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Chapter 7. ↯

"One love
One life
When it's one need
In the night
One love
We get to share it
Leaves you baby if you
Don't care for it"


Mario non credeva che baciare quelle labbra sarebbe stato così pazzesco. Lo aveva visto quella sera, appena entrato nel locale, lo aveva visto da solo in disparte, e poi i suoi occhi si erano incatenati nel verde più bello che avesse mai visto. Un oceano di luce, di salvezza. Mario perse la testa. Non aveva mai voluto così tanto un ragazzo come quella sera. Era qualcosa di strano perché non poteva succedere proprio a lui, durante la notte dei suoi 24 anni, di perdere la testa per qualcuno appena conosciuto. Eh sì, aveva fatto lo stronzo perché lui era questo. Mario non si concede alla prima. Mario ama farsi corteggiare, piace sentirsi desiderato. Ma se Mario si innamora, potrebbe dare la vita per quell'altra persona. Aveva visto le mani di un altro ragazzo sopra di lui, e non poteva accettarlo: Claudio quella sera sarebbe stato suo, costi quel che costi. Eppure i suoi piani vennero rovinati, quando assaggiò quelle labbra, quando si rese conto che con lui non sarebbe mai stato un'avventura di una notte, quando sentì le sue membra fondersi con l'altro. Era un legame che si era istaurato tra di loro, una corda che sarebbe stato difficile da spezzare.

"E allora perché hai detto di chiamarti diversamente?" gli chiese Claudio, dopo che Mario gli rivelò il suo vero nome, non allontanando di un centimetro i loro volti.

"Non lo so, ho sentito di potermi fidare di te"

Sì, si fidava. Sì, è da pazzi. Ma un cuore buono Mario sapeva riconoscerlo tra miliardi. Claudio era buono, e lui voleva conoscerlo. Mario non aveva detto il suo vero nome perché non voleva essere categorizzato come il classico figlio di papà, che può avere tutto quello che desidera con lo scrocchio delle dita. Era così, la famiglia di Mario era importante nell'ambito romano e non solo. Figlio di un direttore di banca, un pezzo importante, eppure Mario si sentiva tanto inadeguato in quell'ambente dove la sua sessualità non era vista in buon modo, dove reggeva ancora il galateo e la perfezione. Mario era un errore in quella famiglia. Eppure lì, tra le braccia di quell'uomo appena conosciuto si sentiva nel posto giusto. Stava bene. Davvero.

Un tuono spezzò in due il cielo, e presto goccioline di acqua caddero suoi i loro corpi. Mario ne approfittò per baciarlo ancora, sotto la pioggia, sotto quella notte scura. Lo baciò mischiandolo i loro sapore con la pioggia, e si sentì felice come mai nella vita.

"Siamo zuppi" sorrise sulle sue labbra, mentre gli mordeva una guancia. "Mi porti via?" chiese ancora col fare saccente e una strana gli luce degli occhi.

"Andiamo a casa?" rispose allora Claudio, letteralmente stregato.

"Sì, andiamo a casa."


****

Casa.

Così disse Claudio, mentre apriva la porta di quell'appartamento. Le ansia e le paranoie di Mario tornarono subito a galla. Aveva trascorso un pomeriggio di spensieratezza e tranquillità. Claudio gli aveva raccontato del più del meno sulla loro storia. Gli aveva descritto in ogni particolare il loro primo incontro, e Mario aveva avuto come la sensazione di essere entrato dentro quella storia. Sembrava qualcosa di così anormale, ma anche di così reale. Mario si era riconosciuto in quelle parole. Era lui, era certamente lui, eppure per quanto si sforzasse non riusciva a ricordare.

"Lei vuole ricordare, Signor Serpa?" le parole nel medico gli rimbombavano nella testa. Voleva ricordare? Sì. E se invece no? E se quello che avrebbe trovato dietro quella porta non gli sarebbe piaciuto? E se fosse stato tutto un errore fidarsi di qualcuno appena conosciuto e che per giunta gli aveva già mentito? Come poteva dare per oro colato quelle parole? Non lo sapeva, non lo conosceva. Un improvviso senso di ansia si attagliò allo stomaco. Voleva andare via, voleva scappare prima che quella porta si aprisse, prima che venisse catapulto in quel nuovo mondo. Doveva ascoltare i suoi genitori, doveva andare da loro. Doveva ritornare nella sua casa, tutto questo era assurdo.

