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Capitolo XLV


Ore 18.15 – Nurburgring

Irina rimase immobile in mezzo alla pista per dieci secondi, gli occhi puntati verso la corsia dei box senza in realtà vederla. Il pubblico gridava, esultava, eppure lei non lo sentiva. Udiva appena la voce di Wheldrim che sembrava aver perso il controllo della situazione.

Perché in fondo Irina Dwight, Fenice, Alissa Speed o come diavolo si facesse chiamare aveva appena vinto la gara regina del Raduno Internazionale Preparatori, ed era la prima donna a farlo. Tutto il resto, tutto ciò che era appena successo, riguardava solo Fenice.

<< La gara deve essere sospesa >> stava dicendo Wheldrim, << Non so cosa stia succedendo, ma questa corsa... Il numero 18 ha deliberatamente speronato la Safetry Car... I giudici di gara... >>.

Non le interessava che la corsa fosse considerata valida o no, che lei risultasse effettivamente vincitrice o meno.

Sull'asfalto, sulla strada, li aveva battuti tutti.

Si voltò verso Dimitri, che la guardava, serio, e sembrava l'unica cosa certa in quel momento, in tutto quel casino.

Selena, Felix e Jorgen stavano scappando.

Non ci fu bisogno di parlare: Irina salì sulla la Ferrari e sgommò via verso i box, seguita subito dopo dalla Centenario, tra le urla del pubblico e il panico di Wheldrim.

La gente gridò e si scostò mentre Irina guidava verso l'officina della Torec, per poter bloccare Selena e il suo tentativo di fuga. L'intero circuito sembrava essere caduto dello scompiglio generale, con la gente che si muoveva a destra e a sinistra, e Wheldrim che continuava a non capire esattamente cosa stesse accadendo. Vide meccanici affacciarsi dalle officine, giornalisti correre da ogni parte, telecamere, piloti confusi.

Ci volle un attimo, perché Irina vide il box della Torec.

Completamente vuoto.

Irina inchiodò la Ferrari davanti all'ingresso, scese superando un paio di giornalisti che non sembravano vedere l'ora di poterle chiedere qualcosa, e si guardò intorno, spaesata.

L'officina era vuota, a parte le casse con i ricambi, gli attrezzi, e i monitor che trasmettevano le ultime immagini delle gare.

Non c'erano auto e non c'erano persone.

Come avevano fatto ad andarsene così in fretta?

Come...

Boris Goryalef non aveva partecipato alla finale. Doveva essere stato lui a tenere tutto pronto nel caso le cose non fossero andate come dovevano.

Imprecò, mentre sentiva alle sue spalle Dimitri allontanare a male parole i giornalisti, i fari della Centenario che puntavano sulla parete del box.

Poi, Irina intravide una chioma bionda vicino alla porta sul retro, seminascosta un armadio vuoto e lasciato mezzo aperto, forse vicino alla saletta riunioni.

Nina Krarakova era stata legata ai piedi dell'armadio, un fazzoletto sulla bocca per farla stare zitta e gli occhi verdi infuocati di rabbia. Si dimenava come una biscia, nel tentativo di liberarsi, e Irina le strappò la stoffa dal viso.

<< Figlia di puttana >> ringhiò la russa, << Giuro che se le metto le mani addosso le strappo tutti i tatuaggi che ha sulla pelle >>.

Irina si abbassò, cercando di avvicinarsi senza farsi colpire da piede di Nina, che non la finiva di muoversi.

<< Dove è andata? >> domandò solo, mentre afferrava un paio di forbici per tagliare il nastro adesivo che la teneva incollata alle gambe dell'armadio.

<< Non ne ho idea >> ringhiò Nina, ma sembrò calmarsi quando finalmente Irina riuscì a liberarle le mani, << Non sembravano pronti ad andarsene, fino a pochissimi minuti fa... >>.

<< Boris Goryalef era qui? >> chiese Irina.

<< No, è rimasto in hotel con la scusa di stare male >> rispose Nina, irritata per essersi fatta trovare di nuovo legata e indifesa, << L'avevano preparata... >>.

Un rombo sordo, come lo scoppio di una mezza bomba, le fece sussultare, e le grida della gente arrivarono fino dentro il box. Irina si voltò di scatto mentre vedeva Dimitri osservare qualcosa all'orizzonte...

Raggiunse l'esterno dei box, e una enorme ombra nera passò davanti a lei con un ruggito profondo e spaventoso, mentre lo spostamento d'aria la faceva barcollare.

La Lamborghini Reventon sfrecciò verso l'uscita del circuito, rischiando di falciare meccanici, giornalisti e famiglie, mentre la sicurezza gridava cercando di far spostare la gente. Nel giro di qualche secondo, l'auto sparì tra le corsie, ma le grida non diminuirono.

<< Per favore, mantenete la calma! >> stava gridando Wheldrim, << Non sappiamo esattamente cosa sta succedendo, ma non uscite dai box se potete... >>.

Dov'era McDonall adesso?

Irina fissò il punto in cui la Reventon era sparita, poi spostò lo sguardo su Dimitri. Il suo cervello si mise in moto all'improvviso, mettendo uno dietro l'altro gli eventi.

<< Sta tornando a Los Angeles >> disse a voce bassa, << Sta tornando a Los Angeles... >>.

Eliminerò l'ultima cosa che rimane di tutte le persone che hai amato...

Afferrò il braccio di Dimitri, e vide nei suoi occhi grigi passare un lampo di comprensione.

Che cosa rimaneva di William e Xander?

I loro figli.

Per un attimo, Irina si sentì impossesare dal panico.

Los Angeles era piena di bambini: Sean, Tommy, Yana, Luke... Erano tutti lì, in quel momento.

Selena non poteva voler fare male a uno di loro...

Quanto pazza poteva essere, per avere in mente una cosa del genere?

Poteva essere a rischio anche Diego, suo stesso figlio?

Sentì la mano di Dimitri afferrarla per la spalla, come a volerla sorreggere. Non era in grado di comprendere una cosa del genere; non era in grado di accettare che qualcuno potesse fare del male a dei bambini...

Fissò Dimitri, in silenzio, sapendo che stava pensando la stessa cosa.

Annuì.

<< Andiamo all'aeroporto >> disse, << Adesso >>.

Irina si riscosse. Potevano seguirli, potevano fare in modo di mettere al sicuro tutti prima che Selena mettesse piede a Los Angeles... Potevano provare anche a prenderla prima.

Dimitri tirò fuori il cellulare, e Irina seguì i suoi momenti con gli occhi. Non era da sola, almeno.

<< Avete trenta secondi per trovarvi all'ingresso del circuito con le auto più potenti che abbiamo >> disse il russo, << Lasciate tutto a Fadi, non mi importa >>.

Dimitri chiuse la chiamata e la guardò di nuovo.

<< Andiamo >>.

Però Irina non si mosse; guardò verso Nina Krarakova, che li fissava infastidita e si stava slegando i piedi, i capelli scarmigliati e le labbra corrucciate.

