Chapter 5. ↯
"I've seen you cry, I've seen you smile
I've watched you sleeping for a while I'd be the father of your child I'd spend a lifetime with you I know your fears and you know mine We've had our doubts but now we're fine And I love you, I swear that's true
I cannot live without you"
19 luglio 2017
Quel pomeriggio quando Claudio aveva deciso di lasciargli gli anelli con quattro versi scritti e nulla di più, lo fece soprattutto per autodifendersi. Non avrebbe potuto sopportare, non ancora un altro rifiuto davanti ai suoi occhi, non era pronto a dirgli direttamente quello che pensava. Così aveva lasciato tutto nelle mani del moro, e lui poi avrebbe dovuto decidere che cosa farsene della verità. Di una cosa era certo: Mario doveva sapere. Ma questo però non giustificava il suo gesto da vigliacco. Se ne penti amaramente subito dopo aver lasciato la struttura, ma ormai non poteva più tornare indietro. La notte la passò completamente in bianco a maledirsi, dirsi che era un coglione, perché non era giusto ciò che aveva fatto. Il medico era stato chiaro, Mario doveva essere portato a conoscere la verità a poco a poco, farlo prima abituare all'idea, invece lui gli aveva messo la patata bollente tra le mani. Chiamò Paolo e cercò di distrarsi col suo amico, ma anche lui non felice di questa scelta così improvvisa
"Sei stato un coglione. Si spaventerà a morte" infatti risponse Paolo dall'altro capo dal telefono.
"Lo so, Pà, ma non sapevo che fare. Carlo e Viola non mi permettono di dirgli la verità, i medici mi dicono di aspettare, e io sono andato nel panico" confessò ripensando alla discussione che aveva sentito pocanzi. Carlo, il padre di Mario era sempre stato un uomo autoritario, ma Claudio non lo aveva mai conosciuto. I rapporti col figlio erano stati interrotti bruscamente prima che Claudio entrasse definitivamente nella vita di Mario. Conosceva la madre solo attraverso fotografie, e perché di tanto in tanto Mario andava a Roma a trovarla, ma non aveva mai avuto il coraggio di portarlo in sé. Si erano sposati da soli loro due, con i loro amici di una vita e pochi parenti. Mario faceva finta di nulla ma Claudio sapeva sempre che la sua decisione di non riavvicinarsi a loro era ferrea e lui non voleva entrarne in merito. Ora quei due genitori, invece voleva tagliare fuori dalla vita del moro proprio lui, suo marito.
Mario era impulsivo, questo Claudio lo sapeva bene, era rancoroso, permaloso, irrazionale, di pancia. Era tipico da lui urlare, fare pugni, dirti le peggior cose e poi darti l'indifferenza. Claudio lo conosceva, eppure egoisticamente, sperava che ritrovandosi la fede in mano potesse ricordarlo, o per lo meno apprezzarlo. Quel pomeriggio invece fu un disastro. Dopo i controlli fissati, andò nella sua camera, e trovandolo così spezzato, fragile, deluso, da lui gli fece male. Mario stava male perché Mario aveva scoperto la verità. E gli aveva urlato le peggiori parole, gli aveva tirato contro la fede perché non la voleva, non voleva lui. Per giunta chiedeva ancora di questa Silvia, una ragazza che lui neanche conosceva, la sua fidanzata leggendaria. E lui ha sbottato, rispose a tono a quel ragazzo e solo dopo si rese conto di un'altra verità: Mario aveva rimosso la sua omosessualità, si ritrovava bloccato nella sua vita da etero, con una ragazza, mentre frequenta gli studi di economia e rende felice il padre. Una vita perfetta, una vita dalla quale però Mario era scappato.
E ora Mario sarebbe stato dimesso. Due giorni fa espresse la volontà di voler restare a Verona, e inutile dire che Claudio si sentì felice. Mario poteva anche non ricordarlo, poteva aver rimosso tutto, ma lui aveva sentito come la pelle del moro era rabbrividita quando le sue dita la sfiorarono. Aveva ancora una speranza, lui esercitava ancora un certo effetto su Mario, e avrebbe lottano fino all'ultimo per riavere di nuovo il suo amore.
