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Chapter 8.↯

'Forse serve un po' di tempo

Credo, spero, penso, sento

Voglio essere importante per te

e non per la gente'


20 luglio 2017

Claudio era stato male tutta la notte. Non era riuscito a chiudere occhio su quel divano troppo freddo, scomodo, e forse anche troppo grande. Si era sempre lamentato che quando erano in due su quel divano, stavano stretti, e finivano per punzecchiarsi su chi doveva stare disteso e chi invece seduto. Era un piccolo angolo tutto loro, perché dopo ogni litigio era lì che facevano l'amore, la grande camera da letto era troppo lontana, quando la passione aveva il sopravvento e non poteva fermarli nessuno. Più volte si erano detti che dovevano cambiarlo, che avevano bisogno di un divano matrimoniale, così da poterci stare comodamente in due. Adesso però, con un solo lenzuolo a coprirlo, Claudio sentiva freddo. Era una notte di estate e lui stava tremando. Si rigirò più volte fino a quando non rinunciò a dormire. Si alzò che erano le tre di notte, e silenziosamente andò in camera. Con coraggio aprì la porta e vide Mario dormire beatamente, con un braccio avvolto nel cuscino, e la coperta sulle gambe. Ricordò quando al posto di quel cuscino c'era il suo petto, quando era lui che stringeva la notte, e non gli importava delle temperature alte; Mario aveva sempre bisogno di un contatto fisico con l'altro. Claudio ricordò alle volte che litigavano, e andavano a dormire rivolgendosi le spalle a vicenda, poi nel buio della notte, i loro corpi si muovevano e il giorno dopo si ritrovano sempre l'uno su l'altro, stretti, abbracciati, uniti. Claudio avrebbe regalato dieci, anzi venti anni della sua vita al primo per strada per riavere indietro quei momenti. Si sedette sul pavimento, con le spalle alla porta e lo sguardo verso il suo uomo, e solamente in quella posizione scomoda, riuscì ad addormentarsi.

*

Il mattino seguente, si svegliò alle sette. Mario riposava ancora nella stessa posizione. Claudio si alzò da per terra con un torcicollo allucinante, e il braccio ancora rotto stamani faceva più male degli altri giorni. Silenziosamente andò in bagno, prese le medicine, si lavò, prese i primi vestiti che aveva trovato nell'armadio e prima di uscire dalla camera, si concesse altre cinque minuti per ammirare Mario, e dargli un leggero bacio sulla tempia. Andò in cucina con l'intento di preparare la colazione. Stese la tovaglia sul tavolo, dispose la frutta, preparò la premuta per Mario, mise sul fuoco la moka per il caffè, e per ultimo preparò l'impasto per pancake. Voleva che tutto fosse perfetto, voleva che Mario si alzasse e rimanesse contento della quantità di cibo presente. Quando tutto fu pronto, servì i pancake in due piatti e li cosparse con lo sciroppo d'acero, e con la nutella. Sorrise soddisfatto del risultato, e restò in attesa che l'altro si svegliasse.

Anche oggi era una giornata di pioggia a Verona. La pioggia era sempre stato qualcosa che legava Claudio al suo amore, qualcosa da ricordare, che segnava le tappe più importanti della sua vita, belle o brutte che siano. Restò a fissare il cielo, e ricordò la prima colazione insieme che fecero quella lontana mattina di tre anni e mezzo fa. Ripensò a quel giorno, quando bagnato come un pulcino, Mario alle sei del mattino, bussò alla sua porta e cambiò per sempre la sua vita.