Aveva fatto una promessa, a quella donna, e forse non poteva abbandonarla lì, non dopo il casino che era successo. Per quanto la detestasse, per quanto poco aiuto in realtà le avesse dato, le aveva dato la sua parola, la parola di Fenice.

Rivolse un'occhiata a Dimitri e lui annuì. Guardò la bionda e le fece un cenno con il capo.

<< Vuoi ancora venire a Los Angeles? >>.

Nina si alzò e si spolverò i pantaloni.

<< Sì >> rispose.

Dimitri stava per dire qualcosa, ma Irina lo precedette.

<< Allora sali in auto. Con me >>.

L'ultima cosa al mondo che Irina voleva poter desiderare di fare era condividere il proprio spazio con Nina Krarakova, ma lei aveva promesso e lei si sarebbe accollata il fardello della sua presenza. In più, Dimitri sarebbe stato libero di contattare Vilena a Los Angeles senza essere ascoltato e mettere al sicuro tutti. Nina poteva essere loro alleata, ma non si fidava al cento per cento di lei.

Sia Dimitri sia Nina sembrarono sorpresi, ma la russa non ribatté nulla e raggiunse il lato passeggero della LaFerrari. Non sembrava gioire della situazione, ma aveva capito di non avere scelta.

<< Andiamo >>.

Irina si sedette al posto di guida, allacciò la cintura e gettò un'occhiata a Nina.

<< Chi l'avrebbe detto che... >> iniziò la russa, schifata.

<< Sta zitta, Nina >> la interruppe Irina, << Se ho imparato una cosa, è che la vita ti mette di fronte a delle cose che a volte non immagini nemmeno. Tieniti, per favore >>.

Irina affondò il piede sull'acceleratore e schizzò via dal box della Torec, zigzagando tra la gente. Nel circuito regnava il caos, perché era evidente a tutti che ci fosse qualcosa che non andava, e la gente si muoveva concitata da una parte all'altra. La sicurezza non sembrava ancora coordinata su cosa doveva fare, e Irina ne approfittò per raggiungere l'uscita del Nurburgring.

Dov'era McDonall?

La Huracan arancione con a bordo Emilian e Ivan li aspettava ferma a bordo strada, ma Irina la superò e imboccò la corsia che portava all'uscita. Dietro di lei il ringhio della Centenario, i fari a punta che le rimanevano incollati al posteriore.

I cancelli di ingresso erano stati sfondati, e di loro non rimanevano che due pezzi di ferro accartocciati e penzolanti; quattro poliziotti presidiavano l'uscita, le pistole alla cintura e le espressioni arcigne. A pochissimi metri da loro, Howard McDonall era fermo in piedi, il cellulare in mano e l'espressione preoccupata. Che fosse in vacanza o meno, la situazione gli era sfuggita di mano.

I poliziotti puntarono le pistole verso di lei, intimando l'Alt, mentre si avvicinava veloce. Non l'avrebbero fatta passare, lo capì dalla posizione in cui si piazzarono, e per un'istante pensò di non fermarsi.

Ma erano tedeschi, e non si sarebbero spostati.

Con uno stridio acuto, Irina fece inchiodare la LaFerrari tra le imprecazioni di Nina, facendo sbiancare gli agenti. Abbassò il finestrino e fece un cenno a McDonall.

Era infuriata. Doveva passare e sarebbe passata, anche a costo di investire qualcuno.

<< Se nelle prossime ore qualcuno morirà, sarà solo colpa sua >> ringhiò Irina, gelida. << Faccia spostare quegli agenti, perché preferisco avere la coscienza quattro di loro che la vita di un bambino >>.

Per un attimo, McDonall sembrò non sapere cosa dire. Irina sostenne il suo sguardo per qualche secondo, in un silenzio rotto solo dal rumore del motore della Ferrari.

<< Passerò in qualunque caso >> aggiunse.

McDonall fece un cenno ai quattro poliziotti, che abbassarono le armi e lasciarono libera l'uscita.

Irina non ringraziò; spinse l'acceleratore fino a fine corsa e lanciò la Ferrari lungo la strada, diretta verso Francoforte e il suo aeroporto. Qualcosa le disse che forse l'F.B.I. l'avrebbe lasciata in pace, questa volta, ma non la polizia tedesca.

<< Non sei mai salita in auto con me, vero? >> domandò Irina rivolta alla russa al suo fianco, mentre infilava il casello a tutta velocità rischiando di strappare via la barra a righe bianche e rosse.

Nina non si mosse.

<< No >> rispose solo.

C'era un velo di tensione nella sua voce.

<< Allora adesso ti rinfrescherò la memoria su come sono riuscita a vincere la Mosca-Cherepova >> ribatté Irina.

Era infuriata, e se ne rese conto quando si piazzò sulla corsia di sorpasso più esterna della carreggiata e il tachimetro iniziava a impazzire. Le grosse auto scure che si credevano veloci e potenti furono costrette a farsi da parte, di fronte al proiettile nero che faceva da capo fila alle due auto che la seguivano, la Centenario e la Huracan.

Selena doveva avere qualche minuto di vantaggio, non poteva essere poi così lontana, quindi poteva sperare di recuperarla...

Molto probabilmente nessuna auto si era mai spinta oltre i trecento chilometri orari, su quell'autostrada, ma Irina li superò in un attimo, la Ferrari che correva disperata in direzione di Francoforte.

Poi, una volante della polizia si stagliò lenta di fronte a lei, i lampeggianti ancora spenti.

Irina la superò, e per un attimo credette che lo spostamento d'aria l'avrebbe fatta volare via dalla carreggiata. I due sbirri a bordo forse non capirono nemmeno cosa li avesse appena superati.

Dimitri le fece un colpo di fari, segno che poteva continuare a tenere il ritmo. Nina non fiatava, e non capì se fosse semplicemente terrorizzata o le venisse da vomitare...

Dal Nurburgring c'erano circa ottanta chilometri, che Irina percorse a una velocità folle, fregandosene di qualsiasi pericolo, fregandosene dei segnali, della polizia, di Nina Krarakova seduta di fianco a lei.

Selena stava scappano e forse voleva fare del male a qualcuno.

All'orizzonte, l'Aeroporto di Francoforte si stagliò nitido e bianco, un aereo in fase di decollo che si alzava lentamente verso il cielo.... Qualcosa le disse che la sopra c'era Selena, anche se sperava non fosse così. Imboccò l'uscita della superstrada che l'avrebbe portata ai parcheggi, e gettò un'occhiata nello specchietto. Dimitri la seguiva a ruota, dietro di lui la Huracan arancione che brillava nella luce del tramonto.

Non sapeva esattamente dove si trovava l'Antonov dei Goryalef, così si spostò di lato e lasciò passare la Centenario, che con un guizzo la superò e fece strada. Iniziava a fare buio, e l'unica cosa che Irina vedeva in mezzo alla pista erano i pallet con le merci da caricare sugli aerei.

