Capitolo 7
Charlie fece scendere Daphne dalla moto e la parcheggiò accanto ad altre Harley fuori dall'entrata del locale.
Quando entrarono, la prima cosa che Daphne notò furono i due pali da lap-dance al centro della sala.
Charlie le fece strada verso il bancone, dove una ragazza coi capelli biondi e il trucco pesante, e le tette strizzate in un corpetto nero, stava servendo delle birre ad alcuni uomini, tutti presumibilmente avanzi di galera.
Improvvisamente tutti smisero di parlare, dopo aver salutato Charlie ed aver notato Daphne.
Uno degli uomini, dall'aspetto di un hippie, con i capelli lunghi e grigi e una lunga barba, mormorò un «Cristo santo» scrutandola per bene.
Daphne si sentì in imbarazzo, nonostante fosse abituata ad avere gli occhi di tutti puntati addosso. Quella gente la guardava come se avessero visto un miraggio.
Solo la ragazza al bancone sembrava quasi infastidita dalla sua presenza.
Alzò gli occhi al cielo rivolgendosi a Charlie «Cristo, è una ragazzina, non avrà più di quindici anni!» disse con tono di rimprovero.
Daphne si schiarì la gola «Quasi diciotto in realtà» precisò, infastidita dal modo in cui la tipa la stava guardando.
Charlie sbuffò battendo una mano sul bancone per incitare la ragazza a dargli qualcosa da bere, e lei prese una birra e la stappó.
«Tu vuoi qualcosa? Un succo di frutta magari?» chiese a Daphne con una risatina fastidiosa.
Daphne scosse la testa «Vorrei solo che la smettessi di guardarmi come se fossi una minaccia. Non sono certo qui per rubarti il posto da barista dell'anno» rispose acida.
Charlie e gli altri uomini risero.
«Cristo santo, sei proprio uguale a tua madre!» disse divertito il vecchio hippie.
Gli altri risero di nuovo, mentre Daphne non disse nulla.
Non c'era niente di divertente, pensava.
Strinse i pugni lungo i fianchi, nervosa. Quel commento l'aveva infastidita.
Nessuno le aveva mai detto che somigliava a sua madre, ed ora era chiaro il perché. Anche lei non aveva mai trovato somiglianze.
Sua madre era bassa, e minuta, ed aveva la carnagione olivastra e il naso aquilino, e Daphne non le somigliava affatto.
Ma ora era chiaro il perché. Non era la sua vera madre.
E si spiegavano i modi poco amorevoli che aveva sempre avuto nei suoi confronti.
«Te lo ricordi questo posto?» le chiese Charlie notando come Daphne si guardava intorno curiosa.
Lei si strinse nelle spalle. Continuavano a tornarle alla mente dei ricordi molto vaghi.
«Ti ricordi di me?» chiese allora Charlie.
Daphne fece una smorfia, sospirando «Ho ricevuto delle lettere, con delle foto» disse, mormorando.
«Non ricordi nulla?».
Lei scosse la testa.
Charlie scolò la sua birra e poi si alzò dallo sgabello del bancone, facendo cenno a Daphne di seguirlo.
Fece strada fuori dal locale e sulla rampa di scale che portava all'appartamento al piano superiore.
Quando aprì la porta d'ingresso, Daphne venne travolta da un profumo di gelsomino che le ricordò improvvisamente la sua infanzia.
Era tutto in ordine, e la semplicità di quell'appartamento contrastava lo squallore del locale al piano di sotto.
Nel salotto c'erano un box per bambini e qualche giocattolo a terra, sulle pareti lungo il corridoio erano appese un'infinità di fotografie.
Daphne le guardò attentamente, una per una.
La donna che era stesa su quel letto d'ospedale era bellissima.
E l'hippie al pub aveva ragione: le somigliava da morire.
Sentì un nodo alla gola. Charlie da bambino accanto a sua madre, al mare, in piscina, sul divano, foto dei compleanni.
C'era anche una foto con Daphne. Loro tre seduti su un prato. Era stata tagliata, e intorno alle spalle della madre un braccio grande e tatuato era stato tagliato via dalla fotografia.
Il tatuaggio di un drago in bianco e nero.
Per un attimo, Daphne sentì la testa girare.
Ricordò improvvisamente qualcosa.
La mano di un uomo darle uno schiaffo in pieno volto e lei che piangeva disperata.
Ricordò gli strattoni e le spinte, gli insulti, le parole piene di cattiveria.
Ricordò il motivo delle cicatrici dietro la schiena.
Sentì le gambe tremare.
Ricordò l'ultimo giorno che aveva passato in quella casa.
Charlie notò lo sguardo di Daphne, perso, improvvisamente pieno di terrore.
«Stai bene, piccola? » le chiese posandole una mano sulla spalla.
