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19.1 - Lui sta nelle cose che più amiamo

Galassia, Asgard.

«Dovrebbero essere terrorizzati da te» le disse Loki, facendola voltare verso di lui, con un sorriso soddisfatto.

Stavano passeggiando tranquillamente per le vie della città, godendosi il sorgere del sole e il risveglio del popolo, che si apprestava ad affrontare un nuovo giorno.

Durante quella loro camminata, avevano incontrato parecchie persone, le quali avevano colto l'occasione per scambiare qualche parola con il Padre degli Dei. E, come sempre accadeva, l'attenzione si era presto spostata su Lilith, che era riuscita ad affascinare chiunque si avvicinasse a loro.

La storia che fosse un'amica di Odino e della defunta Frigga, proveniente da Midgard, ancora stava in piedi. Ogni cittadino credeva a quella versione dei fatti, nessuno avrebbe mai osato dubitare della parola del Padre degli Dei.

Eccetto Hege e Vali, che presto però avrebbero scoperto in che guaio si erano andati a cacciare.

«Buongiorno Signore!» lo salutò Hogun, nell'esatto momento in cui passarono davanti a casa sua. Il valoroso guerriero stava uscendo dal suo giardino, diretto nelle sale di addestramento delle guardie. «Buongiorno Lilith!» aveva aggiunto poi, notando anche la donna accanto a lui.

Con già l'armatura indosso, Hogun, non si era fermato a parlare, impaziente di andare ad allenare giovani promettenti.

«E invece mi adorano» rispose lei, riferendosi alla frase che le aveva precedentemente rivolto. «Anche più di quanto facciano con te» aggiunse, con tono beffardo.

Loki alzò un sopracciglio, con fare divertito, continuando a camminare. Imboccarono quella lunga via costellata di archi e porticati, che costeggiava il fianco di una montagna verde, caratterizzata da una cascata. L'acqua scrosciava, cadendo dall'alto e riversandosi in quella pozza trasparente, che rifletteva tutto ciò che la circondava.

Quel luogo, già appartenente al palazzo reale, era in grado di donare una strana pace. Con quell'erba curata, le piante rigogliose e i fiori appena sbocciati. Sembrava come una specie di bolla, nel mezzo della città ma allo stesso tempo lontana da tutto.

«Ah, ti piacerebbe. Ma nessuno ad Asgard viene adorato più del Padre degli Dei» precisò lui, imboccando l'ultimo arco rampante ed entrando nel palazzo dorato.

«Io non parlavo delle tue false sembianze. Io parlavo di te» spiegò, puntandogli un dito nel centro del petto. Non vi era occasione che perdessero per punzecchiarsi a vicenda, toccando, ogni tanto, anche nervi scoperti e facendo riaffiorare vecchi ricordi.
Vecchi, dolorosi, ricordi.

Loki non rispose, rabbuiandosi per qualche secondo, ma non dando il tempo alla sua mente di portarlo via con sé. «Ci vediamo nella sala del trono tra quattro ore esatte» le disse semplicemente, per poi congedarsi da lei.

Il loro appuntamento pomeridiano prevedeva la discussione del piano finale per sconfiggere Mephisto.
Ma prima entrambi avevano delle faccende da sbrigare.

Loki doveva adempiere ai suoi doveri reali e Lilith doveva occuparsi degli ultimi piccoli problemi.

La Dea dell'Oscurità finse di svoltare a destra, facendo credere che stesse andando nelle sue stanze. Quando fu certa che Loki ormai non la potesse più vedere, sgattaiolò lungo quel corridoio, dirigendosi fino all'ala adibita agli alloggi della servitù.

Quando aveva riacquisito tutti i suoi poteri, le voci delle anime che negli anni si era presa e che le appartenevano, avevano fatto il loro lavoro per tenere ogni cittadino in quello stato di trance. Così che la sua mente potesse viaggiare ed esplorare ogni loro pensiero, scoprire ogni loro segreto.

