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Con le gambe tremanti, Eadan si costrinse a camminare. Avvertiva una forte ansia, che cercò di ignorare continuando ad avvicinarsi ai due enormi troni al ritmo lento e imperioso dei corni. Ottavia camminava a testa alta al suo fianco, i pugni stretti lungo i fianchi e la gonna che le cingeva la vita che ondeggiava al ritmo dei suoi passi.
Il messaggero provò a imitarla, sollevando il mento e ostentando sicurezza. Osservò la sala: il soffitto a cassettoni era talmente alto che risultava essere buio e la musica amplificata. Una vasta vetrata al posto della parete dietro ai troni diffondeva una misteriosa quanto calamitante luce rossastra, e nascondeva i due sovrani nella fastidiosa penombra del controluce. Eadan deglutì, prima di schiarirsi la voce e inginocchiarsi al cospetto dei due Tavio.
Respirò un po'di polvere rossa che sporcava il pavimento viola, poi si fece coraggio.
"Miei eccelsi sovrani, sono Eadan, uno dei messaggeri di Aria. Al vostro servizio." Pronunciò quelle parole nell'esatto istante in cui i corni smisero di suonare, e la sua voce rimbombò in tutta la sala, compresi i suoi respiri affannosi.
Non ricevette nessuna risposta, quindi non sapendo cosa guardare rimase a fissare le sue esili ginocchia pallide, e i pantaloncini in flanella azzurra che il suo pianeta natale forniva ai messaggeri che partivano per lavorare all'estero.
"Alzati, Silfide." Fece infine una voce, Eadan non seppe attribuirle un vero e proprio aggettivo. Fece come gli era stato detto, guardando attraverso le ciocche di capelli che gli erano cadute sugli occhi.
Avrebbe voluto dire che non era una Silfide, che il vero nome dei popoli di Aria era Eleferi, che significava 'liberi come i venti' nella loro lingua.
Ma tacque, perché sapeva che ai re di Ignis non interessava niente del suo popolo, tantomeno delle origini del suo nome.
Alzò dunque lo sguardo, intravedendo i lineamenti spigolosi e disarmonici di uno dei due Tavio che si era sporto dal trono, poggiando mollemente il mento su un pugno.
I suoi occhi saettarono verso la fonte della voce, che realizzò non appartenere ai monarchi.
Una donna anziana, una Mandratora dai folti capelli grigi che ricadevano sulle spalle ricurve, stava ai piedi dei sovrani, che sembravano intenzionati a non instaurare un discorso diretto con Eadan.
"Riferisci il messaggio." Ordinò l'anziana.
Il giovane si schiarì la voce, drizzando la schiena per apparire più fiducioso in sé stesso. "Lillianne ha dichiarato che, qualora le Eccellenze non abbiano abdicato entro tre giorni di Vega, sposterà gli accampamenti dei ribelli ai confini di Shal e invaderà la capitale periodicamente. Temo voglia attentare alle preziose vite delle Eccellenze stesse, ma è solo una mia supposizione."
Tre giorni di Vega. Era un tempo fin troppo breve affinché i sovrani avessero la possibilità di digerire la minaccia del capo degli Antikaralis. O almeno così pensava Eadan. "Alcune fonti attendibili mi hanno riferito che si sono alleate con gli Antiregis." Aggiunse, nel tentativo di ottenere una reazione dei Tavio. Quello seduto sulla destra si agitò sul posto, ma quello sulla sinistra, con un placido movimento del braccio, gli fece cenno di calmarsi.
Conversarono sottovoce per lunghi minuti, nei quali il messaggero spostando il peso del corpo da un piede all'altro a disagio e guardandosi intorno, facendo scorrere lo sguardo lungo le ampie vetrate opache che proiettavano sul pavimento triangoli di una tenue luce variopinta.
"Il Generale ti condurrà presso la tua stanza, verrai chiamato non appena avremmo bisogno di te." L'anziana Mandratora lo congedò infine, con un rigido gesto del mento.
Ottavia gli poggiò una mano tra le scapole sospingendolo dolcemente verso il portone. In qualche modo quel gesto gli infuse sicurezza. Seguirono al contrario il percorso che avevano imboccato all'andata, scivolando lungo il ripido pendio che avevano scalato poco tempo prima.
"Sarà una brutta guerra." Commentò la Dusa mentre atterrava atleticamente dopo il lungo scivolo e afferrava Eadan, parecchio meno agile. Si scostò i capelli dalla fronte ansimando. "Perché?" Chiese. "Dici che i Tavio non accetteranno le trattative?"
"Tu queste le chiami trattative?" Ottavia sollevò un sopracciglio scuro. "A me sembra più un ultimatum." Serrò i pugni, l'ostilità che provava nei confronti dei ribelli era palpabile.
