20. Fermati e origlia la loro conversazione senza farti ammazzare
Selena
Un trillo acuto e fastidioso mi fece destare dallo stato di sonno profondo in cui ero caduta, la sera prima: la sveglia di Zayn, un classico. Mi alzai a sedere, strofinandomi gli occhi, proprio quando lui accese la piccola lampadina sul comò.
«'Giorno,» sbadigliò, alzandosi in piedi. Il mio sguardo mattutino lo seguì fino alla cassettiera, sopra la quale stava piegato il vestito della madre di Harry. Harry, giusto. Mi aveva baciata, Harry. Io lo avevo baciato. Fantastico, un altro motivo di imbarazzo, adesso.
«Tutto bene, Selena?» Zayn mi sventolò una mano davanti al viso. «Sembra tu abbia visto un fantasma».
Scossi la testa per scacciare il ricordo insistente delle labbra del ragazzo dagli occhi verdi, che io avevo accettato di buon grado, poche ore prima, senza neanche pensare a quello che stavo facendo, e riportai la mia attenzione al moro: «Tutto bene, Zayn. Tu?»
«Bene,» mormorò, non del tutto convinto. «Ieri sera ti sei addormentata come un sasso, in macchina. Dovevi essere stanca».
Annuii. «In effetti, è stata una serata assurda».
«A chi lo dici,» si passò una mano fra i capelli, cercando di ravvivarli, per poi strofinarsi il viso. «Una rissa nel bel mezzo della sala da ballo. Mi sono pure preso un pugno bello forte».
«Una rissa?» domandai. «Siete stati voi a sparare?»
«No,» scosse la testa. «Non so chi abbia sparato, ma è comunque successo dopo che Harry ha cercato di prendere la pistola ad un nostro amico di nome Lee: è stato beccato da un tizio di nome Ronnie, quello pelato, che ha cercato di chiamare Al, quello altissimo e magrissimo, che avrebbe chiamato Cheng, quello coreano, che le avrebbe suonate a tutti, quindi Harry ha dato un pugno a Ronnie per farlo stare zitto, ma Marcus, quello coi capelli rossi, l'ha visto, e ovviamente non gli è andato giù, così ha provato a colpirlo a sua volta, ma Lee si è intromesso per difenderlo e niente, tutti hanno iniziato a prendersi a pugni; poi c'era Daniel, che si è messo dalla nostra parte a coprire le spalle a Harry, e la cosa ha fatto confondere anche me, e poi è arrivato Smoke e ogni cosa è tornata alla normalità,» disse, tutto d'un fiato. «Praticamente».
«Oh,» mormorai. «Lee è simpatico,» fu l'unico commento che riuscii a spiccicare. «L'ho conosciuto ieri sera dopo che tu, Niall e Liam siete andati a godervi la festa».
«Lo è!» esclamò Zayn. «È molto più dalla nostra parte che da quella di Smoke, in ogni caso. Non è come il resto delle guardie, te l'assicuro».
«Esistono delle parti, Zayn?» mi accigliai. «Sul serio?»
«Si fa per dire, hai capito cosa intendo,» alzò gli occhi al cielo. «Comunque, io vado a fare colazione, se vuoi unirti sei la benvenuta, come sempre».
Decisi di farmi una doccia, prima, perché ne avevo davvero bisogno; non avevo lavato via il trucco, la sera precedente, e sentivo di avere i muscoli della schiena più tesi che mai, quindi quando Zayn lasciò la camera per la cucina, io me ne sgattaiolai in bagno. Il pavimento era bagnato, e l'aria era densa di vapore, segno che Liam doveva essersi già lavato: Niall era da escludere, in quanto oggi era il suo giorno libero, essendo domenica, e Harry probabilmente non era ancora sveglio. Con un sospiro e una mezza preghiera verso l'acqua calda, sperando ce ne fosse rimasta ancora, mi tolsi il pigiama e m'infilai nel piccolo box, chiudendo la tendina e accendendo il getto. Sì, Liam me ne aveva lasciata.
Voglio che tu venga a lavorare per me.
Le parole di James Smoke rimbombarono di nuovo nella mia mente, facendomi trasalire come se l'acqua fosse diventata ghiacciata tutto all'improvviso. Andare a lavorare per lui? Com'è che avrei fatto? Accettare la proposta era da escludere a priori, ma come diamine potevo rifiutarla? Poi, Harry: non gli avevo neppure detto che Smoke era intenzionato ad assumermi, mi ero limitata a baciarlo. Non andava bene affatto!
