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Suicidio di uno Scrittore Fallito - Parte II

Dopo la settima birra i ricordi divennero sfocati e mi ritrovai accanto all'entrata del cinema a luci rossi - la mia nemesi - con un 7UP in mano, invischiato in trattative con una bionda dalla scollatura succinta e dal viso grazioso.

«Tesoro, smettila di insistere, non accetto poesie come pagamento». La sua voce invece non era affatto graziosa, bensì roca e pastosa.

«Sussurrarti una poesia tra le cosce e una bella chiavata non sono abbastanza per te?»

Non ricordavo come mi fossi cacciato in quella situazione, ma tanto valeva che insistessi per ricavarne qualcosa di buono. Scolai il 7UP e gettai il bicchiere a terra, una meteora trasparente che si schiantò contrò l'asfalto accarezzato dalle prime luci dell'alba di L.A., detriti di vetro ovunque.

«Scopo per arrivare alla fine del mese, non per avere un orgasmo o due».

«Sicura?» Le misi una mano dietro il collo e l'altra poco sopra il culo, e l'attirai verso di me. Il bacio era secco e ardente, due lingue incandescenti che danzavano la terza sinfonia di Brahms e il mio cazzo palpitava e urlava di penetrare dentro di lei, dentro la sua carne bagnata dal sole e dalla voglia.

Poi arrivò il dolore. Sulla lingua, sulle labbra, denti che incidevano la mia carne, e sapore metallico...

Mollai la presa, la bionda si divincolò dalle mie braccia e indietreggiò di qualche passo. «Puttana, mi hai morso, cazzo!» urlai e mia bocca si riempì di sangue.

«Aiuto, qualcuno mi aiuti! Mi vuole violentare, aiuto!»

Era l'alba, le poche persone in strada non ne volevano sapere di un tentativo di stupro o non gliene fregava nulla; ad Hollywood Boulevard si respirava piscio e apatia. Dio, eravamo solo a pochi metri da un cinema dove gli spettatori si masturbavano amorevolmente a vicenda: uno stupro era la prassi, come il sessismo nei romanzi rosa.

Lasciai che la prostituta si allontanasse, barcollante sui tacchi, e le chiappe che ballavano il rock 'n' roll in una minigonna...

Scarlett era dove l'avevo lasciata, a letto e nuda, ancora addormentata. Io però non ero accanto a lei a baciarle il collo, ma in punta di piedi su uno sgabello, un cappio stretto al collo e l'estremità legata al ventilatore del soffitto; pantaloni e mutande abbassate, l'uccello turgido ed eretto. Me lo menavo e la corda mi strangolava, l'asfissia mi prendeva con sé e il piacere era intenso, la vita sopportabile e la morte mi succhiava il cazzo.

Le pareti erano tappezzate di quadri dipinti da Scarlett Von Swartzschild: perlopiù raffiguravano sagome antropomorfe disegnate con colori freddi - turchese, blu cobalto, viola - e mal delineate che si davano al sesso orale, masturbazione reciproca, che si baciavano e uccidevano; gli sfondi erano di colori caldi - giallo, arancione, magenta. Non vendevano un granché, altrimenti non li avremmo tenuti in casa.

Venni, e un fiotto di sperma piovve sul pavimento e su una coscia di Scarlett. Il pavimento lo avrei pulito più tardi; per quanto concerneva la gamba della mia donna, be', ci avrebbe pensato lei.

L'estasi finì, mi sdraiai accanto a Scarlett e strusciai la mezza erezione sul solco tra le sue natiche. Sì destò dal sonno e si girò verso di me, con le palpebre ancora chiuse e i suoi polpastrelli mi accarezzavano il profilo del mento. «Perché non riesci a dormire?», bisbigliò.

«Perché viviamo in un mondo dove Anna Todd beve cocktail costosi sulla spiaggia di Santa Monica e John Fante è diventato famoso quando ormai aveva perso le gambe e la vista», sospirai. «E a causa di quelle luci rosse, sembra di dormire in un cazzo di strip club».

«Chiudi gli occhi».

«Sono già chiusi».

Non era vero.

«Non è vero».

Li chiusi. «E adesso?»

«Apri la bocca».

La aprii e mi posò una pastiglia sul palato. Insapore, più o meno come la vita. La ingoiai. «Cosa mi hai appena dato?»

«Qualcosa per dormire meglio, ma illegale in tredici Stati».

«Perfetto, allora vuol dire che funziona alla grande».

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