<< Chi diavolo è veramente questa donna, Fenice? >> domandò all'improvviso Nina, tenendosi alla portiera della Ferrari, << Cosa c'era lei con tutto questo casino? >>.

Irina fece una smorfia, mentre superava il cancello di accesso all'aerea degli aerei cargo e vedeva la Huracan baluginare dietro di lei.

<< E' la sorellastra di William Challagher, ha avuto un figlio da Alexander Went e vuole distruggere la mia vita perché è una psicopatica >> rispose Irina tra i denti, << Ti basta? >>.

Per la prima volta nella sua esistenza, Irina riuscì a zittire Nina Krarakova, perché tornò a fissare la strada senza aggiungere nulla.

L'Antonov era fermo al centro della pista, i motori già accesi e la carlinga aperta. La Centenario si infilò dentro con un tonfo, risalendo la rampa come un felino, e Irina fece altrettanto. Con un sussulto e un rumore metallico, la LaFerrari si arrampicò sopra, le ruote che pattinavano sul pavimento liscio. In una manciata di secondi, la Huracan si fermò dietro di lei e il portellone iniziò a chiudersi, mentre l'aereo entrava in fase di decollo. Irina si fiondò fuori dall'auto, afferrò le cinghie di sicurezza e agganciò la Ferrari al pavimento del velivolo.

L'Antonov sussultò, e l'aereo iniziò a correre veloce lungo la pista; prima che Irina avesse modo di pensare a qualcosa, sentì le mani di Dimitri afferrarla e metterla seduta, appena in tempo prima che l'aereo si inclinasse.

Con una spinta dei motori, l'Antonov si levò in volo.

Un secondo dopo, Irina capì che ora poteva solo aspettare... E non voleva farlo.

Dov'era Selena in quel momento?

Sarebbe andata più veloce? Sarebbe arrivata per prima a Los Angeles?

Voleva davvero raggiungere Sean e ucciderlo, o era tutto nella sua testa?

Quando l'aereo finalmente si stabilizzò tornando in piano, e le luci rosse nella carlinga si spensero, Irina si voltò verso Dimitri. Il russo era freddo, controllato, tutto il contrario di lei in quel momento.

<< Yana? >> gli domandò solo.

<< Sarà al sicuro >> rispose Dimitri, << Ho parlato con Iosif: si nasconderanno in un luogo sicuro >>.

Non era certa di poter tirare un sospiro di sollievo; la sua mente stava correndo troppo in quel frangente. Correva tutti quelli che erano a Los Angeles, a quello che poteva accadere o a quello che non doveva assolutamente succedere.

<< Credi che voglia davvero fare del male a Sean? >> domandò a voce bassa, mentre sentiva muoversi intorno a lei Nina, Emilian e Ivan, stranamente silenziosi.

Dimitri si prese un'istante per guardarla negli occhi, con quelle iridi grigie fredde ed estremamente lucide, ma profonde e piene di rispetto: Irina ci vide tutta la sua sincerità, tutta la sua capacità di comprendere.

<< Non lo so cosa sia in grado di fare quella pazza, Fenice >> rispose, << Ma so quello che possiamo fare noi >>.

Irina abbassò lo sguardo. Forse Selena era davvero così fuori di testa da pensare di uccidere un bambino solo perché era il figlio di Challagher.

<< Ho bisogno di fare delle telefonate >> disse all'improvviso, mentre l'immobilità iniziava a renderla nervosa.

Dimitri annuì e le porse il suo cellulare.

<< Fa' quel che devi >> disse solo, e si alzò, sparendo nella cabina di pilotaggio con Ivan ed Emilian.

Nina rimase a fissarla, gli occhi azzurri due punti luminosi nel buio della carlinga. Era strano vederla così scapigliata, trasandata, anche se i suoi tratti erano sempre perfetti e il suo sguardo fin troppo sicuro. Per un attimo Irina si pentì di averla portata con loro, ma era il prezzo da pagare per le promesse fatte alla leggera.

<< Ci raggiungeranno? >> domandò all'improvviso la russa, mentre l'aereo sobbalzava appena.

<< Chi? >>.

<< Quelli della Fenix >> rispose Nina, e nei suoi occhi azzurri passò una luce strana, quasi di speranza.

Irina la guardò senza capire.

<< Da quando ti preoccupi per qualcuno che non sia te stessa? >> ribatté seccamente.

Nina arricciò il labbro, distolse lo sguardo per un'istante e poi scosse la testa. La sicurezza sparì dai suoi occhi e lasciò il posto al fastidio.

<< Se ti interessa saperlo, chiamali >> aggiunse Irina, rendendosi conto che la russa era davvero preoccupata.

<< Non posso >> ribatté lei, abbassando lo sguardo sul pavimento.

<< Perché? >>.

<< Perché la persona con cui voglio parlare è muta e sorda >> rispose seccamente Nina.

Irina strabuzzò gli occhi. Si riferiva a Gert?

Nina Krarakova era preoccupata per Gert Carlsson?

In una situazione diversa, Irina sarebbe scoppiata a ridere. Sì, il mondo era strano, e di fronte alla sua occhiata Nina fece un sorrisetto.

<< E' la seconda persona al mondo, dopo Dimitri Goryalef, a guardarmi in faccia quando parlo >> disse, << E molto probabilmente la prima e l'unica ad ascoltarmi davvero >>.

Irina rimase a guardarla per qualche secondo, in silenzio. Gert non avrebbe mai potuto ascoltare la sua voce, ma forse sapeva entrare in contatto con Nina in un modo diverso da tutti gli altri; non si poteva spiegare in altro modo quello strano affetto provato dalla russa. Sperava solo non la stesse prendendo in giro, perché a quel punto romperle di nuovo il naso sarebbe stato il minimo.

<< Staranno bene >> disse solo, stringendo il cellulare, << Magari ci raggiungeranno con un aereo di Fadi >>.

A quel punto, Irina si alzò e si appartò in un angolo della carlinga.

Di quella situazione, non aveva nulla sotto controllo; non era nemmeno certa al cento per cento che Selena fosse diretta a Los Angeles. Doveva riuscire a poter prevedere almeno qualcosa, e per farlo avrebbe dovuto prendere contatto con i bersagli principali di quel casino e fare in modo di averli in un posto sicuro ma soprattutto noto solo a lei.

Doveva essere rapida e precisa, anche se il cellulare nella sua mano sembrava quasi un macigno.

La prima che decise di chiamare fu Jenny. L'amica rispose solo dopo molti squilli, e per un momento Irina sentì il cuore andarle in gola.

<< Pronto? >>.

<< Jenny? Sono Irina >>.

La voce le tremò impercettibilmente; Jenny sembrò trattenere il fiato, dall'altra parte della linea, e Irina si chiese se stesse bene, se Luke era cresciuto, se Jess... Però non aveva tempo.

<< Irina? Dove sei? Stai bene? Hai bisogno di qualcosa? >> domandò allarmata l'amica.