Eadan si grattò la base del collo a disagio. "Non c'è nemmeno una possibilità di un qualche accordo? Intendo..." Non concluse la frase. Era molto giovane, poco più che un bambino: si vergognava della sua ignoranza.
"Certo che no." Rispose secca la Dusa. "Io non sono di certo il Generale più fidato dei sovrani, ma li conosco abbastanza da sapere che sono capricciosi e orgogliosi, come due mocciosetti. Solo il più anziano sembra essere ragionevole. A volte. Preferirebbero combattere venti guerre piuttosto che abdicare."
Intanto il tetto corridoio aveva cominciato ad essere più illuminato, seppur dalla solita fredda luce azzurrina. La polvere era più fitta, se ne alzavano sbuffi in sincronia con l'ondeggiare della gonna di Ottavia.
"Giusto per curiosità..." Iniziò il ragazzo. "Si sa qualcosa dei due re che non sia il fatto che sono... Re?"
La Dusa scrollò le spalle. "Solo che sono giovani per essere re, ma troppo vecchi per essere principi. Loro madre era un'anziana regina, di cui si sono perse le tracce dopo la loro nascita, mentre non si sa nulla del loro padre." Roteò gli occhi mentre pronunciava quelle parole. "Le ribelli credono che sia scappato dopo l'uccisione della regina, altre che dopo l'omicidio si sia nascosto in qualche angolo del castello e stia manovrando i giovani Tavio per assumere lui stesso il controllo di Ignis. In una versione o in un'altra, il Mandratore ha ucciso la Dusa. Questo è uno dei pretesti della guerra."
Entrarono in un salone ghermito di servitrici, che si voltarono contemporaneamente verso Eadan. Gli lanciarono occhiate diffidenti, per poi tornare a svolgere i propri lavori: c'era chi puliva energicamente per terra con una scopa di fitti rametti scuri, alzando nuvole di polvere rossa che si andava a depositare agli angoli della stanza, c'era chi trasportava ampi secchi di terracotta pieni di quelle strane pietre di cui si era servito per pulirsi, c'era chi semplicemente oziava, su un tappetino a fare treccine ai lunghi capelli scuri della compagna, e c'era un viso conosciuto.
Era la Dusa di nome Elder. Quest'ultima li salutò con un cenno della testa, prima di scomparire dietro una delle sfarzose colonne di ossidiana rastremate verso il basso.
"Lei è il pezzo grosso qui." Mormorò Ottavia a mezza voce. "Diciamo che nella scala sociale, è inferiore solo ai re e all'Anziana. Poi ci siamo noi dieci generali." Le serve rizzarono le orecchie -Eadan lo capì da come fremevano le punte-.
"Forse sarebbe meglio..." Cominciò, ma Ottavia lo trascinò in un corridoio poco illuminato e lontano da sguardi indiscreti.
"Cosa...?" Si guardò intorno frenetico, ritrovandosi con la faccia a pochi centimetri dal muro. "Shh!" Lo zittì la Dusa. "Il nostro udito è sviluppato il quadruplo del normale, devi stare attento a quello che dici..." Lo prese per le spalle, permettendogli di voltarsi. Il suo viso era così preoccupato che Eadan si sentì a sua volta inquieto.
"Ma tu hai parlato liberamente..."
"Lo so cosa ho fatto, ma non c'era niente di sospetto nelle mie parole. Ti ho trascinato qui solo per avvertirti." Gli sistemò la canotta stropicciata.
"E perché la tua stanza è proprio qui."
Il messaggero voltò lo sguardo a destra, scorgendo una porta nera che non aveva notato prima, perchè si confondeva perfettamente nella penombra. Il pomello era di un cristallo giallo trasparente, a prima vista sembrava topazio.
Spalancò la porta, rimanendo un po' deluso dalla semplicità di quella che sarebbe stata la sua camera per... Beh neanche sapeva quanto.
Un letto, un comodino di marmo nero con venature verdi, una finestra dagli infissi in granito scuro e un mobile coperto da un telo bianco. Eadan vi si avvicinò, riconoscendo al di sotto di esso un armadio in legno di mogano delle foreste di Mandrara.
Voltò il viso in direzione di Ottavia, che se ne stava appoggiata sullo stipite della porta a braccia incrociate.
Scrollò le spalle. "Noi Duse, essendo ricoperte quasi interamente di squame, usiamo pochissimi vestiti, e quindi non necessitiamo di armadi. ma per te abbiamo pensato che ti avrebbe fatto comodo. Ti conviene coprirlo se non vuoi che si bruci, ho sentito dire che il legno è parecchio infiammabile."
Eadan sollevò un angolo delle labbra, aprendo le piccole ante dell'armadio: al suo interno erano riposte con cura le tre divise che avrebbe dovuto usare. Quella per le cerimonie comprendeva una camicia bianca e una pesante giacca in feltro rosso carminio e viola. I pantaloni inamidati neri avevano l'aria di essere molto scomodi, oltre che fastidiosi.
