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6

Le Duse dell'accampamento lo accolsero con lunghi sguardi diffidenti. Sembravano sorprese del suo ritardo, ma si limitarono a lanciargli occhiate dubbiose e a darsi di gomito a vicenda.
Molte di loro portavano anelli stretti alle braccia, e avevano gli zigomi striati con ditate rosse di polvere.

Eadan si sentiva terribilmente in colpa per aver lasciato i due Mandradori soli ed essere scappato come un codardo nel cuore della notte.
Però aveva compreso lo sguardo di Ukue poco prima che sparisse dall'albergo: era stato perdonato.

Non sapeva se lo stesso valeva per Rick, ma non si concesse di rifletterci su. Non aveva idea di come avrebbe riconosciuto Lillianne, e nella confusione più totale cominciò a guardarsi intorno sempre più infastidito dalle espressioni delle Duse ribelli.

Scorse, tra le numerose tende in tela chiara, una capanna fatta di pietre e coperta da uno spesso patchwork di tessuti di tutti i tipi e tonalità di nero.
Da esso uscì una Dusa dai lunghi e lisci capelli neri e grandi anelli che prendevano dai lobi. Dietro di lei, quella che sembrava essere una giovane apprendista dai grandi occhi nocciola rievocò in Eadan una strana sensazione di déjà vu; scosse la testa per liberarsi della confusione, ma non riuscì a fare altro se non convincersi: l'aveva già incontrata.

"Messaggero." Lo chiamò la Dusa con i capelli neri e lisci. "Sono Lillianne, il capo delle Ribelli Antiregis. Sei giunto qui ad Abat-Teau per recapitarci la risposta dei re bastardi?"

Eadan sussultò, non solo per l'assenza di cerimonie e per la povertà dell'accampamento di Abat-Teau, ma per l'epiteto spregevole che Lillianne aveva usato per i Tavio. Si sentì in dovere di difenderli, ma rimase zitto: prima spiegava loro le intenzioni dei sovrani e meglio sarebbe stato.

"I Re hanno intenzione di trattare con voi solo se vi recherete a palazzo entro cinque giorni." Rispose piatto, tenendo i pugni stretti dietro la schiena. Lillianne emise una risata sprezzante: "Vogliono farmi fuori con mezzi così subdoli?" La giovane Dusa di fianco a lei teneva le braccia conserte, con un'espressione torva stampata in viso."È un ultimatum per caso?" Sibilò a voce bassa.

Eadan la guardò con la coda degli occhi, per poi tornare a concentrarsi su Lillianne. "È la loro unica condizione." Dichiarò con freddezza: loro non avevano fatto lo stesso? Avevano minacciato di attaccare la capitale Shal, popolata da decine di Duse, e di rovesciare la diarchia solo per rispettare le tradizioni.

Lillianne gli lanciò uno sguardo fulminante. "E se non volessi venire con te?"
Un silenzio teso tenne sigillate le labbra del messaggero.

La Dusa rise di nuovo, con un tono più divertito e leggero rispetto a quello precedente: "Ma certo, mi faranno saltare la testa comunque. Va bene, verrò. Ma dammi due giorni per prepararmi."

Eadan tirò un sospiro di sollievo: forse la pace ad Ignis non era del tutto impossibile. 

"Olivia, seguimi!" Ordinò Lillianne all'apprendista, che obbedì con la testa bassa ma con gli occhi puntati in quelli del giovane. Un brivido percorse la schiena di quest'ultimo, ma se ne liberò scrollando le spalle con un'espressione infastidita sul viso.

Olivia scostò un drappo di pelle nera che dava accesso alla tenda di Lillianne, si voltò e fissò a lungo Eadan: quest'ultimo assottigliò lo sguardo, ma lo tenne fisso in quello della Sua prima che sparisse nella capanna.

D'un tratto i suoi occhi scuri, la durezza della sua espressione, il suo sguardo diffidente, si fusero con quelli di qualcuno a cui Eadan non aveva mai neanche provato a pensare: Olivia era identica ad Ottavia.

Quest'ultima se ne stava chiusa nello Studio dei Conti al palazzo dei Tavio, i capelli fermati dietro le orecchie e la schiena ricurva su scartoffie e documenti per quali non provava il minimo interesse.

Era indaffarata da ore a cercare anche un singolo pezzo di carta che potesse fornirle informazioni utili, ma la polvere e il buio dello Studio non le avevano agevolato il lavoro. Per un attimo aveva persino sperato che, in un colpo di fortuna, la soluzione del dilemma che l' affliggeva da giorni sarebbe apparsa come una magia dal nulla.
Sbuffò, premendo i palmi delle mani sugli occhi. In un impulso di rabbia spazzò sul pavimento carte e cartelle che se ne stavano accatastate sotto al suo naso, e poggiò i gomiti sul tavolo. Doveva pur esserci qualcosa, anche un singolo bigliettino stropicciato o una pergamena in una bottiglia piena di terra, anche un'incisione sulla pietra o un rebus nascosto su uno scaffale a caso.

