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5. Preda


«É accaduto pochi anni fa. Non è passato troppo tempo e lo ricordo perfettamente. Avevo preso l'abitudine di andare a messa la domenica, con due amiche di scuola.

Le mie compagne di classe si chiamavano Margareth e Claudia; la prima aveva i capelli rossi lunghissimi e ricci, gli occhi verdi e un nasino puntellato da tante macchioline scure. Mamma mi spiegò che erano lentiggini.

Mentre Claudia aveva i capelli castani come me: un caschetto scuro e liscio con una frangetta perfetta che incorniciava i grandi occhi azzurri.

Ricordo che il tragitto da casa alla chiesa era molto divertente, io già d'allora avevo imparato a nascondere i miei problemi familiari dietro un sorriso allegro.

Nessuno capiva cosa stesse accadendo tra le mura di casa; mamma mi impediva di parlarne. Nessuno doveva sapere.

Quella mattina arrivammo in ritardo in chiesa, per strada ci fermammo a comprare le caramelle gommose e le divorammo in un baleno. Ridemmo tanto, perché Margareth aveva mangiato quelle blu e ci mostrava la lingua di uno stupendo color puffo!

La messa era già iniziata; stranamente, pochi fedeli erano seduti sparsi tra i banchi in legno chiaro. Corremmo lungo la navata centrale senza curarci del rumore che provocavano le nostre scarpe sul marmo bianco striato di beige del pavimento.

Arrivammo in fondo e dopo aver fatto un inchino maldestro davanti all'altare, che aveva provocato lo sguardo malevolo di Padre Francis, ci sedemmo nella prima panca a destra. Entrai velocemente nel banco per prima -avevo paura che il prete ci sgridasse- e mi sedetti accanto a un uomo. Sulle prime nemmeno ci feci caso, ero così presa dalle mie amiche che continuavano a ridere, che nulla intorno a me importava.

Nulla. Un maledetto nulla che mi ha distrutto la vita.

Se solo potessimo immaginare che alcune nostre azioni, anche inconsapevoli, possono distruggerci, penso che in molti, compresa me, noterebbero quello che ci accade intorno.

Finimmo di ascoltare l'omelia tra una battutina e l'altra, poi arrivò il momento del simbolo della pace. Mi girai verso l'uomo senza nemmeno guardarlo in faccia e gli porsi la mano fredda e dinoccolata, che spuntava dalla manica del cappottino color cipria. La sua era grassoccia e ruvida. Alcuni peli bianchi e neri erano in bella vista sul lato del dorso. Le unghie corte e mangiucchiate. Stringendola notai che era calda e sudaticcia, tanto da bagnarmi la pelle. Gliela lasciai subito; disgustata la strofinai sul cappotto per asciugarla

D'improvviso però mi abbracciò stretta e sentii un forte odore di naftalina. Spalancai gli occhi e girai il viso verso le mie amiche che ormai ridevano a crepapelle. Non riuscivo a muovermi mentre lui continuava a stringermi forte a sé. Non capivo se fossi più impaurita o sorpresa di quel gesto. Fatto sta che la messa andò avanti, e lui per alcuni minuti, continuò a tenermi ferma.

Aveva marchiato il campo, ero diventata una sua proprietà. Questo me lo fece capire poco tempo dopo.

Andai a casa con un senso di fastidio dentro; non era stato un abbraccio innocente, mi aveva fatta sentire a disagio e sporca, ma non potevo dirlo a nessuno. Le mie amiche fecero delle battute al riguardo mentre tornavamo a casa, ma non le diedi ascolto chiudendomi in un mutismo ostinato.

Per alcune domeniche quando andavo in chiesa, mi guardavo bene dal sedermi tra i banchi in prima fila, e non lo vidi più, dimenticando in fretta quello strano avvenimento.

Qualche mese dopo, poco prima delle vacanze pasquali, ero a scuola durante l'ora di matematica. Mi scappava la pipì, non potendomi più trattenere chiesi all'insegnante di poter uscire. Scappai come un fulmine lungo i corridoi vuoti, dove l'unico rumore, era il vocio proveniente dalle classi e mi chiusi nel bagno delle ragazze. Pochi secondi dopo, mentre mi stavo rivestendo, qualcuno entrò. Sentii il lucchetto della porta principale chiudersi, e un improvviso buio mi fece capire che qualcuno aveva chiuso gli scuri delle finestre.

Mi bloccai all'istante, non sapevo se parlare o restare zitta, la paura scelse per me la seconda opzione e quasi smisi di respirare quando udii dei passi pesanti camminare avanti e indietro. Iniziai a sudare freddo e il terrore si trasformò in panico quando parlò: "Gloria, piccola mia esci dal bagno non ti faccio nulla, so che sei lì. Voglio solo abbracciarti come quel giorno in chiesa."

