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16. Solo Cartesio potrebbe dire di avere un piano in mente

Harry

Giovedì e venerdì filarono lisci come l'olio. Nessun intoppo di nome Selena mi destò dal mio sonno pomeridiano, ma forse perché lei passò tutto il suo tempo con Elle, o a leggere poesie, o a dormire, come facevo io. Si era rivelata più pigra del previsto con il ciclo, e neanche tanto più fastidiosa e acida del solito: la cosa mi andava perfettamente bene. Lei stava per conto suo, io per conto mio, e nessuno si faceva male.

«Scommetto che ti piace il ragù di carne che fa Dalia,» la sua voce mi fece scattare alla realtà, e mi ritrovai seduto a tavola a guardare la sua schiena coperta dai suoi capelli neri, lei alle prese con la pasta per la cena.

«Cosa?» scossi la testa, scacciando l'intorpidimento alla mente che mi era venuto. Avevo ancora sonno. Pazzesco.

«Scommetto che ti piace il ragù di carne che fa Dalia,» ripeté Selena, girandosi verso di me, il mestolo di legno in mano e un libro nell'altra. «Devo batterti a questo gioco, Harry, ne va della mia reputazione».

«Piace a tutti, quindi sì,» sbuffai. «A quanto siamo?»

«Dieci a dodici per te,» rispose, con una smorfia infastidita. «Ma non rimarrai in vantaggio ancora molto».

«Scommetto che non sai ammettere una sconfitta,» la punzecchiai, stiracchiandomi la schiena.

«Falso. Ci riesco eccome,» replicò.

«Dimostralo, allora,» dissi, scrollando le spalle. «Fammi vincere».

Mi lanciò un'occhiataccia. «Farti vincere non è ammettere una sconfitta, Harry. Sono due cose diverse. E poi è contro le regole».

«Secondo me le regole te le stai inventando al momento per farmi perdere,» osservai. «Ogni giorno ce n'è una in più».

«Sbagliato!» esclamò, indirizzando il mestolo verso la mia faccia. «Un altro punto a me».

«Non stavo giocando,» bofonchiai. «Questa cosa è stupida».

Con una seconda brutta occhiata, tornò a leggere e mescolare la pasta allo stesso tempo, e io tornai a rimuginare sul possibile piano d'azione per quella sera. Due ore, e saremmo dovuti partire per andare alla festa di James Smoke. Due ore.

«Mi dai una mano?»

«A fare?» sbuffai.

«Scolare la pasta. Non ho abbastanza arti,» e spense il gas.

«Se mettessi giù quel libro, forse,» sbuffai, alzandomi in piedi, rassegnato all'idea che non avrebbe smesso di leggere, neanche se l'avessi pregata in ginocchio. «Ancora poesie?»

«Già,» annuì.

«Ma le sai a memoria, ormai,» protestai, afferrando il manico della pentola d'acqua gettandola nel lavandino attraverso lo scolapasta. «Non ne sei stufa?»

Dopo qualche attimo di silenzio in cui avevo rimesso la pasta nella ciotola, «in realtà sì,» disse lei, piano, poggiandosi al ripiano vicino a me. «Ne sono stufa, ma non posso farne a meno, sai?»

La guardai, immobile, senza battere ciglio. «Scommetto che vedi te stessa come l'Agnello, nella poesia di Blake,» affermai, e il suo silenzio confermò la mia ipotesi.

«Non dovresti, comunque,» continuai, prendendole il libro dalle mani, delicatamente: era un cimelio prezioso, per lei, e io non ero di certo un profanatore. «Secondo me assomigli alla Tigre, Selena. Per certi aspetti».

«Quali aspetti?»

«Sei testarda, ostinata, a volte un po' rabbiosa e stronzetta. Mi vuoi sempre contraddire e devi avere per forza l'ultima parola su tutto,» spiegai. «Ma i tuoi sono morti, e tu sei comunque qui, quindi sei anche forte, no?»

Non rispose, si limitò ad abbassare lo sguardo sui suoi piedi. La pasta era ancora lì che si incollava assieme, formando probabilmente un un grumo immangiabile, ma non me ne preoccupai più di tanto: era lei la protagonista del momento, con la sua espressione triste, affranta e dolorante, come se fosse appena uscita, viva ma ferita, da una battaglia. Potevo capirla, dopotutto. Cazzo se potevo.

«Sai che stavo quasi per scordarmi i loro nomi?» e rialzò lo sguardo su di me. «Ero arrivata ad un punto in cui non ricordavo come si chiamassero, Harry. Stavo cercando di dimenticare tutto di loro, perché chissà, forse avrebbe fatto meno male».