Lei sobbalzò.
Guardò Charlie. Era di fronte a lei, la guardava preoccupato, e Daphne cominciò a piangere poggiando la testa contro il suo petto.
Lui la strinse in un abbraccio forte, senza dire nulla.
«Ti prego, raccontami ogni cosa» chiese lei dopo un po, tra le lacrime.
Voleva sentire tutta la storia. Ora che aveva iniziato a ricordare, voleva capire ogni cosa.
Virtual World era la sala giochi più grande di Hoboken. Jason si stava divertendo come un bambino, tra giochi arcade e pistole laser.
Non gli sembrava vero, era in una sala giochi a spendere soldi non suoi con la ragazza che sognava ogni notte.
Eliza aveva fumato un po' d'erba con lui nel retro del locale ed ora si stava divertendo da matti a sparare a degli zombie o a ballare sulle piattaforme insieme ai suoi amici.
Non era il suo passatempo abituale, quello, ma per un attimo si era lasciata andare e con suo stupore stava davvero passando una fantastica giornata.
Anche Hailey e Dan si stavano divertendo, e fuori dalle mura del collegio Hailey si sentiva molto più rilassata.
«Andiamo a mangiare qualcosa?» le chiese Dan afferrandole la mano, dopo aver perso la partita a mini-hockey.
Hailey annuì, effettivamente il suo stomaco stava brontolando.
Andarono al bar e presero due enormi gelati pieni di granella di biscotto, cioccolata e panna, e si sedettero uno accanto all'altra ad un tavolino appartato.
«Credo che sia stata una buona idea, quella di venire qui» ammise Hailey guardando Raymond, Eliza e Jason che ridevano come pazzi in fondo alla sala giochi.
Dan annuì «Già. È un peccato che non ci sia anche Daphne, considerando che ha praticamente pagato tutto lei».
Hailey scrollò le spalle. A lei non dispiaceva affatto che non fosse nei paraggi «A quanto pare aveva di meglio da fare» commentò prima di mangiare un'abbondante cucchiata di gelato.
«Già... Magari torniamo qui con lei un altro giorno».
«Se proprio ci tieni» mormorò Hailey, iniziando ad innervosirsi. Prese un'altra cucchiaiata di gelato, e poi un'altra ancora.
Era una sua abitudine quella di trovare consolazione nel cibo.
Dan sospirò «Hailey, non devi innervosirti. Era solo un'idea».
Hailey sbuffò «Ok, è solo che non capisco che c'entra Daphne adesso...» mugugnó.
«Beh, è stata lei a portarci qui» rispose Dan ovvio. Sapeva che stava per inoltrarsi in una conversazione dalla quale probabilmente sarebbe uscito sconfitto, perché sapeva che le ragazze facevano così, creavano mille problemi dal nulla e se qualcosa non andava bene, non andava bene e basta «Non capisco perché anche solo nominarla ti faccia innervosire in questo modo».
«Lo sai perché mi innervosisco!» ribatté Hailey.
«Si, infatti, perché sei gelosa. E continuo a non spiegarmene le ragioni, visto che a me piaci tu».
Hailey arrossì improvvisamente. Non sapeva che dire.
Vide Dan sorriderle, accarezzandole il volto.
Poi si avvicinò a lei, sempre di più.
Hailey sentiva il cuore battere all'impazzata, mentre Dan socchiudeva gli occhi, ed avvicinava le labbra alle sue.
Era il suo primo bacio. Non aveva mai baciato nessuno, ed ora era arrivato il suo momento. Dan la stava davvero baciando.
Charlie accese una sigaretta prendendo tempo alla ricerca delle parole giuste per raccontare quella storia.
Guardò Daphne, che se ne stava seduta di fronte a lui, sul divano, curiosa e impaziente.
Aveva gli occhi rossi per il pianto, il mascara colato sulle guance, e le sembrava ancora piccola come l'ultima volta che l'aveva vista.
Fece un respiro profondo, e cominciò a parlare.
«Nostra madre, Debbie, ha iniziato a lavorare per i tuoi genitori quando io avevo 4 anni. Lei era giovanissima, aveva appena ventidue anni. Era sposata con mio padre, Kurt».
Fece una pausa, sputando fuori il fumo della sigaretta, poi riprese a parlare «Kurt era uno stronzo. Un vero stronzo. Era un pezzo grosso della nostra gang» indicò con la mano la toppa cucita sulla sua giacca in pelle, raffigurante un gufo «è entrato e uscito di prigione milioni di volte. Era un uomo violento, decisamente immorale, e difficilmente amorevole. Tuo padre invece, beh, lui trattava Debbie con rispetto, e credo che ad un certo punto lei si innamorò di lui, ed ebbero una tresca. Dalla quale nacqui tu».
