29. Fatti una doccia se tutto va a rotoli
Selena
Erano le undici passate quando Harry ed io tornammo all'appartamento, e dire che mi ero divertita, quella sera, era poco. Il fatto che Harry conoscesse il proprietario del locale, Dave, e che erano amici piuttosto stretti, mi aveva procurato un paio di drink gratis, e forse col bourbon avevo un po' esagerato. E poi avevamo giocato a Texas Hold 'Em con dei vecchietti che stavano là al bancone, usando noccioline e arachidi al posto dei soldi, solo per stare un po' in compagnia. Quando la testa aveva preso a girarmi, però, avevamo deciso di ritornare a casa, e il divertimento era finito.
«Stanno tutti dormendo, credo,» bisbigliò Harry, una volta chiusa la porta alle nostre spalle. Mi tolse la giacca, perché apparentemente da sola non ci riuscivo, e «è troppo chiederti di non svegliarli?»
Strizzai gli occhi. «Certo,» ridacchiai. «Non sono ubri-» un singhiozzo. «-aca».
«No, chiaro, Sel. Hai ragione,» mormorò. «Quindi fai silenzio, grazie,» fece per avviarsi per il salotto, quando «Harry,» lo richiamai.
Si fermò. «Dimmi, Sel».
«Non voglio dormire sul divano».
Lo intravidi girarsi verso di me. «E dove vorresti dormire?»
«Con te».
Non rispose, e mi tirai un pugno mentale per la mia lingua lunga, per il fatto che parlavo senza rendermene conto, senza pensare. Poi, però, lo sentii avvicinarsi: il suo respiro lo avvertii sulla fronte e le sue mani sulla vita. Rabbrividii.
«Il mio letto è molto piccolo e scomodo,» mormorò. «Si sta stretti».
«Meglio,» e anche questo lo dissi prima che potessi fermarmi. «Non ascoltarmi, Harry, sono brilla». Forse la usai un po' come scusa per portare le braccia attorno al suo collo, attirandolo più vicino.
«I bambini, gli ubriachi e i leggings dicono sempre la verità, non lo sapevi?» rispose, con un sorriso sghembo spuntatogli in faccia.
«Non ci ho mai pensato,» osservai, sbadigliando. «Immagino di sì. Per quello non metto mai i leggings. Anche perché quando ti siedi si appiccicano tutti e mi mette ansia perché mi sembra di avere il culo umido».
Harry ridacchiò: «Dormi con me, allora,» e posò le labbra sul mio collo, impercettibilmente, sempre sorridendo. «Per favore».
«Mmh, potrei anche farlo,» decisi di stuzzicarlo con la sua stessa moneta, sfiorando il lobo del suo orecchio con la bocca, mentre lo dicevo.
«Sel,» un leggerissimo soffio d'aria colpì la mia pelle. «Sai, il mio autocontrollo non è infinito».
«Credevo lo fosse,» continuai, e stavolta lo baciai sulla mascella, sentendo la ruvidità della barba che iniziava a crescergli di nuovo, a contatto con le labbra, e il suo profumo che mi invadeva le narici. Era una specie di colonia? O me la stavo immaginando?
«Cazzo, Sel,» mi avvicinò ancora al suo corpo, stringendo la mia schiena. «Senti questa. Abbiamo due opzioni, ora».
«Di cosa parli?» provai a staccarmi da lui per decifrare la sua espressione, ma me lo impedì.
«Opzione a,» disse. «Tu, essendo ubriaca, decidi di dormire con me, e una volta in camera, ti spogli».
«Mi spoglio quanto?»
«Quanto vuoi. Quello che ritieni opportuno».
«Sì, ma sono ubriaca. Non penso in modo razionale».
«Appunto,» lo sentii sogghignare. «Altrimenti c'è l'opzione b, che secondo me è la migliore, al momento».
«E quale sarebbe?» mi appoggiai a lui, traballammo indietro di qualche passo, come se l'alcol che avevo ingerito stesse passando a lui. Harry non era solito inciampare sui suoi piedi. Era troppo attento per farlo. «Harry?»
«Boh, devo ancora pensarci,» ridacchiò. «Tu hai qualche idea?»
Indietreggiammo ancora, e mi resi conto che ero io a spingerlo, io che avanzavo. E lui mi lasciava fare, mi lasciava la guida - in stato d'ebbrezza, tra l'altro. Poi, andò a sbattere contro il divano, e mi tirò giù con sè: ecco, avevamo appena investito un passante. L'avevo detto che gli ubriachi non dovevano condurre.