"Dai vieni, sta per iniziare a piovere" gli disse Claudio, aiutandolo per con gli ultimi scalini. Ma Mario era paralizzato, col respiro corto. Non poteva, non ce la faceva. La pioggia cominciò a cadere pesantemente, ormai non aveva altra scelta che entrare.

Andrà tutto bene, andrà tutto bene. Si ripeteva, cercando di convincersi, e dopo aver chiuso gli occhi, con l'aiuto delle stampelle, entrò nell'appartamento.

"Bentornato a casa" gli sussurrò Claudio, con un gran sorriso. Mario cercò di ricambiare, ma non ci riuscì. Sentiva le lacrime agli occhi, voleva urlare. Claudio gli fece strada mostrandogli a uno a uno le varie stanze. Era un piccolo appartamento, composto da un soggiorno, una camera da letto, il bagno e la cucina. Tutto era rivestito di bianco, dai mobili alle pareti, e rendeva l'appartamento luminoso e più ampio. Mario corrugò la fronte, era abituato a standard più elevati. La casa dei suoi genitori a Roma, era una villa su due piani. Mario aveva una camera tutta sua che era più grande dell'intera casa di Claudio. Aveva molte stanze, amava quella casa perché poteva sempre trovare un luogo dove rifugiarsi e nascondersi. Come la biblioteca, oppure la sala adiacente al salone dove trascorreva pomeriggi interi a suonare il pianoforte. Queste quattro mura, invece, erano strette. Non c'era via di fuga, non c'era luogo dove nascondersi. A Mario mancò l'aria.

Fecero il giro, fino all'ultima stanza, l'unica al buio.

"E questa è la cucin-"

"SORPRESA!" gridò qualcuno. La stanza silenziosa si trasformò subito in una discoteca. Da dietro le tende del salone uscirono una serie di uomini e donne che batteva le mani e esultavano, tutto accompagnato da musica, palloncini, buffet, e macchine fotografie. Mario si guardò spaesato, trovando dal nulla occhi che lo fissavano e lo chiamavano, lo acclamavano. Guardò Claudio e lo vide ridere con un altro uomo.

Lui sapeva, lui era complice.

Il moro abbassò lo guardo, e il vuoto nel petto diventò opprimente, l'aria non passava più dai polmoni. Claudio l'aveva ingannato di nuovo, aveva di nuovo omesso qualcosa.

"Mario!" una ragazza dai lunghi capelli castani lo abbracciò, peggiorando ancora la situazione. "Quanto mi sei mancato! Ma finalmente sei a casa e siamo di nuovo tutti insieme!" esclamò entusiasta, lasciando il suo collo. Mario pronunciò un "Si" poco convinto, cercando di allontanarsi, quando venne accerchiato da altre persone che lo toccavano, lo baciavano, gli chiedevano come stava.

Era un giocattolo di pezza tra le loro mani. Mario non sapeva chi fossero, cosa volessero loro da lui. Quelle voci erano sempre più insistenti della sua testa. La terra cominciò a mancargli sotto i piedi.

Cosa volete da me? Andate via. Lasciatemi. No, non mi ricordo è inutili che continui a chiedermelo. Spegnete questa musica. Non voglio bere. Lasciatemi perdere.

E Mario urlava, urlava internamente tutte quelle parole che non riusciva a pronunciare. Lui lo sapeva, era di fronte a un principio di attacco di panico, ma nessuno se ne accorse. Continuavano a dargli pacche sulla schiena e a parlare dei loro problemi e aneddoti di vita che non gli appartenevano.

Il respiro divenne sempre più irregolare, voleva bere dell'acqua ma gli davano solo vodka. Cercò Claudio ma non lo trovo. Il cuore batteva all'impazzita, sempre più forte, sempre più veloce. L'aria non entrava più in circolo, Mario si sentiva morire.

Non c'è la faccio più. Portatemi via.