«Merda, Selena,» sbuffai.
Mi affrettai ad insaponarmi il corpo quando mi resi conto che stavo solo sprecando acqua, e non riuscii ad evitare di guardare quella piccola, sottile cicatrice biancastra appena sotto l'appendice. Quasi mi aspettavo di vederla sanguinare di nuovo, dopo quello che Smoke aveva detto sul suicidio. Suicidio! Ma figuriamoci! Una bugia tira l'altra, ecco cosa, psicologi su psicologi per niente: mica ero io ad averne bisogno. No, era lui. Glielo avrei pagato io, lo strizzacervelli, se solo fosse servito ad evitare il disastro.
Ma era acqua passata, proprio come quella che si stava portando via la schiuma alla lavanda, in quel momento, facendola scomparire nello scarico. Solo acqua passata, che Smoke aveva riciclato.
Uscii dalla doccia quasi di fretta, coprendo subito la cicatrice con il mio asciugamano. Faceva più male a vederla. Mi vestii velocemente, mi pettinai i capelli e mi lavai i denti, poi andai in cucina dove c'erano Liam e Zayn che facevano colazione, già pronti con le loro divise nere. Quest'ultimo mi offrì un pancake fatto da Liam, probabilmente, e mi versò una tazza di caffè che accettai di buon grado; avvolsi le mani attorno alla ceramica, e il calore della bevanda si propagò per le mie dita fredde, riscaldandole di colpo, nel momento in cui Harry irruppe nella stanza.
Tutti si girarono ad osservarlo mentre si avvicinava al tavolo e si sedeva proprio difronte a me, rivolgendomi un'0cchiata veloce, di sfuggita, per poi arraffare un paio di pancakes, versarci sopra dello sciroppo d'acero, e iniziare ad abbuffarsi come stavano facendo gli altri due. Cadde il silenzio.
«Buongiorno anche a te,» Liam si schiarì la gola. «Harry».
«Sì, come ti pare,» rispose. «Proprio un buon giorno,» e mi guardò ancora.
Mi sentii quasi più in imbarazzo della sera precedente. «Tutto apposto fra voi due?» si accigliò Zayn.
«E che cazzo,» scattò Harry, con la bocca piena. «Qua non si può neanche mangiare in pace, oh».
«Okay, okay,» Zayn alzò le mani in segno di resa. «Scusa tanto se chiedo».
«È tutto apposto, comunque,» mi intromisi, ignorando l'occhiata del riccio. «Perché non dovrebbe?»
«Non so, sembrate strani,» spiegò Liam.
Aggrottai le sopracciglia. «In che sen-»
Un calcio leggero al mio piede interruppe la frase che stavo dicendo a metà, e alzai gli occhi per vedere Harry fissarmi così intensamente da farmi deglutire.
«In che senso?» proseguì Liam. «Boh, sembrate strani e basta. Come se aveste litigato o qualcosa di simile».
«Solo perché sono incazzato per i fatti miei, non significa ce l'abbia con lei, Cristo santo,» sbuffò Harry. «E poi, chi è che sorride alla mattina alle quattro?»
«Prima che arrivassi tu, amico, stavamo tutti e tre sorridendo,» gli fece notare Zayn.
«Allora continuate, non fate caso a me, su,» Harry prese un altro paio di pancakes, alzandosi da tavola e attraversando il salotto, fino al divano. Solo allora, Liam alzò lo sguardo sull'orologio a muro che segnava le quattro e mezzo. «Dovremmo andare,» osservò, iniziando a sparecchiare i tre piatti che avevamo sporcato con lo sciroppo d'acero.
«Che rottura di scatole,» disse Zayn, guardando fuori dalla finestra. «Non ho voglia di andare per le strade con questo freddo. Ci saranno come minimo dieci centimetri di neve».
«Non sei l'unico che non ne ha voglia, smettila di lamentarti,» lo sgridò Harry, dal divano. «Almeno tu non dovrai passare tre giorni ininterrotti con Daniel».
«Voi andate spesso fuori città?» chiesi a Liam.
Lui scosse la testa. «Smoke manda solo persone affidabili, di solito Lee, Daniel o Harry. Io sono stato solo due volte, Louis quattro, e Niall e Zayn neanche una».