E ciò che era venuto alla luce era stata una piacevole sorpresa per lei, le aveva dato molto materiale su cui lavorare e costruire il suo piano perfetto. Perché Asgard era una città perfetta solo all'apparenza. Ma appena la si esplorava un po' più in profondità, allora si scopriva il marcio che si celava sotto tutto quel luccicante oro.

Lilith pensava che non fosse poi così diversa dagli Inferi. Entrambi i luoghi celavano sporchi segreti, l'unica differenza era che, ad Asgard il tutto era nascosto dalle apparenze, mentre negli Inferi ogni cosa saltava subito all'occhio.

E lei preferiva di gran lunga la sincerità e la fierezza del luogo dal quale proveniva, piuttosto che la meschinità e la paura di quella città, che per certi versi tendeva a ricordarle il posto in cui era stata creata.

Perché anche l'Eden era esattamente come Asgard: un falso paradiso.

Tanta apparenza, ma niente sostanza.
Venivano professati come luoghi di benessere, pace e felicità, ma erano tutte menzogne. E in entrambi i casi aveva potuto constatarlo lei stessa.

Arrestò i suoi passi davanti ad una porta in legno grezzo. -lì, negli spazi della servitù, Odino non si era preoccupato di far ricoprire tutto d'oro.- Non bussò, non chiese alcun permesso, aprì semplicemente la porta e fece irruzione nella camera.

Purtroppo però, le due persone che si trovavano al suo interno erano troppo impegnate a fare altro per accorgersi della sua presenza. Lilith si schiarì la voce, cercando di attirare la loro attenzione in modo gentile, ma non sembrò funzionare, perché i loro gemiti riuscirono a sovrastarla.

La sua gentilezza svanì velocemente. Fece apparire il suo coltello e senza esitazioni lo lanciò verso quelle due persone. La lama si conficcò nel muro bianco, fino a metà, a pochi centimetri dai loro visi, facendoli sussultare entrambi.

L'uomo si voltò velocemente, staccandosi da quella donna e cercando di coprirsi, con le mani, le sue parti più intime, completamente esposte. «Ma che... Chi cazzo è questa?» domandò poi, girandosi verso la persona con la quale si stava donando piacere fino a pochi secondi prima.

Un'espressione sconvolta dipinta in volto, gli occhi chiari che guizzavano da una parte all'altra della stanza e la bocca spalancata. «Esci» gli ordinò Lilith, con un tono fin troppo pacato. «Subito!» esclamò poi, vedendo che lui non aveva ancora accennato a nessun movimento.

Quell'uomo, grande e grosso, sussultò all'udire della sua voce arrabbiata e non se lo fece ripetere due volte, dopo aver notato lo sguardo nei suoi occhi. Scappò fuori da quella stanza, senza nemmeno vestirsi, lasciando quelle due donne da sole.

«È tua consuetudine fare tutti questi teatrini per parlare con una persona?» le chiese la ragazza, mentre si preoccupava di indossare nuovamente il suo vestito. Lei, a differenza dell'uomo, non sembrava essere intimorita da Lilith. «Tieni, ti sei persa questo» le disse poi, staccando il coltello dal muro e porgendoglielo.

«Mi fa piacere che tu non abbia la minima paura» il commento della Dea non tardò ad arrivare. «O meglio, mi fa piacere che tu sia così brava a nascondere le tue emozioni» si corresse, prendendo il suo coltello e facendolo scomparire tra le sue mani.

«Oh, e mi dispiace di aver interrotto il tuo passatempo mattutino, ma, sai, tu non ti sei fatta problemi a ficcare il naso nella mia vita e ad invadere i miei spazi. Quindi ho pensato che questo fosse il modo migliore per venire a parlare con te, Hege» Lilith ormai sapeva tutto e non si era sorpresa quando aveva scoperto cos'avevano in mente di fare lei e il capo delle guardie.

Ma nonostante ciò, non era arrabbiata, o almeno, non con lei. Perché si era dimostrata una donna forte, consapevole di quello che voleva e determinata.
E lei aveva sempre rispetto per quel tipo di donne.

