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4. Sfida

Sepang, Malaysia, 29 marzo 2014, 3:30 PM, 8:30 UTC

Sabato, tempo di qualifiche. Il tempo non sarà dei migliori ma vedremo di accontentarci, non penso che migliorerà in mezz'ora. Il box è un continuo via vai di meccanici e giornalisti, io sono già al muretto che mi godo la visuale sui box. Fernando è seduto sulla sua sedia in fondo, ha le cuffiette e lo sguardo perso nel vuoto. Sebastian invece è nella sua parte del box e sta allegramente conversando con il suo ingegnere di pista. La mia attenzione viene catturata da un Nico Rosberg ritardatario, che corre lungo la pit lane tenendosi la parte superiore della tuta con le mani e schivando più persone possibili mentre cerca di infilarsela. Mi giro verso gli schermi e leggo i tempi al giro di Fernando e Sebastian nelle terze libere: Nando ha ottenuto un tempo di 1:34.825, preceduto da Daniel Ricciardo con 1:34.123, da Lewis Hamilton con 1:34.315 e da Felipe Massa con 1:34.632. Sebastian invece ha combinato un disastro: non è riuscito ad andare oltre l'ottavo tempo per un piccolo problema al cambio, il che vuol dire che se darà ulteriori problemi saranno costretti a sostituirlo e Seb perderà posizioni nella griglia di partenza. Dopo qualche minuto passato a non far niente, nella mia testa cominciano a suonare le note di una canzone: When the beat drops out di Marlon Roudette. Comincio a canticchiare a labbra chiuse, cercando di controllarmi il più possibile, impedendo che anche una singola nota esca dalla mia bocca. Vado avanti per un po', finché non mi accorgo che dietro di me le macchine stanno uscendo dai box una dietro l'altra per entrare in pista e darsi battaglia per la pole.

Anche le qualifiche sono andate. Non come speravamo, ma sono andate piuttosto bene. All'ultimo secondo Felipe ha spinto al massimo, portandosi a casa la pole e disintegrando il record di tempo al giro di 1:32.448 , superando nettamente il tempo di Sebastian, in 1:33.012, che partirà dalla seconda piazzola. Poi troviamo in ordine: Fernando, Lewis Hamilton, Valteri Bottas, Nico Rosberg, Daniel Ricciardo, Kimi Raikkonen, Esteban Gutierrez e Pastor Maldonado, i primi 10. Esco dal paddock e decido di andare a prendere la macchina per fare un giro da qualche parte. Fortunatamente stasera nessuno ha pensato di fare una cena di scuderia, perciò posso andarmene dove voglio e tornare all'ora che voglio. Potrei benissimo andare a Singapore. Non è così distante come sembra, sono 320 km e circa tre ore e mezza di auto. Ma di andare da sola proprio non ho voglia. Le poche ragazze della squadra sono troppo impegnate a farsi i cavoli loro e quelle delle altre scuderie non le sopporto. Opterò per un maschio. Fernando è da escludere, di averlo in macchina con me per tre ore non ho voglia e poi mi sentirei in imbarazzo. Sebastian tantomeno, di sicuro sarà impegnato a conquistare Clara in qualche modo... i team sono impegnati con eventuali interventi in parco chiuso... l'unico su cui potrei fare un pensierino è Nico Rosberg, uno dei pochi piloti con cui abbia mai tenuto una conversazione vera e propria. Però... come trovarlo? Entro in macchina e accendo il motore, poi esco dal parcheggio del paddock e mi avvio verso Kuala Lumpur, dove si trova l'albergo di Fernando e Sebastian. Chiederò a uno di loro se Nico è in quell'albergo.

Non posso chiedere a Fernando se Nico è lì. Probabilmente rischio una specie di terzo grado, se lo faccio. Quindi vado sul sicuro con Sebastian. Lo chiamo mentre esco dalla macchina, davanti all'hotel dove alloggia.

"Ehi Seb! Come va con Clara?" Chiedo in inglese, come sempre, non appena risponde.

"Oh, Alice, ciao! Tutto bene, solo... non posso darle il casco fino a Monaco." A quelle parole mi inchiodo.

"Cosa?" Chiedo, incredula.

"Eh già. Mi ha detto che non potrà esserci fino a quando non saremo a Monaco." Dalla voce lo sento davvero dispiaciuto.

"Mi dispiace Seb..."

"Fa niente. Piuttosto, mi hai chiamato, quindi... posso fare qualcosa per te?"

"In effetti si, Seb. Volevo chiederti se sai dove alloggia Nico Rosberg."

