Espiazione
Vincoli:
Massimo 2000 parole (incipit escluso).
Os che deve partire da un incipit. A me è stato attribuito quello di "Delitto e Castigo" di Fëdor Michailovich Dostoevskij (in corsivo nel testo). Dell'incipit vanno mantenuti lo stile e l'ambientazione.
Personaggi da inserire nella storia: Thomas e Luna.
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All'inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K.
Sulle scale riuscì a evitare l'incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto di un'alta casa a cinque piani, e ricordava più un armadio che un alloggio vero e proprio.
Come ogni volta che usciva da quel bugigattolo, il ragazzo respirò a pieni polmoni, quasi che fosse appena stato liberato dopo un lungo periodo di prigionia, poi si incamminò a passi lenti lungo il marciapiede dissestato del quale conosceva, ormai, ogni buca e anfratto.
L' aria calda di quel crepuscolo lo avvolse come una soffice coperta di lana e, sebbene indossasse solo una leggera camicia di lino celeste e un paio di vecchi pantaloni di tela di un colore indefinibile, ben presto li sentì appiccicarsi entrambi alla pelle sudata. La sensazione era sgradevole, ma l'idea di rientrare nella sua microscopica prigione e, peggio ancora, di trovarsi faccia a faccia con la vecchia megera che gli rinfacciava tutti gli affitti arretrati che non aveva ancora pagato, gli fece passare ben presto in secondo piano il fatto che tutta la fatica fatta per essere in ordine e curato stava rapidamente svanendo e che avrebbe avuto bisogno di cambiarsi.
Il sole morente faceva sul marciapiede giochi di ombre sempre più lunghe e sottili fra le quali si confondeva anche quella del giovane, che continuava imperterrito a camminare con un'andatura appena claudicante, a memoria di un antico infortunio. La vetrina di un negozio già chiuso rifletté un raggio particolarmente molesto che arrivò ai suoi occhi, per caso girati in quella direzione. Lui li socchiuse, infastidito da quella luce improvvisa, ma il gesto repentino non gli impedì di notare la propria immagine che si rifletteva impertinente su quel vetro sporco, quasi a volerlo sfidare a guardarla. Era stato preso alla sprovvista, così non poté evitare di scambiare uno sguardo con il sé stesso che lo osservava da quel grigiore.
Se non avesse saputo che non poteva essere un'altra persona, non si sarebbe riconosciuto. Da mesi evitava di confrontarsi con se stesso e aveva eliminato ogni contatto con qualsivoglia oggetto che potesse fungere da specchio, da quando le sue stesse azioni lo avevano così nauseato da farlo fuggire da tutto, per cercare espiazione e perdono. Ora, mentre con espressione attonita faceva scorrere uno sguardo stralunato su e giù lungo il proprio corpo così improvvisamente manifestatosi, non riconosceva quelle forme lunghe e spigolose, quel viso emaciato contornato da capelli ricci così ispidi e incolti sembrare un nido di aironi posatosi sornione in cima al suo capo. Possibile che il rimorso per gli errori commessi lo avesse corroso fino a quel punto?
Un sospiro gli sfuggì e la mano destra andò a stringere, in un gesto ormai divenuto consueto, la sottile catenina d'oro che custodiva in tasca, prima che riuscisse ad allontanare lo sguardo da quell'immagine detestata. Dovette appoggiare l'altra mano sul vetro per sostenersi, tanto le forze lo avevano improvvisamente abbandonato nel vedere se stesso senza esserne preparato.
Chiuse gli occhi e chinò il capo, in attesa di potere riprendere a camminare senza pericolo di cadere come un sacco vuoto. Lo stomaco sembrò risvegliarsi solo in quel momento e gli ricordò che erano giorni che non riceveva un pasto decente. Le orecchie iniziarono a ronzare, rivoli di sudore gelido gli corsero giù per la schiena bollente e piccole stelle di luce si formarono davanti ai suoi occhi chiusi. Lottò con tutte le poche forze che ancora aveva per non cadere a terra lungo disteso, respirò e respirò fino a che, a poco a poco, il suo corpo non decise di reagire e di collaborare con lo sforzo immane che stava facendo. Quando gli parve di essere tornato in sé stesso, abbandonò l'appoggio del vetro e, senza un ulteriore sguardo alla propria immagine, si allontanò, ancora più incerto e claudicante, entrambe le mani ora affondate nelle tasche sformate dei pantaloni.
Il ponte K. comparve davanti ai suoi occhi stanchi come un miraggio, ma questa volta, al contrario del solito, decise non di salirvi sopra, ma di scendere verso la riva del fiume. L'eco di quell' immagine riflessa, apparsa improvvisamente e che non gli si era ancora cancellata dagli occhi, gli aveva fatto comprendere che era tempo di agire, prima che fosse troppo tardi.
Per mesi aveva fatto quel percorso a quell'ora, ogni giorno, tranne quando pioveva. Perché quando il sole calava e avvolgeva con la sua luce dorata le placide sponde del fiume, i commercianti, che lì avevano i banchetti colmi delle più varie mercanzie, cominciavano a mettere via tutto e a fare i conti di quanto avevano guadagnato al termine di un'altra dura giornata di lavoro. C'era qualcosa di riposante nell'osservare i gesti attenti, sempre gli stessi, con cui venivano riposti abiti, tappeti, oggetti di ogni forma e colore: sembrava di assistere a un rito eterno e immutabile, garanzia della continuità delle cose. C'era il vecchio ossuto che riponeva i suoi vasi di vetro sussurrando parole inintelligibili, come se li stesse tranquillizzando che, come quel giorno non erano stati venduti, così non si sarebbe separato da loro neppure il successivo né quello dopo. Oppure c'era la signora grassa, dall'improbabile capigliatura rosso fuoco, con il banchetto a ridosso della colonna del ponte, che riponeva i pizzi e le tovaglie come se fossero sacre reliquie.