Con un sorriso sulle labbra, e con la scatola dei cioccolatini in mano, si avviò verso la stanza numero 26 di Mario. La porta era chiusa, quindi bussò una volta ma non ottenne nessuna risposta. Bussò una seconda volta ma nulla. Si decise allora ad aprire, ma quando la sua testa sbucò dentro la camera, notò subito che Mario non c'era. Il suo letto e perfettamente rifatto, non c'erano le sue ciabatte, non c'erano i suoi effetti personali sul comodino, non c'erano i suoi vestiti in giro. Furioso, chiuse la porta alle sue spalle e si avvicinò subito ad un'infermiera.
"Scusi, il paziente Mario Serpa dov'è?" chiese in modo aggressivo, tutta la sua calma e spensieratezza, svanirono in un secondo.
La donna controllò la cartella con i nomi dei vari pazienti. "Il signor Serpa sta per essere dimesso. Lo trova al piano inferiore"
Che cosa?
Si fece spazio in malo modo tra la gente per passare. Non gli importava dei fischi, di chi gli diceva di stare attento, non gli importava di nulla. Pigiò più volte il tasto dell'ascensore e attese.
Questo era un maledetto déjà-vu, un momento che lui aveva già vissuto, ma non gli importava: l'avrebbe avuta vinta anche questa volta.
****
10 giugno 2014
"Dai, cazzo, Mario parliamone!" Claudio gli gridò mentre il moro correva sotto la pioggia estiva di quella calda sera di inizio giugno.
Avevano litigato. Stavano insieme da meno di due mesi, se si può considerare stare insieme, e stavano avendo la prima vera lite seria.
"Claudio ti ho detto che nun me va. Piantala." Lo liquidò il romano, scomparendo dietro il vicolo. Claudio si sentiva imponente, sapeva che era colpa sua se il suo ragazzo stava scappando, ma non voleva farlo incazzare di proposito.
Erano a Roma, e ormai erano due mesi che si rincorrevano da una città all'altra per stare insieme. Il primo periodo andava anche bene, ma dopo Claudio voleva una stabilità, voleva una garanzia per il futuro. La vita da pendolare era bella ma aveva un limite, e lui a Verona frequentava l'università. Anche Mario studiava, a Roma. La sua famiglia apparteneva all'alta borghesia e avevano incitato il figlio ad iscriversi in economia. Erano molto ricchi, e Claudio che doveva lavorare per mantenersi gli studi, si sentiva quasi una nullità.
Tutto era iniziato proprio durante la cena, quando Claudio chiese a Mario si trasferisci a Verona da lui.
Lo raggiunge correndo sotto la pioggia, e lo trovò che fumava spazientito sotto il portico della loro villa a mare ad Ostia.
"Mario ascolta..." lo implorò, mettendosi davanti a lui.
"Tu non ti rendi conto di quello che dici. Vuoi che io venga a Verona così, a buffo dal nulla, però se proporrei a te di trasferirti a Roma non se ne parla", Mario gli ringhiò contro, soffiandogli il fumo della sigaretta sul volto.
"Mario io a Verona ho una vita e-"
"E sti cazzi, Clà, sti cazzi! Anch'io ho una vita. Eppure ti ho detto che se tu volessi, avremmo preso casa insieme qui. E non hai voluto! Perché pensi che la tua realtà sia migliore della mia!"
"Andiamo, Mario. Neanche ti piace economia."
"Cosa cazzo c'entra. Mi stai dando forse del figlio di papà? È questa la verità?"
"Mi nascondi, Mario! Dio, non sanno neanche che sei gay!" sputò fuori, Claudio. Lui a Roma non ci sarebbe stato, non faceva per sé. Lui voleva Mario ma lo voleva nella sua semplicità, non voleva sfruttare i suoi soldi né tantomeno il suo cognome. Voleva lui, punto. "e questo quello che vuoi?" gli chiese poi con un tono di voce più dolce. "vivere succube dei tuoi genitori, frequentare una facoltà che non ti piace quando puoi benissimo inseguire il tuo sogno, non essere libero, non vuoi la felicità con me? Perché io sento che noi due funzioniamo, e lo senti anche tu, ma ti lascio libero di fare la tua scelta. Puoi rimane a Roma e continuare la tua routine monotona, oppure vuoi venire da me e costruire qualcosa insieme. È vero non ho soldi, non ho una condizione economica agiata, vivo in un bilocale e non in una villa, ma ti posso dare una cosa che vale più di tutte: l'amore" e dopo avergli sussurrato quelle parole, voltò le spalle e andò via.
Solamente dopo si rese conto di avergli indirettamente confessato che si fosse innamorato di lui, ma non adesso, ora toccava a Mario scegliere: o lui o la sua famiglia.