Forse avrebbe fatto meno male.

«È per questo che rileggi la poesia, allora. Non la vuoi dimenticare».

Annuì impercettibilmente. «Ho paura di dimenticarla, credo. Di dimenticare loro».

«Beh,» mormorai. «Se ti fa stare meglio, non ricordo più la voce di mio padre, e un po' mi manca. Pagherei oro per sentire anche solo un rimprovero da parte sua -peccato che i soldi non valgano un cazzo, e non riporteranno in vita nessuno».

In realtà la ricordavo bene la voce di mio padre. Bastava ascoltare James Smoke parlare, e immaginarsi quel suo timbro autoritario che lo caratterizzava, leggermente più debole, biascicato e rude, con qualche parolaccia masticata, e il tanfo di alcol del suo alito caldo. La voce di mio padre era anche più calda di quella di James, però, ed era più familiare, e sapeva di casa. Ecco, la ricordavo bene. Una piccola bugia per far stare un po' meglio Selena: era una cosa che andava bene, mentire per fini altruistici.

La vidi che stava per replicare, ma il nostro piccolo momento di quiete venne interrotto dall'apertura brusca e improvvisa della porta d'entrata, e il vociare rumoroso di Liam, Niall e Zayn riempì tutto l'appartamento. Louis non c'era, come mi aspettavo: dopo la nostra litigata, qualche giorno prima, aveva preso le sue cose e s'era trasferito da sua sorella. Non me ne preoccupavo, comunque, perché nel giro di una, due settimane, gli sarebbe passato tutto e sarebbe tornato qui, sicuro come il sole.

Si congelarono tutti e tre quando ci videro; solo allora m'accorsi di quanto vicini eravamo Selena ed io, e mi allontanai quasi facendo cadere a terra la pentola di pasta al ragù.

«Interrompiamo qualcosa?» domandò Niall.

«No,» rispose Selena. «Ci stavamo chiedendo dov'eravate finiti».

Zayn andò a lavarsi le mani fino a dove, un secondo prima, c'ero io. «Siamo in anticipo, in realtà,» disse. «La festa è fra tipo due ore, e noi dobbiamo partire alle sette e mezzo se vogliamo arrivare puntuali, e non abbiamo ancora né un piano, né niente-»

«Un piano?» mi accigliai.

«Un piano, sì,» annuì Liam. «Nel caso Smoke stesse tramando qualcosa».

Risi sommessamente, fra me e me, dividendo la cena nei cinque piatti apparecchiati in tavola. «Smoke sta sicuramente tramando qualcosa, Liam. Il punto è che i nostri piani non hanno mai, mai funzionato, quindi perché scomodarsi?»

Tutti si sedettero a tavola. Niall scuoteva la testa, Liam sospirava in rassegnazione, Zayn sbuffava e Selena si mordicchiava il labbro inferiore quasi in modo ossessivo. Calò un silenzio colmo di ansia e paura, nella stanza, che aleggiava sopra al tavolo dove stavamo cenando come un fantasma invisibile e ghiacciato, raffreddando l'aria quasi irrespirabile, per me.

«Okay,» mi arresi, infine. «Okay, ci serve un piano».

Il fantasma si dissipò veloce com'era apparso, alle mie parole, e il viso di tutti s'illuminò un po'. Zayn divorò con foga il suo cibo, prima di scattare nel cassetto del mobile della cucina e tirarne fuori una mappa e due pennarelli, uno blu e uno rosso. Fece spazio sulla tavola, mostrando a tutti la piantina della villa di Smoke, nei minimi particolari. «Questo è il primo piano soltanto, Selena,» le spiegò. Noi altri lo sapevamo già.

«Le feste, di solito, si tengono nella sala principale,» Liam indicò l'enorme stanza adiacente alla grande scalinata, alla quale si accedeva grazie ad un portone in rovere così imponente che neanche quello della biblioteca reggeva il confronto. A James piaceva il rovere, decisamente. «La sala dà sui giardini e la piscina, ma sicuramente le vetrate saranno chiuse -il vetro è allarmato, ricordatelo. Ora, se siamo qui,» e con una X rossa indicò la pista da ballo. «Abbiamo solo due uscite che possiamo usare: quella di sicurezza, o quella principale».

«Non è pericoloso, usare quella principale?» osservò Selena. «Insomma, sicuramente ci saranno guardie appostate all'entrata, no?»

