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Oh My Gods: Un giorno dopo l'altro pt. 1

Ehilà commensali, piccolo avviso: questo capitolo (specialmente la parte iniziale) tratterà dei temi un po' forti quali abusi psicologici e situazioni familiari difficili. Se per qualche motivo siete particolarmente sensibili su queste tematiche non è consigliabile proseguire la lettura. Vorrei ricordare comunque che il mio scopo è raccontare una storia inventata e scritta da me "prendendo in prestito" personaggi e racconti della mitologia e "modernizzarli", ciò significa che non voglio minimamente sminuire questi problemi o scherzarci su, bensì aggiungerli per rendere il racconto più romanzato e ricco di intrecci.

Infine spero di riuscire a rendere al meglio ciò che voglio far trapelare, ovvero la psicologia complicata e ricca di sfumature dei vari personaggi. Se farà schifo perdonatemi ma ripeto di nuovo che servono solo ed esclusivamente al capitolo, senza secondi fini.

Detto questo iniziamo
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Un giorno dopo l'altro il tempo il tempo trascorreva.

Un giorno dopo l'altro le lezioni divennero più numerose e più difficili: mi interessavano davvero, ma non ero una cima nello studio e non riuscivo a stare al passo con la classe. E, come se non bastassero i pomeriggi passati sui libri, non spiccavo particolarmente nemmeno in una materia.

Un giorno dopo l'altro, al contrario di me, Psiche migliorava a vista d'occhio. Era diventata la più brava del suo corso in praticamente tutte le materie per i mortali. Inoltre il suo spiccato talento per la recitazione non passò inosservato: danzava come una ninfa e cantava come una musa, tanto che Dioniso le diede uno dei ruoli principali nello spettacolo.

Un giorno dopo l'altro Zefiro si aggirava nei corridoi sempre più sospettoso e smilzo, simile ad un fantasma o ad uno scheletro. I suoi occhi guardinghi non si fidavano di nessuno ma, nonostante le frequenti punizioni e rimproveri, sembrava non annoiarsi mai con quel fare di qualcuno che è costantemente in cerca di qualcosa e gli amici che lo assecondavano.

Un giorno dopo l'altro il tempo trascorreva, indossava dei calzari alati e spariva nel cielo, volteggiando tra le nuvole, dove i miei occhi non potevano seguirlo. Sentivo un costante peso nel petto, il mio cuore era troppo stanco, naufrago in un mare di ansie e paranoie, e le mie ossa troppo fragili per sopportare tutto questo. Sentivo la testa oscillarmi, appesantirsi ad ogni parola, ad ogni voce, ad ogni occhiata finché non sarebbe esplosa nell'inadeguatezza. Sentivo gli occhi umidi ad ogni ora del giorno e della notte, tanto che probabilmente non si asciugavano del tutto, solo lacrimavano meno intensamente. In breve, il tempo semplicemente trascorreva ed io non riuscivo mai a stargli dietro. Trascorreva... Trascorreva... Trascorreva...

«EROS!»

Mi alzai di soprassalto, i riccioli spettinati e la voce impastata dal sonno, le ali che si spalancarono con un pop sparpagliando piume in giro. M-mi ero? Mi ero addormentato?

«Avanti dimmi di cosa stiamo parlando» affermò la professoressa, nonché preside, Atena con il suo sguardo severo e autoritario.

Le sue parole mi giunsero fievoli come le risatine soffuse dei miei compagni. Non feci caso alla sua domanda e mi guardai intorno spaesato, cercando di capire dove mi trovassi. L'afa di quella calda giornata mi entrò nei polmoni, la luce accarezzava morbida la mia pelle come tutto ciò su cui si posava, filtrata e dorata, facendo da cornice di quello che pareva un quadro più che un aula. Dovevo sembrare proprio un idiota con la bocca semiaperta e un occhio più affusolato dell'altro.

«Allora?» continuò lei.

