-13. Amiche per sempre -
1 marzo
Erano passati alcuni giorni dal ritrovamento del corpo di Evan e finalmente Clarissa si era decisa a tornare a scuola. Era stato suo padre a convincerla. Doveva pensare al suo futuro e a quello di quel bambino già orfano che portava nel grembo. Ma Clarissa non sapeva come poter guardare ad un domani: in mezzo a loro c'era un assassino e tutti si sentivano in pericolo, soprattutto chi Evan lo aveva conosciuto bene. Finché non fosse stato arrestato quel mostro, nessuno avrebbe potuto ritenersi al sicuro.
"Buongiorno prof." Davanti a lei c'era il professor Clive, con i capelli neri raccolti in un imbarazzante codino e gli occhiali che continuavano a scivolargli lungo il naso. "Ciao Clarissa, posso parlarti un secondo?" La studentessa annuì, anche se non aveva voglia di conversare con nessuno.
“Vorrei chiedere ad Ivy di cantare qualcosa durante il fun…fu…l’ultimo saluto al vostro compagno e mi chiedevo se tu che gli eri, insomma, così vicina, avessi delle preferenze sulla canzone.” La giovane vedova ci rifletté per qualche secondo. “Amava molto “Halleluja” era una delle sue preferite. Penso che possa andare bene quella.” Affermò sperando di poter abbandona il prima possibile quello spiacevole colloquio. “Grazie, verresti a chiederglielo con me?” Clarissa era troppo educata per rifiutare e seguì l’impacciato individuo fino al cortile. Ivy era intenta a parlare con Francois, ultimamente quei due erano sempre insieme, e, per quanto Clarissa fosse felice di vedere il suo amico contento, non riusciva a non essere invidiosa. Aveva sempre pensato che, se fosse riuscita ad innamorarsi di lui, la sua vita sarebbe stata più semplice e probabilmente più serena e sperava di poterci riuscire un giorno, non aveva neanche mai considerato l’idea che lui potesse amare qualcun’altra. I due raggiunsero la bizzarra coppietta e il professore appoggiò una mano sulla spalla di Ivy, facendola sobbalzare.
"Io e Clarissa vorremmo chiederti un favore." Esordì l'uomo, sembrando quasi imbarazzato dalla cosa. Ivy sorrise e ringraziò entrambi per aver pensato a lei. Nonostante apparisse impaurita da tale responsabilità, accettò, anche perché negare un simile favore non sarebbe stato semplice.
"Magnifico, sono convito che andrai alla grande!" Esclamò l'uomo apparendo fin troppo entusiasta, considerata la circostanza. "In ogni caso, se dovessi avere bisogno del mio aiuto per prepararla, sono disponibile. Mi trovi nel mio ufficio tutti i pomeriggi, a parte il martedì. Basta che mi avvisi la mattina stessa." "Ha cambiato occhiali prof?" Ivy cambiò bruscamente argomento, spiazzando sia l’uomo che la sua compagna. "Li ho cambiati più di un mese fa Ivy." Rispose Clive guardandola incuriosito e celando una risata. "Ah, non me ne ero accorta. Le donano comunque... Arrivederci." Si allontanò con le guance color porpora per la figuraccia appena fatta e tornò velocemente da Francois. Anche Clarissa abbandonò l’uomo e si recò al campo di atletica dietro la scuola.
Gli sguardi dei suoi compagni la fecero sprofondare di nuovo nell’angoscia. Per lei non era semplice, tutti la fissavano, provavano pietà per lei e nulla poteva essere più deprimente. Odiava la compassione e soprattutto i pettegolezzi che giravano su di lei. Ognuno lì aveva la sua teoria e tra le varie ipotesi c’era quella che fosse stato suo padre ad uccidere Evan. Clarissa non poteva crederlo ma si era accorta di non essere molto abile a scrutare l'animo umano, e di essere troppo ingenua per poter avere qualunque certezza.
Evan l'aveva tradita con la sua migliore amica senza che lei si rendesse conto di nulla, e anche Francois le aveva mentito tenendola all'oscuro di tutto, lo aveva fatto per il suo bene, ma ciò non cancellava l’inganno. Il suo ragazzo era perfino riuscito a rapinare una banca e a farsi uccidere, senza che lei sospettasse nulla o fiutasse il minimo cambiamento nel suo umore o nelle sue abitudini. Non si era mai resa conto che Helia fosse violento, o che tra Ivy e Francois stesse nascendo qualcosa. Si era accorta solo in quel momento di aver vissuto la sua vita con gli occhi coperti, in un mondo che esisteva soltanto nella sua testa, e chissà quanti segreti ancora le restavano ignoti.
Mentre ragionava, di lontano notò Rebecca camminare visibilmente avvilita. Provò emozioni contrastanti, il suo primo impulso fu di correre ad abbracciarla, chiedendole perdono e riconciliarsi con lei, per affrontare quella cosa insieme. Ma poi un lampo d'odio le squarciò i pensieri come un fulmine a ciel sereno. Evan era morto per colpa sua, era Rebecca la responsabile. Lo aveva ucciso Helia per vendicarsi o forse Rebecca stessa? La notte in cui Evan era stato assassinato, lei aveva tentato un'ultima volta di portarglielo via, si erano incontrati e lei sicuramente gli si era avvinghiata addosso, abbracciandolo e baciandolo e lui l'aveva rifiutata. Forse Rebecca non lo aveva sopportato e....