"Mario, stai bene?" la stessa donna di prima si avvicinò. Ma Mario non rispose, ormai stava piangendo. Le voci era sempre più lontane, il dolore al petto sempre più vicino. Pensava di morire, o forse era già morto e quello era il suo inferno personale.

"Claudio, Claudio!"

Sentì urlare da qualcuno, ma lui ormai perse ogni facoltà di intendere. Si accagliò a un lato del divano, piangendo sempre più forte, perdendo le forze ogni secondo in più che passava.

"Mario" una voce. Quella voce. Veniva da qualche parte profonda nella mente di Mario. Il ragazzo credette davvero di essere del tutto impazzito. Braccia strinsero il suo corpo. Qualcuno gli sussurrava di essere lì con lui, che non andava tutto bene, di respirare.

Respira, Mario, puoi farcela.

E così fice, si fece guidare da quella voce lontana che diventava sempre più vicina e reale. Respirò seguendo i suoi consigli, e a poco a poco i battiti del cuore si calmarono, la vista ritornò regolare, e Mario aprì di nuovo gli occhi.

*

Mario era seduto su un angolo del grande letto bianco di Claudio. Stava meglio. Si era ripreso dallo shock iniziale, era riuscito a liberarsi di tutti quei occhi intorno, e adesso era finalmente solo. Si distese sopra le coperte e fissava il soffitto. Claudio aveva mandato tutti via e adesso era di là che pulita il salotto. Lui non voleva vederla, anche se lo aveva aiutato a superare il suo attacco di panico, non lo voleva vedere.

Ma come si è permesso? Razza di idiota.

Quello che aveva provato pocanzi, era stata la sensazione più brutta della sua vita. Più brutta di quando si era svegliato e non ricordava nemmeno il suo nome, più brutta di quando scoprì che Claudio in qualche modo inspiegabile era suo marito. Si passò una mano nei cappelli e si chiese come era finito in quella situazione. Un giorno stai correndo in un campetto da calcio, quello dopo ti ritrovi intrappolato in una realtà estranea. Sospirò mentre aprì il comodino e vi ritrovò dentro un'agenda. Si mise seduto con la schiena attaccata alla testiera del letto. Spogliò la prima pagina, e qualcosa scivolò sulle sue gambe, un foglio bianco ripiegato in quattro. Con le mani tremolanti, mise tutto di lato e lo aprì.

26 agosto 2016

"Sarà difficile essere mio marito. Sarà difficile soprattutto quando tornerò stanco da lavoro e mi butterò sul divano, mentre tu ti lamenti che non ti aiuto mai in casa, che lascio le mie cose in giro, che ti ritrovi le mie mutande ovunque. Sarà difficile quando mi alzerò con la luna storta e non ti darò tutte le attenzioni che ti meriti, quando mi chiuderò a riccio su me stesso e divento il tuo ghiacciolino, come ti piace soprannominarmi. Non saremo d'accordo su nulla, litigheremo fino allo svenimento. Andrai via di casa e io ti inseguirò perché di una cosa sono certo: io esisto se tu esisti, se tu piangi io piango, se tu andrai lontano allora correrò più veloce per raggiungerti, se tu mi amerai un giorno di meno allora io amerò per entrambi. Perché il mio amore è tanto grande che potrà bastare per tutto e due. Qualunque cosa accadrà nelle nostre vite, ci ritroveremo sempre, perché io ritornerò sempre da te, e tu troverai sempre in me la tua casa. Quindi si, voglio essere tuo marito Mario, voglio camminare per le strade e dire che sei mio e di nessun altro, voglio che il nostro legame sia permanete, e se non sarà per sempre, farà nulla. Ci rincontreremo in un'altra vita, in un altro momento d'impatto che caratterizzerà la nostra esista. Ma di una cosa sono certo, non ci sarà mai Claudio senza Mario.

Te quiero mi amor, Claudio"

Mario lesse quelle parole due volte, prima di capire che si trattassero delle promesse di matrimonio dell'altro. Si sentì anche peggio, quando si rese conto che in qualche modo Claudio aveva predetto il futuro. Momento d'impatto, aveva definito il loro amore, la loro conoscenza. Quasi gli venne da ridere per questa assurdità.