«Certo che ci sono, Sel,» alzai gli occhi al cielo, bevendo un sorso d'acqua. «Per questo non useremo nessuna delle due uscite».

Perplessi, tutti e quattro puntarono i loro occhi su di me. Sospirai. «Cazzo, pensateci. Se siamo lì in mezzo, con tutta la gente, a scappare dalla porta d'emergenza ci si impiegano ore. Per questo, dobbiamo raggiungere la scalinata e salire al piano superiore,» girai la piantina: sul retro, come immaginavo, c'era la seconda parte della villa. «Proseguiamo per il corridoio, e si arriva alle stanze degli archivi, giusto? È da lì che passa la servitù. James Smoke mica si pulisce il cesso da solo, chiaramente, e le cameriere di certo non faranno da spia. C'è una porta anche qui, che dà su un terrazzo,» e cerchiai la fine del corridoio. «Si torna ai giardini prendendo le scale, o si può saltare giù direttamente, perché non è molto alto».

«E una volta arrivati ai giardini, come usciamo dalla proprietà?» domandò Niall.

«Il vecchio passaggio segreto, genio,» ammiccai. «Sono dieci anni che c'è, e nessuno se n'è mai accorto,» indicai il lato nord del grande prato, oltre il piccolo laghetto delle papere, a ridosso della strada. «C'è un ritaglio nella recinzione di ferro battuto, qui, che è solo appoggiato al resto del perimetro, non più saldato. Basta attraversare la siepe, dargli un calcetto, e si apre come una porta».

«Cazzo, perché non lo sapevo?» mormorò Liam.

«Non lo sa nessuno tranne Daniel ed io,» annuii. «Abbiamo rotto noi la recinzione, anni e anni fa».

«Daniel potrebbe essere un problema,» disse Zayn.

«Faremo in modo di non farci scoprire, allora,» concluse Selena.

Fino alle sei e mezzo di sera continuammo a parlottare sui possibili luoghi di ritrovo nel caso venissimo separati a causa della folla -era importante restare in gruppo, se si voleva uscire indenni dalla serata. Liam propose la porta principale, Zayn propose l'entrata alla sala della festa, Niall propose quella d'emergenza, mentre Selena, l'unica ragionevole, l'inizio delle scale: fuori dal baccano della gente, ma più vicino alla nostra via di fuga. Perfetto.

Ovviamente non glielo dissi, le rivolsi solo un va bene annoiato e disinteressato, perché quell'idea avrei dovuto farmela venire io.

«Io vado a farmi la doccia,» annunciò Zayn, ripiegando la piantina. «Ci metto poco, comunque, quindi se volete farvela dopo di me avete tutto il tempo del mondo».

«Già fatta,» sbadigliai, mentre il moro e Liam sparivano dal soggiorno.

«Anche io,» aggiunse Selena, iniziando a sparecchiare. «Io e Harry siamo pronti da tre ore».

Niall, rimasto con noi, ci squadrò da cima a fondo, critico e impassibile. «No che non siete pronti,» scosse la testa. «Avete intenzione di venire via vestiti così

Notai Selena guardare i suoi jeans e la sua camicetta, che le stavano a pennello, e sistemarsi una ciocca di capelli neri dietro l'orecchio. «Cos'hanno che non va?»

«È troppo casual, per Dio!» esclamò il biondo. «Harry, tu indosserai uno smoking, come tutti noi, e Selena un bel vestito nero, okay?»

«Secondo te io ho un vestito nero da mettere?» piagnucolò lei. «Non posso restare così?»

«Assolutamente no».

Selena sbuffò e si appoggiò al piano cottura, incrociando le braccia al petto, alla risposta del ragazzo.

«Forse Elle ha un vestito in più che potrebbe prestarti?» continuò Niall, troppo fiducioso.

«Elle ha una quarta e mezza, di reggiseno,» mi intromisi. «Tu, Sel? Una seconda? Hanno i fianchi diversi, completamente, e poi bisogna saperli portare, quegli abiti francesi del cazzo».

«Una seconda abbondante,» sibilò lei, facendomi sghignazzare in silenzio, sotto ai baffi. «Vengo in jeans, punto e basta».

«Se vuoi che tutti ti guardino, okay,» Niall fece spallucce. «Andiamo, il dress-code è elegante, non puoi presentarti al party di James Smoke in pantaloni e maglietta. Sarebbe una presa per il culo bella e buona, e a Smoke non piacciono le prese per il culo».

«Se mi trovi un vestito che mi vada bene, in meno di un'ora, lo indosserò volentieri,» sbuffò ancora lei.