Scacciò in fretta quel pensiero, anche se avesse voluto, quella gracile ragazzina non sarebbe stata in grado di strappare nemmeno un capello al suo Evan. Nonostante non potesse dire lo stesso di Helia, il primo impulso prevalse e quell'rancore folle venne momentaneamente sepolto. Si avvicinò a lei, un po' incerta. Senza dirle nulla la abbracciò.
"Ti ho rovinato la vita." Disse Rebecca con la voce solcata da un profondo rammarico. Clarissa sorrise e scosse la testa. "Tu lo amavi?" Sussurrò tra i singhiozzi malamente trattenuti. "Prima pensavo di no." Si sedette in mezzo al prato, come se parlare la affaticasse. "Ma ora che non c'è più, credo di sì." Clarissa la imitò, poggiandole una mano sulla coscia. "A me invece temo sia successo il contrario." Afferrò una margherita, iniziando a strapparle lentamente i petali, uno per volta. "Lo conoscevo meno di quanto pensassi e più cose scopro su di lui, più la sua immagine diventa grigia."
Rebecca si stese facendo ricadere una cascata di capelli bruni sull'erbetta umida. Clarissa si mise accanto a lei. Conversare con qualcuno la faceva stare meglio e Rebecca, nonostante tutto, riusciva a restituirle la serenità che ormai aveva perduto da tempo. Erano sempre state unite loro due, avevano affrontato assieme tutte le difficoltà che la vita aveva messo loro davanti. Dalla morte del padre di Rebecca, al divorzio dei genitori di Clarissa, fino a problemi più leggeri, come l'ansia per un esame o la paura prima di un'esibizione in campo. Nemmeno quel tradimento, nemmeno le bugie o le cose che Rebecca aveva tenuto nascosto alla sua amica, sembravano avere la forza necessaria per dividerle. Sapevano entrambe di poter sempre trovare un conforto nell'altra e in quel momento ne avevano bisogno più che mai.
"Sarà maschio o femmina?" "Non lo so." Tolse l'ultimo petalo rimasto al povero fiore, afferrandone prontamente un secondo. "Spero sia femmina, ma non voglio saperlo ancora, preferisco che sia una sorpresa. Anche Evan avrebbe voluto così." Rebecca pensò che al suo posto non sarebbe riuscita a resistere nove mesi con un dubbio così grande e che avrebbe sicuramente voluto conoscere il sesso del bambino appena fosse stato possibile. Le domandò se avesse qualche idea per il nome, almeno a quello doveva aver pensato.
Clarissa annuì, continuando a sorridere. Aveva completamente abbandonato l'idea di dare il bimbo in adozione. Nonostante fosse cosciente che sarebbe stato difficile tenerlo e crescerlo da sola, non poteva rinunciare a ciò che più la legava ad Evan, non avrebbe sopportato anche quella separazione.
"Se è femmina la chiamerò Katrin." Evan aveva sempre amato quel nome, non aveva mai saputo come mai, ma era certa che se lui avesse potuto avere una figlia l'avrebbe chiamata così. Nel caso il bimbo fosse maschio, doveva ancora prendere una decisione. Era combattuta, chiamarlo come il padre le avrebbe fatto molto male, ma pensava fosse un buon modo per onorare la sua memoria e per quel momento, non aveva avuto idee migliori. "Se è maschio, non lo so." Mentì, non voleva che la conversazione tornasse ad essere malinconica. Le due ragazze iniziarono quindi a fantasticare, a pensare al futuro, parlando dei college che avrebbero frequentato dopo il liceo.
"Finita la scuola io andrò immediatamente a New York da mia madre." Clarissa intanto aveva preso tra le dita degli altri fiorellini di campo, iniziando ad intrecciarli tra loro. "Ti andrebbe di passare l'estate con me?" In quella grande città, sola, con sua madre oberata di lavoro, si sarebbe sentita terribilmente triste e almeno per quei tre mesi di libertà, desiderava avere qualcuno a fianco. Aveva inizialmente pensato a Francois, tuttavia, non voleva portarlo via da Heston proprio quando sembrava aver trovato un ottimo motivo per cui restarci. Rebecca era piacevolmente sorpresa. Per lei era già sconvolgente il fatto che Clarissa le rivolgesse ancora la parola, ma questo andava oltre ogni sua più rosea aspettativa. "Dovrò chiedere a mia madre, ma dubito ci saranno problemi." A breve la pausa pranzo sarebbe terminata e le due amiche dovettero abbandonare quel piccolo angolo fiorito di serenità, per dirigersi nuovamente in quel mondo grigio che le avvolgeva ormai da mesi.
Si presero per mano, come facevano da bambine, decise ad affrontare quel disastro insieme. “Saremo amiche per sempre.” Se lo erano ripetute migliaia di volte durante l’infanzia e l’adolescenza, e per la prima volta, Clarissa sentiva di crederci davvero.
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