"Dannazione" imprecò, colpendo con un pugno la superficie del tavolo, che si crepò. Ottavia sgranò gli occhi, coprendo la spaccatura con la pagina di un fascicolo ampio color ocra. Emise un  respiro profondo quando le sue dita ruvide e piene di calli si staccarono dalla carta del foglio: non era ancora riuscita a trovare niente. Di nuovo. Eadan doveva essere arrivato all'accampamento delle ribelli già da un paio di giorni, eppure non aveva ancora ricevuto notizie da parte di Olivia, non aveva idea di come intendesse agire Lillianne; aspettavano tutte una sua dritta, una sua soffiata sui piani dei Tavio, ma ma lei non ne sapeva nulla ed era stata esclusa di nuovo, tutto a causa della presenza di Elder.

"Tutto a causa..." rimuginò a testa bassa. "Di Elder!" Il suo viso si illuminò, il suo sguardo scattò in avanti: doveva riuscire ad allontanarla per riavvicinarsi ai sovrani, riottenere la loro fiducia e con essa informazioni utili per la guerra. Doveva escogitare qualcosa. "Io devo..." cominciò a mezza voce, quando una lettera catturò la sua attenzione: non era impolverata, ciò significava che era stata messa lì da poco. Era semi nascosta in un libro con il dorso rivolto verso l'interno dello scaffale, in modo che le pagine fossero visibili. Si trovava ben infilata tra esse e si confondeva alla perfezione, tranne per un dettaglio che era sfuggito all'anziana: tracce di ceralacca  ormai secca sporcavano di scarlatto i bordi del tomo.

Ottavia la sfilò svelta dal libro, passando un'unghia sul margine della busta ber aprirla senza provocare danni toppo evidenti al sigillo. Esitò, leggendo le scritte che recitavano: "Cereali: 15 tonnellate, Mondie: 15 tonnellate, semi di Tiem: 30 tonnellate." Erano i rifornimenti di cibo provenienti da Mandrara, pensò. Nulla di cui preoccuparsi. Quindi giunse alla conclusione che nessuno avrebbe avuto qualcosa in contrario se lei avesse dato una sbirciatina.

Sapeva di non dover essere così superficiale da credere a tre parole scritte con inchiostro smeraldino. Afferrò la carta ruvida della lettera, la estrasse e cominciò a far scorrere lo sguardo sulle parole, e a mano a mano che il significato di esse si modellava sulla sua lingua la consapevolezza cominciò a serrarle la gola, fino a mozzarle il respiro. Quella non era una lettera: era un piano d'attacco.

"Devo trovare Eadan." La voce le uscì a stento.

"Dobbiamo trovare Eadan." Sbuffò Ukue roteando gli occhi. Da quando il giovane messaggero aveva lasciato l'albergo la notte prima in preda ad un attacco di panico lui e Rick erano caduti nella confusione totale. Quest'ultimo si era rivelato però molto poco propenso a prendere in mano la situazione, preferì sfogare la sua rabbia in scenate di collera, proprio come quella, di cui il suo amico era l'unico spettatore.

"No che non dobbiamo. Non abbiamo bisogno di nessuno." Ringhiò, continuando a percorrere avanti e indietro la camera dove si trovavano dal giorno prima. "Men che meno di quel vigliacco, traditore, bugiardo-" 

"Rick..." Ukue lo interruppe, alzando gli occhi al cielo. Sospirò incrociando le braccia e cercando lo sguardo dell'amico: "Non serve a niente insultarlo. E poi siamo stati noi a metterlo in difficoltà: non è colpa sua." Cercò di farlo ragionare, ma inutilmente: "No infatti..." sibilò Rick. "È colpa tua! Tu ci hai messo in questa situazione, e sarò io a tirarci fuori dai problemi. Come sempre." Gli puntò un dito al petto, per poi abbassarlo sotto lo sguardo severo di Ukue.

"E va bene. Hai qualche altra idea che non sia urlare tutto il giorno?" Chiese poggiando i pugni ai fianchi. "Non sappiamo se arrivati all'accampamento delle ribelli queste ci bruceranno vivi o altro, e non sappiamo neanche se il tuo amico Elefero sarà lì ad aiutarci, quindi che facciamo?"

Ukue puntellò i gomiti sul materasso, continuando a fissare Rick. "Immagino che non abbiamo altra scelta." Sospirò abbassando le spalle. "O aggiriamo l'accampamento -cosa che, se permetti, mi sembra poco plausibile- o ci passiamo dritti in mezzo, con tutta l'eventualità di essere ammazzati."