«Perché non stiamo qua un po'?» biascicai, mettendomi comoda sul suo petto. «Sei un tantino duretto ma va bene lo stesso».
«Sono un tantino duretto,» ripeté lui, e lo sentii ridere ancora.
«Ma sì, senti,» gli toccai i pettorali col pugno. «Rimbalzo su di te, vedi?»
«Rimbalzi su di me, pure?» e rise ancora. «Non capisco se dici queste cose sporche perché vuoi farmi andare fuori di testa, o se sei così pura da non rendertene nemmeno conto».
«Non c'è nulla da capire, Harry Styles,» dissi, con uno sbadiglio. «Secondo me ti piacerebbe, comunque».
«Cosa?»
«L'opzione a».
La sua gabbia toracica si gonfiò, quando risucchiò l'aria all'interno dei polmoni, e la lasciò andare quando disse: «Tanto, sì, Selena Parker».
«Beh, a quanto siamo? Trentanove a quarantatré per me?» sbadigliai ancora.
«Credevo avessimo finito quel giochetto lì,» mormorò lui. «Iniziamone un altro».
«Uh, okay. Qualche idea?»
«Sì, in realtà. Alzati un attimo,» ordinò, e io finii per stare seduta sul suo bacino, una gamba che penzolava dal bordo del divano, e l'altra schiacciata fra la sua e lo schienale. Harry si sorresse coi gomiti, quel tanto da sollevare la schiena. «Togliti la giacchetta. E la maglia».
«Perché?»
«Non ti fidi?»
«Di te? Per niente,» confessai. Poi però, abbassai la cerniera della giacchetta, che buttai per terra. Harry iniziò a sorridere ancora.
«Vabbè, quella puoi anche tenerl-»
Prima che potesse finire la frase, però, m'ero sfilata dalla testa pure la maglia. Non sentii l'aria freddina dell'appartamento sulla pelle nuda del mio stomaco, della schiena, delle braccia, solo perché il ragazzo mi fece stendere nuovamente su di lui. Quasi mi uscì una tetta dal reggiseno nero. Quasi.
«Io adesso disegno qualcosa sulla tua schiena con le dita, e tu devi indovinare che cos'è,» disse, a bassa voce. «E prima che tu me lo chieda, hai tre tentativi di risposta per ogni disegno».
«Cosa vinco se indovino?»
«Mmm,» mormorò. «Un bacio?»
«E se vinci tu?»
«Un altro bacio, direi».
«Banale. Facciamo che io vinco dieci dollari, e il bacio te lo guadagni solo se perdo,» protestai. «Prendere o lasciare, Bucky».
Sospirò, la mia testa si alzò col suo petto. «Okay, va bene».
Per qualche attimo ci cullò il silenzio, poi Harry incominciò a muovere le dita sulla mia schiena. Un po' a destra, poi su, verso sinistra e giù. Vennero tracciate altre righe, oltre a queste, e pure coi sensi attutiti dall'alcol, capii si trattava di una casetta. I disegni seguenti, però, misero a dura prova il mio cervello, il mio tatto, la percezione della realtà: mi stavo addormentando.
«Harry,» sbadigliai. «Ho sonnissimo».
«Quindi ho vinto?» gongolò. «Ti arrendi così? Credevo fossi una tigre, tu».
«Se vuoi, il bacio te lo do domani,» mi accoccolai meglio a lui, chiudendo gli occhi. «Ora sono troppo stanca per alzare la testa. E mi viene da vomitare».
Lo sentii muoversi, a disagio, sotto di me. «Uhm... per quanto io tenga a te, Sel, non voglio avere il tuo vomito addosso. Piuttosto ti accompagno in bagno, che dici? Dai che poi stai meglio, se ti liberi un po' lo stomac-»
«Non vomito se mi distrai. Parlami di qualcosa,» tagliai corto. Sentivo la saliva tornarmi in bocca. Avrei vomitato, stavolta. Tutto addosso a lui, oh Gesù. Ma ad alzarmi non ce la facevo proprio.
«Cosa?»
«Qualsiasi cosa».
«Uhm... okay... da piccolo amavo colorare i sassi. Non lo sapeva nessuno tranne mia madre, perché non volevo sembrare una femminuccia. Solo lei. Anche a lei piaceva dipingerli con me, e manteneva il segreto. Ne ho dipinti un sacco. Li prendevo alla villa di James, i ciottoli bianchi e levigati del suo selciato, praticamente, li mettevo in un sacchetto di plastica e me ne tornavo a casa fischiettando. Solitamente lo facevo di sabato, perché il sabato Louis stava a casa con suo padre, quindi non mi beccava, e Daniel stava studiando».