Hege era proprio quel tipo di nemica che desiderava, come Agatha. Una nemica capace di tenerle testa, ma non più forte di lei. Capace di metterle i bastoni tra le ruote, ma non di sconfiggerla. Capace di donarle degli scopi e dei vantaggi, che avrebbero potuto colpire entrambe.

Per questo aveva deciso di andare a parlarle e di non ucciderla.

«Però, sei parecchio astuta per essere una semplice midgardiana» commentò Hege, cercando di non farle notare l'espressione di stupore che era ormai diventata padrona del suo volto. Non si sarebbe mai aspettata che lei scoprisse quello che aveva in mente.

Era certa di essere sempre stata attenta e prudente, di non essere mai stata vista o sentita. Eppure ,lei, in qualche modo, sapeva. «Per favore, smettiamola di prenderci in giro. Io non provengo da Midgard e non sono nemmeno un'amica di Loki o tantomeno di Odino» confessò ciò che già era ovvio.

Hege poggiò la schiena al muro, preferendo restare in piedi e sull'attenti. Non si fidava di quella donna, ma sapeva che il sentimento era reciproco. «Sin dal primo momento in cui ti ho vista, ho avuto dei sospetti su di te. E il mio istinto non sbaglia mai» disse, con tono fiero.

«Ha sbagliato invece» la corresse Lilith, andando a sedersi su quel letto singolo, sfatto. Hege alzò un sopracciglio, non capendo cosa intendesse con quelle parole. «Perché mi hai considerata una nemica, qualcuno da sconfiggere, quando in realtà sono la cosa migliore che ti potesse capitare» continuò, sorridendo beffardamente.

Anche la rossa sorrise, ma sinceramente divertita da quelle affermazioni. «Non credevo che esistesse qualcuno più egocentrico di Loki» commentò, scuotendo la testa.

«Vuoi sapere chi sono davvero?» le domandò, attirando tutta la sua attenzione.

«Io so già chi sei» le rispose, convinta di aver scoperto tutto su di lei, solo per aver trovato quel foglio che la ritraeva.

«Tu non sai un bel niente» e in un secondo, l'intera stanza fu avvolta dall'oscurità. Nulla era più visibile o percepibile. Hege non capì ciò che stava succedendo, ma non ebbe il coraggio di muoversi dalla sua posizione. Con le mani e con la schiena, riusciva ad avvertire il muro dietro di lei e quello le dava la certezza di essere ancora viva, nel mondo da lei conosciuto.

Non sapeva cosa sarebbe successo se solo avesse mosso un passo, se solo avesse abbandonato quel solido muro.

«Sento il tuo respiro farsi pesante e avverto il tuo cuore accelerare» la voce di Lilith le arrivò dritta alle orecchie, ma non riuscì ad individuare da dove provenisse, quell'oscurità totale le impediva di pensare razionalmente.

Era un buio che mai aveva visto prima di allora, non pensava nemmeno potesse esistere un qualcosa che ti impedisse di vedere a tal punto. Lilith aveva ragione, lei non sapeva niente. «Smettila di avere così palesemente paura, non ti si addice» Hege voltò la testa, prima a destra e poi a sinistra, come se sperasse di poterla vedere da un momento all'altro.

Improvvisamente avvertì la sua mano toccarle l'avambraccio scoperto. Ebbe l'istinto di urlare per quel gesto inaspettato, ma non riuscì. Dalla sua bocca non uscì nemmeno un suono, aveva schiuso le labbra, pronta a gridare per chiamare aiuto, ma non ne era uscito niente.

Voleva farlo, davvero, ma c'era come qualcosa che le impediva di parlare. Quindi si concentrò su quel contatto. La mano di Lilith era fredda, tanto da farle venire i brividi, ma la sua pelle era morbida. Avvertiva le unghie lunghe, sfiorarle la pelle e capì che la stava toccando con la sua mano destra, perché non sentiva l'argento di quel gioiello, che le aveva visto precedentemente indosso.

