tutte, però, era che più profondo diventava quel bacio, più io mi sentivo cadere per lei. Stava vincendo la gravità, e la cosa mi preoccupava assai. Nonostante quello, comunque, non smisi un attimo di baciarla, non mi fermai, fregandomene altamente di quelle stupidissime leggi della fisica che volevano farmi precipitare; me ne fregai così tanto che quando effettivamente vinse la gravità e caddi per lei, atterrando con un tonfo sordo a terra, non me ne accorsi neanche.

M'innamorai così, senza saperlo: tanto io ero per aria a volare con le falene.


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