<< No, sto bene Jenny. Ascoltami attentamente: prendi Luke e Jess e andate via per qualche giorno da casa. In qualche posto dove non siete mai stati, in cui non vi conosce nessuno... Un posto sicuro >>.

Sentì l'amica tacere per una frazione di secondi, e Irina capì che le sembrava di essere tornata indietro nel tempo, quando Irina lavorava per Challagher e la sua vita era solo segreti e notti brave.

<< Che cosa sta succedendo? >> domandò alla fine, cercando di mascherare la paura che traspariva comunque dalla sua voce.

<< Ancora niente >> rispose Irina, sperando che le credesse, << Ma vi voglio al sicuro, in ogni caso. Andrà tutto bene, è solo una precauzione >>.

Sentì Jenny dall'altra parte della linea singhiozzare.

<< Ok >> mormorò alla fine, << Ti prego, tu stai attenta >>.

<< Come sempre. Fate in fretta >> la sollecitò Irina, << Per qualunque cosa, chiamami >>.

Chiuse la telefonata, la mano che le tremava. Il suo mondo era entrato prepotentemente nella vita degli altri, e non era così che doveva andare.

Fu la volta di suo padre, e per un momento esitò; dove si trovava ora? Era in grado di formulare pensieri coerenti, o era sotto l'effetto dell'alcool? Era quello che aveva lasciato, oppure si era trattato solo di uno scivolone temporaneo?

Non era certa di volerlo scoprire, ma non poteva aspettare. Compose il numero e attese che dall'altra parte del telefono l'uomo rispose, la linea disturbata e gracchiante.

<< Pronto? >>.

<< Papà? Sono Irina >>.

<< Irina? Dove sei? Stai bene? >>.

Era lucido, questo Irina riusciva a sentirlo; l'aveva visto fin troppe volte ubriaco, per non accorgersene. La sua voce si era immediatamente accesa di preoccupazione, anche se sembrava triste. O forse era solo la linea poco chiara.

<< Sto bene >> rispose lei, << Tu? >>.

<< Bene... Sono qui da Dominic per dargli una mano a dare il bianco alla camera del bambino... >> rispose lentamente.

Bene, forse suo padre nel frattempo si era ripreso; la presenza di Tommy al suo fianco doveva averlo aiutato a riprendere la strada giusta. Aveva fatto bene a mandarlo da lui.

<< Andate via per qualche giorno >> gli disse Irina, senza chiedere altro, << In un posto tranquillo... Dove nessuno possa immaginare che vi troviate >>.

<< Che sta succedendo? >>.

<< Nulla, è solo una precauzione >>. Irina deglutì, << Fa' come ti chiedo papà, fidati >>.

<< Va bene >> acconsentì suo padre, anche se sembrava dubbioso. Non fece altre domande, perché aveva imparato che quando Irina parlava non come se stessa ma come Fenice era meglio non indagare.

Chiuse per la seconda volta la telefonata, e fissò il finestrino dell'aereo, le città che scorrevano luminose a migliaia di metri sotto di loro. Sarebbe stato sufficiente farli scappare, farli nascondere?

Compose l'ultimo numero di telefono, a memoria, perché viste le circostanze le era rimasto impresso nel cervello.

Molto probabilmente, in quel momento Vera Gonzalez e Sean Challagher erano le due persone più in pericolo di tutte. Se Selena riferiva a qualcuno, parlando di chi era rimasto, potevano essere solo loro: una degli ultimi membri della Black List e il figlio dello Scorpione.

Forse non li aveva uccisi all'inizio proprio per farlo alla fine, per darle il colpo di grazia quando tutto ormai sembrava finito. Ora Irina capiva la sua strategia, fatta di giochetti nell'ombra, di attacchi alle spalle, di inganni, di bassezze. Aveva mosso tutte le sue pedine per mettere in scacco lei, non il Re.

Il telefono squillò a vuoto per cinque minuti, mentre Irina aspettava che Vera rispondesse, tenendosi stretta a una delle maniglie sulle pareti della carlinga. L'aereo si muoveva veloce nella notte, incredibilmente silenzioso.

Nessuno rispose, così Irina fu costretta a mettere giù, il cuore che le batteva all'impazzata nel petto e la sensazione di avere tutto fuori controllo che la faceva innervosire.

Era già successo qualcosa? Magari Selena aveva già mandato qualcuno a cercarli, magari erano stati presi molto prima della gara...

Si sedette in disparte, silenziosa, guardando il cellulare. Il suo corpo gridava insistentemente di darsi da fare, di muoversi, ma in realtà poteva fare ben poco. Dipendeva tutto dalla velocità di quell'aereo e di quello di Selena Velasquez.

Provò a chiamare Vera altre quattro volte, mentre i minuti scorrevano lenti e l'Antonov vibrava nella notte, lasciandosi dietro la Germania e poi l'Europa.

Non doveva andare così; a quell'ora doveva essere chiusa in prigione, con le manette alle mani, o morta, non dentro un aereo a cercare di prendere per l'ennesima volta Selena Velasquez. Avrebbe preferito essere rinchiusa in una cella di massima sicurezza, che lì ad aspettare con le mani in mano nascosta in un angolo dell'aereo.

<< Cazzo! >> ringhiò, mettendosi le mani nei capelli e scivolando lentamente a terra, la schiena appoggiata alla carlinga gelida.

Dov'era Sean? Perché Vera non rispondeva? Erano ancora vivi o no?

<< Cosa c'è? >>.

La voce bassa di Dimitri la costrinse ad alzare lo sguardo; incombeva su di lei imponente e imperscrutabile, e Irina si sentì stupida e piccola.

<< Vera non risponde >> rispose spaventata, << Non risponde... Selena cercherà Sean, ne sono sicura >>.

Il panico sembrò volerla soffocare, mentre immaginava quel povero bambino innocente in balia di quella pazza o peggio, morto. Non importava che fosse il figlio di un criminale, meritava la vita più di tutti loro messi insieme.

<< Chiama la tua Black List >> disse Dimitri, porgendole la mano.

Irina si ritrovò a guardarlo con gli occhi spalancati.

La tua Black List, l'aveva chiamata.

Non di Challagher, non del Mastino... La sua, di Fenice.

<< E se... >> iniziò, fissando la mano del russo, ancora aperta verso di lei.

<< Qualcuno risponderà >> la interruppe Dimitri.

Irina strinse la mano del Mastino e si mise in piedi, mentre si rendeva conto che persino lui la considerava la numero uno. Lo guardò e non disse niente, stringendo il cellulare in mano.

<< Che tu sia la prima o l'ultima, quando chiederai aiuto ti verrà dato >> disse il russo.

Irina annuì, e comprese che in quelle parole c'era tanto, tantissimo. Compose il numero che aveva in mente e si mise in attesa.

Una voce maschile, leggermente assonnata, rispose dall'altra parte della linea.

<< Pronto? >>.

Brendan Hall.

<< Giaguaro? Sono Fenice >>.

Brendan sembrò trattenere il fiato per la sorpresa.

