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11. Passato - Calypso

Nessuno di noi, quando cresce, ha più memoria dei suoi primi ricordi.
Ma nel nostro inconscio ricorderemo sempre il primo sorriso della nostra mamma o le sue prime parole. Magari ci torneranno in mente durante un sogno e non sapremo se è solo frutto della nostra immaginazione o davvero un ricordo.
Oppure la melodia di una ninnananna, che ci ritornerà alla mente nei momenti più strani e imprevedibili.
Un po’ a tutti è successo questo. Ma non potrebbe mai capitare a Calypso.
Non appena sua madre la mise alla luce, la prima cosa che fece fu guardarla disgustata.
La prima frase che disse fu “Io non la voglio.”
La loro era una tribù antica, una di quelle civiltà non del tutto civilizzare che ancora oggi vivono in Africa o in alcune isole dell’America.
Loro facevano parte di quest’ultime.
Era un’isola che non aveva nessuna influenza nella cartina geografica, priva di qualsiasi ricchezza che avrebbe permesso alle grandi potenze di contendersela. Ma aveva tutto ciò che serviva alla piccola tribù per vivere.
Calypso nacque per via di uno stupro, sua madre non la voleva e non l’avrebbe mai voluta. Ma non conoscevano l’aborto e dovette tenerla.
La bambina non conobbe mai suo padre mentre lui non sapeva neanche della sua presenza. La madre invece non l’amò mai, non sul serio.
Anche il nome che le diede era dispregiativo.
Calypso nella loro antica lingua voleva dire colei che nasconde. Ma con il passare degli anni le parole possono essere storpiate e modificate.
Sua madre le diede quel nome perché per lei significava colei che deve essere nascosta.
E doveva essere nascosta proprio perché il resto della tribù non doveva sapere chi davvero era. Non dovevano sapere quello che era successo. La madre voleva solo dimenticare, ma la sua presenza glielo avrebbe ricordato in eterno.
Poteva benissimo ucciderla o abbandonarla dopo averla data alla luce, ma era una bambina sana e forte. Gli dei non l’avrebbero perdonata e l’avrebbero di certo punita.
L’unica soluzione era tenere e crescere la bambina. Anche se l’avrebbe fatto a modo suo.
Passarono gli anni e Calypso cresceva, sana e forte come aveva predetto la donna che aveva aiutato sua madre a partorire.
Era una bambina vivace e allegra, iperattiva e sempre piena di energie.
Viveva segregata in casa, sua madre gli diceva che poteva andare in qualsiasi posto voleva, nella foresta, sulla spiaggia, poteva anche andare al villaggio. Ma non doveva assolutamente dire a nessuno chi era davvero. Come si chiamava e di chi era figlia.
Calypso si sentiva come se non avesse un’identità, come se non fosse nessuno, quindi non andava mai in mezzo ai suoi coetanei. Perché loro facevano domande alle quali lei avrebbe dovuto rispondere con una bugia.
Così, semplicemente, passava il suo tempo nei posti deserti.
Correva per la spiaggia, nuotava libera e felice, rincorrendo i branchi di pesci e andando in esplorazione trovava sempre nuove grotte o gallerie.
Si arrampicava negli alberi più alti e grandi della foresta, saltava di ramo in ramo e quasi volava.
Ogni giorno aveva sempre nuovi graffi e tagli, le ginocchia perennemente sbucciate. Ma era più che normale e a lei non importava più di tanto perché era l’unico modo che aveva per sentirsi libera e felice.
Non si poteva definire neanche sola, perché aveva fatto amicizia con tutti gli animali presenti in quella foresta.
Ci aveva messo del tempo, ovvio, ma chi dopo pochi giorni chi dopo mesi quasi tutti avevano iniziato a fidarsi di lei.
La seguivano, correvano e giocavano con lei, la proteggevano. E Calypso condivideva il suo cibo con loro, erano i suoi migliori amici e li preferiva più delle persone.
Perché le persone fanno domande inopportune e sanno essere molto crudeli solo per divertimento personale.
 