Non mi mossi e lui vedendo che non riceveva risposta, al primo rumore proveniente dal corridoio, si allontanò. Non dissi nulla a nessuno nemmeno quella volta.

Una settimana dopo tornavo a casa da sola dal doposcuola, mia madre nell'ultimo periodo tendeva a farmi rincasare sempre più tardi per tenermi lontana dalla furia di mio padre. Così facendo teneva me al sicuro, ma lei subiva maltrattamenti ogni giorno. Erano oramai le otto passate e andavo di fretta perché mi aspettavano per cena. Sapevo che se non fossi rincasata in tempo lui mi avrebbe punita. Aspettava un qualsiasi motivo per picchiarmi. Ricordo che avevo un giacchino di jeans e un vestitino a fiorellini blu, ai piedi un paio di ballerine in tinta. Stringevo a me i libri di scuola che mi erano serviti per studiare.

Girai l'angolo e all'improvviso una mano mi afferrò per il braccio e mi spinse verso un vicoletto cieco. Nessuno abitava lì, c'era solo l'uscita di emergenza di una vecchia pizzeria che aveva chiuso qualche mese prima e veniva usato da qualche viandante per urinare o qualche senza tetto si fermava a dormire.

Ricordo che fui spinta con forza verso il muro grigio e sporco. L'impatto fu violento e i libri mi caddero sparpagliandosi sull'asfalto. Avevo battuto la testa ed ero confusa, non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Finché non sentii una mano alzarmi il vestito e strapparmi le calze. L'altra mano mi teneva la bocca chiusa, provai a mordere ma non ci riuscii. La presa era forte e io non potevo muovermi. Udii un altro strappo e mi resi conto che anche le mutandine stavano cadendo lungo le gambe. Poi le mani iniziarono a vagare tra le cosce, spalancai gli occhi e cercai di urlare ma non ci riuscii; mi tirò forte i capelli spingendomi a terra e giratami verso di lui lo vidi in volto: era l'uomo che avevo incontrato in chiesa. Mi guardava con odio e disse: "sta zitta o ti uccido!" non potei fare altro. Fu così che persi quello che mia mamma chiamava il mio fiore. In un vicolo buio, in un giorno qualsiasi di marzo.»

*

«Summer, tutto bene?» disse Mark preoccupato, la collega era scappata nel bel mezzo del racconto di Gloria e si era rifugiata in bagno.

«Sì, scusami sarà anche poco professionale ma non ho retto. Questa storia mi sta distruggendo.» Rispose la poliziotta uscendo dalla porta del bagno con un viso pallido.

«Ti capisco, anche io sono molto provato. Ho detto a Gloria di riposare, facciamo una pausa. Ti va un caffè?»

«Mi va di prendere il padre di Gloria e quel mostro che le ha fatto del male, picchiarli e fargli sputare sangue fino a quando non avranno esalato l'ultimo respiro!» Rispose Summer con rabbia.

Mark la guardò, capiva perfettamente cosa provasse la collega, era quello che sentiva anche lui. Gloria comunque stava facendo una deposizione e una volta accertato che fosse tutto vero si sarebbe proceduto con degli arresti e a quel punto avrebbero potuto dire di aver aiutato quella ragazza.

Ma c'erano ancora tanti punti oscuri in quella storia, tanti diavoli che avevano cercato di distruggerla. E c'era una bambina indifesa da sola, da qualche parte. Se Summer non riusciva a restare fredda, allora sarebbe toccato a lui essere lucido e pronto a tutto.

«Faremo tutto a tempo debito, te lo prometto. Ora vieni con me, andiamo a prendere qualcosa al bar» disse facendole segno di seguirla. Summer lo guardò e sospiro arrendevole.

«Ti seguo subito, dammi il tempo di fare una telefonata.»

Mark le sorrise e si allontanò con calma. Summer respirò a fondo e si appoggiò al davanzale della finestra che dava sulla strada. Osservava le auto che viaggiavano lente nel traffico. Poi il suo sguardo si posò su una donna che aveva per mano un bambino biondo e riccioluto.

Sorrise guardando il piccolo ridere per il palloncino rosso che teneva nella mano. Pochi secondi dopo gli sfuggì e volò libero nel cielo. Lei lo seguì con lo sguardo, era volato via da un destino già definito volteggiando libero nell'aria.

Infilò le mani nelle tasche senza smettere di guardarlo ed estrasse lo Smartphone. Aprì lo schermo con l'impronta digitale e all'assistente vocale ordinò di chiamare casa. Al terzo squillo rispose una voce femminile rassicurante e allegra:

«pronto?» Summer con un sospiro di sollievo disse:

«mamma, ti voglio bene!»

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