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"Bip Bip Bip"

-Nonna...- sussurro con voce rotta, il suo viso riflesso sulla finestra per qualche secondo si illumina, poi torna cupo. Mi avvicino con le gambe che tremano, abbasso lo sguardo sulle sue mani che stringono forte il cellulare nell'attesa di una chiamata che non arriverà mai; tiene stretta anche una catenina di metallo argentato con una piastrina, non mi serve leggere il nome per saperlo: Ryan James Gillies. Cado in ginocchio accanto a lei, le lacrime scendono amare lungo le mie guance mentre un dolore sordo mi invade il cuore lasciandomi senza respiro e con un vuoto nel petto. Non son più io a gestire il mio corpo, non ce la farei, tutto quello che faccio sembra surreale. Allungo la mano sulla piastrina e la prendo dalle dita di mia nonna, passo sopra il pollice un paio di volte, come se potessi cambiare quella maledetta scritta. Ma non è così: Ryan James Gillies. Non ho più il controllo di me stessa, inizio ad urlare fino a quando non sento la voce arrochirsi. Resto inginocchiata sul pavimento con la testa tra le mani ed un silenzio assordante attorno a me. Mi sento sola. Sola con il mio dolore troppo grande da sopportare. Ho bisogno di qualcuno, ho bisogno di Avan. Meccanicamente mi alzo dal pavimento, indosso attorno al collo la piastrina ed esco da quell'appartamento. Scendo le scale di corsa rischiando più volte di cadere nei nove piani di scale, percorro di corsa l'atrio passando davanti a quell'odiosa portinaia, spingo il portone e corro in strada. Mi guardo attorno disorientata, in questo momento non ricorderei neppure il mio nome, figuriamoci la strada per casa di Avan. Resto immobile nel bel mezzo del marciapiede per diversi minuti, i pugni stretti lungo i fianchi, le ginocchia molli. Uno stato di irrealtà altera ogni cosa attorno a me: la risata dei bambini al parco, il rumore del traffico di Boston, l'abbaiare di un cane; tutto mi arriva ovattato.

-Stai bene ragazza?- la voce di uno sconosciuto fermo davanti a me, mi sforzo di annuire e cammino avanti a me per attraversare la strada. Un clascon mi suona, volto la testa ma è troppo tardi: il camion mi prende in pieno e io cado stesa sul freddo asfalto senza sensi.

⚠⚠⚠

La scena che si presenta davanti quando il bagliore svanisce è difficile da registrare: una ragazza è stesa sull'asfalto con il volto nascosto dai capelli corvini, è immobile mentre attorno a lei si crea una calca di gente. Un signore sulla quarantina le sta vicino preoccupato e tenta quella che io interpreto come una manovra di rianimazione; sposta i capelli dal volto della ragazza e mi riconosco in quel corpo... ma io non sono lì. Come posso vedermi in terza persona?
Una mano si posa sulla mia spalla, mi volto e trovo quegl'occhi  mai cambiati nel tempo, sempre così azzurri.  Mi tuffo tra le braccia di mio padre e nascondo il viso nella sua camicia bianca.

-Elizabeth...- sbircio tra la calca di gente intorno alla me stesa in strada Beck farsi avanti, mi guarda in volto e sbianca. -Vieni, facciamo un giro.- annuisco leggermente a mio padre e lancio un ultimo sguardo alla ragazza in terra. Mio padre mi prende per mano, attraversa la rete per entrare al Willwwood park,  nostri corpi sembrano fatti di aria e passano il metallo. Mi trovo a passeggiare per il paco mano nella mano con mio padre.

-Papà, sono morta, non è così?- domando dopo qualche minuto di taciturna camminata.

-No Liz, non ancora.- risponde con lo sguardo fisso davanti a noi, mi faccio coraggio per  la seconda domanda.

-E tu, papà, sei morto?- mi giro di poco per riuscire a guardarlo.

-No, neanche io, non ancora.-

-Che cosa vuol dire "non ancora"?- lui stringe le labbra e sospira.

-Vuol dire che sei in coma, stai in un limbo: non sei viva nel tuo corpo e non sei morta senza corpo. Sei solo un'anima destinata a vagare fino a quando non uscirai dal coma.-

-È questo che è successo anche a te? Sei in coma, non è così? La piastrina la hanno presa per sbaglio.- porto la mano al collo per fargli vedere la catenina di metallo ma non la trovo, impanicata abbasso lo sguardo; non solo non c'è la piastrina, ma anche i miei vestiti son diversi. Al posto della mia tuta indosso un vestito bianchissimo stretto in vita che scende morbido sui fianchi; anche papà è vestito di bianco.

-Esattamente Elizabeth, vorrei solo riuscire a farlo capire a mia madre.- sospira.

-Pa' che ti è successo in questi nove anni?- si ferma, il suo sguardo si fissa nel vuoto per qualche istante prima di rispondere.

-Tante cosa, troppe da raccontarti.-

-Abbiamo tutto il tempo, mi pare.-

-No Elizabeth, devi cercare di tornare nel tuo corpo prima possibile, oppure sarà sempre più difficile dopo.-

-E tu da quanto tempo sei qui?-

-Non preoccuparti di me, io non avevo più nulla per cui valesse la pena vivere.- abbassa lo sguardo triste. -Non dopo le nozze programmate da Pamela.-

-Cosa? Come lo sai?-

-Ero lì con te, come ero lì con te mentre mi chiamavi, solo non potevo risponderti.- arrossisco, se era lì con me in quel momento vuol dire che forse lo era anche dopo nella roulette di Avan.

-Ciò vuol dire che sai ogni cosa, anche di Avan?- ragiono a voce alta, lui annuisce e io mi sento sprofondare. -Papà, io...-

-No, non importa... guarda.- schiocca le dita e l'ambiente attorno a noi cambia di colpo, è una stanza d'ospedale. La me nel mondo reale è sdraiata su di un letto con un centinaio di fili attaccati, di sottofondo si sente un lento e regolare "Bip Bip Bip". Una figura è inginocchiata accanto al mio letto e tiene stretta una mia mano tra le sue; mi basta uno sguardo per riconoscere Avan. Impulsivamente mi  avvicino al ragazzo e poggio la mano sulla sua spalla, noto solo ora le lacrime che bagnano il lenzuolo.

-Che stà succedendo? Perché è già qui? Perché non può sentirmi?- domando frenetica senza badare al fatto che forse mio padre una relazione così la pensa un po' azzardata.

-Elizabeth, qui nel limbo il tempo passa sempre più veloce, quelli che per noi sembrano dieci minuti per loro sono ore; sulla terra dei vivi è notte fonda adesso.- non riesco a smettere di guardare Avan, il suo sguardo mi fa male.

-Papà, fai qualcosa, fagli capire che io sono qui, che va tutto bene, che non sono morta... ti prego papà...- inizio a piangere, la mano di mio padre si posa sulla mia spalla.

-Non posso Liz... non posso farci nulla.- mi accovaccio vicino al moro, poggio la mano sulla sua ma passa attraverso.

-Avan... ascolta, sono qui! Sono viva! Tornerò presto, tornerò da te. Avan ti prego smettila, non piangere.- sussurro, ma ogni cosa è inutile: non c'è comunicazione tra i vivi e noi nel limbo.

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