Il re dei morti
C'era una volta un'enorme vallata di erba verdissima piena di fiori, alberi e creature fantastiche. Di giorno era sempre accarezzata dai raggi del sole, dipinta dalle sfumature del cielo, abbracciata dolcemente dai pendii delle montagne che si eregevano tutte intorno, come titani pietrificati nel bel mezzo di una battaglia, che levavano le loro braccia e le loro armi verso le nuvole e tutto ciò che c'era dietro. Protetti dal loro ardore questa era sia casa per bellissime ninfe e satiri gioiosi, ma anche rifugio per gli dei, una in particolare, e per i loro figli.
Tuttavia, quando le tenebre iniziavano a coprire tutto con il loro manto i boschi diventavano freddi e inospitali, l'erba di riempiva di nero e i suoi abitanti divenivano più morti delle anime. Quando arrivava l'oscurità nemmeno gli dei immortali potevano fermare il padrone di quelle terre e delle terre sottostanti, il protettore dell'aldilá: il temibile re dei morti… Leggende raccontavano che il sangue si gelava solo a guardarlo, che avesse delle orbite al posto degli occhi e che in quelle orbite ci fosse l'inferno, che fosse scaltro, astuto, furbo e mortale. Ma in realtà nessuno sapeva di cosa era veramente capace.
Il re dei morti era solito uscire dal suo rifugio sotterraneo al calar del sole, indossando la notte e portandola magnificamente, camminando qua e là senza né meta né destinazione seguito da mostri e anime dannate, preceduto dal tremore dei monti e dalle urla dei guerrieri imprigionati. Al suo passo la vegetazione appassiva, il silenzio aumentava e quei pochi abitanti che non erano al sicuro nelle loro case si prostravano ai suoi piedi, la paura che comandava il loro corpo. E il re si abbassava per guardare i loro occhi vacui che come schegge di vetro riflettevano tutto ma non emanavano mai niente, meri portali per una piccola anima imprigionata in cento strati di grigio. Lui provava pena per loro, maledetti dalla luce della luna che gli rendeva simili a spettri, abbandonando il loro re in una profonda solitudine.
Dopo anni però il re dei morti sentì nell'aria qualcosa di diverso: un vento fresco che trasportava con sé il profumo di un sogno. Era da tanto che non ne sentiva uno. Cerco di leggerlo nelle sfumature della brezza e dopo tanta fatica riuscì a decifrarlo: quella persona, chiunque essa fosse, sognava di diventare un regnante, sognava il potere o forse solamente l'amore. Non lo sapeva, infondo non era mai stato bravo a leggere i sogni. Anche lui ne aveva uno: sognava di poter raggiungere una di quelle stelle così lontane, unica fonte di luce nella sua vita. Colpito dalla novità seguiva il vento a passi così leggeri che nemmeno lui credeva di poter fare, così furtivi da far invidia ai ladri. Solo che fu lui ad essere derubato.
Si abbassò all'altezza di alcuni cespugli che, seppur marciti all'istante, riuscivano a permettergli di vedere tutto senza esser visto. E quasi non credette a tutto ciò. Lì, illuminata da una luce pallida, stava una fanciulla china a cogliere fiori che sbocciavano solo di sera, un po' come lei, un po' come lui. Cantava così dolcemente da sovrastare l'ululato dei dannati, si muoveva così aggaraziatamente che pareva danzare, accompagnata da quello stesso vento che voleva favorire il loro incontro. Ma il flusso d'aria trovò il suo nascondiglio, lo sollevò in alto più lieve di una piuma e lo trasportò fino alla giovane.
Da vicino era il doppio più bella, ma ciò che lo colpì non fu né la sua pelle di porcellana, né i suoi capelli dorati come spighe di grano, bensì i suoi occhi, splendenti come opali, che irradiavano l'aria circostante con tutti i colori che la luce riusciva a contenere. Lui si avvicinò piano, per paura che un suo tocco potesse corromperla, un gesto azzardato, fin troppo azzardato per una mente fredda e calcolatrice come la sua. Ma inaspettatamente la ragazza non indietreggiò, avanzò invece più curiosa che mai, attratta da quel fascino oscuro e distaccato, così assente dal mondo ma allo stesso tempo così vivo. Il re dei morti era vivo. Il re dei morti era innamorato.
In quel preciso momento sotto di loro sbocciarono inflorescenze sconosciute, quasi bioluminescenti. La ragazza ne colse uno, un magnifico narciso bianco e lo porse al suo re. Quest'ultimo fece la seconda mossa azzardata della giornara: provò a sfiorarlo con un dito. In una situazione normale questo sarebbe appassito, ma nella sua mano prese ad aprirsi e a sprigionare tutto il suo incantesimo facendolo rimanere estasiato. Subito e senza timore le spostò goffo una ciocca di capelli e inserì il magnifico bocciolo sopra il suo orecchio.
