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Capitolo 4 - Lettere

Daphne non riusciva a dormire.
Si era rigirata nel letto per una buona mezz'ora, dopo che Hailey ed Eliza si erano addormentate.
Così aveva deciso di indossare una felpa ed andare a fumare un po' d'erba in riva al lago.
Era quasi l'1, e in tutto il campus regnava il silenzio.
Prese la chiave della stanza, poi aprì il comodino per prendere le sigarette, le cartine e l'erba dentro alla copia del Giovane Holden.
Ma quando aprì il cassetto vide le lettere. Le diciassette lettere che non aveva avuto ancora il coraggio di aprire.
Si era detta che non le importava nulla, ma poi si era resa conto che se così fosse stato le avrebbe gettate via, invece di conservarle.
Dovette ammettere che forse aveva solo paura di aprire un vaso di Pandora.
Sospirò, e cercando di non fare rumore per non svegliare le sue amiche, prese anche le lettere, una torcia, ed uscì dalla stanza.

Si mise a sedere al suo solito posto, con la schiena poggiata contro il tronco di un albero.
Preparò una canna, la accese e poi aprì una delle lettere, quella col timbro postale più vecchio.
Spiegò il foglio e prese un respiro profondo, cominciando a leggere.

Jason non aveva alcuna intenzione di smettere di disegnare. Stava creando una vera opera d'arte, la tavola finale del suo primo fumetto, e nonostante le suppliche da parte di Dan per convincerlo a spegnere la luce, lui se ne stava seduto alla sua scrivania concentrato nel suo disegno.
Così Dan aveva provato ad addormentarsi con la testa sotto al cuscino, ma non riusciva a chiudere occhio.
Alla fine si alzò, rassegnato.
«Vado a fare un giro» disse uscendo dalla camera.
Jason non aveva nemmeno fatto lo sforzo di alzare lo sguardo dal foglio, tanto era preso dal suo fumetto.