****

25 giugno 2014

Erano trascorse due settimane da quando Claudio aveva lasciato Mario a Roma ed era ritornato a Verona. Quattordici giorni, e l'altro non si era fatto sentire neanche mezza volta. No un messaggio, no una telefonata, nulla di nulla. Interi giorni e notti trascorse nel più tombale dei silenzi. Claudio pensò che fosse avesse sbagliato, che stava affrettando le cose. Si conoscevano da appena due mesi, eppure lui sentiva che Mario era la persona giusta per lui. Per l'altro non era lo stesso? Non sentiva anche lui la voglia di viversi davvero, di costruire qualcosa, di stare insieme? Claudio la sentiva. Ogni volta che gli chiedevano del suo futuro, il castano lo vedeva vuoto e senza nessuno al suo fianco, poi era bastata una notte, un ballo, un bacio sotto le stelle, fare l'amore dentro quella casa, e si rese conto che Mario era tutto ciò che vedeva nel suo futuro. Era quello giusto, era il ragazzo giusto, possibile che altro non capisse? Aveva accettato il primo mese da pendolari, aveva preso più treni in quel periodo che in tutta la sua vita, ma poi si era stancato. Mario non era un ragazzo facile, e questo lo aveva capito. Mario proveniva da una famiglia importante, con un certo nome e spessore. Mario era condizionato dai i suoi genitori, non sapevano neanche che lui fosse gay. Il moro gli aveva raccontato della sua paura a confidarsi con loro, gli aveva parlato dei suoi sogni, di quanto la facoltà di economia, anche se avesse superato tutti gli esami col massimo dei voti, non lo rendeva felice. Mario voleva di più, di sentita un errore in quella famiglia, e Claudio glielo stava concedendo. Gli offrì di lasciare tutto e venire con lui a Verona, di ricominciare da lì, insieme. Ma il romano non era d'accordo, non se la sentiva di dare un dispiacere ai suoi genitori, di allontanarsi dalla sorella ancora adolescente e dal fratello maggiore. Gli chiese anche lui a Claudio di trasferirsi, che avrebbero preso casa insieme a Roma. Ma Claudio come poteva accettare? Non voleva vivere sulle spalle di Mario, non voleva sfruttare i suoi soldi. Sapeva che grazie alle sue conoscenze, Mario sarebbe stato ingrato di farlo entrare in un'università prestigiosa e pagare i suoi studi, ma non era quello che il veronese voleva. Lui voleva viversi Mario. Voleva lui, no i suoi soldi, no il suo nome, ma lui è basta. Voleva quel ragazzo semplice che aveva conosciuto a Milano, la spensieratezza, non voleva sentirsi in obbligo. E così gli aveva dato un ultimatum: o lui, o Roma. Era stata una scelta azzardata ma necessario. Lui si era perdutamente innamorato.

Anche quella mattina pioveva. Claudio si era alzato presto e stava studiando. Aveva controllato più volte il telefono, aspettandosi l'arrivo di un messaggio che non arrivò, così lasciò prendere e si concentrò sul libro di letteratura. Aveva un esame tra pochi giorni, ed era in alto mare con lo studio. Quando d'improvviso, qualcuno iniziò a suonare il campanello con insistenza. Pensando fosse Poalo, andò ad aprire, quando invece due labbra calde incontrarono le sue. Era Mario, con i capelli e i vestiti bagnati a causa della pioggia, e un borsone nero sulla spalla.

"Ma-Mario" balbettò Claudio incredulo, mentre gli faceva spazio per farlo entrare, ancora sotto shock.

"Spero che la tua proposta sia ancora valida" gli rispose l'altro sorridente. "Ho portato la colazione" mostrò il sacchetto di carta che aveva nelle mani, accompagnato da un profumo invitante di croissant appena sfornati.

"Sei qui..."

"Sono qui per restare. Certo, se tu ancora mi vuoi". E Claudio non fece ripeterselo. Si buttò sulla sua bocca e lo strinse forte a sé, fregandosi dei suoi vestiti zuppi, dell'influenza che entrambi avrebbero potuto prendersi. Gli era mancato da impazzire, ogni singolo instate, e faticava a credere che fosse davvero lì con lui. Aveva immaginato quel giorno ogni notte, sognava quell'incontro in ogni istante e finalmente ce lo aveva davanti.

"Non sai quanto ti ho aspettato" gli sussurrò sulle labbra, fronte contro fronte, naso contro naso.

"Ho tutto la vita per farmi perdonare" rispose l'altro e tutto fu perfetto. Una tacita promessa di amore eterno, di un futuro insieme da costruire.

E iniziò tutto con una colazione condivisa. La prima delle tante.

****

"Buon giorno" la voce dolce di Mario alle sue spalle, riportò Claudio alla realtà e lasciò perdere il cielo, per voltarsi verso suo marito.

"Buon giorno" rispose con un sorriso, mentre il moro sorrideva e con l'aiuto delle stampelle entrava in cucina.

Claudio non sapeva come comportarsi. Si sentiva terribilmente in colpa per la sera precedente, dove Mario gli disse esplicitamente che non provava nulla per lui, che non lo sopportava e che doveva stargli lontano. Quelle parole erano macigni che Claudio si sarebbe portato dietro tutta la vita. Mario non era mai stato così brusco per lui, era sempre quello dolce, quello protettivo, che ti migliorava la giornata. Era Claudio quello che a volte sapeva ferire le parole, ma adesso sembrava quasi che i ruoli erano inversi. Anche Mario era agitato, Claudio se ne raccolse subito, dalla mano tremante e dal rossore sulle guance. Guardava la tavola imbandita meravigliato e Claudio pensò di averne fatta una giusta in mezzo a tutto questo casino.

"Wow, non sapevo fossi un cuoco" lo schernì il moro, mentre prendeva posto al tavolo. Claudio notò che si sedette proprio al posto di sempre senza saperlo, ed ebbe un tuffo al cuore.

"Ma va. Sei tu quello che cucini. Io sono un disastro, però i pancake so farli" rispose sorridendo, e prendendo posto anche lui di fronte.