"Oh, si, me l'ha detto l'altro giorno. È qui al mio hotel, il Grand Hyatt, al cinquantottesimo piano, se non sbaglio... sai dov'è?"

"Certo, me lo hai detto tu. Ci sono davanti, ma non penso mi lascino entrare, come faccio?"

"Il pass del paddock, fagli vedere quello."

"Okay. Numero di camera di Nico?"

"58024."

"Grazie, a domani." Non gli lascio il tempo di rispondere, gli chiudo la chiamata in faccia. Mi avvio verso l'ingresso dell'hotel. Inutile dire che è decisamente da ricconi, non di certo per una come me. Davanti all'ingresso, oltre a una marea di giornalisti e fan, ci sono un paio di bodyguard vestiti di nero con gli auricolari. Mi dirigo verso un corridoio di transenne riservato ai clienti VIP dell'hotel, gli unici di questo periodo, e mi preparo ad affrontare il bodyguard alla mia sinistra. Salgo i pochi gradini che mi separano da lui e dalla porta e mi fermo non appena mi sbarra la strada con un braccio.

"Solo gli autorizzati, signorina." Dice, con voce roca e profonda.

Spero vivamente che Sebastian abbia ragione e che basti solo fargli vedere il pass. Altrimenti giuro che non lo aiuto più in niente.

Mostro il pass alla guardia, che scosta il braccio, invitandomi ad entrare. È assolutamente pazzesco. La hall mi fa quasi girare la testa da quanto è grande, e ha l'aria di essere tutto molto costoso, a partire dal desk della reception fino alle lampadine del lampadario. Non faccio nemmeno caso al personale dell'albergo che cerca di capire se ho una prenotazione per stanotte, non avendomi mai vista. Ma io, da menefreghista quale voglio sembrare, mi dirigo verso uno dei dieci ascensori, di cui tre panoramici. Non appena si aprono le porte su uno dei tre panoramici, Entro e premo il pulsante del piano che mi interessa. Le porte si chiudono e comincio a salire. Piano piano, fuori dai vetri dell'ascensore e quelli dell'hotel, comincia a formarsi un meraviglioso skyline della città. Ammiro i contorni dei palazzi, perdendomi nelle loro linee geometriche e nel blu del cielo finché un rumore non mi distrae dal mio passatempo. Le porte dell'ascensore si sono aperte, e io devo cercare Nico. Esco sul corridoio e, tra cameriere con i carrelli e maggiordomi coi vassoi, vado alla ricerca della sua stanza tra le migliaia (se non migliaia, qualcuna di meno) di questo piano. Quando la trovo, non ho idea di quanto tempo dopo, esito un momento prima di bussare.

Sono davvero convinta di fare questo giro in macchina con Nico? Non stiamo parlando di una cosa da venti minuti, ma di più di tre ore in andata e altrettante in ritorno. E se non c'è? Impossibile, nel paddock non c'era.

Faccio un respiro profondo e busso tre volte. Passa un po' di tempo, ma non ottengo risposta. Busso più forte e qualche secondo dopo la porta si apre.

"Alice?" Chiede, squadrandomi con i suoi occhi azzurri.

"Ciao Nico. Disturbo?"

"No, figurati. Entra pure."

"No, sto qui. Volevo chiederti se hai da fare stasera..."

"Sono libero, perché?"

"Ti va di venire con me a Singapore?" Alle mie parole sgrana gli occhi e mi guarda come se fossi completamente pazza.

"Perché?" Chiede.

"In realtà non c'è un motivo preciso... è solo perché mi annoio, così ho pensato di andarci."

"Lo sai vero che sono tre ore e mezza di macchina? Cioè sette ore in totale? Il tempo che arriviamo là dobbiamo già tornare indietro. E io non posso tornare tardi, domani c'è la gara..." e con queste parole distrugge tutte le mie speranze. Abbasso lo sguardo al pavimento. "Però se vuoi possiamo fare un giro in una città più vicina." Torno con lo sguardo su di lui, e un sorriso mi si stampa in faccia.

"Che proponi?" Chiedo.

"Che ne dici di Port Dickson?"

"Non la conosco, però direi che si può fare."

"Allora lasciami il tempo di cambiarmi e vengo."

"Senti, ti aspetto in macchina, non vorrei che i giornalisti pensassero che..."

"Giusto, hai ragione." Risponde, interrompendomi. "Che macchina hai?"

"Una Range Rover bianca."

"Ci vediamo dopo allora."

