Bibliofilia
Le donne, come i soldi e la fortuna, vanno e vengono - in tutti i sensi. Infatti Christal era venuta da me per caso. O meglio, ero venuto io da lei. Ero entrato nella biblioteca dove lavorava per restituire un Faulkner che non avevo nemmeno aperto e un Nietzsche che avevo utilizzato come sopramobile per oltre un mese; allora era giunto il momento di farli ritornare tra gli scaffali polverosi della biblioteca, a marcire, in attesa di essere usati come fermacarte o per pulirsi il culo da un altro povero scemo.
Posai i libri sul bancone della biblioteca e trovai questa bibliotecaria brunetta niente male che mi riconobbe e prese a ricoprirmi di lusinghe, sei il Bukowski di questo secolo, uno dei pochi scrittori che imprime ancora la carta con la propria anima, se fossero tutti come te i bambini in Africa non morirebbero di fame, mi concederesti l'onore di venire da me per firmare i libri che hai scritto, Finché Piove è il mio preferito. Ma certo, tutto quello che vuoi.
Sapete come vanno queste cose, no? Ecco, una cosa tira l'altra, e il mattino dopo mi ritrovai nel suo letto, con l'uccello che faceva avanti e indietro nel suo culo.
«Oddio, sì, sbattimelo dentro!»
«Eccomi, piccola».
«Più in fondo! Più in fondo! Oh, sììììì».
«Non ce la faccio, più di così non ci riesco. Non si può mica allungare!»
«PIÙ IN FONDO!» tuonò.
Allora si spinse verso di me, come se volesse farsi penetrare anche dalle mie palle. Ma ogni uomo ha un limite, e il mio era stato raggiunto.
Continuai a stantuffare quel bel sedere, la stanza era pervasa dal suono dei miei fianchi che si scontravano contro quelle chiappe e i suoi gemiti di piacere e di dolore.
Non so come, ma riuscii a spingere ancora più a fondo. Fu un errore.
«Cazzo, che schifo...».
«Non ti fermare! Continua, scopami, scopami!»
Sfilai l'uccello dal suo culo. Avevo raggiunto anche il suo limite.
«Che cazzo fai? Rimettilo dentro!»
«Porcatroia, col cazzo che lo rimetto in quella fogna! Guarda, è sporco di merda».
Si girò e lo vide anche lei: sulla cappella c'era un pezzettino di merda, che a dire il vero non era molto grande, ma lo era abbastanza per farmelo ammosciare.
«Oh, mi dispiace».
«Ti dispiace? Mi hai cagato sul cazzo e ti dispiace?»
Ridacchiò. «Non farne un dramma, sono cose che succedono».
Succede quando non ci si lava il buco del culo, pensai. Non lo dissi, dopotutto era una mia lettrice, avevo bisogno che comprasse i miei romanzetti e che mi aiutasse a tirare avanti. «Certo, cara, nessun problema, può succedere. Se non ti spiace vado al cesso a darmi una pulita».
«Fai pure», disse Christal, controllando l'ora. «Merda, tra poco devo essere in biblioteca».
Già, merda.
Si mise un reggiseno nero, mutandine nere, una camicetta bianca, un tailleur a righe grigie e nere, legò i capelli in uno chignon e inforcò un paio di occhiali ovali, e da diavolessa assetata di cazzi nel fondoschiena si trasformò in una diligente dipendente di una biblioteca pubblica: il travestimento che la società si aspettava che indossasse. Iniziai a rivestirmi anch'io e la festa era finita, tutti a casa.
Notò che stavo raccattando i miei vestiti sparsi sul pavimento e aggiunse: «Tranquillo, non voglio mica sbatterti fuori di casa. Fai quello che devi fare e poi chiudi la porta a chiave, okay? Lascia le chiavi nel portaombrelli». Posò un mazzo di chiavi sul comodino.
«Come vuoi».
Si sporse per darmi un bacio, lei vestita, io nudo e con il cazzo sporco di merda. «Mi chiamerai?» chiese mordendosi il labbro.
«Certo, piccola».
Fu l'ultima volta che vidi il suo culo merdoso e non tornai mai più nella biblioteca dove lavorava. Uscì di casa in tutta fretta, era proprio elettrizzata all'idea di cominciare le sue nove ore di lavoro quotidiane per uno stipendio che la manteneva a malapena.
Feci una doccia e insaponai due, tre, quattro volte il mio povero pene. E come avevo detto precedentemente, sapete come vanno queste cose, una cosa tira l'altra, il mio pene perse l'aggettivo 'povero' e si alzò. Dopo quella disavventura, un orgasmo me lo meritavo.
Cominciai a menarmelo pensando a un culo, un culo qualsiasi, qualsiasi culo che non fosse quello di Christal. Volevo infilarlo in un culo pulito, leccare fiche pulite, afferrare tette pulite e baciare labbra pulite.
Continuai a masturbarmi seduto sull'asse del cesso. Venni, e la sborra finì nella tazza. Rovistai nelle tasche dei miei pantaloni distesi sul pavimento e trovai una Camel.
Nella vita ci sono due momenti perfetti per fumare una sigaretta: dopo un orgasmo e prima di una cagata. Quella Camel la fumai post orgasmo e durante la cagata.
Finii di cacare e gettai il mozzicone nella tazza, assieme allo stronzo e alla sborra. Mi pulii il buco del culo (come avrebbe dovuto fare di tanto in tanto la gentildonna che avevo appena inculato) e tirai lo sciacquone. Dalla tazza provenne un minaccioso gorgoglio e il livello dell'acqua si alzò, con tutto il resto. Riprovai a tirare lo sciacquone. Niente. Il cesso era ufficialmente intasato.
Lo stronzo vorticava su sé stesso nella tazza, a vuoto, sempre lo stesso giro, non andava da nessuna parte, era in trappola, proprio come Christal, che faceva sempre lo stesso percorso: casa, biblioteca, casa, biblioteca, casa, e nell'intramezzo si scopava qualche scrittore di discreto successo, e poi ricominciava il moto perpetuo casa - biblioteca. Una vita vuota che cercava di riempire con freddi orgasmi (a spese di noi scrittori indifesi).
Tirai lo sciacquone un'ultima volta. Sborra, merda, cenere, acqua e carta sporca si riversano sul pavimento. Il cesso era totalmente andato, irrecuperabile - più o meno come il genere umano.
La mia bibliotecaria avrebbe aggiunto una nuova tappa al percorso giornaliero: casa - biblioteca - Ikea, reparto servizi sanitari...
Mi rivestii e me andai, lasciandomi alle spalle quella poltiglia schifosa.
Le chiavi erano ancora là, sul comodino.
Non la richiamai e lei non richiamò me.
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