«Com'erano i sassi?»
«Amavo disegnarci gusci di tartaruga. Verdi, alcuni più chiari, altri più scuri. E una volta, ho creato una targatura gigante tutta con quelle pietre, incollandole assieme con la colla a caldo. L'abbiamo usata come ferma porte, poi. Una figata assurda. Se ti va, un giorno la rifacciamo».
«Va bene. Mi piacerebbe molto».
«Non credo a James dispiacerebbe regalarci alcuni dei suoi preziosi sassi,» osservò. Fece una breve pausa, poi «ora sto immaginando una cosa,» disse, e rise sotto i baffi.
«Cosa?»
«Mi sto facendo un mega film mentale. Io e te, che ci intrufoliamo alla villa per rubare sassi. Ne infili alcuni nello zaino, altri nel reggiseno. Le guardie di James ci vedono, abbiamo appena infranto una legge. Ci inseguono, ma noi siamo più veloci e scappiamo. Torniamo a casa, laviamo i sassi, li dipingiamo. I tuoi fanno un po' schifo confronto ai miei, ovviamente, ma io non te lo faccio notare perché sembri così fiera del tuo lavoro. Quindi ti dico solo che è stupendo».
«Mh-hm,» tenevo ancora la bocca più chiusa che potessi. «Vai avanti».
«Nella mia immaginazione sfocia in una cosa oscena, tutta quella faccenda dei sassi. Ora la cambio, me la invento di nuovo,» iniziò ad accarezzarmi i capelli. «Lascio solo la parte del bacio. Quella è la migliore».
«Sei pazzo,» mormorai.
«Tu dici?»
Mi accigliai, alzai di poco la testa. «Dovevi dire "di te", Harry. Che sei pazzo di me».
«Perché, lo sono?» ghignò.
«Non lo sei?»
«Forse sì, forse no. Dipende».
«Da?»
«Da te, Sel. Dipende da te. Tutto ultimamente, per me, dipende da te. Io pure dipendo da te. È snervante».
«Mi viene ancora un po' da vomitare, però,» piagnucolai, affondando il viso nel suo petto.
«Ecco, vedi?» lo sentii dire. «Odio quando mi fai preoccupare. Mi sento in dovere di proteggerti, o qualche stronzata simile. Capisci?»
«Dalia mi ha detto che quando avevo la febbre, ti ha trovato che mi guardavi dormire e mi accarezzavi i capelli».
«Non è assolutamente vero,» borbottò. «Non ti stavo solo guardando. Ti stavo accudendo. La febbre non scendeva più».
«Ha detto che parlottavi fra te e te».
«Ti raccontavo una storia, infatti. Ammettilo che sono stato bravissimo,» sapevo stava sorridendo, lo sentivo dal suo tono di voce.
«Oh, altroché,» presi un profondo respiro. «Raccontami qualcos'altro».
«Ti ricordi quella sera a Cleveland? Quando ci siamo conosciuti?»
«Ovvio che me la ricordo».
«Stavo perdendo le speranze. Erano cinque giorni che giravo a vuoto per cercare quel tizio, con Daniel. Mio cugino aveva mollato tutto dopo il quarto, dicendo che doveva essersela svignata da qualche altra parte; io comunque ero rimasto lì ancora un po', insomma, non volevo tornare a Smoke Town troppo presto. E sono uscito per camminare. Ero stufo marcio,» disse. «Ho visto il locale di Jack, mi ci sono precipitato manco una mosca sulla merda. Ed eccoti lì, tutta intenta a leggere. Quasi mi era dispiaciuto, disturbarti, sai?»
«Beh, alla fine, il tizio l'hai trovato lo stesso».
«Ho trovato te, grazie al cielo».
«Lo dici perché sai che sono ubriaca e che domani forse non lo ricorderò, o lo dici perché-»
«Lo dico perché mi va di dirlo. È vero, Sel. Sono così felice di averti incontrata».
Rabbrividii, e se ne accorse, perché mi coprì la schiena nuda con la coperta del divano. «Ti voglio bene,» mormorai, stringendomi a lui ancora di più. «Tanto, tanto bene, Harry. E anche io sono felice di averti incontrato».
«Dormi, ora, okay? È tardi,» rispose lui.
«Tu stai qui, vero?»
«Tutta la notte».
«Okay, allora dormo,» sbadigliai. «Buonanotte».
«Buonanotte, Sel. A domani,» finì lui, ma ero già passata al mondo dei sogni. E non avevo neanche vomitato.
. . .