La giovane non permise alla sua mano scheletrica di scappare via e la tenne teneramente bloccata alla guancia, accarezzandola. Poi, anche lei in modo impulsivo, congiunse la sua fronte a quella dell'uomo, i loro nasi si sfioravano appena. Il re dei morti cinse la sognatrice a sé ed entrambi non provarono disagio come se si conoscessero da una vita, come se si sentissero protetti nelle braccia di l'un l'altro. E i loro occhi si incatenarono nuovamente raccontandosi storie, ridendo e scherzando, trasformando un semplice secondo nel più bello degli infiniti.
Ad a interrompere quella magica atmosfera era sempre il vento, che questa volta girava attorno a entrambi, rassicurandoli in un grande abbraccio, convincendogli a lasciarsi andare. Il re dei morti non avvertì più peso nel suo corpo, guidando in linee immaginarie la fanciulla che volteggiava leggiadria nell'aria. E ad ogni loro passo l'erba cresceva rigogliosa come se fosse giorno, ad ogni loro salto il vento odorava di sogni e tutt'intorno a loro uno sciame di lucciole ronzanti fluttuava tranquillo seguendo quel ritmo invisibile che andava su e giù come le onde cristalline del mare. Sembravano tante piccole stelle terrestri che indicavano loro la via, una via grande quanto la vallata stessa perché avevano a disposizione tutta la terra e il cielo del mondo per danzare nel loro affetto e scaldarsi con il loro calore.
Calore. Era la sensazione più bella che il re dei morti avesse mai provato, così piccola e così confortante.
Calore. Era tutto ciò che sentiva dentro di sé.
Calore. Era quello che gli fece sciogliere il cuore precedentemente rubato dalla creatura che aveva difronte, perché di certo era tutto tranne che umana.
Ma probabilmente quel calore gli sciolse pure il cervello dato che, preso da un istinto più antico di lui, strinse la mano posata sui suoi fianchi facendo aderire il suo corpo al proprio, accarezzò con il pollice la guancia rosea e tamponò le sue labbra, morbide come i petali di un fiore, coronando il più dolce dei baci.
Ma non si fermò. Non poteva fermarsi, così imprise ancora più forza sia sulle labbra sia sulla presa tanto che la giovane dovette aggrapparsi saldamente a lui per non cadere. Sentiva il suo respiro sul viso, un unico grande respiro, il loro respiro che si unì a quello di quel famoso vento che però questa volta dovette dividerli.
Restarono immobili in quella vallata che sembrava rinata, mille volte più decorata, guardati da tutti i satelliti e gli astri del cielo. Lei posava ancora le mani al suo petto, come se gli stesse coccolando il cuore. Lui invece fissava il vuoto, con le labbra ancora tremanti e il petto che bruciava. Tutta la magia sembrava essere svanita.
«Persefone! PERSEFONE!» rimbombava l'urlo di una donna che chiamava la figlia in lungo e in largo.
Fu come se la ragazza di risvegliò da una fase di trans e tremò.
«Non voglio andare via!» esclamò con la sua voce melodica, vezzeggiando il viso dell'amato, non volendo abbandonarlo. Il re scosse appena la testa e i due si strinsero nell'ennesimo, potente, abbraccio.
In quel momento lui capí che aveva finalmente realizzato il suo sogno: la ragazza, con le sue vesti candide, brillava tra le sue braccia più di una stella e lui non solo l'aveva raggiunta, ma l'aveva anche toccata e cosa più importante l'aveva amata. Anche Persefone realizzò il suo desiderio: infatti era lambita tra le braccia di un re, il re dei morti, diventando di conseguenza la sua regina.
Il re sfiorò l'orecchio e, con voce tranquilla e un po' malinconica le disse: «Sai che devi farlo»
Persefone alzò la testa, gli occhi rossi e pieni di lacrime. Ade la strinse ancora più forte sussurrandole: «Io ti ho sempre amata, sia di notte che di giorno, ma sai che questo non potrà durare a lungo»
«Mi stai lasciando?» domandò lei sconvolta.
«Ti sto liberando. Nemmeno il re dei morti non può tenere un anima per sé, sarebbe troppo egoista persino per me. Devi tornare dalla tua famiglia e la tua famiglia non è quí» replicò lui con la voce rotta.
«Sei tu la mia famiglia» lo implorò, cercando di far durare quell'abbraccio per sempre.
«No. Io sono solo un avido re, troppo debole per affrontare la realtà e troppo potente tanto da crearne una nuova. Ma per quante realtà potrò creare, per quante notti potremmo ballare insieme, per quanto io ti possa amare sarà sempre e solo un'illusione» e detto questo si allontanò da lei, lasciandola fluttuare dal vento che la portò via, lontano.
Immediatamente lei e tutto ciò che avevano creato si smateriallizarono in tanti, piccoli, petali colorati che svanivano verso l'infinito. E il re dei morti cadde sulle ginocchia, ritornando al vero freddo della notte, cingendo ancora lo scheletro della sua tanto amata quanto perduta Persefone.
Lol spero che questa mia versione un po' creepy del mito vi sia piaciuta o più che altro spero abbiate capito il plot twist finale dato che a momenti non capivo nemmeno io che scrivevo. Ade riuscirà ad avere mai una gioia nella sua vita? In questo libro probabilmente no.
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