<< E' bello risentirti... >> disse lentamente il ragazzo, come se avesse già capito che se Fenice chiamava, chiamava per qualcosa di importante, << Hai bisogno di qualcosa? >>.

<< Trova Vera Gonzalez >> gli ordinò Irina, << Trovala e fa' in modo che sia al sicuro, in un posto in cui nessuno possa trovarla >>.

<< Perché? >>.

<< Perché sto tornando >> rispose Irina, << Sto tornando per dare la caccia alla mia nemesi, e la mia nemesi vuole uccidere il figlio di William Challagher >>.

Dall'altra parte della linea, Brendan rimase in silenzio per qualche istante.

<< Ok, Fenice >> disse solo. << Sarà fatto. Avverto gli altri >>.

<< Grazie >>.

Chiuse la telefonata e spostò lo sguardo Dimitri; il russo continuava a rimanere calmo, silenzioso, quasi in meditazione. Nella carlinga buia sembrava ancora più minaccioso e letale.

<< Ucciderò Boris Goryalef >> disse alla fine, e sembrò una promessa, una profezia. La sua voce di ghiaccio scavò colpì Irina in pieno petto, facendole percepire tutta la sua rabbia.

<< E' lui che ha aiutato Selena con la Torec >> disse lentamente Irina, << Ha rilevato l'azienda sotto falso nome e l'ha messa al servizio di quella pazza... >>.

Tutto quello che era successo in Russia, a Los Angeles e a Caracas era collegato; Irina non conosceva per filo e per segno le vicende di Mosca, ma capiva che Boris aveva lavorato in modo da soffiare il posto di Lince al nipote.

<< Questa è la dimostrazione che nemmeno i legami di sangue sono così forti, Fenice >> ribatté il russo, << Non di fronte al denaro >>.

Irina sospirò. Non poteva dire non detestare Boris, di non pensare che meritasse tutto il peggio per la vita poteva dargli, ma non era sicura invece che Dimitri dovesse dannare la sua anima per l'ennesima volta togliendo la vita a quel traditore. Era pur sempre suo zio, il fratello di suo padre... Voleva davvero ucciderlo, o si sentiva in dovere di farlo?

<< Se non vuoi, non sei obbligato a farlo... >> iniziò Irina.

Dimitri le rivolse un'occhiata, e lei smise di parlare. La luce che gli brillava negli occhi era la stessa che aveva visto quando aveva dichiarato di voler uccidere Vladimir Buinov.

<< Non voglio? >> ribatté, << Certo che lo voglio, non me ne frega un cazzo di quanto la mia anima sia perduta >>.

In quel momento, Irina si sentì sprofondare: Dimitri Goryalef si credeva già perduto. Non lo meritava.

<< Fa' quel che devi >> gli disse solo, esattamente come lui aveva detto a lei.

Rimasero immobili, l'uno di fianco all'altra, in attesa, mentre il tempo scorreva lentissimo. L'Antonov si muoveva nell'aria veloce, inseguitore o inseguito, e Irina non sapeva fare altro se non pensare a dove si trovasse Sean.

Brendan aveva trovato Vera? Jenny era andata via e si era messa al sicuro? Suo padre aveva fatto quello che gli aveva chiesto?

Il tempo sembrò dilatarsi, mentre si sedeva sulla fila di sedili lungo la fiancata dell'Antonov, in un silenzio rotto solo dal rumore dei motori e dal cigolio delle cinghie che tenevano ferme le auto. Nina era seduta di fronte a lei, immobile, stranamente muta, ma per nulla spaventata; Dimitri era in piedi vicino al finestrino, distaccato e ombroso.

Irina puntò gli occhi sulla LaFerrari nera, immobile, spenta, silenziosa. Sembrava in spasmodica attesa come lei, arrabbiata, infuriata come la sua proprietaria.

Nel silenzio, il cellulare di Irina all'improvviso, facendola sussultare. Gli occhi di Nina si puntarono su di lei. Howard McDonall.

Per un attimo, pensò di non rispondere. Non gli doveva niente, e meno che mai voleva qualcosa da lui.

Però non era stupida; poteva sfruttare la comunicazione a suo favore, e umiliare il Vicepresidente una volta per tutte.

<< Che cosa vuole? >> domandò senza nemmeno salutare.

<< Solo avvertirti che avrete la polizia addosso >> rispose McDonall, seccamente, << Sappiamo che siete dirette a Los Angeles >>.

"Dirette"... Quindi le aveva appena confermato che Selena volava in direzione della California.

<< Mi fa piacere >> ringhiò Irina, trattenendo un mezzo sorriso, << Ma sinceramente dovrete sguinzagliarmi dietro tutta l'F.B.I. al completo, per fermarmi. Sarò io a prendere quella puttana e a spaccarle la faccia, non di certo voi >>.

<< Perché sta tornando a Los Angeles? >> domandò McDonall, << Voleva te >>.

A Irina venne quasi da ridere. Forse il Vicepresidente, nonostante tutte le sue spie, i suoi mezzi, i suoi uomini, nonostante persino Chris Carter, non sapeva proprio tutto.

<< Perché William Challagher ha avuto un figlio dall'altra unica donna presente nella Black List >> rispose gelida, << E Selena sta andando lì per ucciderli entrambi >>.

Dall'altra parte della linea, McDonall rimase in silenzio.

<< E adesso non dica di volermi aiutare, perché il suo aiuto non lo voglio >> aggiunse Irina.

<< Non voglio aiutarti >> ribatté McDonall, << Ma lascia a noi Selena Velasquez. Consegnati e lascia che sia l'F.B.I. ad arrestarla... Hai avuto quello che volevi, in fondo, e in ogni caso finirai anche tu dietro le sbarre >>.

Irina arricciò il naso.

<< Selena Velasquez è mia. L'unica che ha il diritto di catturarla sono io >>.

Chiuse il telefono in faccia a McDonall e imprecò.

Alla fine, in preda al nervosismo, aprì la portiera della LaFerrari e si sedette al posto di guida, in silenzio. A farle compagnia c'era solo lo scorrere del tempo e il battito del suo cuore, forte, imperioso.

Non aveva mai affrontato nulla del genere; mai la vita di qualcuno era dipesa così tanto da lei. Mai si era sentita così impotente e inutile.

Se mai qualcun altro fosse morto, non se lo sarebbe perdonato.

Dimitri sparì di nuovo nella cabina di guida, e Irina rimase al buio, chiusa dentro l'abitacolo della Ferrari, Nina Krarakova che sembrava una statua di cera nel buio.

Inspirò ed espirò a fondo, cercando di mantenere il controllo del corpo ma soprattutto della testa. Doveva rimanere lucida, doveva mantenere la calma, se voleva essere pronta ad affrontare qualsiasi cosa le si fosse parata davanti...

Inseguivano la notte, o il giorno, non lo capiva più. Il tempo si dilatava e lei sembrava riuscire a percepire ogni cosa, persino il vento che spirava sopra le ali dell'Antonov. Se l'attesa poteva uccidere, avrebbe ucciso come un veleno dolce e delicato.

