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Chapter 13. ↯

Roma, 1 agosto 2017.

Roma.

La città eterna. La città che aveva visto Mario nascere, crescere, sbocciare, prendere le decisioni più difficili.

La città che lo ha visto andar via, e adesso tornare.

La città che a Mario era mancata.

Una settimana. Era bastata una sola settimana per innamorarsi di nuovo di quel posto. Il caos, le vie sempre affollate, i turisti. Era bastato un secondo e tutto era ritornato a suo posto.

Eppure, eppure.

Eppure c'era un vuoto al centro del petto che non gli permetteva di godersi la su città. O forse semplicemente non era un vuoto, ma una mancanza.

Da quando una settimana fa si era chiusa la porta di quella casa a Verona alle spalle, sentiva come se avesse dimenticato qualcosa.

Non c'erano più quegli occhi verdi a guidarlo, non c'era più quel verde che trasmetteva un po' di speranza anche a lui, non c'era più quel sorriso che lo accompagnava durante la giornata, il buon giorno e la buona notte, il suono dei suoi passi a gli dicevano che sì lui era lì se aveva bisogno. Ma la cosa che più gli mancava era la sua voglia di ridere, gli mancano quelle carezze che l'altro di nascosto gli riservava, e il suo profumo...quella maledetta fragranza che gli restava dentro per ore.

Ora non la sentiva più. Ora non c'era più niente. Ora era con un telefono in mano e aspettava, cosa non sapeva neanche lui, ma era in attesa di quel messaggio che non era mai arrivato.

Ho fatto la cosa giusta

Se lo ripeteva per convincerci lui stesso. Eppure aveva ragione. Aveva fatto la cosa giusto. Per lui, per Claudio. Claudio non meritava di star male, era tra le persone più buone che il moro avesse mai conosciuto. Claudio meritava amore. Mario ne era incapace. Mario non poteva negare. Mario non poteva mentire. Lui era un fottuto libro aperto, lo era sempre stato e per Claudio era anche peggio. Mario li sentiva i suoi occhi fissi su di lui, e per qualche ragione al mondo lui riusciva a leggere sofferenza negli occhi dell'altro.

E Mario era incapace di fare del male. Mario avrebbe voluto morire. E quindi lo aveva lasciato libero, o forse aveva scelto lui di rimanere solo.

Perché così si sentiva. Solo.

In quella villa a Roma troppo grande. Non c'erano le pareti bianche piene di foto di Claudio, non c'era quella piccola camera da letto intima. Aveva un piano solamente per lui, c'era la sua vecchia stanza piena di ricordi, ricordi che gli sembravano così lontani, memorie che non voleva richiamare alla mente. E poi un lettore mp3, una playlist, quell'ultima canzone risalente ad anni fa che stava ascoltando. Lo ricordava esattamente quel momento.

Allora indossò le cuffie e diede il via.

Le mie paure

sono carezze mancate

La vita. Ecco quella che vide davanti a sé Mario. Quella canzone che amava, che ascoltava di continuo, ma che mai era riuscito a comprendere a pieno, adesso invece tutto è come se improvvisamente gli fu più chiaro. Le sue paure, erano lo sguardo dei suoi genitori, erano causate da quell'affetto mai ricambiato, erano il loro volerlo perfetto, non un errore, non un difetto.

incertezze che tornano a un passo da me

E Mario si alzò, aprì la porta della biblioteca e vide il suo pianoforte. La sua cura, la sua pace.

evitando i rumori

La musica, la fuga. E forse aveva ragione Claudio, doveva riprovare, doveva ricominciare. Ma quando provò, la porta si aprì.

"Mario!" esclamò suo fratello. Davide era di due anni più grande di lui e loro due si amavano davvero. Mario mise in pausa la canzone che stava ascoltando, ritornando quindi al presente.

"Ehi, Davide. Dimmi."

"Ti va se stasera usciamo? Vecchi amici, pub, andiamo un po' a ballare di farà bene"

Sorrise e non se la sentì di dirgli di no.

Cosa sarebbe stato poi incontrare amici di vecchia data?

*

Roma era cambiata.

Lui era andato a via, ma la vita era andata avanti senza di lui.

E Mario si rese conto di aver sbagliato tutto ancora una volta. Mentre metteva piede in quel locale. Lui non c'era. La sua testa era altrove. La sua mente volava ancora a quella canzone, a quelle parole. Non c'era più e quando si vide davanti i suoi amici, riuscì a sconnettere il suo cervello e collegarsi alla realtà.

Ma no, quelli non erano i suoi amici. Non lo erano più loro.

C'era Pietro che era già ubriaco alle dieci e gli gettò le braccia al collo, abbracciandolo goffamente e chiedendogli dove fosse stato. E no, quello non era esattamente il migliore amico che lui aveva lasciato, astemio e serio. Era come se Pietro fosse diventato lui. E adesso si trovava lui a sorreggerlo mentre vomitava.

