Capitolo 3
Numb
-Dotan
Emiliano.
È già passata una settimana da quella sera in spiaggia e ancora devo recuperare le ore di sonno perdute tra aver fatto l'alba quella notte, i turni all'ospedale e gli incubi che non mi abbandonano.
Ma non penso avrò mai tutto questo tempo libero per dormire quindi si va avanti con litri di caffè rigorosamente freddo, perché si muore di caldo e cercando di non pensare a Lara.
Non vedo l'ora arrivi l'autunno.
<<Amico, sei sveglio?>>
Mi alzo dal letto con poca voglia di vivere e apro la porta della mia stanza.
<<Dimmi Gioé, che cosa c'è di importante da interrompere la mia mattinata all'insegna del riposo prima di un turno estenuante notturno?>>
Il mio tono è altamente scocciato ma anche divertito, invece Gioele mi guarda male e mi da un ceffone dietro la testa.
Lo fulmino con lo sguardo e proprio dietro di lui, seduta sul divano del nostro piccolo appartamento abitato da quattro uomini, c'è mia sorella.
Oh no.
Non è un buon segno.
Il sorrisetto impertinente che avevo scompare quando vedo la sua espressione e inizio a preoccuparmi, soprattutto quando vedo che è sola.
<<Dov'è Gabriele?>>
Lei si alza e corre ad abbracciarmi.
La stringo forte a me e l'angoscia sta aumentando sempre di più.
Mi sto davvero preoccupando.
Se quello stronzo di mio padre ha fatto qualcosa a Gabriele o a Camilla, non risponderò più delle mie azioni.
Inizia a singhiozzare sul mio petto e faccio segno ai miei amici di lasciarci soli.
Mi passano uno ad uno accanto e tutti mi danno una pacca sulla spalla.
Menomale che ho loro.
<<Mi stai facendo preoccupare Cami, papà ha fatto qualcosa?>>
Lei nega con la testa e alza lo sguardo su di me.
Ha gli stessi occhi della mamma, di un verde chiarissimo, che ora sono tutti rossi per le lacrime.
<<Gabriele sta bene, è al parco con un suo compagnetto di scuola e sua madre. È in buone mani.>>
La sua voce trema ancora ma ha smesso di piangere.
Menomale.
Ogni volta non so mai come fermarla, è troppo difficile farlo.
<<Allora che c'è?>>
La faccio sedere sul divano e vado in cucina a prendere un bicchiere d'acqua, così le do qualche secondo per riprendersi.
In cucina trovo Michele appoggiato al bancone con un bicchiere in mano.
<<Quando sei passato? Ero in salotto e neanche ti ho visto.>>
Lui alza le spalle e poggia il bicchiere nel lavello.
<<Avevo solo sete. Tua sorella come sta?>>
Alzo un sopracciglio e lo guardo.
Aveva solo sete eh? Allora perché ha quella espressione preoccupata sul volto?
Ridacchio tra me e me e scuoto la testa.
<<Bene Miché, tranquillo.>>
Lui alza le spalle e diventa tutto rosso.
<<Meglio. Chiedo per sapere eh, mi sembrava molto scossa quando ho aperto la porta. Giuro che non mi interessa. Cioè mi interessa ma non come pensi tu.>>
Mi metto a ridere e gli dò una pacca sulla spalla.
Lo so che mia sorella è bella ma non ho mai interferito con la sua vita amorosa.
Lei è grande e sa quello che fa. Spero.
<<Non ho detto niente Miché, tranquillo. Però mettiti una maglietta.>>
Rido della sua espressione e torno da mia sorella con due bicchieri di latte freddo e un pacco di biscotti al cioccolato.
Sono solo le dieci di mattina e conoscendola non avrà fatto colazione, quindi la faremo insieme.
Apro il pacco di biscotti e inizio a mangiare aspettando che parli.
Dopo mezzo pacco di biscotti, sospira pesantemente e capisco che sta per iniziare.
