Capitolo 28 • Logica
CAMI
«Su, non piangere. Un po' lo immaginavamo... Era improbabile che Shawn Mendes si innamorasse veramente di una ragazza non famosa.»
«Soraya, un po' di tatto, per piacere.» commenta Chiara accanto a lei.
La mia migliore amica sta assistendo al mio pianto insieme a quella che ora riempie il vuoto che mi sono lasciata dietro. Peccato che non mi sia di grande conforto la sua durezza.
«No, ha ragione. Voglio dire, grazie per avermi difesa, ma ha ragione. Non potevo sperare seriamente che Shawn Mendes, l'affascinante cantante che ha fatto capitolare un'intera generazione di ragazze e ragazzine, perdesse la testa proprio per me. È da stupide, sognatrici, irrealiste, stupide, ingenue e stupide crederlo.»
Chiara sospira, amara.
«Non posso darti torto. Ma adesso asciugati il viso e mangia un po' di gelato, ci pensiamo noi a farti ridere. Vuoi sapere chi ha vomitato di nuovo dopo la festa di venerdì sera?»
Passo le dita sotto i miei occhi umidi, sicura che siano rossi, e guardo la sua immagine entusiasta muoversi dietro la webcam.
«Questa ragazza!» indica teatralmente Soraya. «Hai visto? Non delude mai.»
«A differenza mia...» singhiozzo.
Soraya assume uno sguardo piatto.
«E smettila un po', altrimenti qui non ne usciamo vive.»
«Io no di certo.» asserisco.
«Cami!»
Alzo gli occhi al cielo.
«Scusa.» bisbiglio.
Soraya e Chiara si prodigano in avvincenti racconti di avventure notturne all'insegna dell'alcol, della musica e di bande di ragazzi senza il cervello attivo che le hanno puntate più volte e si sono fatti delle grandi figuracce.
Gradualmente, riescono a farmi ridere.
«Posso dirti una cosa, però?» domanda Soraya, dopo un po'.
«Certo.»
Chiara le posa una mano sulla spalla.
«Non sparire più così. Io sono felice di esserci quando hai bisogno di me, ma tu non ci sei stata per niente da quando sei partita. Hai pensato soltanto a Shawn e a come fosse improvvisamente interessante e piccante la tua vita. Se mi fossi comportata di conseguenza, avrei dovuto rifiutare la tua videochiamata oggi.» sentenzia la mia migliore amica.
L'amara consapevolezza che ha ragione mi colpisce in pieno.
Ferita per via dell''improvvisa scomparsa di Shawn senza lasciarmi neanche un messaggio o uno straccio di letterina di addio, mi rendo conto di non essere stata brava nemmeno a tenermi stretta l'unica persona che mi ha assistita da casa. E non ho niente da controbattere, al momento, perché sono stata ingiusta ed opportunista.
A pezzi, ricaccio indietro le lacrime.
«Okay. Scusami. Ora... Ora devo andare, mi stanno chiamando per la cena.» borbotto, inventandomi la prima scusa che mi viene in mente.
«Ma non sono le tre del pomeriggio a Miami? obietta Chiara.
«Ciao. A presto.» concludo semplicemente, senza neanche risponderle.
Metto giù e mi rintano nel mio letto, lontana da qualsiasi aggeggio elettronico.
Colpevole delle stesse colpe che attribuisco a Shawn, mi crogiolo nella sofferenza, frantumo la mia autostima e mi relego nelle persone peggiori che possano esserci. Mi sono macchiata di ipocrisia, di opportunismo, di egocentrismo estremo e non me ne sono neanche accorta. Non le ho neanche chiesto come sta. Se è cambiato qualcosa. Se ci sono novità da oltreoceano. Come sta la sua famiglia. Niente di niente.
Ad aiutarmi un pochetto è la telefonata con Noelle, che ha notato benissimo quanto fossi distrutta al lavoro.
«Posso farti una domanda? Con tutti i soldi che ti ha dato il colpevole del tuo dissesto emotivo, perché continui a lavorare per Pedro?» domanda.
«Per conservare un briciolo di normalità. Lavoravo lì anche prima di conoscerlo. L'ho sempre fatto, durante la nostra breve ma intensa storia.»
Noelle riflette qualche istante.
«Ma scusa, e se avesse perso il telefono? Magari vorrebbe contattarti, ma non sa come fare.»
«Con tutti i soldi che ha, potrebbe comprarsene a centinaia. Il mio nome se lo ricorda, potrebbe benissimo cercarlo sui social.» ribatto, stizzita.
«Tu non hai Facebook e su Instagram hai un nome di fantasia. Se non si ricorda il tuo numero a memoria, dubito che abbia altre soluzioni a disposizione.» deduce logicamente Noelle.
Sbuffo pesantemente.
«Ti odio quando potresti avere ragione, sai?»
Ignoro continuativamente i miei genitori, che mi chiedono quando avrò intenzione di tornare a casa e dare un peso agli anni spesi a sacrificarmi per la laurea e ai sacrifici che loro stessi hanno fatto per me. Senza pensarci due volte, eseguo un bonifico e verso loro tutti i soldi che Shawn mi ha dato per l'incisione del singolo.
Le chiamate si fanno insistenti, ma non decido di rispondere finché per colpa mia non vengono importunati i miei zii.
Per rispetto nei loro confronti, cedo.
«Pronto?»
«Camila?! Si può sapere perché non rispondi? E cos'è quel bonifico che ci hai fatto? Un modo per dirci di stare zitti? Ti abbiamo solo chiesto di prendere in mano la tua vita e non buttare via tutti gli sforzi che abbiamo fatto come famiglia per farti studiare. Sai benissimo che non è mai stata facile la situazione.» urla mia madre.