«Non solo hai sbagliato su di me» Lilith parlò ancora. «Ma hai sbagliato anche su di te» le disse infine, prima che anche l'altra mano la raggiungesse, poggiandosi sulla nuca e insidiandosi tra i suoi lunghi capelli.

In quel momento, avvertita il freddo dell'argento, ma non ebbe il tempo di elaborare quella sensazione, perché sentì le punte di quel gioiello spingersi sulla sua pelle e allora fu come se qualcosa la colpisse in tutto il corpo.

Le gambe sembravano essersi fatte improvvisamente molli e i suoi occhi sembravano poter vedere di nuovo, anche se tutto intorno a lei era ancora avvolto dal buio più totale. Presto si accorse che ciò che stava osservando, non era la stanza nella quale si trovava, ma lei stessa.

Era come se si fosse staccata dal suo corpo e stesse guardando la sua vita da semplice spettatrice, impotente di agire e intervenire. Ma ciò che vide, non era un qualcosa che era già accaduto, nulla che si trovava nelle sue memorie. Erano eventi che dovevano ancora vedere la loro nascita.

E poi tutto scomparve, con la stessa velocità con la quale l'aveva investita, scomparve semplicemente. Portandosi via anche l'oscurità che le circondava e permettendole di tornare ad utilizzare la sua vera vista.

Si rese conto di non essersi mai mossa da lì, la schiena poggiava ancora al muro, ogni cosa era al suo posto e Lilith si trovava ancora seduta su quel letto. Eppure, lei, tutte quelle cose le aveva provate.

«Tu... come hai fatto?» le domandò, sconvolta. «Cosa sei?» chiese poi, non aspettando nemmeno una risposta. Lilith sorrise furbamente, schioccando la lingua sul palato.

«Ti ho solo mostrato quello che sei veramente, quello che potresti essere, se solo scegliessi la parte giusta dalla quale stare» rispose, accavallando le gambe e guardandola seria. Hege stava cercando di pensare lucidamente, ma le sembrava impossibile.

Il suo cervello era saturo di quelle immagini che le aveva mostrato. Aveva visto se stessa, ma più potente. Si era vista accanto a quella donna, mentre collaboravano, mentre conquistavano qualcosa di davvero importante.

Ma poteva dire con certezza che tutto ciò fosse stato vero? O forse erano state solo illusioni?

Hege conosceva bene le illusioni, perché da tutta la vita frequentava la persona più imbattibile nel crearle. Colui che avrebbe potuto ingannare chiunque. E sapeva che c'è una linea sottile che separa l'inganno dalla realtà, ed è la percezione.

E lei, tutte quelle cose che aveva visto, le aveva anche percepite, sul suo stesso corpo.

Quindi Lilith le stava dicendo la verità? Questo si chiedeva. Ma come avrebbe potuto fidarsi di lei? Non la conosceva e non sembrava proprio una persona affidabile. Le ricordava poi il suo inconscio.

«Cosa sei tu?» le chiese ancora, avendo davvero bisogno di quella risposta, prima di fare qualsiasi cosa.

«Mi chiamano con tanti nomi, ma nessuno sa della mia esistenza al di fuori del mio mondo. Perché la mia storia è stata cancellata. Perché hanno pensato di potermi sconfiggere, ma la verità è che io non posso essere sconfitta, io sono destinata a vincere, in un modo o nell'altro» le disse, alzandosi in piedi e avvicinandosi a lei.

Hege ascoltò attentamente ogni parola, restando sempre più incredula e iniziando a ricongiungere i pezzi del puzzle, iniziando a capire cosa quel foglio, che aveva trovato nella scrivania di Loki, significasse veramente. «Sono la Dea dell'Oscurità, la Prima Strega mai esistita e la Regina degli Inferi» rivelò infine, presentandosi con gli stessi titoli con i quali aveva esposto se stessa ad Odino.