Sinceramente non sapevo se fosse una buona idea, andare con Harry, domani: Daniel come l'avrebbe presa? Non aveva mai esplicitamente dimostrato odio nei miei confronti, tralasciando il fatto di avermi minacciata con la pistola, non mi aveva mai parlato come aveva fatto Louis, ma non sapevo quanto gli sarebbe piaciuto avermi tra i piedi mentre cercava di lavorare. E poi, stare con Harry, da sola, tre giorni, dopo quello che era successo? Oh Gesù.
«Noi dobbiamo davvero andare, è tardissimo,» Zayn interruppe il flusso delle mie riflessioni e si avviò alla porta seguito da Liam, che come sempre mi promise di far attenzione e di non ferire nessuno. Da quella volta, con Jane la bambina, le cose erano leggermente cambiate anche per lui.
Per occupare un po' di tempo, e ignorare il fatto d'essere sola con Harry, iniziai a lavare le stoviglie presenti nel lavandino: qualche bicchiere, cinque piatti, posate varie, una pentola, un mestolo, tre tazze da tè e altrettante ciotole per i cereali. Le insaponai, immergendole nell'acqua calda piena di detersivo, le strofinai fino a farle luccicare, le sciacquai e le poggiai sul ripiano, ad asciugare.
«Allora, ci vieni con me, a Baltimore?» la sua voce annoiata mi giunse alle orecchie.
«Credevo fosse un obbligo e non avessi scelta,» commentai, senza voltarmi.
«Te lo sto chiedendo, adesso: vuoi venire, sì oppure no?»
«Dipende».
«Non dipende un cazzo. Voglio un sì oppure un no, Selena, scegli tu. Se accetti, stai alle mie condizioni. Se non accetti, stai alle mie condizioni lo stesso. Fai un po' tu,» e sbadigliò.
«Okay,» dissi, senza pensarci neanche. «Okay, vengo con te a Baltimore».
«Saggia scelta,» annuì, facendo sporgere la testa riccioluta dallo schienale del divano. «Cerca solo di non saltarmi addosso, va bene? So d'essere attraente, e so che segretamente mi vuoi, come tutte le ragazze, del resto, ma è una cosa prettamente lavorativa, questo viaggio, ricordalo».
Feci cadere a terra la forchetta che stavo giusto asciugando. «Scusami?»
«Sei scusata,» sogghignò.
«Ma fai sul serio?» sbottai. «Io, che segretamente ti voglio? Che ti salto addosso, Harry?»
«Se non è così, perché ti scaldi tanto?» cantilenò lui, dal divano, tornando stravaccato come un morto di fatica. «Insomma, devi ammettere che ieri sera-»
«Ieri sera,» ringhiai. «Ieri sera sei stato tu a baciare me».
«Ci vogliono due persone, Selena cara,» continuò. «Tu hai ricambiato in tutto e per tutto. Quindi non addossare la colpa sul sottoscritto, grazie».
«Sei... sei... ugh!» esclamai. «Non ti sopporto!»
«Il sentimento è reciproco, credimi. Chi è che le sopporta le ragazzine frignone che si scandalizzano per un bacetto?»
Alle sue parole sentii una voglia irrefrenabile di tirargli un pugno in faccia. Uno di quei pugni dati d'impulso, sul naso o sullo zigomo, un pugno che l'avrebbe zittito. Non mi stavo scandalizzando per un bacetto, mi stavo scandalizzando perché invece che raccontargli della proposta lavorativa di Smoke, mi ero lasciata prendere dal momento e avevo lasciato che la sua bocca, solitamente piena di parole taglienti che usava per prendersi gioco di me, toccasse la mia. Aveva ragione: le mie priorità facevano veramente schifo.
Mi serviva un posto in cui riflettere sul da farsi. Dovevo schiarirmi le idee, ecco, e con Harry nella stessa casa, non si pensava per niente. Afferrai un paio di chiavi dalla mensola, recuperai la giacca, mi infilai un paio di stivali invernali e uscii dall'appartamento. Lui neanche se ne accorse.
Liam non scherzava sulla quantità di neve che c'era. Il mio piede sprofondò di una spanna nella coltre bianca, facendomi rabbrividire. Fortunatamente avevo messo scarpe adatte, altrimenti sarei stata già completamente zuppa. Il cielo era ancora buio, come c'era da aspettarsi, essendo novembre inoltrato. Mi strinsi nella giacca, riparandomi il più possibile dal vento freddo, e mi avviai per le strade di Smoke Town.