<<Siamo andati dalla psicologa, ieri. Era il suo quarto incontro.>>
Mi muovo nervoso sul divano. Quando fa così è estenuante, ci mette ore per dire una cosa ogni volta.
<<Quindi?>>
Si passa una mano tra i capelli e mi fissa.
<<Ha parlato. Ieri, Gabriele, ha parlato con la psicologa.>>
Sgrano gli occhi e sorrido automaticamente.
Finalmente.
<<Ma è fantastico!>>
Lei annuisce ma non mi sembra molto convinta.
Sbuffo infastidito e la guardo male.
Si deve muovere, non ho tutto il giorno.
<<La psicologa mi ha detto che lui ha detto che gli manchi tanto. Che l'hai abbandonato anche tu perché a casa non ci vieni mai, pensa che tu non venga perché lui non parla e non mangia.>>
Aggrotto le sopracciglia e capisco di essere stato un cretino.
Pur di non vedere mio padre, ho ignorato mio fratello minore.
Per cosa? Per orgoglio?
Non ne vale la pena perdere qualcuno per orgoglio, fare soffrire qualcuno per orgoglio.
Devo assolutamente rimediare ai miei sbagli.
<<Ha detto altro?>>
<<Su di te no, su di me ha detto che mi vuole un bene grande quanto l'universo e quando la psicologa ha chiesto di papà non ha detto una parola. Si è richiuso nel silenzio più totale ed è tornato a disegnare come se quella conversazione non fosse avvenuta.>>
Annuisco e mi passo le mani tra i capelli, fermandomi a riflettere.
Dopo due anni dalla morte di nostra madre, finalmente ha parlato.
<<Emiliano, la sua voce è bellissima. Ho desiderato così tanto di sentirla e quando è successo non ho avuto il coraggio di rimanere. Sono una tale idiota.>>
La stringo di nuovo a me e un'idea mi balena in testa.
Se il problema di tutti è mio padre, perché loro due non vengono a vivere qui con me?
Tanto Gabriele è sotto la custodia mia e di mia sorella, io potrei passare più tempo con lui e tutto si sistemerebbe.
<<Venite a vivere qua.>>
Camilla alza la testa dal mio petto e mi guarda storto.
<<Parlo con i ragazzi, ma sicuramente non sarà un problema. E poi c'è una stanza che non usiamo ed è anche la più grande.>>
Lei alza le spalle e, come fa sempre quando è nervosa, si mangia le unghie.
Le levo la mano dalla bocca e la rimprovero con lo sguardo.
Non c'è niente di più sporco delle mani e lei continua a mangiarsi le unghie.
<<Devo chiedere consiglio alla psicologa, non vorrei turbarlo.>>
Ma che turbarlo! Prima va via da quella casa meglio è.
Decido di annuire e alzare le spalle.
Ai ragazzi ne parlo ora, però.
<<Raga, venite qui un attimo!>>
Camilla inizia a scuotere la testa, facendomi segno di no e cercando di tapparmi la bocca con quelle sue manine sempre congelate.
Ottanta gradi all'ombra e lei ha le mani fredde, bho.
Almeno ho il ghiaccio a portata di mano se mi serve.
Nella stanza arrivano Gioele solo con i pantaloncini da calcetto, Lorenzo in boxer e Michele, l'unico vestito.
Vedo che ha ascoltato il mio consiglio.
Si siedono tranquillamente sul tappeto davanti a noi, come se non fossero mezzi nudi davanti a mia sorella.
Me lo stanno facendo per dispetto, lo vedo dalle loro facce divertite.
Fulmino Gioele e Lorenzo con lo sguardo e guardo mia sorella.
Rido quando vedo che si è coperta la faccia con un cuscino e si è fatta piccola piccola nell'angolo più lontano del divano.
<<Non morire soffocata, Cami. Sono solo dei cretini.>>
Le sposto il cuscino dal volto e vedo che mi sta uccidendo con lo sguardo.
Se avesse avuto modo, sarei già morto.