La donna dai capelli rossi la guardò incredula, con la fronte aggrottata e la bocca schiusa. Le sembrava di essere finita nel bel mezzo di uno scherzo. Un pazzo e malato scherzo. «Ma qualcuno ha tolto il trono alla sua Regina» le disse poi, facendosi seria. «E quel qualcuno deve pagare» concluse, accarezzando la collana che teneva sempre al collo.

«Ma io cosa c'entro con tutto questo?» domandò, ancora confusa. Stava lentamente elaborando tutte le informazioni che aveva ricevuto, ma non poteva farlo fino in fondo, se Lilith non si decideva a spiegarle le cose come stavano.

«Hege» la Dea prese un lungo respiro. «Tu non sei semplicemente una donna con la grande capacità di utilizzare la sua bellezza per persuadere tutti» incrociò le braccia al petto, spostando il peso del corpo da un piede all'altro. «Ciò che ti ho mostrato prima, era solo la tua vera natura. Un qualcosa che è sempre stato dentro di te, ma che chi governava questa città prima ti ha costretto a reprimere, senza che nemmeno te ne accorgessi»

Odino, negli anni, aveva nascosto così tante cose. Aveva fatto di tutto per proteggere Asgard e mantenere la pace nei nove regni, senza però contare che qualcuno, per via delle sue decisioni, ci avrebbe potuto rimettere. Avrebbe potuto soffrire. E tutto in nome di un bene superiore, della pace.

La stessa cosa che predicava Dio, le stesse azioni che anche lui aveva fatto e continuava a fare. Perché si crede sempre che la pace sia la cosa più giusta e che in nome di questa, ogni azione sia giustificata. Ma non era così e lei lo sapeva bene.

«Riesci a persuadere chiunque non abbia un potere superiore del tuo, perché tu sei l'Incantatrice» le rivelò infine. Hege aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse immediatamente, realizzando che non aveva la minima idea di cosa dire.

Lilith stava ormai perdendo la pazienza, non aveva più voglia di stare a guardare l'espressione sconvolta di quella donna. Perciò alzò gli occhi al cielo, si tolse una delle punte di quel gioiello e con l'unghia affilata le fece un taglio sul lato del collo.

Hege emise un gemito di dolore e poi si portò la mano sulla parte dolorante, realizzando che, però, non stava uscendo sangue come si aspettava. Poi, una strana sensazione iniziò a diffondersi nel suo corpo, sentiva i muscoli come persuasi da una scarica elettrica.
Si sentiva bene.

Più forte, più potente, semplicemente bene.

«Oh, finalmente abbiamo ritrovato il tuo sguardo determinato e abbandonato quello impaurito» commentò la Dea, soddisfatta del suo lavoro, mentre gli occhi verdi di Hege risplendevano di una nuova luce. «E adesso vai a sistemare il casino che hai combinato con Vali» le disse infine, uscendo da quella camera.

Lilith si incamminò nuovamente lungo i corridoi, fiera, diretta nelle sue stanze. Non sapeva che uno dei prossimi problemi che aveva da risolvere, la stava aspettando proprio seduta sul suo letto.

🌟🌟🌟

Eccomi qui con la prima parte di questo lungo capitolo!

Alloooora, abbiamo abbandonato un po' la relazione tra Loki e Lilith e ci siamo incamminate verso un qualcosa di inaspettato.
Perché, diciamocelo sinceramente, vi aspettavate che la Dea dell'Oscurità alla fine cercasse proprio Hege?

Cosa ne pensate di questa neonata alleanza?
E chi sarà il prossimo problema che attende Lilith?
Ma soprattutto, cosa ne penserà Loki?

Per scoprirlo non dovrete fare altro che continuare a leggere 😈

Lasciate una stellina nel caso il capitolo dovesse esservi piaciuto e non dimenticatevi di commentare facendomi sapere cosa ne pensate.
Per qualsiasi cosa non esitate a scrivermi.

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XOXO, Allison 💕

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