Tanto non volevo e non sapevo cosa rispondere. Continuai a guardare un punto fisso silenzioso mentre il riso aumentava. Solo Psiche alla mia destra non rideva: il sole alle sue spalle le schiariva i capelli e le levigava i lineamenti. Sembrava un angelo. La risata divenne ormai un botto quando Atena sbatté il pugno sul mio banco. Per la vergogna mi nascosi dentro la mia barriera di piume.

«FORSE, MIO CARO EROS, SE TI IMPEGNASSI UN PO' DI PIÚ NELLO STUDIO E NON NEL FARE IL FIGLIOLETTO TANTO AMATO DA AFRODITE, RIUSCIRESTI A CONTROLLARE QUELLE BENEDETTE ALI A TUO PIACIMENTO»

«Stai tranquillo ha solo il ciclo» sussurrò Psiche all'orecchio, cercando di farmi ridere.

«Ma quanto è sfigato, sono passati mesi e non è migliorato per niente»

«Non preoccuparti, ognuno ha i suoi tempi»

«Perché quelle ali non se le taglia, sono imbarazzanti per un dio»

«Io le trovo adorabili»

«Raccomandato di merda» «Tale madre tale figlio» «Ignorante» «Almeno ci fa perdere tempo: se questo se ne va come gli perdiamo i quaranta minuti di cazziatone della prof» «Perché non lo spostano nel corso dei mortali?»

«Eros, Eros guardami»

Continuò per secondi interminabili quello scambio di battute tra il resto del mondo e Psiche, la mia Psiche. Seguì il suo consiglio e sbloccai la serratura ermetica delle mie palpebre. E la osservai. Mi prese il viso tra le mani, accarezzandolo con le dita.

«Sei la persona più bella che abbia mai conosciuto»

In quel tappeto di voci, cantilene, sussurri meschini, note troppo alte o troppo basse, troppo stonate, la sua voce era la mia melodia preferita, l'unica che valesse la pena ascoltare.

Avvicinò la sua fronte alla mia, ancora seminascosti dalle ali e dalle lacrime, ed i miei pensieri presero il volo, lontani come il tempo. Con lei il tempo non esisteva: non esisteva né dolore né imbarazzo. Solo la sua pelle, il suo tocco, la sua voce, le nostre anime che si coccolavano: la più umana tra gli dei e la più divina tra gli umani.

Quando si staccò tutto riprese forma e colore, divenni più pesante, più pieno. Mi rivolse uno sguardo di pura gentilezza e conforto: non avevo mai trovato una persona così in vita mia. Passai il resto della lezione sempre più sconfortato e oppresso: mi ero ripromesso di non piangere mai con lei, in fondo ero io il Dio tra noi due e si sa che gli Dei non piangono mai.

Poi, quando la lezione di Atena e la giornata scolastica finí, un passo dopo l'altro, ritornai a casa con la mente e il cuore altrove. La prima se ne stava sempre per i fatti suoi, indecente e improduttiva, il che mi causava non pochi problemi: ecco perché non la seguivo mai; il mio cuore, invece...

Fin da quando ero piccolo la mamma mi insegnò a seguire solo ed unicamente il cuore. Lei diceva che il mio apparteneva unicamente a lei, perché ero suo figlio, ed il suo unicamente a me, perché era mia madre e nessuno avrebbe potuto vivere senza l'altro. Sempre la mamma mi aveva insegnato che il cuore era la strada più pericolosa e più efficiente da da seguire: per lei vivere non avrebbe avuto senso senza. Inoltre mi spiegò che il cuore era anche l'unica cosa che accumunava noi Dei con i mortali e tutte le altre creature del mondo.

Ma ad ogni cuore equivaleva sempre una maledizione. E lei era diventata la mia.