Infine c'era lei. Il motivo di quella quotidiana passeggiata serale. Diafana e sottile come una ninfa dei boschi, sempre vestita di colori chiari e con i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle, ogni sera era l'ultima a decidersi a mettere via i fiori del suo banchetto. Fra essi si muoveva con grazia e movenze sinuose da ballerina. Rose, camelie, tulipani di tutti i colori la circondavano e il giovane avrebbe voluto sapere dipingere per immortalare tanta bellezza.
A volte, tuttavia, un'ombra come di tristezza passava a offuscare il bel viso della ragazza, come se un qualche pensiero cupo e ricorrente le tirasse le vesti, a ricordarle che esisteva e che non voleva essere ignorato. Allora, in quei momenti, lei si immobilizzava e chiudeva gli occhi, anche solo per pochi istanti, fin a che non riusciva a ricacciarlo nei recessi più remoti della sua mente. Solo in quel momento respirava di nuovo e riprendeva da dove si era interrotta.
Il giovane, osservandola sera dopo sera nascosto dall'alto del ponte, aveva notato ogni singolo momento in cui si era rattristata, e ogni volta era stato come se un pugnale gli avesse trafitto il cuore. Egli, infatti, conosceva il pensiero molesto da cui lei non riusciva a liberarsi, lo stesso che aveva costretto lui a smettere di guardarsi allo specchio e ad andare lì tutti i giorni: l'enorme responsabilità di crescere da sola la splendida bambina che, ora, le trotterellava al fianco gioendo di ogni singolo fiore e di ogni parolina che scambiava con la sua mamma.
Da quando era fuggito, nottetempo, incapace di sostenere il peso di quella responsabilità, e aveva abbandonato lei a sopportare da sola tutto il peso di quella nuova vita, aveva cessato di considerarsi un uomo, e pur tuttavia non era mai riuscito a tornare sui suoi passi e chiederle perdono. Solo, ogni sera andava su quel ponte, nella speranza che, prima o poi, avrebbe avuto il coraggio di scendere e fare ciò che andava fatto.
Forse quella era la sera giusta. Arrivato nei pressi del basamento del primo pilone, il giovane si fermò per un attimo, deterse con mano tremante il sudore che gl' imperlava la fronte e cercò di raccogliere le idee, al fine di non risultare un perfetto imbecille, muto come un pesce, nel momento in cui si fosse trovato di fronte a lei. Ma nulla di sensato gli venne in mente, così cessò di pensare, fece un profondo respiro e si nascose fra i banchi mezzo dismessi, incapace di proseguire. Forse il giorno dopo, chissà.
Invece il destino decise per lui. La bimba, giocando con una pallina in attesa che la sua mamma finisse di riporre tutti quei bei fiori colorati, la lanciò con troppa foga, cosicché il piccolo oggetto rotolò via e andò a fermarsi davanti ai piedi del giovane che, troppo intento a bearsi della vista di sua figlia ridente, non ebbe la prontezza di spirito di allontanarsi, e così impreparato se la trovò di fronte.
Gli occhi neri della piccola si posarono dapprima sulla sua palla e poi sul viso della persona che gliela stava porgendo, mentre un vago e sconosciuto senso di sorpresa attraversava il suo giovane cuore nel momento in cui posò lo sguardo su un paio di occhi identici ai propri.
"Tieni, piccola. È tua, vero?" chiese quello strano ragazzo con voce gentile e fare sorridente. La bimba, abituata a non parlare agli sconosciuti, si sentì protetta e a suo agio, così non fuggì ma anzi, sorrise a sua volta e non si mosse.
"Come ti chiami?" azzardò lui accucciandosi e notando che la curiosità stava avendo la meglio sulla paura, troppo felice di avere la possibilità di starle vicino e parlarle.
"Luna. E tu?"
"Thomas" rispose lui in un soffio. La bimba gli sorrise e allungò la manina per riprendersi la palla. Per un fugace istante le dita scarne di lui sfiorarono quelle paffute di lei e quel nascosto legame di sangue si esternò in una piccola scossa elettrica che fece ridere entrambi.
Nell'udire la risata della figlia, la mamma, non vedendola vicina a sé, la chiamò e Luna subito ritirò la manina e fuggì via, non senza avere lasciato un ultimo sorriso allo strano e gentile sconosciuto.
Quando tornò dalla sua mamma e le fece vedere la pallina smarrita sgranò gli occhi, perché insieme a essa c'era una sottile catenina d'oro a cui era appeso un piccolo cuore. La bimba non capì mai come ci fosse arrivata, né la reazione della mamma, che la subissò di domande e poi cominciò a guardarsi intorno freneticamente, come se fosse alla ricerca di qualcuno. Allora Luna pensò di portarla nel luogo in cui aveva trovato Thomas, ma quando arrivarono lì non c'era nessuno, solo piccole foglie spezzate e alcune ondine che, dal fiume, si stavano frangendo sulla riva.
Curiosamente, l'ultimo pensiero di Thomas prima che l'oscurità lo inghiottisse non fu per quella piccola e meravigliosa particella di vita, unica testimonianza del suo passaggio sulla Terra, ma cos' avrebbe pensato la vecchia megera nel non vederlo tornare più a casa.
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