Harry. Stupido, dannato Harry. Lui e il suo malumore, il suo modo di parlarmi, il suo essere dolce un minuto e burbero quello dopo. Cercavo in tutti i modi di essere gentile con lui, perché pulirgli la stanza, e il bagno, e sopportare ogni volta in cui tornava a casa e rimetteva tutto al suo confusionale stato originario, non era cosa da poco, ma niente sembrava funzionare per più di due ore di fila. Avevo passato così tanti anni da sola, senza una famiglia, che ora che finalmente mi sentivo a casa, non sapevo come comportarmi. Harry era così: mi faceva sentire sicura e protetta dal mondo, ma allo stesso tempo era lui quello che mi feriva di più. Un paradosso.
Ero così assorta nei miei pensieri, da non aver prestato attenzione a dove stavo andando; dopo non so quanto tempo, constatai che non era stata affatto una buona idea uscire in città. Non c'erano più i lampioni del quartiere del Morris ad illuminare le strade, segno che dovevo essere entrata in uno vicino, uno al quale la luce era negata. Non avevo mai visto quella zona. O forse l'avevo vista, ma di giorno, con i raggi del sole ad illuminarla? Smoke Town si assomigliava tutta, ecco il problema.
Per non parlare della costante sensazione di essere osservata.
Era spaventoso girovagare per Smoke Town con Harry al mio fianco, figuriamoci ora che ero completamente sola. Poi, cos'è che aveva detto, quella volta? Che Smoke Town era più pericolosa di giorno? Sarà, ma faceva comunque paura, adesso.
La mia fortuna, comunque, era la neve: decisi di tornare indietro e di seguire le mie impronte a ritroso, per ritrovare l'albergo di Joe. Se non ci fosse stata quella coltre bianca, sarei stata completamente, irreparabilmente persa.
All'improvviso, delle voci soffuse mi fecero paralizzare sul posto. Sembravano provenire da pochi metri di distanza da dove stavo io, a malapena udibili con la brezza glaciale che mi soffiava nelle orecchie, ma abbastanza forti perché le potessi sentire. Velocemente mi appiattii a ridosso di una casa, nascondendomi nell'ombra tra un vecchio cassonetto e la parete di cemento fredda e bagnata.
«...stupida idea! Almeno ti rendi conto del pericolo che hai corso?!» esclamò una voce maschile e grave che non riconobbi. Non riuscii a sentire la risposta che seguì per via dello scricchiolare della neve sotto i loro scarponi. Si stavano avvicinando.
«Ci è mancato pochissimo, cazzo. C'è sempre Styles di mezzo,» al sentire il cognome di Harry mi feci più attenta.
«Lo sta tenendo d'occhio di persona,» disse una voce più debole, sembrava quella di un ragazzo. «Smoke invece sospetta qualcosa?»
L'altro uomo rise, fermandosi proprio davanti al cassonetto. Di quel poco che riuscivo a vedere del suo volto, era chiara una cicatrice che partiva dalla tempia sinistra fino ad arrivare all'angolo della bocca. Sull'occhio portava una benda, come quella dei pirati, e i suoi capelli neri e lunghi erano legati all'indietro. C'era anche una terza sagoma incapucciata, più minuta delle due, che rimase zitta.
«Smoke è intelligente, ma non fino a questo punto,» disse l'uomo con la benda. «Non ha la minima idea di quello che si nasconde nella sua stessa cittá».
Uno sparo improvviso mi fece sobbalzare e reprimere un urlo. Mi coprii la bocca con la mano, pregando Dio che non mi avessero sentita.
«Cos'era?» chiese il ragazzo.
«Uno sparo, pezzo d'idiota,» rispose l'altro, con fare ovvio.
«No, non mi riferivo a quello,» sentii i suoi passi sulla neve farsi sempre più vicini, fino a fermarsi a neanche un metro da me. Trattenni il fiato e cercai di far rallentare i battiti del mio cuore, per paura che potesse sentirli e far saltare la mia copertura.
Dopo trenta secondi interminabili, il ragazzo si allontanò. «Meglio tornare a Jacks Ave. Non mi piace parlare in queste strade. Anche i muri hanno le orecchie, qui».
Li vidi allontanarsi velocemente, fino a scomparire dalla mia visuale. Restai nascosta altri cinque, dieci minuti, per assicurarmi che se ne fossero andati veramente, poi uscii dal mio nascondiglio. Chi cavolo erano? Cosa volevano da Harry? Perchè lo stavano tenendo d'occhio?