Harry
Fu Niall a svegliarmi, la mattina dopo. Non avevo comunque dormito molto, sia per via di Sel, buttata su di me - si può solo immaginare quanto cazzo di caldo avessi - sia per via delle innumerevoli, fastidiose, scomode erezioni che mi erano venute, nessuna delle quali ero riuscito a risolvere. Tutto per colpa di Selena, chiaro. Insomma, quando Niall mi svegliò, ero troppo assonnato per rendermi conto che forse sarei dovuto alzarmi prima che gli altri ci avessero beccati a dormire assieme. Rimasi dov'ero, con gli occhi chiusi.
«Harry,» Niall continuava a scrollarmi le spalle, a battermi la mano sulla fronte. «Harry, cazzo!»
«Uhmmhuhmuhhm,» bofonchiai. «Cosa vuoi».
«Cosa diamine succede?»
«Dove? Quando?»
«Perché Selena sta sopra di te, mezza nuda?»
«Ma che cazzo spari,» mormorai, e aprii gli occhi. Bruciavano per via della luce. «Non è mezza nuda».
«Beh, lo stesso. Hai il tuo letto, tu».
«Era scomodo».
«'Giorno, ragazzi,» Zayn fece capolino in salotto. «Uh, Harry, come mai sei già sveg-» e anche lui notò Selena, perché si congelò sul posto. «Okay, cosa succede?»
«È la stessa cosa che gli ho chiesto io!» esclamò Niall.
«Shh! Parla piano! Non vedi che dorme ancora?» alzai gli occhi al cielo. «E non succede niente».
«Avete scopato sul nostro divano?» sbottò Zayn. «Ma lei lo sa che tu le sfrutti solo, le ragazze?»
«Ma va,» sbuffai. «Uno, non abbiamo scopato, e due, io non sfrutto le ragazze. Non più di quanto fai tu, comunque».
«Ti piace, vero?» Niall le lanciò un'occhiata che mi fece venire il nervoso. O forse era stata la sua domanda, che più che una domanda pareva un'affermazione, ad agitarmi tutto.
Scelsi di mentire. «No. Selena non mi piace,» risposi.
Zayn si sedette a terra, vicino a me. «Senti, Harry. Da amico a amico. Ti conviene starle lontano, e te lo dico con tutto il cuore. Poi lo sai che lei starà male, quindi se ci tieni almeno un po', poverina, risparmiale tutto il supplizio che implica stare con te».
«Ma chi ha detto che voglio stare con lei, scusa?» mi misi sulla difensiva, cercai invano di alzarmi, e ributtai la testa sul cuscino. «Ieri sera siamo usciti e lei si è ubriacata. Per un po' ha smesso di pensare al tizio che aveva ammazzato, a Robbie, a tutti quei problemi che le sono piombati addosso in una volta, e ci siamo semplicemente addormentati qua. Non c'è nulla di strano, cazzo. Poteva benissimo capitare ad uno di voi».
«Appunto, Harry, poteva,» intervenne Niall, ancora in piedi, a braccia conserte. «Ma non è accaduto. Lei cerca te. Ti vede come un punto di riferimento, e non negarlo. Sei il primo che ha incontrato, si fida di te, tiene a te. Quello che Zayn vuole dire è che non la devi illudere, perché non se lo merita».
«Esatto,» confermò l'altro, annuendo.
Sbuffai. «Beh... non capite un cazzo, ecco,» e richiusi gli occhi. «Selena ed io siamo amici e basta».
«E da quando tu hai amici, oltre noi?» fece Niall.
«Da ora».
«Quindi non ti piace affatto? Non provi nulla per lei?» Zayn alzò un sopracciglio. «Ma proprio nulla?»
«Nulla, niente di niente. Le voglio bene da amici, come ho già detto,» confermai. E mentii ancora.
I due mi guardarono male, poco convinti, poi Zayn si rimise in piedi, e scuotendo la testa si allontanò verso la cucina. «Con Robbie avete deciso cosa fare?» domandò, a gran voce, cambiando argomento.
«No, sto aspettando la chiamata di Daniel. È lui che ha parlato a James».
«Selena ci ha detto della proposta di lavoro,» aggiunse Niall.
«Non me lo ricordare, cazzo,» sbuffai, strofinandomi le tempie. «Zayn, mi fai un tè?»
«Alza il culo e fattelo da solo,» replicò, duro. Pure lui s'era incazzato con me.
Proprio in quel momento, nel soggiorno sbucò Liam, coi capelli bagnati e la divisa nera addosso. Doveva essersi fatto la doccia. «Buongiorno,» disse, senza dare segno d'avermi notato. «Niall, Zayn. Dormito bene?»