Quella per i viaggi era un semplice paio di pantaloncini del colore del rame, mentre la divisa per rimanere a palazzo consisteva in una casacca color ocra con su cucito lo stemma dei Tavio: una sottile fiamma azzurra stilizzata su sfondo nero.
Una voce non lontana chiamò il nome di Ottavia, che sciolse le braccia e si girò verso la fonte di essa. "Devo andare. Se hai bisogno di qualsiasi cosa il bagno è in fondo al corridoio a destra, lì c'è Cindi che ti darà una mano. Ci vediamo in giro." Snocciolò, prima di sparire chiudendosi la pesante porta alle spalle.
Eadan rimase con la stoffa delle divise in mano, a contemplare lo spesso materiale di cui erano composte. Avrebbe sofferto il caldo come non mai, soprattutto per l'assenza di venti.
Avrebbe preferito anche un torrido vento secco, piuttosto che l'afa soffocante e il costante pulviscolo rossastro che aleggiava nell'aria.
Sospirò, riponendo i vestiti nell'armadio e coprendo quest'ultimo con il telo bianco.
Si guardò intorno un'ultima volta, con un fastidioso ronzio nelle orecchie. Ora cosa avrebbe fatto? Sì sarebbe girato i pollici in attesa della fine dei giorni di Vega prestabiliti dalle ribelli, per poi portare loro il messaggio di una dichiarazione di guerra? Assolutamente no. O almeno, aveva intenzione di ammazzare il tempo in qualche modo. Con uno sforzo immane spalancò la porta, che si chiuse dietro di sé con un tonfo. Si chiese come mai in quel castello fosse tutto così pesante, e come si fosse trovato in quella situazione.
Di certo la sua corporatura esile e snella non aiutava in generale e, nonostante l'elevata velocità di cui era dotato -ragione principale per cui, malgrado la sua giovane età, gli fosse stato affidato un incarico così importante- in uno scontro corpo a corpo con un Mandratore sarebbe andato al tappeto in meno di un minuto, figuriamoci con una Dusa.
Ricordò le indicazioni di Ottavia, e imboccò il corridoio sulla destra. Percorse alcuni metri, infine si ritrovò davanti a un arco in marmo scuro venato di bianco che dava accesso a una sala ampia e illuminata da una lampada, posta su un piedistallo al centro di essi.
Cindi a prima vista sembrava una ragazzina della sua età, con meno squame rispetto a Ottavia e Elder, del colore del carbone. Aveva labbra scure e piene, dagli angoli all'insù, e capelli ricci castani che le incorniciavano il viso rotondo.
Era comunque più alta di lui, che se ne stava fermo sulla soglia del bagno, come se i suoi piedi avessero infilato le radici al di sotto delle mattonelle macchiate di sporcizia.
La verità era che non era mai stato bravo a parlare con i suoi coetanei, con gli estranei in generale. Con Ottavia era stato facile, aveva pensato lei a rompere il ghiaccio, e anche con i sovrani Tavio, nonostante l'ansia di dimenticarsi il prezioso messaggio.
Ma gli occhi neri di Cindi, con quella forma leggermente allungata che le conferiva un'aria schiva e diffidente, indugiavano con insistenza sulla sua esile figura e parevano esaminarlo.
Voleva, anzi, pretendeva che fosse lui a fare la prima mossa.
Eadan, dal canto suo, era sprofondato nella vergogna più totale, e aveva cominciato a guardare ovunque tranne che nella direzione della giovane Dusa.
Infine si decise a stirare le labbra in una smorfia che avrebbe dovuto imitare un sorriso sincero. "Ciao." Balbettò, ma la voce fuoriuscì acuta e stento. Avvampò, se possibile, ancora di più dalla vergogna, riprendendo a fissarsi i piedi nudi.
"Sei il nuovo messaggero, giusto?" Cindi si decise a parlare. Le sue parole erano atone, come il resto delle Duse, ma avevano una freschezza nuova per le orecchie di Eadan, che non aveva mai associato alla voce di nessuno.
Il ragazzo annuì con vigore, trascinando i piedi sul pavimento e costringendosi a camminare.
Aveva sempre detestato l'essere timido, ma allo stesso tempo la campana di vetro che si sigillava attorno gli donava un po' di sicurezza e conforto.
Ma a palazzo, e con una guerra alle porte, non doveva far altro se non mandare al diavolo la timidezza.
"Sono io, mi chiamo Eadan. Tu sei Cindi?" Si sforzò di apparire tranquillo nel pronunciare quelle parole.
"Sono io." Disse lei, facendo apparire due fossette agli angoli della bocca. "Hai bisogno di qualcosa?"
"In realtà solo di qualche informazione"
Il sorriso di Cindi si allargò, facendo sussultare il messaggero. "Seguimi." Mormorò, e Eadan obbedì.
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