Due settimane dopo, Mario era a Verona.
****
"E potrai di nuovo stare nella tua vecchia camera. Ho già chiesto ai domestici di sistemarla, e adesso c'è anche la piscina nuova! Vedrai, Mario, andrà tutto bene." Viola stava parlando con Mario, quando Claudio entrò nel piccolo ufficio. Il moro stava sorridendo davvero, ma appena si voltò verso di lui, il sorriso si spense.
"Cosa succede qui?" chiese Claudio, mentre si avvicinava a Mario.
"Diglielo tu, figliolo." Una voce alle sue spalle annunciava il suo arrivo. Carlo con un sorriso da strafottente, lo guardò quasi schifato. Certo non era un ben vedere con la camicia stropicciata, e i jeans strappati sulle ginocchia, ma aveva ventisei anni, poteva permettersi questo e altro.
"Cosa devi dirmi" chiese allora a Mario stesso, e non si stupì di vederlo vestito nello stesso modo di come usava vestirsi quando stava a Roma. Colletto della camicia perfettamente stirata, e su un cardigan. Era elegante, e meraviglioso. E Claudio a confronto... sì, un pezzette.
"Ecco, Claudio... forse è meglio se torno a casa con loro. Cioè... io, i miei ricordi... mamma per favore potete lasciarci un attimo soli?" chiese infine ai suoi genitori, visibilmente in difficoltà. "Per favore..." li supplicò ancora, e dopo l'ennesima occhiata, uscirono dalla stanza, ribadendo il concetto di essere lì fuori e che avrebbero ascoltato tutto.
Mario sospirò, ma Claudio era nero. Voleva sapere cosa stava succedendo lì.
"Scusali loro..."
"Lo so" tagliò corto Claudio. Sapeva com'erano ed erano scuse che Mario ormai usava da anni. Ma adesso voleva sapere perché nuovamente negli ultimi due giorni avesse cambiato idea.
Mario notò la sua espressione dura, e dopo essersi passato una mano negli capelli, iniziò a parlare. "L'ultima cosa che ricordo è che stavo ad una festa, frequentavo la facoltà di economia a Roma e stavo con Silvia." Si strinse nelle spalle e poi continuare con gli lo sguardo basso e gli occhi lucidi. "Claudio io non ti conosco. Non me la sento di venire a casa tua-"
"Casa nostra." Lo corresse il castano, furioso.
"okay, ma salire sulla tua macchina, andare incontro a una vita che non è mia. Non so neanche se siamo stati innamorati. Non so neanche chi sono io, se tu mi stia dicendo la verità. Non abbiamo nessuna prova." Urlò quasi esasperato.
"Siamo sposati"
"La gente si sposa per tanti motivi oggi...". Forse quella frase sembrava normale se si fosse trattata di una coppia eterosessuale, ma loro no. Loro avevano lottano per quel matrimonio. Mario non lo ricordava, ma Claudio sì. Claudio ricordava ogni notte passata a piangere nel tentativo di riuscire ad ottenere un riconoscimento, ricordava di tutte le volte che lo aveva rassicurato, dicendogli che lui avrebbe fatto di tutto per renderlo felice. Di tutto.
"Cosa ti ha fatto cambiare idea?" domandò ormai esausto.
"La notte." Tentennò sulla risposta, per poi ripuntare gli occhi neri nei suoi. "Ascolta, non me la sento, okay? Ho una gamba rotta, e dovrò muovermi con delle stampelle in una città che non conosco. Tu sei un estranio per me." Scandì bene ogni singola parola. Era davvero in confusione, Claudio lo sapeva, voleva aiutarlo, ma dio vedeva solo nero in questo momento. "Avevo un diario, qualcosa che possa leggere?"
"Non che io sappia"
"E allora mi dispiace... io". E la vide negli occhi del suo compagno la sua decisione. Stava andando via. E Claudio voleva morire adesso. No, non poteva permettere che lui andasse via senza di lui. Loro erano una squadra, stavano insieme. No. Loro si amavano. Lui non poteva perderlo.
"Aspetta..." gli prese la mano, e la strinse nella sua. Non gli importava se insistere significava farsi ancora più male, soffrire ed essere ferito dalle parole di Mario, perché lui una vita senza il romano non la voleva. Ma quando stava per aprire la bocca, i suoi genitori fecero di nuovo capolino nella stanza.
"L'hai sentito mio figlio, adesso va via." Disse Carlo, con un tono che non ammetteva regole, e allontanandolo dal figlio, mentre Mario ritornava a respirare.