Con mille domande che mi frullavano per la testa, mi avviai quasi di corsa per la strada da cui ero venuta, cercando di mettere più distanza possibile tra me e quei tre uomini. Il suono di passi alle mie spalle mi fece fermare e guardarmi attorno, ma non c'era anima viva; continuai quindi a camminare, tenendo occhi e orecchie bene aperti, per cogliere qualsiasi rumore o movimento. Forse ero solo paranoica: a quest'ora e con questo freddo, la maggior parte dei senzatetto che vivevano lì sarebbero stati nelle loro abitazioni -sempre se era lecito parlare di abitazioni!- e non avevo niente di cui preoccuparmi. Giusto?
Seguii le mie impronte nella neve che erano ancora evidenti, svoltando un angolo, e senza accorgemene andai a sbattere contro qualcosa. O meglio, qualcuno.
«Selena Parker?» disse la voce familiare di Lee. Alzai lo sguardo su di lui: pelle scura, berretto di lana, denti bianchi che sembravano un fanale nella notte. Sì, era lui senza alcun dubbio. Notai che al suo fianco c'era anche un altro uomo, ma non avendolo mai visto prima, non mi soffermai troppo su di lui.
Tirai un sospiro di sollievo. «Lee. Non sono mai stata più felice di vedere qualcuno in vita mia».
«Cosa ci fai qua fuori?» chiese.
«E tu?» gli risposi con un'altra domanda.
Lee alzò un sopracciglio. «Sto lavorando».
Aveva la solita divisa nera addosso, e la pistola a portata di mano, i suoi stivali di pelle sprofondavano nella neve come i miei. L'altra guardia non disse niente, si limitò ad osservarsi attorno con uno sguardo inquieto.
Mi infilai le mani in tasca per riscaldarle.
«Non è sicuro girare per queste strade da sola. Lo sai, vero?» disse l'africano, riponendo la pistola nella fondina.
«Sto tornando a casa, infatti,» risposi.
Lee annuì, pensieroso. «Vengo con te... Stai da Harry, giusto?»
«Giusto,» confermai. «Non devi se non vuoi, non sentirti obbligato,» aggiunsi poi, anche se speravo davvero che mi accompagnasse.
«Tu finisci il turno qua, non ci metterò molto,» disse Lee, lanciando al suo collega un'occhiata di avvertimento.
«Ci rivediamo all'incrocio,» replicò l'uomo, e notai che aveva un leggero accento russo; gli sussurrò qualcos'altro all'orecchio e vidi Lee annuire impercettibilmente, poi «andiamo, dai,» mormorò, rivolto a me.
Era strano camminare per le strade con lui, parecchio strano, considerando che non lo conoscevo affatto. Non conoscevo neanche Harry all'inizio, in realtà, eppure ero andata con lui senza esitare. Forse era il modo in cui me l'aveva chiesto, forse era il fatto che mi aveva praticamente salvato la vita, forse era il modo in cui mi guardava, come se fossi stata una specie di sorella che doveva proteggere, che mi aveva spinto ad accettare e a salire in macchina con lui.
Quando la conversazione che avevo origliato poco prima mi tornò in mente, «cos'è Jaks Ave?» chiesi, rompendo il silenzio.
«Il diminutivo di Jackson Avenue,» rispose, guardandosi attorno come se si fosse aspettato che qualcuno ci avesse attaccati all'improvviso. Jackson Avenue l'avevo sentito altre volte: il problema? Non ricordavo né dove, né quando.
«E cos'è Jackson Avenue?»
Lee si fermò e si piazzò davanti a me. «Tu fai troppe domande, Selena. La curiosità è pericolosa da queste parti,» disse, con un mezzo sorriso stampato in faccia.
«Cos'è Jackson Avenue?» gli richiesi, risoluta e decisa a non far cadere l'argomento.
Lee ridacchiò e scosse la testa, riprendendo a camminare. «Harry non vorrebbe che ti dicessi niente».
«Harry non è qui,» puntualizzai.
Lee sospirò. «Jackson Avenue era una strada, una volta, che col passare degli anni si è espansa ed è diventata uno dei quartieri di Smoke Town. Il più pericoloso, a dirla tutta. Le persone che vivono lì hanno formato una specie di clan, e sono tutti combattenti agressivi e senza pietà. Non devi avvicinarti a quel posto per nessun motivo. Intesi?»
Quindi i tre che stavano parlando, venivano da Jackson Avenue. E, cosa peggiore, stavano tenendo d'occhio Harry. La faccenda non era affatto simpatica, proprio per niente.
«Intesi,» rabbrividii.
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