Poi, a un certo punto l'aereo sembrò abbassarsi e il tempo tornò a scorrere a velocità normale.

Uscì dalla LaFerrari e si avvicinò a finestrino.

Era buio, ma la pista d'atterraggio era illuminata a giorno, e l'Antonov perse quota velocemente; Dimitri uscì dalla cabina di pilotaggio e raggiunse un armadio nella carlinga del velivolo. Lo aprì e tirò fuori un paio di fucili e mezza dozzina di pistole.

Con estrema freddezza, Dimitri distribuì le armi ai suoi cugini, e tenne per se uno dei due fucili; a lei fece solo un cenno con il capo, e le passò due calibro 9 tenendole dalla parte dalla canna. Le rivolse un'occhiata come a dire "So che sai usarle, quindi usale bene". Irina le infilò in tasca e annuì.

<< Che vuoi fare? >> domandò il Mastino, mentre sia Ivan sia Emilian la guardavano, in attesa.

<< Prendere Selena Velasquez >> rispose Irina, << Ovunque sia diretta, con chiunque sia... Non arriverà a Sean, o a Yana. Non arriverà a nessuno. Avremo la polizia e l'F.B.I. addosso, ma io voglio solo lei >>.

Dimitri annuì.

<< Prendi la Huracan. Ivan viene con te >> ordinò a Emilian, << Una volta atterrati, dovremo raggiungere Los Angeles il più in fretta possibile... >>

Nina, improvvisamente riapparsa dopo un lungo silenzio, si avvicinò sinuosa e sicura.

<< Che devo fare? >> chiese.

Dimitri le rivolse un'occhiata infastidita. Sembrò voler dire qualcosa, ma Irina lo anticipò.

<< Tu ci guidi >> rispose Irina, << Ti basta un computer e qualche radio. Li abbiamo? >>.

Dimitri riaprì l'armadio e tirò fuori quattro ricetrasmittenti militari; ne porse una a Nina e le altre le diede a loro. La russa non apparve entusiasta, ma accettò senza ribattere.

L'aereo sussultò; stavano per atterrare. Presero posto sui sedili, allacciarono la cintura e attesero.

L'Antononv sussultò di nuovo, quando le ruote toccarono la pista e con un tonfo tornava definitivamente sulla terra; la decelerazione spinse Irina verso destra, facendole sfiorare la gamba di Dimitri. Le auto incatenate si mossero appena, come grossi felini che iniziavano a svegliarsi dopo il riposo notturno.

Poi, l'aereo si fermò definitivamente, e Irina scattò in piedi.

Era a Los Angeles.

Era a casa sua, la sua città, il luogo in cui era nata in ogni senso.

Il portellone dell'Antonov iniziò ad aprirsi lentamente sulla pista illuminata, e Irina si diresse verso la LaFerrari, le pistole alla cintura e gli occhi incollati alla strada. Avrebbe avuto pochissimo tempo per capire cosa fare, per seminare la polizia e trovare Selena. Doveva essere veloce, doveva...

Qualcosa la distrasse; lungo la pista, c'era fermo un tir nero, il motore ancora acceso come se si fosse appena piazzato lì. Non era della polizia, perché non aveva alcuna scritta sopra e nessun lampeggiante sul tetto.

Doveva trattarsi di Zlatan Lebedev... Forse l'ucraino aveva portato delle auto di scorta... Forse aveva la Ferrari FXX K che gli aveva chiesto...

La mano le rimase bloccata sulla portiera della LaFerrari, mentre cercava di capire perché improvvisamente aveva una strana sensazione addosso.

Si voltò verso Dimitri, immobile di fianco alla Centenario, e sul suo viso vide qualcosa che assomigliava a soddisfazione.

I fari del tir lampeggiarono, e quando la porta si aprì Irina trattenne il fiato.

A scendere era stato Max.

Un Max con i capelli più corti, il viso meno tondo, ma sempre lui.

Avrebbe voluto corrergli incontro, abbracciarlo, dirgli che era felice di vedere che stava bene, ma qualcosa la teneva incollata alla porta della Ferrari. Spostò di nuovo lo sguardo su Dimitri, che le fece cenno di scendere la rampa e avvicinarsi.

<< Mi dispiace, ma non abbiamo tempo per salutarci >> disse Max, anche se sul suo viso c'era un piccolo sorriso, << Sono contento di vedere che stai bene >>.

<< Come facevi a sapere che sarei stata qui? >> domandò Irina.

<< Ho solo risposto alla chiamata del numero uno della Black List >> rispose, e fece un cenno oltre le sue spalle.

Irina non si voltò; sapeva benissimo chi c'era dietro di lei, e che ora la guardava con gli occhi grigi divertiti e soddisfatti.

Dimitri Goryalef.

Max però non le diede tempo di pensare al fatto che il russo stava dimostrando di conoscerla fin troppo bene, perché la afferrò per un braccio e la portò davanti alle porte posteriori del tir, chiuse.

Un brivido scorse lungo la schiena di Irina, un brivido antico, caldo, adrenalinico. Qualcosa nel suo stomaco si chiuse, torcendole le viscere e facendole perdere un battito del cuore. Era fin troppo facile immaginare cosa potesse esserci la dentro...

La sentiva.

Aveva creduto di averla perduta per sempre, ma si era sbagliata.

Fenice.

Lei rinasceva sempre, ma rinasceva anche la sua compagna.

In fondo, erano nate insieme.

Max aprì le porte, e Irina la vide.

Il suo cuore si fermò, ma non bastò a bloccare la scarica di adrenalina che la percorse fino alla punta dei piedi.

Bianca, bianchissima, la Punto la guardò con i suoi fari a cuneo, spenti, la presa d'aria che brillava nella luce dei lampioni, il vetro scuro che rifletteva il suo viso. Immobile, con un ghigno sul muso, come a dire "Sono ancora qui. Anche io".

E con lei c'era tutta la Black List, perché sulla sua vernice bianca, in ordine sparso, non più vincolati a una classifica, a un numero, c'erano gli stessi nomi che Irina aveva fatto tatuare sulla F12.

Cavallo Pazzo, Toro, Dragone, Scorpione... C'erano tutti, uno per uno, con un loro piccolo spazio, avvolti dall'abbraccio della fenice nera disegnata sulla fiancata.

Era una delle poche rimaste.

Irina si sentì viva, viva come non lo era da tempo, viva come la sua auto rimessa a nuovo per l'ennesima volta. Si sentì come il primo giorno in cui la vide: entusiasta, incosciente, pronta.

Guardò Max, incredula, mentre il suo corpo rimaneva paralizzato.

<< E' davvero lei? >> chiese con un filo di voce.

Max sorrise.

<< In tutto e per tutto >> rispose, << Ho avuto i pezzi da un fornitore che conosce il Mastino >>.

Irina si lasciò scappare un sorrisetto, mentre con la coda dell'occhio guardava alle sue spalle.