"Stai bene?", il rumore della porta che si aprì e la voce di Claudio, lo distolse dai suoi pensieri. Richiuse l'agenda e la posò nel cassetto, senza degnarlo di uno sguardo. "Mario..."

"Tu cosa ne pensi?" Tagliò corto, gelandolo con lo sguardò. Sapeva di essere stronzo, ma era la sua arma per difendersi. Non voleva farsi vedere fragile da lui, non si meritava la sua debolezza. Meritava invece i suoi silenzi. Meritava la sua incazzatura.

"Lo so che dura da affrontare" esordì l'altro con un sospiro, andando a sedersi nella sedia accanto a lui. E Mario rise, rise talmente tanto che gli uscirono le lacrime agli occhi dallo sforzo.

Dura da affrontare, e tu che ne sai?

"No." Disse, alla fine. "Duro da affrontare sarebbe stato tornare a casa, in un appartamento estraneo, con un uomo che non so chi sia." Scandì una per una le parole, indicandolo col dito, non gli importava di ferire Claudio. Lui lo aveva ferito nel profondo, e continuava a farlo di continuo. "Quello sarebbe stato duro da affrontare."

"Mario, io lo so. Solo che..." cercò invano di difendersi il castano, ma venne freddato dalle parole dell'altro.

"Ma dover affrontare tutto questo, più una casa piena di persone che si mettono a strattonarmi e ad abbracciarmi, parlando di cavolate delle quali non mi ricordo, questo non è duro da affrontare è una gigantesca cazzata!" urlò, liberandosi di tutta la frustrazione che aveva dentro.

"Lo so doveva essere qualcosa di intimo, con poche persone..."

"Ma vedi che non capisci? Dio ma perché perdo tempo a parlare con te?" continuò ancora. Era impossibile che Claudio non ci arrivasse. Era impossibile. "Tu sai cosa vuol dire trovarsi davanti a cento persone che non conosci mentre loro sanno tutto di te? Sai cosa si prova?"

"No..."

"Sai cosa vuol dire svegliarsi un giorno sei anni nel futuro, dove tutti ti dicono chi sei, ma tu non riconosci? Sai cosa vuol dire ritrovarsi sposati quando non so neanche se sono gay?"

"No, io non lo so..."

"Io lo so che sarà orrendo essere dimenticati dalla persona che si ama, ma ritrovarsi un marito con quale non provi assolutamente nulla, è decisamente peggio"

"Io volevo solo aiutarti"

"Potresti per favore andartene?" gli chiese alla fine esausto, stendendosi su un fianco e dandogli le spalle, mentre le lacrime riprendevano il possesso dei suoi occhi. Soffocò un singhiozzo nel cuscino, e tirò su col naso.

Sentì l'altro trattenere il fiato, e alzarsi dalla sedia "Mario, mi dispiace" gli sussurrò, toccandogli una spalla.

Mario scostò quella mano ancora più alterato, e si voltò infuriato verso di lui. "Non hai ancora capito che mi devi lasciare in pace? Devi stare lontano da me, Claudio." Glielo disse guardandolo negli occhi e vide l'altro morire. Si pentì amaramente per aver usato dei toni forse troppo bruschi, ma la rabbia era più forte del resto. Così cercò di ignorare la sofferenza dell'altro, e ritornò a guardare un punto vuoto nella stanza, torturandosi il labbro inferiore.

"Scusami." Disse infine Claudio, e lasciò la camera.

Tutto ciò che Mario sentì, fu la porta sbattersi alle sue spalle, e un pianto sofferto proveniente dalla cucina.

Vaffanculo, Mario. Vaffanculo a me, a te, e a tutta questa merda.

Pensò, quando poi chiedendo gli occhi l'immagine sofferente di Claudio ritornò nella sua mente e tutto ciò che riuscì a sussurra fu "Scusami tu".

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Ciaooo

Stavolta sono stata brava e ho aggiornato subito. Ho visto che la storia vi piace, e io sono davvero contenta di questo. Grazie a tutti quelli che lasciano un commento, o una stellina. Vi sono davvero grata. Grazie a voi la mia voglia di scrivere aumenta.

Ci sentiamo presto, col prossimo aggiornamento. 

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