«Ho un'idea,» mi illuminai. Selena era piccola, come ragazza. Non era altissima, era magra, aveva la statura molto simile a quella di mia madre. Un gioco da ragazzi, trovarle un abito da indossare, considerando che Dalia li aveva conservati tutti. Mi alzai di scatto da tavola, prendendola per il polso e avviandomi verso la porta.

«Io vi aspetto qui, eh,» urlò Niall, dall'interno: eravamo già in corridoio.

«Harry, davvero, io resto a casa, non voglio scomodarti a cercarmi un abito-» iniziò lei.

«Pagherei oro perché tu restassi qua,» mi fermai poco prima di scendere le scale del primo piano, girandomi a guardarla. «Ma non puoi proprio farlo, e mi dispiace da morire per averti trascinata in questa faccenda del cazzo. Non avrei dovuto portarti con me da nessuna parte, quella sera: ci saremmo risparmiati tutto questo macello».

Non avrei cercato di baciarti.

Mi fissò in silenzio per un paio di istanti, poi sospirò e distolse lo sguardo. «Andiamo a prendere quel vestito, allora,» mormorò.

. . .

Mia madre l'aveva indossato una volta soltanto. Era stato il regalo di matrimonio che James Smoke le aveva fatto, e doveva essergli costato una fortuna; a papà aveva comprato un'auto nuova, che lui non aveva mai guidato perché quasi sempre ubriaco, e a lei, appunto, quell'abito da sera rosa pallido, leggero ed elegante, che la faceva sembrare una principessa. O almeno, era quello che avevo pensato quando glielo avevo visto addosso, quella volta. Guardare Selena scendere le scale, traballando sui tacchi che si abbinavano alla perfezione, i capelli raccolti nella treccia elaborata che sapevo essere opera di Dalia, e le spalle scoperte, fu un po' come ritrovare mia madre, dopo cinque anni. Sel aveva qualche ruga in meno, certo, e la vita leggermente più stretta, ma il principio era lo stesso. Sembrava la mamma.

«Ti sta meravigliosamente,» le disse Zayn, porgendole un braccio, accompagnandola fino all'uscita dell'albergo. Niall e Liam erano già in macchina che aspettavano, mancavamo solo noi tre.

«Tu dici?» Selena, scettica, alzò leggermente la gonna quando mise piede nel cortile irregolare. «Ho paura di rovinarlo».

«Basta che stai attenta,» risposi, aprendo la portiera dalla parte del guidatore.

Quando Selena entrò nel campo visivo degli altri due già seduti, prendendo posto vicino a loro, scatenò un piccolo coro di applausi felici. «E' bellissimo, giuro,» annuì Niall, alla sua sinistra. «Incantevole!»

«E anche sexy, aggiungerei,» sentii Liam mormorare sottovoce, ma così piano che lo sentii solo io, che ero proprio davanti a lui. Zayn occupò il sedile anteriore del passeggero, e quando fummo tutti sistemati, accesi il motore e uscii dal piccolo cortile.

«Credo di aver dimenticato a casa la borsetta,» borbottò Sel, dopo dieci minuti. «E anche il cappotto».

«Io non torno indietro,» le feci sapere, mantenendo gli occhi sulla strada. «Siamo già in ritardo».

Dallo specchietto retrovisore, la vidi stringersi nelle spalle -doveva avere parecchio freddo- e Zayn e Liam subito si sfilarono le loro giacche eleganti, da veri gentiluomini, facendo quasi a gara per far sì che lei ne scegliesse uno. Fu Niall, però, il vincitore, che ebbe l'onore di avvolgere il suo braccio destro attorno alle sue spalle, attirandola contro il suo petto. Di Niall non mi preoccupavo affatto: lo faceva con premura, non malizia, lo faceva perché erano amici, non perché voleva qualcosa in più, da lei. E poi Zayn e Liam non erano compagnie raccomandabili. Sapevano essere simpatici, e di sicuro non le avrebbero fatto del male, ma comunque. A me non andava giù. No, Niall era molto meglio.

«Grazie,» gli disse Selena, piano.

Il biondo non rispose, ma intravidi un piccolo sorriso spuntare sul suo viso. Non uno di quei sorrisi sghembi che le facevo io, per punzecchiarla o per infastidirla, ma uno di quei sorrisi che ero solito rivolgere a Gemma quando si addormentava sulla mia spalla, guardando un film, uno di quei sorrisi che solo Niall sapeva fare. Un sorriso fraterno.

Distolsi lo sguardo.

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