C'era Riccardo con la sua nuova fiamma. Aveva lasciato la sua ragazza storica, e adesso cambiava una ragazza ogni sera. Lo vide invecchiato, stordito. Perso.

C'era Gabriele che invece si era sposato. Aveva una figlia ed era felice. Mario ricordava ancora quel ragazzino timido che non riusciva ad aprirsi con nessuno, mentre ora davanti aveva un nuovo realizzato e felice.

E poi c'era lei, Silvia. Con la sua immancabile chioma rossa e i suoi occhi grigi. Sempre elegante e composta, si stupì quando se lo trovò davanti. Chiese spiegazioni a Davide e lui crollò le spalle.

La serata passò così, con Mario seduto a un tavolo con persone che non conosceva, neanche il fratello, con Silvia che lo ignorava e lui che era rimasto indietro. E lui era sbagliato.

Gli era mancata Roma,

ma quello non era più posto dove doveva stare.

E poi bastò un nulla. Si spostarono dal locale al pub. Nessuno notò che Mario era rimasto indietro. Nessuno faceva più caso a lui ormai. Nessuno lo aveva integrato nella conversazione. Non aveva nessuno che si prendesse cura di lui. Come tutti. Come sempre era stato.

E allora davanti quella porta dove tutto finì e tutto ebbe inizio di nuovo, ritornò tutto come un flash.




***




Maggio 2013 - The End and the Beginning

Sbagliato, Mario sapeva di essere questo. Aveva lasciato Silvia perché non poteva ancora fingere di stare con lei, di amarla, di desiderarla, quando invece non era così. Aveva esagerato quel weekend. Avevano provato ecstasy perché secondo Riccardo certe cazzate a 20 anni devono farsi. E lui lo fece, liberò la mente, baciò Silvia e provò solamente ribrezzo. No, non la volava e doveva dirglielo. Così il giorno dopo ne parlarono e lei rispose che lo sapeva cosa gli stava succedendo, solo che non voleva ammetterlo. Cosa gli stava succedendo? Lui non lo sapeva. Cosa voleva? Lui non sapeva. Ma aveva qualcosa dentro, qualcosa che lo portava ad entrare in quel locale. Era solo, lui e la sua musica alle orecchie, lui e sempre quella canzone.

sono mio padre e i suoi errori

un bersaglio sfiorato

Era questo. Un errore per tutti, adesso anche per sé stesso, adesso si guardava dentro e non trovava assolutamente niente. Spinse la porta di quel locale ed entrò. La prima cosa che sentì Mario fu l'odore intenso di sudore, di uomini e donne avvinghiati che ballavano. Rumori di corpi intrecciati. Caldo. Si avvicinò al bancone, ordinò il primo cocktail che lesse sulla lista, dimenticandone il nome un minuto dopo. E fu tutto un buttare dentro il corpo quanto più alcol possibile. Ogni bicchiere era un sorso che andava a colmare un vuoto dentro di sé.

le paure che sento

come distanze da un centro

E poi due mani che si posizionarono ai suoi fianchi. Due occhi azzurri. Mario era troppo ubriaco per capire. E allora si lasciò trascinare sulla pista, lasciò che la musica gli entrasse nelle vene, lasciò che mani sconosciute toccassero la sua schiena. Mario non sapeva chi era, ma quando quelle due labbra si posizionarono sulle sue, sentì che improvvisamente era tutto terribilmente... giusto. Simone. Un uomo. Lui lo stava baciando un uomo e non provava ribrezzo. Sentì che si stava accendendo qualcosa dentro. E da allora tutto prese una giusta piega.

Non poteva amare Silvia, perché quell'amore che provava per quella donna non era quello giusto.

Non poteva amare Silvia, perché non era rude, non aveva braccia forti, non profumava di uomo.

E allora si lasciò andare, perché lui aveva un mondo dentro, nessuno poteva dirgli che era sbagliato. Aveva amore. Aveva tanto da dare.

sono l'amore che ho dentro

e che non so controllare


***


Sono l'amore che ho dentro, e che non so controllare.