Aprii la porta di casa il più silenziosamente possibile anche se non potei evitare qualche scricchiolio a causa dei cardini arruginiti. L'angusta stanza era colma di veli scarlatti, vecchi e sparpagliati alla rinfusa. Anche se le veneziane erano rotte, nemmeno un raggio di sole osava entrare qui dentro per non intralciare il sacro riposo della dea.

Respirai il meno possibile per non far rumore e, con passo felpato, mi diressi verso il piccolo disimpegno. Era così stremata e ricoperta dai lenzuoli che all'inizio non la notai nemmeno, solo con un gemito soffocato riuscì a rintracciare la sua vera posizione.

Ormai non avevo più via di fuga: sapeva che ero arrivato, lo percepiva, quindi rimasi immobile a contemplare il divano rotto che le fungeva da trono. Un tempo Afrodite era la dea più bella dell'Olimpo, i capelli fluenti, la pelle ceramica e le labbra carnose che ogni umano o umana avrebbero desiderato baciare. Era anche una dea saggia e coscenziosa, di una gentilezza e di un affetto fuori dal comune. Il suo unico punto debole però era anche il suo sogno più profondo e no, non si trattava di essere ancora più bella, di avere un bel marito o una bella famiglia, bensì di vivere una vita lontana da ogni tipo di dolore, una vita vissuta a pieno seguendo i suoi istinti e le sue emozioni, una connessione con quel mondo e un'armonia con quella natura che considerava l'unica cosa ancora più bella di lei.

Mia madre era nata da un'atto orribile, molto ma molto più deplorevole della rapina di Prometeo, da un crimine segnato dal sangue, dalla maledizione di un intera stirpe. E nonostante fosse stata generata dalla più pura scelleratezza, il mare dov'era caduta e cresciuta era riuscito a purificarla donandogli la potenza delle onde, la bellezza dei suoi riflessi e la dolcezza delle sue spume. Mia madre non apparteneva al cielo o alle montagne, ma a quelle terre e a quelle coste che cambiarono radicalmente il suo destino.

Tuttavia il mondo che tanto aveva amato le si ritorse conto, le prese quei sogni tanto agoniati, dipinti un giorno dopo l'altro, e strappò la tela: prese i suoi sentimenti, la cosa per il quale avrebbe volentieri sacrificato la sua immortalità, e glieli rese tossici, aggressivi, contrastanti. Non c'era più armonia in lei, solo disordine, amori passionali ma scondiderati, alcuni ai limiti della decenza, ossessioni inutili e degenerative che la portarono alla deriva rendendola irriconoscibile. I suoi capelli calarono a ciocche, la sua pelle si riempi di solchi e grinze, le sue labbra avevano perso ogni forma di dignità che consentiva l'amore e tutto questo solo per il peccato di avere un cuore troppo grande e troppo puro.

Quella che un tempo doveva essere la dea dell'amore, una donna con il trucco calante ed i vestiti decadenti mi guardò torvamente. Le sue braccia e le sue gambe erano ricoperti da fitti rovi di rose, senza fiori ovviamente, solo spine, che si aggrovigliavano su di lei perforando le sue carni ed attaccandola al sofà polveroso, al disordine della casa e alle passioni consumate in un precedente momento.

«Buongiorno amore della mamma, che ore sono?» disse con la sua voce acuta e debole. Il suo alito era sapeva di fiori bruciati.

«Le due del pomeriggio» risposi secco.

«AHAHAHAH che sciocca! Devo aver di nuovo finito tardi ieri sera, aaah che sbadata, dovevo prepararti il pranzo per quando saresti tornato da scuola e-» iniziò contorcedosi in uno spettacolo orribile per sgranchirsi le ossa, ma io la interruppi ignorandola per andare in camera mia. Mi afferrò il polso pungendomi con le sue spine.

«Non andartene piccolo...» si lamentò

«Devo studiare»

«A proposito mi sono arrivati i pagellini del primo trimestre»

Ingoiai un groppo: non sapevo dove volesse andare a parare, a lei non erano mai importati i miei voti a scuola.