Aveva sei anni quando tutto cambiò.
Era iniziata come una delle tante giornate. Si era alzata che il sole era sorto da qualche minuto, fece colazione e sua madre le raccomandò mille volte di non dire a nessuno chi fosse sul serio, poi uscì per andare al villaggio.
Era la loro normale routine e a Calypso andava bene così.
Non era stupida, ma era una bambina abbastanza sveglia e intelligente, aveva ormai capito che sua madre la odiava, ma se n’era fatta una ragione. Non aveva mai ricevuto del vero affetto da nessuno, se non si mettevano in conto gli animali. Quindi non aveva idea che normalmente non dovrebbe andare così. Che era contro natura che una madre odiasse la propria bambina.
Si vestì, mettendosi una delle sue semplici casacche, una di quelle bianche chiuse con una corda nei fianchi. Era molto leggera, senza maniche e le scendeva fino al ginocchio, ma ormai era quasi estate, quindi sarebbe andata più che bene.
Infine, prese gli avanzi della cena del giorno prima e uscì di casa.
Fece qualche passo e si guardò interno, per essere sicura che ormai sua madre fosse lontana. Poi iniziò a chiamare -Ogigia! Ehy Ogigia? Dove sei?
Il cane arrivò subito scodinzolando.
Quando due anni prima la bambina l’aveva trovata, era solo un cucciolo, adesso era quasi più alta di lei. Ma restava comunque la sua migliore amica.
Calypso sorrise, l’accarezzo, poi gli diede il cibo che Ogigia mangiò voracemente.
-Sei pronta? Oggi ho voglia di correre!
Il cane rispose abbaiando e scodinzolando allegramente.
Calypso la prese come una frase affermativa, rise, poi scattò in avanti e iniziò a correre in mezzo ai boschi.
I piedi nudi che si bagnavano a contatto con l’erba e il muschio umidi, le braccia aperte e il vento che le scompigliava i capelli. Non si era mai sentita più libera che in quei momenti.
Poi successe qualcosa di strano. Ogigia si fermò, iniziò ad annusare l’aria e ringhiò.
Calypso si era fermata a sua volta e la fissava senza capire, le si avvicinò lentamente e domandò –Che succede?
Il cane ringhiò nuovamente e iniziò a seguire una pista che sentiva solo con il suo olfatto, Calypso non poté far null’altro se non starle dietro.
La portò al limitare tra la foresta e la spiaggia.
Calypso l’accarezzò dietro le orecchie, poi si accucciò dietro un cespuglio e sporse solo la testa. Quello che vide la lasciò completamente senza parole.
Calypso conosceva le barche, ne aveva visto un paio durante la sua vita. Ma quelle erano immense e grigie, così grandi che la bambina non riusciva a capacitarsi di come le avessero costruite.
La spiaggia inoltre era piena di persone, persone vestiti in modo stranissimo e che avevano delle strane attrezzature in mano, che stavano montando qua e la, quasi alla ricerca di qualcosa.
Rimase così tanto tempo a guardarli completamente ammirata che non si accorse che anche due di loro avevano visto lei e si stavano avvicinando lentamente.
Quando se ne accorse loro erano ormai troppo vicini, stava decidendo se scappare o meno quando uno di loro si piegò sulle ginocchio e la fissò con un sorriso, poi le disse qualcosa in una strana lingua.
Calypso lo fissò impassibile, non aveva capito una parola.
L’uomo la fissò corrugando la fronte, fece un’altra domanda alla quale la bambina continuò a non rispondere, infine si girò verso il collega e disse qualcosa, quello annuì e corse via.
L’uomo tornò a girarsi verso di lei, sempre con quel sorriso cordiale. Poi prese qualcosa dalla tasca dei suoi pantaloni, era una strana busta colorata. La aprì e afferrò quello che vi stava al suo interno.
Risultò essere del cibo. L’uomo l’avvicinò a Ogigia e il suo cane prima lo annusò con sospetto, poi iniziò a mangiare, facendosi accarezzare dallo sconosciuto senza problemi.
La bambina capì che l’aveva fatto solo perché lei si fidasse di lui.
Lentamente anche lei uscì dal suo nascondiglio, guardando però sempre l’uomo con sospetto, si avvicinò a Ogigia e le strinse le braccia al collo. Se fosse successo qualcosa di brutto sapeva che lei l’avrebbe protetta.
Passarono pochi secondi prima che tornasse l’uomo che era andato via poco prima, non era più solo, ma accompagnato da una donna.
Inaspettatamente la donna si rivolse a lei parlando la sua lingua.
-Ciao- disse con un sorriso –Mi capisci, vero?
Calypso annuì quasi impercettibilmente.
La donna fece una faccia compiaciuta, poi riprese a parlare –Che ci fai qui da sola? Dove sono i tuoi genitori?
-Non ho i genitori- rispose semplicemente. Non era proprio vero, ma di certo non poteva definire la donna con cui viveva davvero sua madre.
La donna si morse un labbro, poi si rivolse ai due uomini, molto probabilmente gli stava traducendo la conversazione appena avvenuta.
Calypso riportò lo sguardo sulle grandi barche ancorate in mare, poi chiese –Cosa sono quelle?
-Sono delle navi. Il posto da cui veniamo è molto diverso da qui, ci sono molte altre cose così… strane- spiegò.
Calypso li fissò con gli occhi pieni di ammirazione –Per quanto resterete?
-Uno o due giorni- rispose la donna –Stiamo solo cercando una cosa.
E poi la bambina agì d’istinto –Posso venire con voi?- Ogigia abbaiò e Calypso si corresse –Possiamo venire con voi?
La donna rimase sorpresa da quella richiesta e iniziò a discutere con i due uomini.
Passarono diversi minuti, infine la donna tornò a rivolgersi a lei.
-Ha un nome il tuo cane? E tu come ti chiami invece?
-Ogigia- rispose pronta –Io sono Calypso.
La donna fece un piccolo sorriso –Bel nome. Ora vieni con me Calypso, puoi lasciare Ogigia in compagnia di loro due, se ne prenderanno cura loro.
-Dove andiamo?- Chiese lei non del tutto convinta.
-Non sono io che decido, ma farò di tutto per convincerli a portarti con noi, però ti devono vedere. Vieni dai.
E Calypso accettò la sua mano tesa.
 