<<Ti muovi che ho messo in pausa Fifa?>>
Lorenzo mi lancia un cuscino, che non so da dove ha preso, e io lo prendo al volo.
<<Allora. Sapete che mio padre è un pezzo di merda, no?>>
Loro annuiscono tutti e prestano più attenzione di prima.
Loro rappresentano il concetto di famiglia. La vera famiglia non ha bisogno di avere il sangue in comune ma c'è sempre, sia nelle difficoltà che nei momenti di gioia.
Loro sono stati il mio porto sicuro nel bel mezzo della tempesta.
So che possono essere d'aiuto a mia sorella e a mio fratello.
Ne sono più che certo, affiderei loro la mia vita.
<<Devo chiedervi un favore enorme.>>
<<Io non uccido nessuno, però se vuoi una mano per occultare il cadavere sono bravo a scavare buche.>>
Camilla scoppia a ridere, seguita dagli altri tre idioti, mentre Michele sembra soddisfatto della propria battuta.
Dovrei fare un libro con tutte le cazzate che dice.
<<No, grazie. Lo terrò in considerazione però. A parte gli scherzi, volevo chiedervi se Camilla e mio fratello possono venire a vivere qui con noi visto che c'è un'altra stanza libera.>>
Gioele e Lorenzo alzano le spalle e annuiscono mentre Michele sembra aver appena visto un fantasma.
<<C'era pure il bisogno di chiedere? Ma certo che può. Emiliano, tu per noi sei un fratello e se la tua famiglia ha bisogno, noi siamo qui. Sempre.>>
Mi alzo e stringo in un abbraccio tutti e tre, dopo poco si aggiunge Camilla.
Per la prima volta dopo anni, metto da parte il passato che mi tormenta e mi sento bene.
<<Okay, basta. Sbrilluccico d'immenso per quanto sto sudando.>>
Michele e le sue battute di merda.
Quando capirà che non fa ridere non sarà mai troppo tardi.
Dopo aver pranzato, Camilla mi dice che dobbiamo andare a prendere Gabriele a casa di questo suo compagno prima delle tre, perché poi la signora aveva un impegno dall'estetista per una ceretta total-body.
Cito testualmente le parole di Camilla.
Interessante, ma io non avevo chiesto i dettagli.
Ah, le donne.
Chissà se Lara le ha fumate quelle sigarette, se ha tenuto il pacchetto o l'ha buttato. Chissà..
<<Andiamo? O devi osservare il vuoto per altri due minuti?>>
Annuisco e mi alzo.
Camminiamo sotto il sole cocente per almeno dieci minuti, in totale silenzio.
Quella stronza di mia sorella mi aveva detto che questo compagno di Gabriele abitava vicino casa mia, no al Polo Nord.
Ma magari, almeno si stava più freschi.
<<Mi aspetti qui? Ci metto un attimo.>>
Non mi rendo conto neanche che ci siamo fermati, quando Camilla va verso il portone di un condominio, senza aspettare una mia risposta.
Poco più in là vedo una panchina all'ombra di un albero e decido di aspettare lì.
Evito di cuocermi al sole almeno.
Prendo il pacchetto delle sigarette, ne sfilo una e l'accendo.
Ogni volta che guarderò o fumerò una Camel orange penseró a Lara, inevitabilmente.
Aveva un certo fascino mentre fumava, con quella montagna di riccioli e quegli occhi grandi che mi fissavano.
Chissà se mai la rivedrò, in una città così grande come Roma mi sembra difficile.
Poi non so neanche se è di qui, potrebbe essere una turista in vacanza.
La mia attenzione si concentra su mia sorella mano nella mano con Gabri.
<<Ehi campione!>>
Il suo sorriso si allarga ma, solo dopo qualche secondo, la sua espressione diventa arrabbiata.
Appena lo prendo in braccio per stringerlo inizia a darmi dei piccoli pugnetti da tutte le parti.