Daphne socchiuse gli occhi, mordendosi il labbro «Ho sempre sperato di non essere uscita davvero dell'utero di quella stronza di mia madre» mormorò nervosa.
Charlie sorrise, riprendendo a raccontare «Comunque, Kurt non era certo uno stupido. Tua madre, la signora Quinn intendo, licenzió Debbie quando scoprì la sua tresca con tuo padre. E Kurt capì che non eri sua figlia» fece un altro profondo respiro, ricordandosi tutti gli eventi della sua infanzia «ed iniziò ad odiarti. Non sopportava l'idea di essere stato tradito, e ancora meno sopportava l'idea di dover mantenere una figlia che non era nemmeno sua. Era innamorato di Debbie, e Debbie era sua, e lei non aveva nessun altro oltre Kurt, così ingenuamente pensò che fosse giusto restare qui con lui, sopportando i suoi insulti e le sue botte. E tu crescevi, e più crescevi, più lui ti odiava. Se qualche affare gli andava storto, lui beveva e si sfogava su di te, picchiandoti, insultandoti, e trattandoti da schifo, dando a te e Debbie la colpa di ogni cosa».
Guardò Daphne con compassione. Ricordava benissimo di quanto miserabili fossero le giornate per quella bambina, quei tempi.
Ricordava i lividi sul corpo della sua sorellina, ricordava il giorno in cui l'aveva spinta giù per le scale, o quando la chiudeva al buio nella sua cameretta. Ricordava che anche lui aveva paura, perché quando Kurt era ubriaco ed arrabbiato, non si salvava nessuno.
«Debbie voleva scappare, ma sapeva che non sarebbe andata lontano, sapeva che lui l'avrebbe trovata e sarebbe stato ancora più pericoloso, per voi due. Poi però, una notte, mentre tutti dormivamo, lui è entrato nella tua cameretta, ed ha provato ad abusare di te».
Pronunciò quest'ultima frase provando un incredibile senso di disgusto.
Daphne era diventata pallida in volto. Aveva la pelle d'oca, si sentiva nauseata. Più Charlie parlava, più ricominciava a ricordare.
Al corso di psicologia, a scuola, una volta avevano parlato di come la mente umana rimuoveva alcuni ricordi come forma di autodifesa. Doveva essere ciò che aveva fatto lei inconsciamente, ed ora tutti quei ricordi stavano esplodendo nella sua testa.
«Mi svegliai a causa delle urla. Urlavate tutti, tu, mamma, Kurt. Quando entrai nella tua camera c'era del sangue sul tuo letto, e sulle mani di Kurt. Debbie aveva preso un coltello per salvarti, ma lui era più forte, glielo tolse dalle mani e ti pugnaló sulla schiena».
Daphne portò una mano sulla spalla, nel punto in cui aveva quella cicatrice.
Dovette chiudere gli occhi per una buona manciata di secondi. Le girava la testa.
Quando aveva deciso di andare a trovare la persona che le aveva scritto tutte quelle lettere negli ultimi tempi, non aveva idea di come sarebbero andate le cose.
Non era nemmeno sicura di essere pronta ad affrontare la realtà.
Ricominciò a piangere, silenziosamente.
Pensava che non era possibile che fosse accaduto davvero. Eppure i ricordi erano più vividi ora.
«Dov'è lui, ora?» chiese con un filo di voce.
Charlie la guardó, avvicinandosi a lei. Le carezzó la testa, accennando un sorriso «Ha pagato per tutti i suoi errori, piccola. Lo abbiamo sistemato».
Daphne non aveva idea di cosa significasse.
Charlie comprese che Daphne aveva bisogno di sentire il resto della storia «Debbie ti portó a casa dei Quinn, chiedendo a tuo padre di prendersi cura di te. Gli raccontò ogni cosa, e lui e tua madre decisero di firmare le carte dell'adozione. Ma c'era una condizione: Debbie non avrebbe dovuto mai più cercarti. Tua madre... La signora Quinn intendo, le vietó di venire a trovarti, di scriverti, di chiedere di te. E comunque Debbie aveva paura, perché sapeva che se Kurt ti avesse vista anche solo un'altra volta, avrebbe dato di matto. Pensò che fosse davvero la cosa migliore per tutti. I Quinn erano delle brave persone, ti avrebbero dato un'ottima educazione, avrebbero soddisfatto tutti i tuoi bisogni, non ti sarebbe mancato davvero nulla».
Daphne emise una risatina nervosa, scuotendo la testa.
«Stronzate...» borbottò, incrociando le braccia sul petto.
Charlie la guardò confuso, sollevando un sopracciglio.
«Era davvero la cosa migliore da fare» disse in difesa di sua madre.