Il collegio di notte sembrava un luogo ancor più severo. Nei corridoi c'era assoluto silenzio, e fuori solo i rumori della natura.
Dan camminò verso il lago e vide subito una ragazza seduta in lontananza. Ci mise un po' a riconoscerla, poi decise di andare a salutarla.
In linea generale, Daphne non era il suo tipo. Era bellissima, questo era certo, ma aveva sempre una battuta pungente su chiunque, ed andava in giro con quell'aria tipica del cliché della reginetta della scuola. Guardava tutti dall'alto al basso, e lui quel genere di cose lo detestava.
Ma voleva ringraziarla, perché gli aveva consigliato cosa studiare per il compito di letteratura e grazie a quel suggerimento era riuscito a consegnare la sua scheda sicuro di aver risposto discretamente a tutte le domande riguardo la psicologia del Dottor Frankenstein e tutto il resto.
Quando fu abbastanza vicino da riuscire a vederle il volto, illuminato dalla torcia che a ragazza teneva in mano, gli sembrò che Daphne stesse piangendo.
Vide la ragazza sollevare la testa dai fogli che aveva in mano, ed asciugarsi il volto con la manica della felpa.
«Va tutto bene?» le chiese preoccupato, sedendosi a terra al suo fianco.
Daphne annuì, sfoggiando uno dei suoi sorrisi, ma non disse nulla.
Mise via i fogli che aveva in mano, ripiegandoli per farli entrare nella tasca della felpa. Poi accese la canna che teneva tra le dita di una mano, facendo un lungo tiro.
Intorno a loro era tutto buio. La luce dei lampioni nel cortile del campus non arrivava fino al lago, e sembrava che dall'altro lato dell'acqua ci fosse solo un'enorme macchia nera.
«Non riesci a dormire?» chiese Dan dopo un po, per spezzare il silenzio.
Daphne lo guardò con un sopracciglio sollevato «No, sono sonnambula e mi capita di venire a leggere nei boschi in piena notte» disse sarcastica.
Dan sorrise, scuotendo la testa «Domanda stupida, hai ragione».
La ragazza fece un altro tiro di canna, poi la allungò a Dan per passargliela. Lui sorrise di nuovo, accettando volentieri.
«Che succede, se ci beccano a fumare erba qui fuori in piena notte?» domandò dopo aver aspirato il fumo.
Daphne scrollò le spalle senza rispondere. Non le importava molto, perché sapeva come non cacciarsi nei guai.
I professori e la preside non avevano alcuna voglia di girare nel campus di notte, e al massimo rischiavano di venir beccati da qualche studente dell'ultimo anno nel servizio d'ordine, ma nessuno di loro aveva voglia di mettersi contro Daphne Quinn.
«Comunque, volevo ringraziarti per il consiglio sul compito di letteratura. Credo di essermi meritato almeno una B» disse Dan dopo un po.
Daphne lo guardò e sorrise. Aveva qualcosa di diverso quella notte. Forse era perché non indossava la divisa, o perché non era circondata dalle sue amiche, o magari era semplicemente scossa da qualcosa - d'altronde fino a qualche minuto prima stava piangendo, ma a Dan sembrava meno stronza del solito, come se non indossasse quella sua maschera da ragazzina strafottente che aveva di solito.
«Stai bene?» le chiese poi, quasi mormorando, come per paura di aver posto la domanda sbagliata.
Daphne sospirò, puntando lo sguardo nel vuoto di fronte a lei «Si. Credo di si».
«Cosa stavi leggendo, prima che arrivassi io?» domandò Dan, curioso.
«Lettere. Ci credi, che qualcuno scrive ancora delle lettere? Ci sono milioni di modi per mettersi in contatto con una persona. Voglio dire, le lettere potrebbero andare perse, o che ne so, l'ufficio postale potrebbe smistarle in maniera sbagliata e potrebbero non arrivare mai a destinazione. E nonostante la comodità della tecnologia, qualcuno ha ancora voglia di perdere tempo a scrivere ed imbucare delle stupide lettere».
Dan guardò Daphne, ancora più incuriosito. Non capiva il suo disappunto al riguardo.
«Beh, hanno comunque un certo fascino, no? Vuoi mettere, ricevere un'e-mail, oppure una lettera scritta a mano? È tutt'altra cosa, non c'è nemmeno paragone. Credo che mi piacerebbe ricevere qualche lettera» disse, serio, tirando fuori il suo lato poetico. Non era un'amante della tecnologia, Dan.
«Probabilmente hai ragione. Però, vuoi mettere una telefonata, invece? Insomma, se devi dire qualcosa di importante a qualcuno lo chiami, non gli scrivi duemila dannatissime lettere. Lo chiami e gli dici "Hey ho bisogno di parlarti, vediamoci, ti racconto cos'è successo"».
Daphne sospirò di nuovo, cercando di trattenersi dal piangere. Non aveva certo voglia di mettersi a piangere davanti a Dan, assolutamente.
Sarebbe sembrata patetica, ridicola, e magari lui avrebbe provato pena per lei, e gli avrebbe chiesto cos'è che la turbava in quel modo, e lei avrebbe dovuto raccontargli tutto, o tacere e sembrare una psicopatica.
Dan comprese che era meglio cambiare argomento, era chiaro che Daphne non voleva aprirsi con lui.
Si sdraiò sul prato umido, con le mani dietro la testa, e socchiuse gli occhi.
Forse era l'effetto dell'erba che aveva appena fumato, ma finalmente sembrava rilassato, ed aveva quasi sonno.
«Comunque, sono contento di averti incontrata qui, stanotte. Non sei così stronza come ti piace far credere agli altri» disse socchiudendo gli occhi.
Sentì Daphne emettere una risatina «Beh, grazie».
Si sdraiò accanto a lui, dopo aver spento la torcia.
Tirò fuori le lettere dalla tasca, le tenne in mano qualche secondo, poi le mise al suo fianco, si mise comoda e socchiuse gli occhi anche lei.
«È questione di sopravvivenza. Se cresci in un collegio, devi imparare a dominarlo. Altrimenti sei costretto a fare un vita pietosa, piena di severe regole e cose del genere» confessò.
Dan aprì un occhio, voltando un po la testa per guardarla.
«Hai sempre frequentato il collegio? Non sei mai stata in una scuola normale, dalle 8 alle 14 e poi ognuno a casa sua?» domandò.
Daphne scosse la testa, ridendo «Figurati, i miei mi hanno chiusa in un collegio praticamente da subito. Almeno, da quando ho memoria. Sono due veri stronzi, figurati se hanno mai avuto voglia di perdere tempo con me» spiegò, con tanta sincerità da lasciare Dan stupito per qualche secondo.
Era davvero triste, pensò. Ringraziò il cielo, perché i suoi genitori amavano passare il loro tempo con lui, nonostante i mille impegni lavorativi. Da come parlava Daphne, invece, era chiaro che tra lei e i suoi non scorresse buon sangue. Si domandò se fosse stata così schietta per via delle lettere che aveva letto.
«Magari non sono stronzi, forse hanno solo un sacco di impegni, forse sono così dediti al lavoro da non rendersi conto che sarebbe stato opportuno occuparsi di una figlia, allora hanno scelto di metterti in un collegio per farti sentire meno sola, no?» chiese cercando di guardare il lato positivo della cosa.
Daphne scosse la testa «Certo, come dici tu» mormorò.
Passarono pochi secondi, poi crollarono entrambi in un profondissimo sonno.