<<Ehi, ehi. Calmo.>>
Si divincola dalle mie braccia come se fosse un pesciolino incastrato nella rete del pescatore sbagliato.
Rimango deluso e lo lascio andare.
Gabriele corre da Camilla e le abbraccia le gambe, nascondendo il volto, come se fosse spaventato da me.
<<Gabri. Guardami un attimo.>>
Lui nega con la testa e guarda Camilla. Lei ricambia lo sguardo e gli fa l'occhiolino.
Sembra convincersi in qualche modo e si riavvicina a me mantenendo, però, una certa distanza.
Io mi accovaccio davanti a lui e lo inchiodo con lo sguardo.
Blu contro blu.
<<Mi perdoni? Sono stato un fratello monello ma io ti voglio tanto tanto bene. Non sono tornato a casa perché ho litigato con papà, non per colpa tua.>>
Gabriele annuisce piano e io sorrido.
Mi assomiglia molto anche se abbiamo un padre diverso.
Uno più stronzo dell'altro ma pur sempre diverso.
<<Facciamo pace?>>
Per risposta mi butta le braccia al collo e mi stringe forte.
Mi sei mancato tanto anche tu piccolo campione.
Un po' torno a respirare.
Lo prendo per mano e mi dirigo verso la mia gelateria preferita.
Ho una voglia di gelato incredibile, potrei fare invidia alle donne in dolce attesa.
<<Dove andiamo Emiliano? Torniamo a casa per favore, si muore di caldo oggi.>>
Gabriele ridacchia della sorella lamentona e lo vedo molto più tranquillo rispetto a questi ultimi due anni.
Sono molto contento.
La prima psicologa non serviva a niente, non capiva niente.
Poi un'amica di Camilla ci ha detto che la sua migliore amica era una psicologa infantile tirocinante e abbiamo passato tutta la documentazione a questa clinica privata.
Ero un po' scettico in quanto si trattava di una tirocinante ma ora sono molto contento.
<<Stiamo andando a prendere il gelato perché si festeggia!>>
Il loro sguardo confuso mi fa sorridere.
<<Si festeggia la pace tra me e il campione, si festeggia il vostro trasferimento a casa mia e si festeggia perché l'estate sta finendo finalmente!>>
Gabriele ride di gusto per il mio entusiasmo ma Camilla sospira affranta.
<<Sola in mezzo a cinque maschi. Povera me.>>
Poggio un braccio sulle sue spalle e la stringo un po' a me.
<<Andrà bene, vedrai.>>
Annuisce felice e mi guarda con quegli occhi pieni di vita che non vedevo da un po'.
È vero che c'è sempre una luce infondo al tunnel.
Forse io l'ho trovata.
Dopo un pomeriggio tra fratelli, gelato e tante risate, sono appena arrivato al pronto soccorso dell'ospedale dove lavoro e sono già stanco al pensiero della notte che mi spetta.
Suono il campanello per farmi aprire la porta che conduce alle stanze dei pazienti e Olga mi accoglie con un sorriso.
Sorrido di rimando e le bacio una guancia.
<<Emiliano è contento oggi. Pietro, secondo te è merito di una ragazza oppure avrà ucciso suo padre?>>
Ridacchio mentre sento battibeccare quei due sul motivo della mia felicità e mi infilo alla velocità della luce la casacca e i pantaloni.
<<Come è la situazione sta sera?>>
Piero fa cenno a sua moglie di uscire dalla stanza e farlo lavorare in santa pace.
Questi due sono sposati da quarant'anni e hanno sempre il turno insieme.
Non hanno avuto la possibilità di avere figli ma lo siamo un po' tutti in questo pronto soccorso, soprattutto i novellini come me e gli altri tre miei conquilini.
Sì siamo tutti infermieri, pazzi e in preda alla stanchezza.
Soprattutto quest'ultima.
<<Tutto tranquillo. Oggi hanno avuto due incidenti in moto, un virus allo stomaco, dolori addominali non identificati, un principio di infarto e uno di ictus.>>
Annuisco e mi bevo il caffè speciale di Olga.