Dimitri, sempre Dimitri.

Le aveva ridato tutto indietro. Ogni cosa, persino la sua auto.

Che cosa mai avrebbe potuto ridargli lei?

Si guardarono per un'istante, un'istante lungo come tutte le cose che avrebbe voluto dire, lungo come gli otto anni che avevano passato a guardarsi senza mai vedersi.

Il russo fece una smorfia.

<< Avanti Fenice, sali su quella scatoletta >> disse lui, << Non abbiamo tempo da perdere >>.

Irina le sentì prima di vederle: sirene della polizia. Le volanti, forse una mezza dozzina, si avvicinavano a tutta velocità lungo la pista d'atterraggio, .

No, non poteva perdere ulteriore tempo.

Lanciò le chiavi della LaFerrari a Emilian, affidando a lui la bestia che Dimitri aveva comprato e che l'aveva fatta vincere al Nurburgring, e strappò di mano quelle della Punto a Max.

<< Grazie >> disse solo, guardandolo negli occhi, << Non ti ringrazierò mai abbastanza, per tutto quello che hai fatto per me in questi anni >>.

Max scosse il capo.

<< Ci siamo sempre aiutati a vicenda, Irina >> disse.

Con un'ultima occhiata, Irina si infilò nel tir e con un po' di difficoltà riuscì a salire al posto di guida della Punto.

Per un attimo, perse quasi la cognizione di dove si trovasse.

Profumava tutto di nuovo, di quell'odore di plastica e gomma appena uscito dal concessionario, però era lei. Il suo sedile, non troppo basso, il pomello del cambio nero, il contagiri con la zona rossa, i sedili di tessuto nero, la plancia scura e le bocchette dell'aria satinate...

Accarezzò il volante e si sentì di nuovo completa.

Forse la LaFerrari le aveva permesso di vincere al Nurburgring, forse era più potente, forse era più veloce, ma era stata la Punto a farla diventare Fenice. Se c'era qualcosa che l'aveva portata fino a lì era solo la sua scatoletta bianca.

Poteva fare qualsiasi cosa adesso.

Infilò la chiave nel nottolino e la girò.

Con un ringhio secco, il motore della Punto si avviò senza incertezze, con quel rumore quasi dolce, non troppo profondo, un po' rauco. Irina respirò l'odore della benzina, assaporò quel suono così familiare e guardò la strada buia davanti a lei.

Le volanti correvano verso di loro senza rallentare.

Senderson le avrebbe sguinzagliato addosso tutto il suo Dipartimento, di questo ne era certa; ed era altrettanto certa che l'F.B.I. le sarebbe stata addosso, perché ovviamente McDonall ora era intenzionato a non fare di nuovo nessun errore.

Irina afferrò il cellulare e compose nuovamente il numero di Brendan Hall.

<< Hai trovato Vera e suo figlio? >> domandò solo, gli occhi incollati alle volanti sempre più vicine.

<< No >> rispose Brendan, << Ho raggiunto Moonpark due ore fa, ma non ho trovato nessuno >>.

Irina imprecò.

<< Sono scappati? Li hanno presi? >>.

<< Li stiamo cercando Fenice >> rispose Brendan, << Forse sono in città, la donna che abita di fianco a lei ha detto che sarebbe andata a cercare qualcuno a Los Angeles. Non ha detto chi >>.

Chi poteva cercare Vera a Los Angeles? Qualche vecchia conoscenza di cui si fidava? Non c'era più nessuno dei tempi di Challagher... Ma se era scappata significava solo che si era sentita in pericolo, che forse qualcuno era venuto a cercare di portarle via Sean... Sempre che fosse davvero scappata.

<< Trovatela. Fate qualsiasi cosa per trovarla >> ordinò Irina, << Sto arrivando. Sto per uscire dall'aeroporto >>.

Chiuse la telefonata nello stesso istante in cui vide la Huracan, la LaFerrari e la Centenario pararsi davanti al tir, come a volerla proteggere dalla polizia. Il fascio di luce dei fari della Punto disegnava due lame sull'asfalto, simili agli occhi di un felino che guardava da dentro una gabbia.

Forse si sentiva esattamente così, Irina.

Chiusa in un tir in mezzo alla pista di un aeroporto, nella città in cui era nata, arrabbiata, determinata, provocata.

<< Irina Dwight, scendi dall'auto, sei in arresto! >>.

Gli altoparlanti della polizia gridarono il suo nome, ma e per un attimo la parola "arresto" la divertì moltissimo. Era da un sacco di tempo che aspettava di sentirla, rivolta nei suoi confronti.

Strinse il volante e guardò il contagiri, ancora tranquillo.

Prese la ricetrasmittente e la sintonizzò sul canale comune.

Sapeva dove poteva essere diretta Vera Gonzalez.

C'era una sola persona su cui Vipera poteva fare affidamento, in quel frangente, anche se suonava strano e improbabile.

Poteva contare su Fenice. Perché Fenice era l'unica che sarebbe stata disposta a fare qualunque cosa per salvare il figlio di William Challagher.

<< Dimitri, devo raggiungere il centro della città >> disse lentamente, << Vera e Sean potrebbero essere a casa mia, quando stavo con mio padre >>.

<< Possiamo farti strada >> ribatté il Mastino.

<< Devo solo uscire dall'aeroporto >>.

Le volanti ormai erano a pochi metri di distanza da loro, con i lampeggianti che abbagliavano nella notte, e Irina le riconobbe come quelle della polizia di Los Angeles: i suoi ex colleghi erano venuti a prenderla.

Si sbagliavano.

Con uno stridore di gomme e un ruggito di motori, la Huracan, la LaFerrari e la Centenario schizarono in avanti come tre tori impazziti. Le volanti furono costrette a spostarsi di lato per non farsi centrare in pieno.

Irina ne approfittò e affondò il piede sull'acceleratore.

Fu come un deja-vu, perché Irina aveva sentito già mille volte quella sensazione di controllo, di potenza e agilità che avevano sempre accompagnato la sua guida. Quella Punto era la sua, ora ne era definitivamente convinta, perché reagiva sempre in quel modo sincero e inconfondibile.

La Punto saltò giù dal tir come se non vedesse l'ora di farlo, e Irina sfruttò il corridoi creato sulla pista dai russi. Superò le volanti e schizzò verso l'uscita dell'aeroporto, mentre vedeva nello specchietto retrovisore il tir di Max fare inversione e puntare verso i poliziotti...

In realtà alla guida c'era Nina Krarakova.

Irina si diresse verso i cancelli l'uscita, mentre un grosso Boeing si avviava lento e impacciato verso la pista di decollo, le piccole luci rosse che lampeggiavano delineandone la sagoma scura. Irina si ritrovò a correre fianco a fianco all'aereo di linea, mentre gli inservienti dell'aeroporto furono colti dal panico per la sua intrusione.

