29. Passato - Jason
I bambini, di solito, non ricordano mai avvenimenti di quando erano troppo piccoli.
Ma quello era un caso diverso, Jason aveva solo tre anni.
Era un piccolo bimbo paffutello ma agile, con un sacco di capelli biondi a incorniciargli quel volto tondo tipico dei bambini, nel quale erano incastonati due grandi occhi di un azzurro brillante, esattamente come quelli di sua sorella.
Correva continuamente per casa giocando nei modi più svariati, era sempre sorridente e spensierato. Alla fine, che problemi poteva mai avere un bambino di tre anni che aveva tutto?
Nonostante fosse così piccolo però quella giornata la ricorda nei minimi dettagli, non potrebbe essere altrimenti, perché fu il giorno in cui tutta la sua vita cambiò.
Era una nuvolosa mattina di ottobre, una di quelle tipiche giornate dove non fa né troppo caldo e né troppo freddo, dove soprattutto non si capisce con che abbigliamento uscire di casa.
Sua madre lo svegliò scuotendolo dolcemente e con un sorriso. Era strana sua madre, Jason non riusciva a capire in che modo, troppo piccolo per riflettere su queste cose da adulti, ma anche a tre anni riusciva a capire che c’erano giorni in cui si comportava in modo “triste” e giorni in cui era felice. Quest’ultimo era uno di quei giorni e Jason non poté fare a meno di sorridere mentre si stropicciava gli occhi, era felice quando sua madre era felice.
Si alzò dal letto e sua madre lo aiutò a cambiarsi, non doveva uscire, ma sapeva che avrebbe fatto giochi dove si sarebbe sporcato e avrebbe sudato, quindi gli mise un sotto di tuta che era già strappato in un ginocchio e una maglietta vecchia e stinta, gli fece mettere le ciabatte e, dopo averlo lavato per bene, lo fece scendere per fargli fare colazione.
In cucina il bambino non trovò suo padre, forse stava già lavorando, ma trovò Thalia. La ragazza sembrava andare molto di fretta, aveva un toast bruciacchiato che gli usciva dalla bocca, non aveva tempo per sedersi a tavola e mangiare, quindi aveva afferrato la prima cosa al volo mentre finiva di prepararsi lo zaino.
-Dove vai?- chiese Jason con la voce sottile e la tipica curiosità dei bambini.
Thalia sorrise con soddisfazioni –A un campo.
-Si gioca?- chiese subito il biondo.
La ragazza rise –Più o meno, possiamo dire così, si.
-Mi ci porti qualche volta?- Jason aveva gli occhi che gli brillavano e quasi saltò sulla sedia, per poco non fece cadere la ciotola piena di latte e cereali.
-Quando sarai più grande.
-Ma io sono grande- si imbronciò.
Thalia ingoiò l’ultimo pezzo del toast, poi gli si avvicinò e gli spettinò i capelli –Un’altra volta.
-Va bene- si arrese lui infine.
Lei si chinò e gli lasciò un bacio sulla fronte dopo avergli scostato quei capelli biondissimi –Ci vediamo presto, piccolino.
Furono le ultime parole che gli disse, Jason non ci fece neanche troppo caso, non sapeva di certo che quelli erano gli ultimi momenti di quello stile vita, non sapeva di certo che con la telefonata che arrivò diversi minuti dopo sarebbe cambiato tutto.
Jason stava giocando in soggiorno, disegnando seduto a terra, i colori e i fogli tutti sparsi nel tavolino basso di fronte la TV, nel mentre guardava i cartoni animati che andavano in onda sempre a quell’orario la mattina.
La madre si stava preparando per andare a lavoro, quando una chiamata del marito le stravolse tutti i piani.
Jason non si concentrò su quello che la donna diceva al telefono, non gliene poteva interessare di meno considerando la giovane età. Iniziò a capire quello che stava succedendo quando lei chiuse la chiamata e in fretta spense la TV al bambino.