È la fine. Pensò, Claudio. Questa volta ho perso. Ma proprio in quel momento si ricordò di un particolare. Il telefono. Le loro conversazioni erano piene di messaggi.
"un attimo forse ho qualcosa. Ho un messaggio vocale che mi avevi mandato il giorno prima dell'incidente, non è molto ma è una prova." Affermò entusiasta, mentre pescava lo smartphone nella tasca dei jeans e cercava la sua chat. Poi si avvicinò di nuovo accanto a Mario e ignorando i restanti, e lo fece partire.
"Claudio, dove sei? Dai, amore torna a casa. Ti ho preparato la cena. E poi è la nostra ultima sera prima di partire, e dobbiamo festeggiare solo come noi sappiamo fare. Ho già due, tre idee, sarà una vera e lunga notte, mia cara scimmietta. Torna da me. Ti amo."
Silenzio.
Quelle furono le loro reazioni. Un silenzio imbarazzante. La voce di Mario era forte e chiara, mentre pronunciava quelle parole alterando risatine a un tono seducente, che lasciava intendere pure troppo le sue intenzioni. Guardò il suo compagno, nella speranza di trovare in lui almeno un segno di assenso, qualcosa che gli desse una piccola priorità. Invece il nulla. Mario lo guardava con le lacrime agli occhi, indeciso se crederci o meno.
"Forse riascoltando il messaggio... beh lo so che non è molto", cercò di giustificarsi quando si rese conto di star facendo di nuovo la figura del coglione.
"No... sono io, sembro quasi felice". disse invece Mario, stupendo Claudio e anche sé stesso. Uno scintillio nei occhi.
Ora o mai più, Claudio.
"D'accordo riflettici." Gli prese il volto tra le mani e lo costrinse a guardarlo negli occhi. "Hai lasciato la facoltà di economia, hai chiuso con Silvia e ti sei trasferito a Verona. Sono tutte scelte che hai fatto tu, alcune prime, altre dopo avermi conosciuto. Sono convinto che tu debba a te stesso di rispettare le tue decisioni". Gli sussurrò in modo dolce e persuasivo. E Mario cedette. Una lacrima solitaria gli rigò il volto, mentre guardava quei pozzi verdi che chiedevano disperatamente un'opportunità.
"Sarebbe uno sbaglio, Mario". Intervenne la madre, vedendo i primi cenni di cedimento di suo figlio.
Claudio lo sapeva. Lo stava di nuovo mettendo davanti a quella stessa scelta di tre anni fa: o lui o la sua famiglia, o la felicità oppure la sua vecchia vita. E non importava se Mario non ricordasse nulla, quando decise di seguirlo la prima volta, non sapeva lo stesso a cosa sarebbe andato incontro, eppure lo fece, si fidò del castano e furono felici.
Claudio sapeva che potevano ritornare ad esserlo.
"Vi prometto che mi prenderò cura di lui" parlò in direzione dei suoi genitori, per poi ripuntare di nuovo i suoi smeraldi, in quei carboni ardenti "Torna a casa con me, torna a casa con me. Ne usciremo insieme. Lo hai sentito anche tu il medico. Ha detto che devi ritornare alla tua quotidianità, e la tua quotidianità sono io, siamo noi, e la vita che abbiamo costruito insieme. Ti prego"
Lo supplicò e sentì di essere arrivato al limite. Non poteva fare di più, non poteva prenderlo e metterselo sulle spalle come avrebbe voluto fare.
La scelta toccava a Mario.
Ancora una volta.
"Io penso di doverci provare." Riuscì a dire infine Mario, dopo minuti interi di silenzio. Guardò Claudio e gli sorrise, allontanando le sue mani al volto, per potere guardare meglio sua madre e suo padre "Potrebbe aiutarmi con la memoria!" continuò poco convitto nel vano tentativo di trovare una scusa valida per convincerli. "Posso sempre tornare a casa se cambio idea. Se come dice, sono stato con lui, ci sarà una ragione."
E detto ciò si svoltò nuovamente verso Claudio.
Gli sorrise.
Mario aveva scelto Claudio, nuovamente.
***
Ciao ragazzi!
Ecco il nuovo capitolo. Scusate per il ritardo ma sono in piena sessione, ma dalla prossima settimana pubblicherò più spesso.
Ditemi cosa ne pensate, e se vi piace la storia.
Un bacio e grazie a tutti.
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