Alle sue spalle sembrò scatenarsi un inferno di sgommate e sirene, quando la polizia di mise al suo inseguimento e i pulmini che portavano i bagagli e i passeggeri si facevano da parte, la Huracan, la Centenario e la LaFerrari che gettavano scompiglio come bestie impazzite.

<< Fermate le auto! Fermate le auto immediatamente! >>.

Irina ignorò le richieste della polizia, così come fecero i russi.

Superò un enorme Antonov con una striscia verde sul fianco, e capì che si trattava di quello di Boris Goryalef, perché ferma davanti alla carlinga aperta c'era una inconfondibile Lamborghini Reventon nera. Ferma, immobile.

E una Nissan GTR grigia si allontanava a fari spenti nella notte, nel marasma di un aeroporto completamente nel panico.

Era facile prevedere cosa sta succedendo: Selena era con Felix sulla GTR, diretti alla ricerca di Vera, e Jorgen doveva essere alla guida della Reventon, con l'unico obiettivo di ostacolarli. O farli fuori.

Irina accelerò, la Punto che rispondeva come non mai ai comandi, e strinse i denti.

La Reventon si inserì nel gruppo di inseguitori speronando una volante e facendola finire fuori strada. La Huracan si spostò appena in tempo per non essere colpita dal suo muso e la Centenario intervenì infilandosi tra loro due.

Doveva raggiungere casa sua prima della GTR a qualsiasi costo.

Afferrò di nuovo il cellulare e chiamò Brendan.

<< Casa mia >> disse solo, prima di mettere giù, << Precedetemi lì. Chiedi a Spark, lui sa dove abitavo una volta >>.

Gettò il telefono sul sedile e guardò nello specchietto.

Alle sue spalle, Jorgen giocava ai birilli con le volanti della polizia.

Tutto quel casino la stava rallentando.

<< Dimitri >> iniziò, ma il russo sembrò capire cosa aveva in mente.

<< Stammi dietro, Fenice >> la interruppe, << Ti porto a casa >>.

C'era qualcosa che le mise i brividi, nel tono del Mastino, però Irina strinse il volante e guardò la Centenario superarla in volata.

Dall'aeroporto a casa sua c'erano circa venti chilometri, e un tratto di superstrada che a quell'ora non poteva essere trafficata. Anche mettendoci il meno possibile, ci avrebbe impiegato quindici minuti, senza contare che forse avrebbe dovuto compiere delle deviazioni per via della polizia, e che aveva Jorgen Velasquez alle calcagna...

Con un fragore assordante, la Centenario sfondò la barra d'uscita dell'aeroporto e Irina la seguì, incollandosi al suo paraurti posteriore, mentre la LaFerrari nera dietro di lei ostacolava la Reventon.

Il Mastino le tagliava l'aria.

Poteva sfruttare la velocità della Centenario per guadagnarne un po' di più, ed era questo che Dimitri aveva in mente.

C'era solo un problema, che si materializzò all'orizzonte proprio nel cielo nero sopra Los Angeles.

Un elicottero dell'F.B.I. si avvicinava a grande velocità, un enorme faro giallo che puntava proprio su di loro.

<< Andiamo >> disse solo Dimitri, << Rimanimi incollata >>.

Irina non se lo fece ripetere; si avvicinò quanto più possibile alla Centenario, mentre Dimitri accelerava, risucchiandola nel vortice della Lamgorghini. Nel giro di un paio si secondi, Irina si ritrovò a sfiorare i 230 chilometri orari, il vento che ululava sulla carrozzeria della Punto.

Per un attimo, fu come decollare. La Centenario era un proiettile grigio lungo la superstrada che portava a Los Angeles, e la Punto un fantasma bianco dietro di lei.

240

245

250

La Punto non si era mai spinta oltre il muro dei 250 chilometri orari, ma quando Irina vide la lancetta del tachimetro sfiorare i 260 capì che stava battendo ogni suo record.

Per un attimo, credette che gli specchietti saltassero via dalle portiere, o che sospensioni si sfondassero, ma non accadde nulla. La Punto continuò a viaggiare a quella velocità folle, forse animata dalla sua stessa rabbia, senza accennare a fermarsi.

L'elicottero continuava a seguirli, mentre alle loro spalle la Reventon sembrava perdere terreno, ostacolata dalla polizia e Emilian e Ivan.

<< Prendi il sottopasso >> disse Irina, rivolta al Mastino, << Dobbiamo confondere quelli dell'F.B.I. >>.

Dimitri non rispose, ma imboccò la corsia di decelerazione e al posto di dirigersi verso il centro cittadino, scese lungo la strada sotterranea che si diramava in diverse zone di Los Angeles. Si ritrovarono nel traffico della sera, ma Irina capì di essere nel suo elemento quando superò la Centenario e passò in testa, perfettamente a suo agio tra le strade di quella città.

Uscì sulla 5° strada, sbucando dal sottopasso gettando nel panico la gente che passeggiava sui marciapiedi, e svoltò a sinistra, superando il parcheggio multipiano in cui era stata inseguita da Erik Senderson.

Casa sua era ormai vicina...

Abbey Road era deserta, silenziosa, vuota e buia, quando Irina sbucò nel suo vecchio quartiere, povero e desolato, forse un po' meno di quanto non lo era stato in passato. Le luci delle case erano ancora accese, e qualcuno si affacciò per vedere cosa stava succedendo, mentre Irina sfrecciava veloce seguita dalla Centenario.

La Nissan GTR non sembrava esserci, da quelle parti.

Percorse ancora un centinaio di metri, fino a che non vide finalmente casa sua.

Prima vide l'Audi TT bianca sparire velocemente nella notte, a fari spenti, poi vide qualcos'altro.

C'era un'auto, ferma sul vialetto d'erba.

Un'auto che non era una Nissan GTR.

Era una Mercedes CLK argentata.

E Vera Gonzalez, i capelli ricci scompigliati sul viso, gli occhi scuri di rabbia e le braccia incrociate, in piedi di fronte alla sua macchina che l'aveva consacrata come Vipera.

Irina inchiodò, scese dall'auto e la guardò, mentre alle sue spalle sentiva il rombo di un motore che non era quello della Centenario.

<< Dov'è Sean? >> chiese solo, mentre Vera faceva lentamente il giro della Mercedes.

<< Con Brendan Hall >> rispose solamente, facendo un cenno verso l'Audi che era appena scomparsa, << Mi ha garantito che lo porterà al sicuro >>.

<< Perché non sei andata con lui? >> chiese Irina.

Vera mostrò le chiavi dell'auto, un leggero ghigno sul viso dalla pelle scura.

<< Chiunque voglia fare del male a mio figlio, dovrà prima passare sul mio cadavere >> ringhiò, << E io sono ancora una dei tuoi piloti, Fenice. Quella puttana pazza dovrà vedersela con due puttane pazze molto peggio di lei >>.

E un cenno del capo, indicò qualcosa alle spalle di Irina e Dimitri.

La Nissan GTR stava arrivando, e dietro di lei c'era un fila di auto.

Tutte le auto della Black List. 

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