Non fu facile.
Il capo di quella spedizione rifiutò, dicendo che loro non erano un orfanotrofio che raccattava bambini dispersi e senza famiglia per il mondo.
Ma la donna aveva visto del potenziale in quella bambina, l’aveva visto nel suo sguardo determinato e nel suo coraggio.
Il suo capo però non volle sentire ragioni e chiamò due uomini che avrebbero preso la bambina  di peso e l’avrebbero riportata nella sua isola.
Ma Calypso scappò, sgusciando dalle loro braccia, mostrando tutta la sua agilità.
L’uomo sembrò sorpreso e la donna disse semplicemente –Te l’avevo detto che ha del potenziale. Guarda che ci può essere molto utile.
Ma l’uomo aveva il suo orgoglio e non voleva dargliela vinta, quindi non accettò.
Ma anche la donna non aveva intenzione di farsi mettere i piedi in testa da nessuno, così fece come le era stato detto. Riportò la bambina di nuovo in spiaggia, ma la prese da parte e iniziò a parlare.
-Vi porterò con noi. Ma devi fare quello che ti dirò io, va bene?
La bambina annuì attenta e la donna sorrise. Poi le spiegò che quella notte sarebbe scese a prenderla, quando tutti dormivano. E l’avrebbe nascosta da qualche parte fino a quando non fossero stati ormai troppo lontani per riportarla indietro.
E così fecero.
Calypso iniziò una nuova vita insieme a Ogigia e quella donna. Che diventò la figura più vicina a una madre.
Le insegnò l’inglese, il comportamento che doveva avere con le persone, a leggere e fare i conti. Le insegnò tutto sulla CIA e sfruttò le capacità che già aveva per farla diventare una dei migliori agenti segreti in circolazione.
Calypso passò il resto della sua vita affermando che i suoi veri genitori erano morti. Perché per lei era così, non le importava nulla di loro, soprattutto di sua madre e, quando quella notte scappò via, non ebbe neanche un minimo rimorso.

Spazio Autrice
Ragazzi mi scuso in anticipo se nei prossimi giorni non aggiornerò molto frequentemente ma quest'anno ho gli esami e sto preparando la tesina, in più non fanno altro che fare verifiche ed interrogazioni kill me
Spero che il capitolo vi sia piaciuto, alla prossima!

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