Subito dopo continuò in quel tono di finta tenerezza: «Ma sta tranquillo amore della mamma, anche io non brillavo nelle materie scolastiche, se quella non è la strada che il tuo cuore vuole seguire non c'è problema, l'importante è che tu sia ben ambientato e abbia dei buoni amici»

Ci guardammo entrambi e lei scoppiò a ridere fastidiosamente: «AHAHAHAH DIMENTICAVO! TU NON HAI AMICI, MAMMA MIA QUANTO SONO SBADATA OGGI» poi con un tono improvvisamente più profondo setenziò: «Ma sta tranquillo angioletto, a te non servono amici quando hai l'amore della tua cara mammina» e spalancò gli occhi, le iridi vacue e sfumate leggermente di bianco, come quelle di un rettile ceco, riflessi magenta guizzavano nei suoi bulbi simili a lampi. Con la sua lingua da vipera e la sua voce serpeggiante continuò: «Ma dimmi, cucciolo mio, hai ucciso l'insulsa mortale?»

Indietreggiai pietrificato, rompendo la presa al polso con uno strattone che lo tagliò facendo uscire del sangue.

Caddi inorridito mentre la serpe si stagliava sul mio corpo, del quale avevo perso il controllo cadendo e andando a sbattere contro la gamba del tavolo, in tutta la sua mostruosità. Non dovevo guardarla negli occhi, non dovevo ascoltarla, dovevo isolarmi come sempre facevo: ma ero troppo spaventato, tremavo come una foglia secca, non riuscivo a ragionare.

«Amore della mamma? Amore, AMORE?»

«N-n-n... N-non ch-chiamarmi c-c-c...» boccheggiai non emettendo alcun suono.

«A M O R E» strillò d'un tratto rompendosi le corde vocali per quant'era forte e gracido questo, i capillari le scoppiarono sotto pelle ramificandosi in rivoli di oro nero, gli arbusti che si slegarono dal suo corpo levitando in aria, poi aggiunse con una voce inumana, amplificata, trenta volte più acuta: «AMORE HAI UCCISO LA MORTALE!?»

Sentii l'ossigeno morirmi in gola, i polmoni comprimermi, l'aria diventare un ammasso di grumi e polvere controllato da lei. Mi entrò nel petto, risalí la trachea e mi soffocò da dentro. Mi misi le mani al collo ma non c'era niente che potessi fare, nessuno che potessi aggredire. La mia vista si oscurò, non vedevo niente, il mio volto divenne viola.

«A L L O R A?» non smise iraconda.

«N-no»

La presa si allentò un pochino.

«MA L'HAI TROVATA ALMENO? SAI CHI È?» era diventata isterica.

Ero sotto shock, ma le rivolsi uno sguardo di puro terrore che rispose al posto mio. La presa riapparve più forte di prima dentro e fuori, questa volta anche con i rovi spinati. Mi sollevò in aria, iniziai a piangere, colai oro dalla pelle e dalla bocca. Sentii i miei occhi roteare verso l'interno.

«SEI INUTILE!» continuò: «NON HAI PRESO NÉ LA BELLEZZA DI TUA MADRE NÉ IL CORAGGIO DI TUO PADRE! PIANGI COME UN DEBOLE, TANTI SACRIFICI PER NIENTE!»

Poi avvicinandomi al suo viso scheletrico aggiunse: «SAI A QUANTE COSE HO RINUNCIATO PER TE? AVREI POTUTO VIVERE IN UN PALAZZO MAGNIFICO CON L'UOMO CHE AMAVO! MA SEI ARRIVATO TU ED HAI ROVINATO TUTTO T U T T O!»

Iniziò a piangere anche lei, io cercavo di non sentire, di non sentirla ma era tutto inutile. Ma, come era iniziato, tutto finí. Mi concentrai, unii mente e anima, puntai lo sguardo verso il basso per evitare di guardarla ed insonoroizzai il resto focalizzandomi solo su di me. Riuscivo a sentire il sangue che pulsava, il cuore che batteva, le palpebre che sbattevano.