Daphne alzò gli occhi al cielo, nervosa «No, cazzo, non è vero! La cosa migliore da fare era andarsene da quello stronzo, non cacciarmi via!» sbottò.
Vide Charlie scuotere la testa «Qui non funzionano così le regole, piccola. Sopratutto quando c'erano Kurt e i suoi a capo del nostro gruppo. Era impossibile per una donna mollare uno degli Old Owls. Qui le cose si risolvono in modi differenti. Ci sono voluti degli anni, ma Kurt ha avuto ciò che si meritava, e finalmente Debbie ha potuto cercarti di nuovo, sicura che al massimo avrebbe rischiato una sfuriata dei tuoi genitori, ma almeno non avrebbe rischiato di farti uccidere!».
Daphne restò in silenzio per un po elaborando la cosa.
«Che fine ha fatto Kurt?».
Charlie si irrigidì, contraendo la mascella «Quel pezzo di merda è morto, dopo aver provato a violentare mia figlia!» disse rosso di rabbia in volto.
Daphne si sentì ancora più nauseata.
Solo in quel momento, quando Charlie allungò la mano verso il posacenere al centro del tavolo per spegnere la sigaretta, e la sua giacca si alzò seguendo il movimento del braccio, Daphne notò la pistola che il ragazzo portava nella cintura dei pantaloni.
Una vera fottutissima pistola.
Fece un respiro profondo, chiedendosi in che razza di posto da pazzi era finita.
Abusi, violenze, pugnalate e pistole. Quello non era l'ambiente a cui era abituata, e le sembrava impossibile credere di appartenere davvero a quel posto.
Di avere nelle vene lo stesso sangue di quel ragazzo con la barba incolta e il corpo tatuato e una pistola nella cintura.
Eppure una parte di lei si sentiva al sicuro lì.
Charlie la guardava con un'aria mista tra compassione e tenerezza.
Non sembrava uno psicopatico come Kurt.
«Hai una figlia?» gli domandò dopo un po di silenzio, cercando di pilotare la conversazione verso un argomento meno raccapricciante.
Le sembrò di notare un luccichio negli occhi di Charlie, che sorrise annuendo.
Indicò una fotografia sul mobile accanto al divano «Ha tre anni, si chiama Judy».
Daphne prese la fotografia e sorrise guardando l'immagine di quella bambina. Passò le dita sul volto della ragazzina, poi guardò Charlie notando come sua figlia gli somigliasse.
«Judy è il mio secondo nome...» disse.
Charlie annuì «Si, lo so».
«Se Debbie non fosse così malata, mi avreste cercata lo stesso?» domandò Daphne dopo un po.
Charlie annuì «Debbie ha provato più volte a contattarti, gia da tempo. Ha scritto al tuo indirizzo a New York, ha anche provato a venire ad incontrarti di persona. Ti giuro, Daphne, non c'è stato giorno in cui non ha pensato a te. Ma i tuoi genitori le hanno sempre detto di smetterla, minacciandola di denunciarla, e poi tu non c'eri mai a casa. E alla fine ho scoperto che eri in un collegio, e Debbie ha deciso di provare a scriverti lì».
La ragazza sospirò. Pensò che avrebbe dovuto leggere quelle lettere mesi prima.
Detestó sé stessa, Debbie, ed anche suo padre e sua madre.
Qualcuno bussò alla porta d'ingresso , e Charlie andò ad aprire.
Il ragazzo che era passato prima in moto insieme a Charlie, quando Daphne era ancora fuori dal locale, entrò e guardò i due con aria seria.
«Scusate il disturbo... Dobbiamo andare» disse rivolto a Charlie.
Daphne per un attimo sperò che Charlie, qualsiasi impegno avesse, decidesse di rimandarlo per stare ancora un po con lei.
Non voleva andarsene. Era appena arrivata, dopo tutti quegli anni, ed una parte di lei voleva restare lì, in quell'appartamento, a contemplare la sua vita e a farsi raccontare tutto ciò che si era persa fino ad allora. Anche se non era niente di troppo entusiasmante.
Aveva scoperto chi era la sua vera madre, aveva scoperto di avere un fratello, una nipote, una dannata, vera famiglia.
Poi si ricordó dell'appuntamento con i suoi amici e l'autista, per tornare al collegio.
Sbuffò, afferrando il suo zaino. Se lo mise sulle spalle e cercò di darsi una sistemata ai capelli con le mani.
«Devo andare anche io, comunque» disse a Charlie.
Lui la guardò, dispiaciuto «Piccola, non posso davvero rimandare. Ma puoi tornare quando vuoi, ok? Cristo, Debbie sarà così contenta di sapere che sei tornata!» le disse abbracciandola.
Daphne annuì.
«Vuoi un passaggio?».
La ragazza annuì di nuovo, sorridendo.
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