Il biondo iniziò a lamentarsene, ma la madre non gliene diede il tempo, lo afferrò per un braccio e fece in modo che si alzasse velocemente, per poi trascinarselo nel piano superiore della villa che avevano.
Jason capì che c’era qualcosa che non andava, i suoi occhi si riempirono di lacrime e debolmente cercò di sottrarsi a quella presa ferrea, le stava facendo male.
-Mamma…- si lamentò debolmente.
La donna sembrò non sentirlo, semplicemente continuò a trascinarlo con se, mettendoci ancora più forza e iniziando a mormorare delle frasi sconnesse che sembravano tanto dei “andrà tutto bene.”
Lo portò nella camera da letto sua e di suo marito, un posto dentro il quale Jason non entrava mai, non gli era permesso, questo perché i suoi genitori nascondevano le armi, cose che il bambino capì solo quando divenne un po’ più grande.
La madre lo lasciò non appena si fermarono in mezzo alla stanza, Jason tremava e rimase immobile, incapace anche di dire una qualsiasi frase, perché non aveva idea di quello che stava succedendo, capiva solo che era qualcosa di brutto.
Cercò qualcosa dentro i cassetti, mettendo quasi a soqquadro l’intera stanza, per ultimo infine si avviò verso l’armadio, lo aprì e spostò alcuni vestiti lasciando libero uno spazio in basso, nell’angolo più nascosto.
-Jason vieni qui- lo disse con un tono così autoritario che il bambino obbedì subito senza trovare nulla da obiettare.
Sistemò il bambino all’interno dell’armadio, facendogli raccogliere le ginocchia al petto e trovandogli una posizione che fosse per lo meno comoda.
-Mamma che sta succedendo?- Chiese il bambino con voce fievole mentre cercava di trattenere le lacrime.
-Jason, amore, ascolta- la madre era serissima, gli mise le mani sulle spalle e aspettò che il figlio alzasse lo sguardo prima di continuare, così aveva tutta la sua piena attenzione.
-Stanno succedendo delle cose brutte, mi ha chiamato papà, mi ha spiegato la situazione.
-Ma cos…
-Jason. Ascolta me, è importante- dopo che il bambino annuì terrorizzato, la madre riprese –sono cose del lavoro mio e di tuo padre, per ora non devi fare domande, se vuoi davvero aiutarci e mostrarmi che sei davvero cresciuto come continui a dire devi fare come ti dico. Va bene?
Jason annuì tirando su con il naso e mettendo su un’espressione che doveva essere da vero duro, la madre sorrise intenerita.
-Devi restare nascosto qui dentro, non muoverti, non fare nessun rumore finché io o tuo padre non verremo a prenderti, capito?
Gli occhi azzurri del bambino si fecero grandi dalla paura, non voleva restare chiuso dentro un armadio, al buio, completamente solo.
La madre lo capì subito e per rassicurarlo gli mise una mano tra i capelli, accarezzandolo come quando si svegliava dopo aver fatto un brutto sogno.
-Puoi farcela Jas, tu sei coraggioso, so che lo sei, come uno di quei tanti eroi che guardi in TV e ti piacciono tanto.
Jason deglutì, poi annuì, non poteva sembrare una persona debole, non poteva dopo che sua madre l’aveva pregato in quel modo, con quel tono che non le aveva mai sentito.
La donna sorrise, dolce –Bravo il mio bambino.
Poi lo abbracciò, lo strinse a se con un’intensità tale che fu il colpo di grazia per le lacrime del bambino, che iniziarono a scendere copiose sulle sue guance rosee e paffutelle.
-Ti voglio bene, mamma. Ma torna presto.
Quei singhiozzi strinsero il cuore alla madre, che lo cullò più forte e gli baciò la testa per poi sussurrare –Ti voglio bene anche io.
Non rispose alla seconda esclamazione, Jason avrebbe dovuto capire a quel punto che le cose sarebbero solo peggiorate, ma aveva tre anni, non aveva la minima idea della crudeltà che esisteva nel mondo.