«DI TUTTI I MIEI ERRORI TU SEI STATO IL PIÚ GRANDE»

Percepii un canale spezzarsi, un grosso crack tra le mie costole, lì nel cuore.

«È SOLO COLPA TUA SE NON RIUSCIAMO NEMMENO A PAGARCI DA MANGIARE, SE SIAMO DEI MALVISTI, SE VIVIAMO IN QUESTO PORCILE! É SOLO COLPA TUA SE VERREMO DIMENTICATI»

Un altro sonoro crack, questa volta più forte.

«SO CHE STAI CERCANDO DI FARE FIGLIO INGRATO! NESSUNO PUÒ RIUSCIRCI E TI CONSIGLIO DI SMETTERLA SE NON VUOI CHE RADDOPPI LA DOSE»

Continuai a staccare tutte le vene del mio corpo, le arterie del mio cuore, tutti quei legami, intrecciati come fili, che mi riconducevano a lei. Era vero nessuno poteva sfuggire dal suo controllo quando donavi la tua anima a lei, ma la mia ormai non era più sua, non poteva esserlo.

«VATTENE, VATTENE DA QUÌ, NON C'È PIÚ NIENTE PER TE IN QUESTA CASA, NON C'È PIÚ NESSUNO PER TE IN QUESTO MONDO! NON CI SARÀ MAI PIÚ UN MAMMA O UN AMORE! NON TI VOGLIO PIÚ VEDERE»

Eccolo la. Quando due cuori sono collegati l'uno capisce tutto ciò che prova l'altro. Ed eccolo la il momento di debolezza tanto cercato, l'attimo in cui il suo essere ha vacillato. Stavo per fare lo stesso crimine che la vita aveva fatto contro di lei, di nuovo un'altra cosa che amava stava per pugnalarla in pieno petto. Ma non me ne importò, minimamente. Con una calma e una freddezza che non sapevo di possedere troncai, irrimediabilmente, l'ultimo filo della ragnatela che mi univa a lei.

Il crack questa volta scoppiò ovunque, udibile anche ad orecchio umano. Afrodite cadde, inerme, sulle sue spine diventando più folle e più debole. Ma prima che potesse riafferrarmi ordinai alle mie ali di aprirsi e prendere il volo.

Uscii dalla finestra assaporando una libertà che non avevo mai provato prima, libero da tutto e da tutti. Era vero, il mio cuore si era un po' sforzato, ma non era niente in confronto alla leggerezza delle mie ali, all'orgoglio di essere riuscito a controllarmi e a ribellarmi al mostro. Non provai nostalgia o risentimento, tanto che non mi voltai nemmeno quando udii quella che doveva essere mia madre urlare: «Se non lo farai tu, lo farò io»

Sinceramente in quel momento ero troppo contento, troppo pieno di emozioni nuove che mi ribollivano dentro. Non pensai minimamente a quella povera mortale di cui probabilmente non conoscevo nemmeno il nome, volevo vivere appieno quel momento fugace di individualismo, seppur egoista. Ma io non ero nato per stare da solo. Sapevo dove andare, a chi rivolgermi, a chi ero sicuro che mi avrebbe ospitato: pensai immediatamente a Psiche, la mia Psiche simile ad un angelo, la mia Psiche più bella di una dea, la Psiche di cui ormai mi ero innamorato. Ed il mio cuore, rinsanito di mille anni, come una bussola impazzita, mi guidò da lei verso il regno dei mortali.





RAGA AAAAAAAAH SPERO DI NON AVER FATTO SCHIFO PERCHÈ AVEVO TROPPE IDEE IN TESTA PER QUESTO CAPITOLO. Vabbé comunque devo DI NUOVO DIVIDERLO IN DUE PARTI perché scrivo ma mi accorgo di scrivere troppo so...

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