"Beh, allora bisogna provarli." Mario prese il suo piatto, e tagliò il dolce a pezzettini riempiendoli di nutella. Claudio sorrise pensando a quanto fosse dolce e goloso, mentre apriva il suo vasetto di yogurt e ci buttava dentro i cereali.

"Mmmh... Bravino... da uno a dieci, quattro." Rise Mario mentre inghiottiva il primo boccone, una risata contagiosa che influenzò anche il più piccolo.

"Beh, la prossima volta te li fai tu" si finse offeso, e risero insieme con gusto. Per un attimo sembrò essere tornato tutto come prima, tutto come una volta. Erano di nuovo loro che si punzecchiavano a vicenda perché non voleva ammettere che uno, era più bravo dell'altro in qualcosa.

Consumarono la colazione parlando del più e del meno, e Claudio fu felice di vedere il suo appetito mentre finiva i pancake, beveva la sua amata spremuta d'arancia e mangiò anche una mela.

"Amo la colazione." Esordì a stomaco pieno.

"Lo so." Rispose meccanicamente Claudio, mettendo da parte il vasetto ormai vuoto.

"Ah già" contraccambiò Mario, e improvvisamente la sua espressione divenne più accigliata, e perse quell'allegria di poco fa, mentre si ingozzava di nutella. "Senti, Claudio. Per ieri sera... ecco... mi dispiace" disse infine, e si fice piccolo su sé stesso.

"No. Ho sbagliato io. Pensavo potesse farti piacere, invece ho fatto una cazzata." Claudio alzò gli occhi dal piatto e li riportò su di lui. Era lui il colpevole, non voleva che Mario si sentisse responsabile di quello che sia accaduto. Era colpa sua. Era stato imprudente, e ne aveva pagato le conseguenze.

"No... cioè sì, credo che tu abbia fatto una cazzata." Fu d'accordo con lui Mario, per poi puntare i suoi occhi neri nel verde di quelli di Claudio e sorridergli. "Però io ho sbagliato a trattarti in quel modo. Non lo meriti, Claudio. Tu sei perfetto." E glielo sussurrò come se fosse un segreto tra loro due. Claudio abbassò il capo, imbarazzato, notando anche un certo imbarazzo in Mario. "Tutto quello che hai fatto per me è meraviglioso, davvero. Io non so come ringraziarti." Continuò poi sospirando, e passandosi una mano tra i capelli, un gesto che wow, agli occhi di Claudio era stupendo. "Solo che a volte vado in ansia, mi innervosisco facilmente e dico le peggior cose." Concluse poi.

"Non devi preoccuparti. Hai tutto il diritto di urlare, arrabbiarti e prendertela con me. Lo so, me lo merito."

"Claudio, ascoltami." Lo richiamò Mario, allungando una mano e posandola su quella dell'altro. Claudio fu stupito da quel gesto, ma non la ritrasse, anzi la strinse a sé. "Tu non devi sentirti responsabile di quello che mi succede, chiaro? Non è colpa tua e voglio che tu questa cosa te la metti in testa. Io non ce l'ho con te, quindi tu non devi avercela con te stesso." E glielo disse col tono più dolce al mondo e un sorriso sulle labbra. Era sincero, e visibilmente preoccupato per l'altro. Era il suo Mario.

"Se solo avessi potuto..."

"Tu non c'entri." Insistette ancora, stringendo ancora più forte le dita nelle sue. "So tutto. È venuto dall'altro giorno il taxista a trovarmi in ospedale, e mi ha spiegato le dinamiche dell'incidente. Eri seduto con me dietro, non ci possiamo far nulla se quell'albero è caduto proprio in mezzo la strada in quel momento. È stato destino. L'importante che adesso tutti stiamo bene". E Claudio aveva le lacrime agli occhi, ma le ricacciò indietro. Doveva essere forte per Mario, e in quel momento si sentì di nuovo bene, senza il peso del petto che lo opprimeva. Mario non lo credeva colpevole. Mario gli credeva.

"Ma tu non stai bene." Rispose con rabbia. Quante volte aveva voluto che ci fosse stato lui al posto del marito, quante volte aveva sperato di svegliarsi e che tutto fosse un sogno. Claudio aveva dei demoni dentro di sé che non lo lasciano dormire. Avrebbe dato la vita per suo marito, e lo farebbe tutt'ora. Aveva giurato di amarlo in saluto e malattia, di sostenerlo sempre.

"Starò bene, e devo molto a te."

"Voglio che tu sappia che ci sarò sempre per te." Perché ti amo da morire, ma non lo disse, col timore che Mario potesse spaventarsi dall'enorme quantità del suo amore.

Mario parve capirlo perché gli sorrise, e accennò un "Lo so", ma mentre stata per aggiungere altro, il telefonò di Claudio squillò.