Sospiro.
«Non li voglio quei soldi. Ho collaborato per incidere una canzone con una persona che adesso non voglio più vedere.» spiego, sintetica.
«E quindi hai pensato di mandarli a noi. Non pensi che una tua telefonata ci avrebbe fatto più piacere?»
«Non pagate neanche la carta igienica con una mia telefonata. Anzi, è solo una spesa in più.» replico, fredda.
«Cami, ma che diavolo ti è successo? Come cavolo ragioni? Non ti droghi, vero? Ines mi ha detto che sei depressa.»
Lancio un'occhiata furente a mia cugina, che ascolta la conversazione appoggiata al davanzale della finestra del salotto.
«No, mamma. Sto bene. Ines ha capito male. Sono semplicemente stata un po' male per via di questa storia della canzone, ho litigato con la persona che cantava con me e diciamo che la sto superando pian piano. Non devi preoccuparti.» spiego, arrendendomi.
Non c'è cosa che io odi di più al mondo che spiegare nel dettaglio perché sto male, mentre sto male.
Voglio solo un po' di tempo per elaborare le cose, le emozioni, il tutto. E comprensione gratuita.
«Chi è questa persona? Un ragazzo?» domanda mia madre, improvvisamente più dolce.
«Sì, ma non ho la minima voglia di parlarne, adesso. Ti spiace?» taglio corto.
Dall'altro capo del telefono proviene un sospiro affaticato.
«Adesso ti dico che cosa faremo: io e papà ti restituiamo i soldi, perché è un lavoro che hai fatto tu; ci scusiamo tutti insieme per il disturbo che abbiamo recato agli zii per questa situazione; tu prenoti un biglietto di sola andata per tornare a casa e, quando sarai pronta, cercherai un lavoro della tua professione qui. Va bene?»
«Non voglio tornare a casa, mamma.» mi ribello debolmente.
«Amore, non è una tua scelta. Io mi sono messa d'accordo con gli zii per un periodo temporaneo, è giusto che loro tornino alla normalità e tu capisca che quest'esperienza ha un limite.»
«Ma...»
«Hai recato disturbo. Devi tornare a casa, adesso. Fine. Niente capricci.»
«Posso versare il mio stipendio a loro, se è questo il problema...» obietto, poco convinta che possa risolvere qualcosa.
Infatti, è così.
«Ti rendi conto che stai cercando di annaffiare un cactus quando sta morendo un tulipano? È al tulipano che devi versare acqua, non al cactus. Il cactus sta bene, non ha bisogno di soluzioni. Certo, un vaso più bello sarebbe un bel pensiero, ma devi prima salvare il tulipano.»
Mio malgrado, devo ammettere che la metafora è efficace. I miei zii hanno bisogno di tornare ad una normalità cui io non appartengo, in cui sono stata semplicemente un'ospite temporanea e destabilizzante, per quanto abbiano mascherato alla perfezione il mio impatto su di loro.
Tristemente, mi scuso con loro per non essermi comportata in maniera idilliaca e annuncio che sono alla ricerca di un biglietto aereo di sola andata per l'Italia. Altrettanto tristemente, mi accorgo che mia madre aveva ragione: i miei zii accettano di buon grado la mia decisione e, pur non essendo esplicitamente contenti, comprendo di essere stata cieca nei loro confronti.
Comunicare a Noelle la notizia del mio ritorno a casa è un altro paio di maniche: mi abbraccia, piange, si dispera, mi abbraccia nuovamente, ricorda tutto il tempo passato insieme dietro il bancone a servire caffé (abbiamo raggiunto una coordinazione ed un'armonia che rasentano la perfezione) e scoppia a piangere più di prima. Poi mi accompagna a comprare una nuova macchinetta per il caffé, con tanto di macinacaffé, da lasciare in regalo ai miei zii per ringraziarli dell'ospitalità offertami. Non che la loro non funzionasse, per intenderci, ma era vecchia e di un modello trovabile a prezzo decisamente economico, perciò ho pensato di farla sostituire con qualcosa che loro non si sarebbero mai concessi di acquistare.
Promesso a Noelle che le avrei scritto la data e l'ora della mia partenza, contatto Pedro per dare le dimissioni e lui reagisce meglio di quanto mi aspettassi, promettendomi un piccolo bonus nella busta paga e del caffé pregiato in omaggio per l'affluenza inusualmente elevata di clienti che ha notato durante il mio periodo lavorativo.
Ines viene a bussare alla mia porta verso mezzanotte.
«Ehi. Mi dispiace per tutta la situazione che stai vivendo... E anche per la tua partenza imminente. Mi ero abituata a sentirti alzare di prima mattina e diffondere l'aroma di caffé per tutta la casa, con quelle stranissime canzoni mai sentite ma che mettevano allegria. Non sarà più lo stesso senza di te e mi mancherai tanto.» sussurra dolcemente, chiudendosi la porta della stanza assegnatami alle spalle.
Apro le braccia e lei ci si tuffa dentro.
«Anche tu mi mancherai. Soprattutto tu che parli di Rafael. Anzi, forse mi mancherà più Rafael di te.» ridacchio.
«Smettila, scema!» ride anche lei «Sicura che Shawn non ti abbia più cercata?»
Scuoto il capo, un po' menefreghista e un po' bugiarda persino verso me stessa.
«No. E va bene così.»
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Quante volte avete mentito a voi stesse?
Tristemente, siamo agli sgoccioli della storia... Mancano solo più due capitoli! Ipotesi sul finale? 🙈
Besos 💖
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