Rick gli sorrise, in un ghigno malefico. "È deciso dunque." Disse. "Ci passiamo in mezzo." 

Ukue chiuse gli occhi sospirando, per poi annuire con aria sconfitta: "E va bene. Sei tu il capo."
Presero le loro sacche e vi misero il poco che si erano portati: biancheria di ricambio, armi, radici e semi.
Ukue raccolse da terra l'arco che usava da quando era bambino e la faretra piena di frecce, mentre Rick estrasse da sotto il materasso una spada lunga quanto il suo braccio.

"L'hai tenuta lì tutto questo tempo?" Ukue alzò le sopracciglia osservandolo mentre lucidava il metallo scintillante. Non ricevette risposta. Il compagno lo superò aprendo la porta con un calcio: "Andiamo."

Ukue sospirò, prima di seguirlo.

Rick continuava a passare le dita sotto il tessuto della canotta a collo alto, sempre più innervosito dal caldo che sembrava risalire lungo le gambe e artigliargli la gola. Inizialmente non era riuscito a sopportare l'idea di permettere all'amico di girovagare per il sistema Z-Omega senza meta, solo per il puro desiderio di ribellione. Quando alla taverna l'aveva visto vestito da cameriere per prima cosa aveva provato sollievo, poi nausea, poi una collera che era quasi sfociata in una rissa.

Dal canto suo Ukue fissava torvo i lacci degli stivali che gli arrivavano ai polpacci. Lasciare Mandrara era stata una pessima scelta, ma dopotutto non era così dispiaciuto di essersi preso una pausa dalle attenzioni soffocanti dei suoi genitori, e da Rick, che era deciso a insegnargli l'uso della spada. Nonostante non l'avrebbe mai ammesso, era contento che fosse venuto a prenderlo.

"Quando torneremo a casa, tua madre saprà che farsene di te. Ti sanguineranno le orecchie per quanti rimproveri ti sorbirai." Ringhiò quest'ultimo, scuotendo i folti riccioli scarlatti. A ogni sua parola l'anello al labbro tremolava, scintillando alla luce. Ukue ricordava che il giorno in cui si erano conosciuti ancora non lo portava: era stata una scelta bizzarra, quella di farsi bucare il labbro inferiore proprio dove una leggera ruga segnava il centro, ma non l'aveva persuaso a lasciar stare: quel ragazzo aveva la testa più dura dell'ossidiana

Rise piano: "Non c'è bisogno di nascondere il tuo piacere nell'attendere la mia punizione, tanto toccherà pure a te." Rick si bloccò di colpo, guardandolo in cagnesco.

"Perché non sei riuscito a trattenermi a Mandrara." Ukue sollevò lo spigolo delle labbra soddisfatto. Il compagno scattò in avanti con rabbia: "Non è colpa mia se sei stato così immaturo da-" Non finì la frase, perché venne zittito: "Shh. Ho sentito qualcosa." Fece l'altro.

Passarono diversi minuti in cui Rick, livido di rabbia, tentò di carpire nel silenzio un qualche tipo di segnale. "Cosa?" Chiese infine sbuffando sonoramente con impazienza. "Cosa hai sentito?"

"Ecco ora non lo sento più." Esasperato, Ukue alzò gli occhi al cielo. "Il silenzio, caro mio. Non è durato neanche due minuti." Cambiò immediatamente espressione quando vide gli occhi furenti  del compagno. Si girò e cominciò a correre, e Rick a seguirlo. Nella foga di scappare dalla furia dell'amico, la biancheria cominciò a volare fuori dalla sacca che teneva legata in vita. Si voltò, appena in tempo per vedere un paio di mutande finire in faccia all'inseguitore. Ukue scoppiò in una fragorosa risata, prima di sbattere contro qualcosa.

Capitombolò a terra e Rick, nel tentativo di sfilarsi i mutandoni dalla testa, inciampò su di lui. Quando riuscì a liberarsi, si fiondò sul compagno, che ruotò su un fianco tenendosi stretta la testa fra le mani. "Aspetta! Aspetta un attimo sottospecie di cinghiale rabbioso!" Strillò quando gli fu addosso. "Siamo arrivati!" Disse, indicando la struttura dietro le ampie spalle di Rick su cui era andato a sbattere.

I Mandratori si rimisero in piedi, spazzolandosi la polvere rossa dai vestiti. Rick in particolare aiutò l'altro con una poderosa pacca sulla schiena che gli mozzò il fiato e lo fece finire quasi a gambe all'aria.

"Già." Confermò poi. "Siamo arrivati."

Ukue mugugnò scontento un verso di assenzo.

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