"A dopo." Chiude la porta della camera gentilmente, io mi volto verso il corridoio e mi accorgo della una porta di una camera che si chiude.
Ci stavano spiando? Nah, impossibile.
Attraverso il piano dell'edificio ed entro in ascensore, scendo nella hall ed esco dall'albergo. Entro in macchina e metto in moto. Qualche minuto dopo Nico esce dall'albergo con un paio di occhiali da sole e un cappellino bianco. Indossa una semplice t-shirt a stampa dello skyline di New York e dei jeans scuri, insieme a un paio di All Star nere. Non passa un centesimo di secondo che i giornalisti lo stanno già assillando, lo circondano da tutte le parti, ma lui si riesce in qualche modo a liberare e corre verso la macchina, con un movimento secco apre la portiera e sale. I giornalisti circondano l'auto, scattando foto sia a lui che a me, ma premo sull'acceleratore e parto, creandomi un corridoio tra i reporter davanti a noi.

Tre quarti d'ora dopo siamo a Port Dickson, a passeggiare sul lungomare. Tira una leggera brezza e la temperatura è gradevole, c'è il sole e poche persone in giro. Questo va a vantaggio di entrambi, ma per sicurezza, Nico continua a tenere il cappello e gli occhiali da sole. Le spiagge della città sono parecchio affollate, nonostante sia fine Marzo, ma qui siamo vicini all'Equatore, quindi non mi stupisco più di tanto. Camminiamo sotto il sole, attraversiamo la città quasi da Nord a Sud lungo la linea della costa, ammirando le enormi costruzioni artificiali a forma di fiore sul mare.

"Perché non andiamo?" Chiede Nico, quando ci fermiamo ad ammirare uno da una ringhiera che dà sulla spiaggia sottostante.

"Dove?" Rispondo.

"Nel fiore, dove sennò?"

"Lo sai che sono solo spiagge artificiali?" Rispondo, ridendo.

"E io che ne sapevo!" Dice, ridendo a sua volta.

"Cavoli Nico, ti serve una visita dall'oculista per caso? Non siamo mica così distanti!" Rispondo, punzecchiandolo.

"Parla per te, che l'anno scorso ad Abu-Dhabi a momenti ti investo sulla pit lane."

"Ah, è così che la metti?" In risposta ottengo uno sguardo di superiorità che riesco anche a vedere attraverso i suoi occhiali. "Allora ti sfido." Rispondo.

"A cosa?"

"A riconoscere una mia borsa. Dovrai dirmi se è originale o è un falso."

"Scherzi vero?"

"Assolutamente no, devi provarmi che ne sei capace! Perciò ti farò vedere la borsa quando torniamo e tu dovrai dirmi se è l'originale."

"E di che marca è?"

"È di Prada. Io ovviamente lo so, se è autentica o meno. Sta a te dimostrare di avere ancora un'ottima vista."

"Sarebbe grave non riuscire a vederci bene, col lavoro che faccio io! Ma distinguere un originale da un falso, ora mi chiedi troppo!"

"Mi dispiace, se perdi mi devi una cena." Alle mie parole gli si illumina il viso. "No caro, non con me. Con chi decido io. Troppo facile così, lo sai che non sono una che esce col primo che capita." Si è già mezzo incavolato. "Però se indovini verrò a cena con te." E già torna con il sorriso sulle labbra.

"Ci sto."

"Bene." Gli stringo la mano, poi la lascio e torno ad ammirare il paesaggio. "Andiamo a prenderci qualcosa prima di tornare?"

"Certo, perché no." Ci allontaniamo dal lungomare, diretti in centro città, alla ricerca di un bar.

Il viaggio di ritorno è stato alquanto tranquillo. Erano appena passate le dieci quando eravamo partiti, e ora siamo appena arrivati davanti al mio hotel.

"Aspetta qui." Dico a Nico scendendo dall'auto, entro in albergo e vado su in camera, frugo nella mia valigia alla ricerca della piccola borsa nera di Prada acquistata l'anno scorso. Non appena la trovo torno giù di sotto e salgo in macchina, chiudo la portiera e porgo la borsa al mio passeggero. Lui la esamina per qualche secondo, poi la apre. Dentro è vuota, quindi ha libera visuale su tutto l'interno. La guarda ancora per qualche momento, poi me la porge.

"È un falso." Conclude.

"Sicuro?" Chiedo, prima di posare la borsa sul sedile posteriore e riaccendere il motore per accompagnarlo al suo albergo.

"Sicurissimo. C'è un piccolo difetto che non dovrebbe esserci."

"Difetto di fabbrica."

"Dunque?" Mi volto un secondo verso di lui, poi torno con lo sguardo sulla strada, prima di fare un sorriso.

"Mi devi una cena."

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