Secondo me ci scioglie qualche cosa dentro questo caffè, non è possibile che mi riprendo subito dalla stanchezza dopo un bicchiere di questo elisir.
<<Vado a fare un giro di controllo.>>
Pietro annuisce e registra gli ultimi dati del paziente di cui si sta occupando Olga.
Esco dallo stanzino e vado verso l'ultima stanza, dove dovrebbe essere ricoverata la signora con il principio d'infarto.
Busso piano ed entro nella stanza.
<<Buonasera signora Rossella. Come va?>>
Le controllo la flebo e poi i dati sul monitor che controlla l'andamento del cuore.
<<Oh caro, speravo di trovare proprio te sta sera. Lo sai che non sopporto molto quella ragazzina saccente.>>
Ridacchio e le sistemo i cerotti sul petto che con il sudore si sono staccati.
<<Lei invece non dovrebbe neanche venirci qui. Dovremmo incontrarci per prendere un caffè, non può rischiare di morire solo per vedermi.>>
Le sistemo i cuscini dietro la testa e le cambio la flebo che ormai è finita.
Lei ridacchia come una ragazzina di quattordici anni.
<<Oh caro, se solo mio marito avesse un centesimo del tuo fascino. Il mio cuore fa capricci, sarà il caldo o forse la tua mancanza.>>
Scoppio a ridere e mi allontano da lei prima che mi salti addosso. Ha sempre ottantacinque anni.
<<Vado a controllare gli altri e torno dopo, okay?>>
Lei annuisce e chiude gli occhi, con un sorriso sulle labbra.
Vado dagli altri pazienti ma alcuni già dormono ed evito di disturbarli.
Torno nello stanzino e vedo Gioele appoggiato alla scrivania con il telefono in mano.
<<Che bello lavorare eh.>>
Preso alla sprovvista, il telefono gli cade di mano e atterra vicino al mio piede.
Mi chino a prenderlo e lo restituisco al proprietario.
<<Mi hai fatto spaventare idiota.>>
Ridacchio brevemente e mi blocco quando sento una donna urlare dalla sala d'aspetto.
Corro fuori dalla stanza e mi trovo affiancato da Pietro, che è il caposala, e da Olga.
Una donna regge una ragazza che sta per svenire.
La prendo tra le mie braccia e corro a stenderla su un lettino.
Le misuro la pressione, che è molto bassa, e cerco di mantenerla sveglia.
Le metto una flebo e noto che ha delle piccole macchie rosse sul braccio. Sono delle punture.
<<Fatemi entrare, mia figlia è minorenne!>>
La donna cerca di entrare ma Pietro la blocca.
<<Prima devo registrarla e lei mi deve dare dei documenti.>>
Mi affaccio dalla porta della stanza delle visite e faccio segno a Pietro di raggiungermi.
Io chiamo Pietro e arrivano Olga, Gioele e una ragazza che non conosco. Tutti seguiti dalla madre super nervosa e agitata.
Troppa gente.
<<Pietro sono segni di punture quelle?>>
La ragazza nuova sembra alle prime armi e forse lo è per davvero.
Anzi, ne sono certo dalla sua ansia palpabile a chilometri di distanza.
<<Sono punture di eroina.>>
Gioele, con il suo fantastico tatto, interrompe il mormorio di sottofondo della madre e della nuova infermiera. Entrambe sul punto di svenire.
<<Facciamo delle analisi, immediatamente. Gioele vai ad assistere gli altri pazienti in arrivo, Olga pensa alle registrazioni e "novellina" fai il giro dei pazienti e se hanno bisogno di qualcosa avvisa. Tutti fuori.>>
Prendo una farfallina, delle provette e il laccio emostatico.
Faccio il prelievo e do tutto alla novellina, in modo che le porti al laboratorio analisi.
<<Veloce.>>
Mi guarda e mi sorride.
Ancora non ha capito che non è momento di fare conoscenza?!