Nei ricordi di Jason quell’abbraccio finì subito, troppo veloce perché in futuro ne avrebbe ricordato la sensazione e il profumo.
La madre lo sistemò di nuovo per bene, lo coprì con dei vestiti del padre e, solo alla fine, gli mostrò un coltello che aveva preso precedentemente da uno dei cassetti della sua camera.
-Te lo metto qui accanto- disse seria –Non è un gioco, questo potrebbe farti molto male e fare male a chi ti circonda. Usalo solo nel caso che la persona che ti trovi qui dentro non sia né io né tuo padre.
Il bambino rimase fermo a fissare l’arma.
-E’ tutto chiaro, Jas?
Annuì e se lo posò di lato, non così vicino da potersi ferire accidentalmente, ma neanche così lontano da non poterlo afferrare subito in caso di bisogno.
La madre sorrise triste e fiera del bambino che aveva cresciuto, gli diede un’ultima carezza, poi si alzò e chiuse le ante di legno.
L’oblio scese sul bambino, che iniziò a singhiozzare sempre più forte, cercando però di trattenere i rumori, perché l’aveva promesso alla madre.
Furono i minuti, le ore, più lunghe di tutta la sua esistenza.
Non faceva altro che piangere, in silenzio, il terrore e l’angoscia che lo opprimeva, la sensazione di abbandono, la paura di restare solo.
Si fece anche la pipì addosso, sia per la paura che per la lunga permanenza, ma non si mosse dalla posizione in cui l’aveva messo sua madre, anche se tutto iniziava a fargli male, perché non l’avrebbe delusa in alcun modo, sarebbero stati fieri di lui al loro ritorno.
Un ritorno che non avvenne mai, non seppe quando tempo era ormai passato, forse si era anche addormentato, troppo stremato e distrutto psicologicamente, si risvegliò da quel torpore solo quando sentì delle voci esterne, voci che non erano quelle dei suoi genitori.
Quando un uomo aprì l’anta dell’armadio Jason ebbe tutto il tempo di caricare e urlare, sbilanciandosi verso di lui con il coltello in mano mentre cercava di ferirlo.
L’uomo fu così preso alla sprovvista che venne ferito di striscio al braccio.
Qualcun altro afferrò Jason per le spalle facendogli lasciare l’arma improvvisata e alzandolo da terra di qualche centimetro.
Il bambino urlava e scalciava, non sentiva nulla, con la preghiera di rivedere i suoi genitori presto.
Si calmò solo diverse ore dopo, quando fu portato in un altro posto e capì che quelle persone facevano parte dei “buoni” quando sua sorella corse verso di lui, aveva gli occhi gonfi e rossi di pianto.
Si abbracciarono per un tempo che parve infinito, poi fu compito della ragazza quello di spiegargli che i loro genitori erano stati uccisi, lei si limitò a dire che non sarebbero tornati più, avrebbe lasciato i dettagli a quando sarebbe diventato più grande.
Jason iniziò a crescere li, in quella stessa struttura, solo. Aveva ancora sua sorella, ma era quasi sempre via e la vedeva pochissimo, gli facevano fare dei test e degli allenamenti strani, Jason non ne capiva l’utilità, fino a quando tre anni dopo non gli raccontarono tutto, per poi concludere con la domanda finale.
-Lasciamo a te la scelta, vuoi continuare così o vivere una vita normale? Ti manderemo in una qualche famiglia che vuole adottare, capiremo se sceglierai questa opzione visto quello che è successo ai tuoi genitori. Ti lasciamo un giorno per pensarci, così domani ci darai la tua risposta.
Ma Jason non aveva nulla a che pensare, aveva altre possibilità? Come potevano davvero credere che dopo quello che aveva passato a tre anni lui riuscisse a vivere una vita normale?
Perché ci sono avvenimenti che si imprimono così a fondo dentro una persona da cambiarla e distruggerla irreparabilmente.
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