"Scusami" gli disse, mentre il moro ritirava la mano. Claudio andò a prendere il suo telefonino e fece una smorfia quando lesse il nome del contatto. Decise comunque di non rispondere, e impostò la modalità silenziosa.

"Chi era?" domandò Mario, curioso.

"Uh... eh, niente. Lavoro." Gli rispose a disagio. In realtà era molto più che solo lavoro. Era il suo futuro, ma adesso non importava. Doveva prendersi cura di Mario.

"Claudio. Non voglio che trascuri il tuo lavoro per me." Disse invece lui, serio.

"Ma no, non è niente." Cercò di tranquillizzarlo, inutilmente.

"Dimmi chi era." Restò, il moro fermo sul suo punto.

Claudio lo guardò, e capì che doveva arrendersi. Quando Mario si metteva in testa qualcosa era impossibile togliergliela. "Era Luisa. Della casa editrice. Stavo lavorando a un libro prima dell'incidente, e sicuramente vorrà sapere a che punto è ma-"

"Vai."

"Cosa?" chiese stupito.

"Ho detto di andare."

"No. Può aspettare." Assolutamente no. Il libro era un suo grande progetto, qualcosa alla quale lavorare con impegno e costanza da mesi. Prima dell'incidente, Mario era stato il suo più grande sostenitore. Ma adesso era più di un mese che non scriveva un rigo. Aveva perso il suo entusiasmo e la voglia di scrivere.

"Claudio. Cosa ti ho detto poco fa? Io me la caverò, starò bene. Guarderò un po' la televisione, metterò in ordine la casa. Starò bene."

"Ma io non voglio che tu resti solo!"

"Non sono solo!" gli ripose esasperato. "È importante questo incontro, vero?"

Oh sì che lo era. Luisa gli aveva scritto più e più volte, dandogli innumerevoli ultimatum. Quell'incontro era decisivo. Se Claudio non si sarebbe presentato, avrebbe perso sicuramente il suo sponsor. Così si arrese, e fece segno di sì, con la testa.

"Ecco. Ora sbrigati, vatti a cambiare e presentati all'incontro."

*

"Allora il telefono è qui, questa è un'agenda con tutti i numeri di telefono che possono servirti. Il mio è questo qui. Ho chiamato Paolo e passerà più tardi. In frigo c'è il cibo. Qui le medicine. Aspetta qua ti scrivo quando le devi prendere. Ah se vuoi il caffè lo trovi qua, e se ti serve qualcosa puoi chiamare il fattorino per fartela portare e-"

"Claudio. Starò bene." Disse divertito Mario, mentre Claudio riempiva casa con post it colorati e parlava interrottamente. Aveva l'ansia, non voleva lasciarlo solo, ma il lavoro era importante e il moro era stato categorico. Sbuffò alla sua ennesima risata. E si guardò allo specchio.

"Puoi dirmi almeno se sto bene? Non voglio fare la figura dell'idiota." Si passò una mano sul ciuffo e lo sistemò perfettamente all'insù. La giacca era in ordine, la camicia stirata. Stava bene, eppure si sentiva uno straccio.

"Sei bellissimo." Si lasciò sfuggire, Mario. Arrossendo all'istante. Poi gli si avvicinò e gli sistemò il nodo della cravatta. "E sarai perfetto anche al colloquio. Non devi preoccuparti di nulla." Lo rassicurò, mentre Claudio abbassavo gli occhi imbarazzato.

Non si aspettava tanta vicinanza da parte di Mario, non si aspettava i complimenti, e le sue attenzioni. Erano passi avanti che stava facendo verso di lui, e sperava col cuore che fosse un segno positivo.

"Dai su vai!" lo spinse per gioco Mario.

Claudio si avviò verso la porta, e dopo aver preso la valigetta, si voltò verso di lui.

"Allora vado..."

"Vai e stai tranquillo."

Lo guardò ancora, non sapendo cosa fare. Ma poi l'istinto ebbe la meglio e si avvicino di nuovo a lui. Gli accarezzò una guancia, mentre Mario restava immobile a fissarlo meravigliato. Tremava, tremava ad ogni suo tocco e Claudio sorride ancora di più, per poi avvicinarsi di nuovo e lasciargli un tenero bacio sulla fronte.

"Mi prometti che mi chiami se hai bisogno di qualcosa?"

"Te lo prometto."

"Allora ci vediamo più tardi."

"Ti aspetto a casa" sussurrò il moro. E furono le ultime parole che si scambiarono, prima che Claudio chiuse la porta alle sue spalle e si avviò verso le scale.

Il cuore più leggero e un sorriso sulle labbra.

Mario lo avrebbe aspettato a casa.

Forse sarebbe andato tutto bene.

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