«Una meraviglia,» rispose il biondo. «Ma mai quanto Harry, qui,» e mi indicò, facendo in modo che Liam s'accorgesse di me.
«Harry,» Liam alzò un sopracciglio. «E Selena. Che sorpresa». Non sembrava affatto sorpreso.
«Selena mezza nuda e ubriaca, vorrei aggiungere,» s'intromise Zayn, dalla cucina, con la bocca piena di cereali. Si sentiva il croccare dei fiocchi nei suoi denti, quando masticava, e la cosa mi faceva innervosire ancora di più.
«Ma piantatela, Cristo santo. Mi sembrate una vecchia coppia di suocere con una zucchina spinosa infilata su per il buco del culo,» sbuffai di nuovo. «Vado a farmi una stramaledetta doccia-» provai ad alzarmi. «Selena. Sel, svegliati,» la scossi, prima piano, poi più forte. «Selena! Porca di quella puttana se non mi fate andare in esaurimento nervoso, tutti quanti vo-»
«Cosa c'è?» finalmente, la ragazza aprì gli occhi. Si tirò su un po', quel tanto da permettermi di vedere le sue tette, coperte dal reggiseno nero, e farmi andare in subbuglio lo stomaco. «Che hai da urlare tanto?»
«Alzati,» ordinai. Per poterla guardare mi stavo facendo venire il doppio mento, probabilmente. Non doveva essere una cosa carina.
«Per favore,» aggiunse lei, tagliente come un rasoio. La sua voce fredda, gli occhi di ghiaccio. Mi fece venire i brividi: era sexy e terrificante. Troppo.
«Alzati, per favore,» ringhiai, un tantino brusco.
Selena si alzò, coprendosi con la coperta del divano. Poi sorrise, e tornò ad orbitare attorno a lei la sua solita allegria e spensieratezza. «Buongiorno, ragazzi,» disse, ai tre. Non a me, no, lo disse a loro. Mi ignorò completamente, dal momento in cui mi rimisi in piedi, al momento in cui me la svignai in bagno.
Pisciai, cagai, mi tolsi di dosso i vestiti e sfrecciai sotto la doccia, con l'acqua dapprima fredda, ma che poi iniziò a riscaldarsi - non divenne bollente, ma non rimase neanche ghiacciata, e quello mi bastava alla grande. Sentii i miei capelli appiattirsi sulla mia nuca e diventare pesanti e scuri, il getto rilassare le mie spalle tese. I miei pensieri, però, non restarono lontani da Sel a lungo: nel giro di trenta secondi, la mia mente stava rivivendo le immagini della sera prima, di come era stesa su di me, di come s'era spogliata, di come aveva riso, di come avrei voluto stringerla e altre stronzate da aggiungere alla mia lista delle stronzate. Probabilmente non se lo ricordava neppure, ubriaca com'era, e se anche se lo fosse ricordato, non sarebbe cambiato nulla comunque.
L'unica cosa buona che era venuta fuori da quella situazione, era il bacio che mi doveva.
«Merda,» imprecai, guardando verso il basso. Stava succedendo di nuovo.
Involontariamente, o forse no, la mano raggiunse la mia parte più sensibile, facendo impazzire i nervi e mandando un'ondata di calore intenso al resto del corpo. Non era una buona idea, proprio per niente, ma stavo scoppiando. Non sarei riuscito a fermarmi neanche se avessi voluto: feci scivolare lentamente la mano sulla mia lunghezza, iniziando a muoverla ritmicamente e immaginando che fosse Sel a farlo, immaginando di averla vicino, di poterla baciare quando mi pareva senza preoccuparmi di niente, mentre l'acqua della doccia continuava a cadere sulle mie spalle.
Il calore si propagò fino alle radici dei miei capelli, trasformandosi in piacere. Appoggiai la schiena alla parete fredda, incapace di restare in piedi altrimenti. Più veloce. Merda.
Quando diverse erano le sue manine, confronto alle mie? Già ce la vedevo, a chiedermi come fare, cosa mi piaceva, se andava bene. E non faceva altro che eccitarmi ancora di più. L'unica cosa a cui ero in grado di pensare, era
alla ragazza che occupava la mia testa dal giorno alla notte, il mio peccato capitale. Sel, Sel e ancora Sel, e me lo ripetevo proprio come un disco rotto, in continuazione, in sussurri spezzati a malapena udibili al di sopra dell'acqua scrosciante della doccia.
Ci impiegai meno di tre minuti a venire.
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