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Ombre

Ero sempre stata diversa. Anche se la parola può assumere un significato per ognuno.
Io ero diversa perché potevo vedere. Non ho mai saputo cosa o come. Ma potevo. In ogni angolo, in ogni vuoto, c'era sempre qualcosa. Ghignavano. Piangevano. Ballavano. Festeggiavano. Urlavano. Le ombre erano sempre in movimento.

Non ho mai saputo cosa fossero. Quindi decisi di chiamarle ombre. Nel lontano 2016 caddero città e costruzioni furono abbattute. Non erano state loro. No. Loro non erano interessate agli edifici, non quanto lo erano per i loro creatori. Persi mia madre e mio fratello. Mentre loro ballavano io urlavo.
Mentre loro mi sorridevano, la mia mente si ammalava. E moriva. Come ogni persona intorno a me.

Non ho mai saputo come farle andare via. Gli lanciavo contro vasi, pentole, penne, scarpe, carrelli. Ho sempre provato di tutto. Anche la luce. Con quella si moltiplicavano. Mi distruggevano. La mia voce era rauca, nel lontano 2020. Troppo rauca. Non volevo andare da un medico. Mi seguivano. Ovunque. Sempre. Gli gridavo contro di andare via. Di allontanarsi. Di posare il coltello. Di non avvicinarsi a mio padre inerme. Di non venire con me al suo funerale. Di lasciarlo in pace. Almeno lì, dove dormiva tranquillo.

Non ho mai saputo come isolarmi da loro. Auricolari. Coperte. Crocifissi. Acqua santa. Un cappio. Mia sorella ulava e io ridevo. Ridevo perché le stavo sconfiggendo. Stavano morendo davanti ai miei occhi. Tagliò la corda e ci furono troppi morti, mentre loro passavano. In ospedale, le stanze erano vuote. Loro urlavano. Io urlavo. Urlavo sempre. Le mura dell'ospedale divennero bianche e insonorizzate. Era rimasta solo mia sorella. Non veniva a trovarmi. Ero felice. Nessuno le avrebbe fatto del male. Loro erano lì con me. Tutte rinchiuse in quelle soffici mura.

Non ho mai saputo distinguerle. Le pasticche bianche mi fecero aprire gli occhi. Tutto era più chiaro. I miei occhi iniziavano a vedere. Fino a quando non videro più nulla. Le ombre erano andate. Sparite. Morte.
Gli uomini dal vestito bianco dicevano che mi muovevo troppo. La camicia era scomoda. Iniziai a nascondere le medicine. Era noioso non vedere più nessuno. Le ombre iniziarono a confortarmi. Ad amarmi. E io ad amare loro.

Non ho mai saputo come sconfiggerle. Quando quelle pareti biance divennero di legno scuro e iniziai a servire caffè, capii una cosa. Non potevo. Così mi arresi. Mi arresi a loro. Quando entravo dalla porta un odore orribile e confortante mi penetrava le narici. Me lo godevo. Venivo inebriata dalle urla. Le persone urlavano per me. Le ombre mi erano vicine. Tutto era passato. Ero così felice.

Entrarono sbattendo la porta, ognuno con una pistola in mano. Io le avevo sopra il tavolo. Che cosa divertente. Io ero lì, che non potevo fare niente, con le mie amiche ombre che entravano e uscivano dai loro corpi. Non li sfiorarono. Loro non caddero a terra. Ma io risi. Come non avevo mai fatto. Mi portai le mani al collo e strinsi, cacciando fuori la lingua. Feci uno scatto per raggiungere le ombre. E lo feci. Le raggiunsi. Il percorso fu difficile. Ricordo rumori assordanti e parole incomprensibili.

Non ho mai saputo perché stessero con me. Ma ora siamo insieme. Per sempre.

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