Braccia, mani, baci, respiri. Non erano gentili, non erano di lui. Claudio non aveva mentito allora. Era davvero lui. Si stava nascondendo. Era lui, e dentro stava impazzendo. Aveva rimosso tutto. Aveva rimosso la sua omosessualità come se fosse un brutto voto scuola. L'aveva rimossa per paura di star male, col desiderio di poter ricominciare. Ma non puoi scappare. Non si può scappare dalla realtà. Non esiste razza, se ami, ami. Che sia uomo o donna, che sia bianco o nero, se è amore non lo puoi controllare, non lo puoi lasciare andare.

il primo giorno di scuola di un piccolo uomo

che ha vergogna a parlare

Forse era tutto qua. Aveva paura di ricadere negli stessi errori. Aveva paura di perdere la sua famiglia, ciò che aveva ricostruito, aveva paura di star bene, perché portava dolore ad altri. E lui lo ricordò perfettamente Simone, ricordò come lo aveva aiutato in quel genere di amore malato. Ricordò di come lo fece innamorare si sé stesso, e affrontò le sue paure. E tutto andò bene fino a quando Mario aveva desiderato di più, e questo qualcuno non era un ragazzo biondo con gli occhi azzurri. No, era qualcuno altro. Qualcuno che stava aspettando. Qualcuno che era ancora ignoto. Mario si portò le mani ai capelli. Questo era troppo da affrontare, i ricordi che a poco a poco ritornavano in lui, una nuova consapevolezza del suo corpo. Il suo corpo che aveva toccato troppe mani per trovare quelle giuste, e forse non le aveva mai trovate. Si girò intorno ma non vide nessuno. Erano solo. Lo avevano lasciato solo, ancora una volta.

Tu, tu non mi hai voluto credere

sono anni che ti aspetto

Prese il telefono con le mani tremanti, il cuore a mille e le lacrime agli occhi. Aprì una conversazione digitò senza neanche pensarci "Dove sei?". È così quindi che ci si sente a sentirsi giusti in un mondo sbagliato? Era così che lo vedevano i suoi amici, come qualcuno che era passato? Era così che lo vedeva Silvia, un fallito? E a lui non avrebbe dovuto interessargli, ma era la verità era chiara in lui. Era gay e per la seconda volta nella sua vita era solo ad affrontarlo, ma lui non voleva affogare più in braccia sconosciute che volevano solamente il suo corpo, voleva un cuore, qualcuno da amare. Infilò nuovamente le cuffie e si lasciò trasportare di nuovo da quelle note, da quelle parole.

e ora non riesco a respirare più

ora basta devi scegliere

sono anni che ti aspetto

"Sono a Roma" la risposta al messaggio che arrivo subito. Era qui, era da lui. E pianse più forte perché tra tutti i tasselli della sua vita, lui era quello che non coincideva con nessuno, lui era quel vuoto che non sapeva spiegare, ma lui adesso stava cercando. La prima volta scoprirsi era stato semplice, affrontarlo era stato orrendo. Il primo anno, il rifiuto, la società che non lo capiva, bocche dove cercava consolazione. Un burrone nero senza fine nel quale lui non voleva cadere più.

"Vienimi a prendere per favore." Rispose.

"Mario, tutto bene?"

Quasi gli venne da ridere. No. Non c'era niente in lui che andava bene, ancora una volta.

la prima volta che ho detto

ho bisogno di te

"No, ho bisogno di te. Vienimi a prendere."

Si sedette su una banchina e pianse lacrime che non credeva di avere, pianse l'ingiustizia, la tristezza. Pianse la solitudine. Pianse perché nella sua vita si era perso di nuovo e doveva farsi a nuovo da solo. Pianse e non seppe quanto tempo rimase lì al freddo a farlo, perché se la prima volta era stato difficile, ora sarebbe stato anche di più.

O forse no...

"Mario..."

La sua voce. Quel tono dolce e deciso che gli era mancato. Lui era qui, lui era tornato da lui. E Mario si alzò e corse da lui. Corse tra quei occhi verdi, corse da quel profumo che finalmente poteva risentire, corse tra quelle braccia e si rifugiò dentro, con la testa tra il collo e il suo petto, col cuore contro il suo. E pianse ancora perché aveva scelto. Aveva amore dentro, amore da dover regalare. E lui era un punto di inizio, qualcuno che apparteneva a un passato dimenticato, forse da lui Mario poteva ricominciare, forse sarebbe stato ugualmente sbagliato, ma adesso non desiderava altro. E allora si lasciò coccolare, si lasciò proteggere, si lasciò stringere. Inalò il suo profumo e tornò a respirare. Le braccia dell'altro sempre più strette, e le mani di Mario che gli strattonavano la maglietta.

In quel preciso istante, in quella città. In quell'abbraccio. Stava bene.

Claudio era tornato da lui.


Tu, tu non mi hai voluto credere

sono anni che ti aspetto

e ora non riesco a respirare più

e ora so che posso scegliere

sono anni che ti aspetto

sono anni che ti aspetto

*Fabrizio Moro "Sono anni che ti aspetto"




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Questo capitolo è venuto fuori da sé, da solo. La paura di Mario oggi è anche un po' mia, è anche un po' di tutti noi che ci ritroviamo davanti a una vita ma ci sentiamo un po' soli. Abbiamo tutti l'amore dentro, tutti aspettiamo che qualcuno venga ad usarlo.

Aspetto i vostri commenti, a presto,

Sabry

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