Leah si era svegliata presto. Aveva fatto la doccia e preparato i libri per le lezioni della giornata, poi era scesa al primo piano del dormitorio ed aveva bussato alla porta della camera di Daphne. Voleva proporle di fare colazione insieme quella mattina, solo loro due, perché voleva parlarle di una cosa.
Aveva un po d'ansia, perché non poteva mai sapere cosa aspettarsi da Daphne. A volte sembrava contentissima di averla intorno, altre volte le faceva capire chiaramente di non volerla intorno.
Ma Leah non aveva voglia di arrendersi, e comunque non aveva niente di meglio da fare. Era abbastanza intelligente da permettersi di non passare tutta la sua esistenza sui libri, non aveva grandi hobby, e nemmeno così tanti amici. Aveva solo Daphne, e per lei era davvero tutto.
Aveva pensato di proporle di uscire dal campus insieme, nel fine settimana. Andare a fare un giro a New York, in centro.
Bussò ancora una volta, e finalmente la porta si aprì.
Eliza aveva l'aria assonnata ed anche infastidita «Cristo Leah, sono appena le 7, che diavolo vuoi?» domandò scortese, restando sulla porta.
Leah cercò di dare un'occhiata all'interno «Puoi chiamarmi Daphne? È sveglia?» chiese.
Eliza sbuffò alzando gli occhi al cielo, poi buttò un'occhiata sul letto di Daphne. Era disfatto, ma lei non c'era.
«Credo che sia uscita presto» disse poi, e senza nemmeno salutare, richiuse la porta della camera lasciando Leah nel corridoio.
La ragazzina si morse il labbro, uscendo dal dormitorio.
Pensò di andare a vedere al lago. Magari era andata a correre, ogni tanto lo faceva.
Quando arrivò al lago la vide, sdraiata a terra accanto a Dan.
Si acciglió subito, camminando a passo svelto per raggiungerla.
Provò un profondo senso di fastidio quando vide che Daphne dormiva con la testa poggiata sul braccio di Dan.
Poi notò dei fogli dietro la sua schiena.
Si chinò per raccoglierli e leggere cosa fossero, ma in quel momento Daphne aprì gli occhi, spaventandosi un po nel trovarsi Leah piegata accanto a lei.
«Cazzo» mormorò tirandosi su e strofinandosi il volto con le mani «Che stai facendo?».
Vide la mano di Leah pronta a prendere le sue lettere, e con un movimento rapido le afferrò e le strinse a sé.
L'umidità aveva reso i fogli mollicci, ed uno di questi si strappò. Daphne sbuffò, alzandosi.
«Che ore sono?» chiese togliendosi qualche filo d'erba dai pantaloni del pigiama.
Leah scrollò le spalle «Le 7. Perché hai dormito qui, con lui?» domandò nervosa, indicando Dan.
Daphne lo guardò e si chinò per scuoterlo «Ehi, devi svegliarti!» esclamò parlandogli vicino all'orecchio.
Dan non si mosse di un millimetro.
«Cristo, Dan, dobbiamo andare!» continuò lei insistente.
Finalmente Dan aprì gli occhi.
«Buongiorno» sbadigliò, tirandosi su.
Daphne gli porse la mano, per aiutarlo ad alzarsi «Corri a prepararti, sono le 7» gli disse «Ci vediamo a lezione».
Dan annuì, cercando di riprendersi dal sonno. Guardò Daphne e la sua amica correre verso i dormitori, e quando fu abbastanza sveglio da riuscire a mettere un piede davanti all'altro si avviò verso la sua stanza anche lui.
Nel tragitto calpestó qualcosa nell'erba. Si fermò, e vide una fotografia. Forse era caduta a Daphne. La raccolse.
Era una vecchia foto. C'era una donna seduta accanto a due bambini, un maschio e una femmina più piccola.
Sorridevano tutti e tre.
La donna aveva i capelli a caschetto, ed indossava un maglione un po sgualcito. Eppure somigliava in maniera incredibile a Daphne. Doveva essere sua madre.
Sorrise, infilandosi la foto in tasca.

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