La esorto con lo sguardo e lei scappa verso il laboratorio.
Torno dalla paziente e noto che il suo viso è leggermente più colorato di prima.
<<Le ho dato qualcosa per abbassare la febbre.>>
Le tengo due dita sul polso e aspetto.
<<Il battito è buono.>>
Annuisce e sospira.
<<Non è la droga a fare questo effetto.>>
Aggrotto le sopracciglia e fisso la paziente inerme sul lettino.
<<Pensi si stesse disintossicando da sola? Una crisi d'astinenza?>>
Annuisce e fa pressione sulla stomaco della paziente, sulla milza, sulla pancia bassa.
Arrivato lì si ferma come se avesse scoperto la causa di tutti i problemi.
E improvvisamente capisco tutto.
<<Pensi sia incinta.>>
La madre si alza di botto dalla sedia e si avvicina a me, in preda all'ira.
<<Si sieda. Senza analisi non sapremo niente.>>
La donna boccheggia per un attimo e si siede in modo molto composto.
Tutte cashmere e gioielli preziosi e non sanno fare i genitori. Ma per favore.
<<Ecco le analisi.>>
Le strappo dalle mani della novellina e le leggo attentamente insieme a Pietro che mi sta appicciato come una cozza.
Vorrei dirgli di levarsi, che sto morendo di caldo, ma non lo faccio.
Non vorrei essere privato dell'elisir di sua moglie, come è già successo.
<<Non ci sono tracce di sostanze stupefacenti.>>
La madre sospira di sollievo e Pietro insieme a lei.
Ma le punture sulle braccia dovrebbero essere una prova lampante del problema della figlia che lei ignora. Io non sarei così tranquillo.
<<È incinta.>>
Dopo essere riusciti a stabilizzare la ragazzina, la porto in una stanza infondo al corridoio proprio quella della signora che ci provava con me.
<<Caro, che è successo a questa povera anima?>>
Sorrido involontariamente a quel "caro" che accompagna sempre le sue frasi.
<<Storia lunga.>>
Sospira e continua a osservarmi con un sorriso sulle labbra.
Sistemo la ragazza, che ho scoperto chiamarsi Lia, sul lettino.
Sistemo la flebo, il medicinale e cerco di non svegliarla mentre le misuro la febbre.
<<Che stai facendo? Non mi toccare!>>
Mi allontano subito da lei e alzo le mani in aria, facendole vedere che ho un termometro.
<<Tranquilla sei al pronto soccorso, sei svenuta e tua madre ti ha portato qui. Ti misuro la febbre e vado via.>>
Sembra tranquillizzarsi all'istante e annuisce piano.
Le scosto la camicetta leggera che indossa e le metto il termometro sotto l'ascella.
Mi sta fissando, in modo fastidioso direi.
<<Hai delle mani morbide e calde.>>
Faccio finta di non aver sentito ma, ovviamente, Rossella no.
<<Lo so cara, ha delle mani di fata. Peccato che è troppo giovane per una come me.>>
Sorrido imbarazzato, facendo cenno di smetterla e di dormire.
Non hanno sonno tutte e due alle tre di notte?
Il termometro trilla e lo osservo.
Fortunatamente è bassa, come la mia voglia di vivere in questo momento.
Vorrei solo dormire invece di combattere con tutti questi ormoni femminili.
A fine turno, mi cambio nello stanzino e saluto i miei colleghi all'insegna di una giornata di riposo.
Qualsiasi cosa succeda, oggi dormo tutto il giorno senza remissione di peccato.
Il primo che rompe le palle lo uccido.
Mentre vado verso la moto, sfilo una sigaretta e la fumo sentendo subito i miei muscoli rilassarsi.
La mia mente non fa altro che ritornare a quella notte sulla spiaggia e di farsi domande su domande.
Decido di scacciare questo pensiero dalla mia testa, prima che sia troppo tardi per tutti.
Soprattutto per me e per la mia sanità mentale.
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