Due asce come complici
Katie cercò arraffando nel cassetto in cerca di un coltello per avere un'esigua speranza di tenere a distanza quella cosa. Le lacrime iniziarono a calare sulle guance dai suoi occhi blu, mentre le mani troppo inesperte per tenere in mano un'arma erano prese da forti convulsioni. Quel bastardo le aveva rotto il telefono così che non potesse chiamare aiuto. Aveva pure chiuso tutti i numerosi lucchetti della porta che alla ragazza servivano per proteggersi dal mondo esterno. Già, era diventata così asociale che si era isolata da tutto e da tutti, in quella casa in mezzo al nulla. Voleva solo essere sola, e sarebbe stata tale fino alla fine. Era intrappolata nella sua stessa tana. Per riaprirli tutti ci sarebbe voluto fin troppo tempo, o almeno ce ne sarebbe stato per permettere a lui di raggiungerla. Gli occhi le si illuminarono di speranza quando il luccichio di una lama la accecò per il debole riflesso della luce al neon della lampadina appesa al soffitto della cucina e, senza esitare, afferrò il manico nero. Lui era già lì, forse ansioso di sapere come avrebbe cercato di respingerlo con solo quella patetica lametta. Quella cosa sporca di sangue secco e fango, con due lucenti lenti gialle rese opache dal continuo uso per nascondere la sua identità, mise la testa di lato. Aveva aspettato già abbastanza, voleva assaporare quel panico incontrollabile che faceva sembrare le persone pazze come lui. Era l'unica cosa che lo legava agli umani. Perché lui, ormai, non lo era più.
- NON TI AVVICINARE!-, urlò a pieni polmoni lei, cercando di tenere il coltello fermo mentre ballava nelle proprie mani. Ma lui rimaneva lì, con la maschera simile ad un sorriso perenne, lasciando trasparire le gote rosse in contrasto con la pelle bianco latte. Le due lame luccicanti e ballonzolanti dai suoi fianchi le davano l'impressione che volessero tagliare della carne, che la bramavano.
Gli occhi le bruciavano a causa della luce diventata più potente subito dopo il risveglio improvviso che aveva avuto, ma non osava nemmeno strizzarli. Si limitava a slittarli da una parte all'altra dell'individuo di fronte a lei, cercando di individuare un suo possibile punto debole dove colpire. Ma aveva tralasciato un particolare essenziale: quella cosa aveva molta esperienza. Si era ritrovato milioni di volte in quella situazione e non sarebbe cambiato niente. Gli umani erano così prevedibili...
Il coraggio causato dal panico la fece saettare in avanti per provocare almeno una ferita che lo avrebbe rallentato, inconsapevole di star andando incontro a quello che voleva evitare. La lama trapassò la carne, facendole trattenere il respiro per paura di quello che sarebbe successo dopo. Lui, però, non si mosse neppure con un'arma infilata nello stomaco. Il cuore le si fermò, facendole alzare lo sguardo verso l'assassino. Le sporche lenti gialle stavano riflettendo debolmente il proprio viso rigato di lacrime, mentre lei cominciava a tremare violentemente.
- Come....?-.
Lentamente, il ragazzo estrasse il coltello con ancora la mano della donna attaccata al manico, facendo colare il liquido caldo sui vestiti già macchiati da questo. Senza proferir parola, asciugò il sangue della lama sulla guancia della ragazza, gentile come una carezza.
La dolce carezza della morte.
Sul suo viso apatico si dipinse finalmente un'emozione: pura follia. Quegli occhi dal colore indefinibile le parlavano. Dicevano "finalmente", mentre la mano guantata afferrava con desiderio la letale amica al suo fianco.
- Il colore del sangue risalta i tuoi occhi, sai?-, e prima che potesse avere il tempo di chiedere il perdono a un Dio inesistente, l'ascia si abbatté sul suo cranio, macchiando piacevolmente il volto di Toby come una pioggia autunnale.
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