Chapter 12.↯
A Luisa,
che ha scoperto solamente adesso che io scrivo,
a lei che ha voluto subito che le dicessi il nome della storia,
e lei mi ha chiesto "Ma è triste?" e quando le ho detto di sì
rispose con "Allora posso piangere! Grazie"
a lei che questi tre mesi è stata la mia salvezza,
e io che indirettamente prima di dirglielo
l'avevo già resa protagonista di questa storia.
Ti voglio bene, è per te.
****
'You're giving me a million reasons to let go
You're giving me a million reasons to quit the show
You're givin' me a million reasons
Give me a million reasons
Givin' me a million reasons
About a million reasons'
1° agosto 2017
"Claudio sul serio, questi capitoli sono osceni! Scoordinate, le idee non sono chiare. Non c'entrano nulla col resto del libro!" La donna si sistemò i capelli e accavallò le gambe alterata. Claudio abbassò lo sguardo consapevole di non aver dato tutto sé stesso in quelle parole, ma non credeva neanche fossero andate così male!
"Io non so cosa ti succede. Abbiamo rimandato di due mesi la pubblicazione del libro, e ci sta a causa dell'incidente, ma non posso aspettare più. Prenditi una pausa, fa qualcosa, ma ritorna a scrivere per favore. Ci va di mezzo pure il mio lavoro e io ho investito tanto su di te, lo sai."
"Lo so, Luisa, lo so." Claudio si passò una mano davanti agli occhi e guardò della ragazza che in tutti questi mesi l'aveva aiutato nella stesura del suo libro. Claudio era giovane, si trattava della prima opera sua, fino pochi mesi fa ci dedicava anima e corpo ad ogni parola, adesso invece tutto gli sembrava così superfluo. Si sentiva in colpa perché non avrebbe mai voluto comportare delle conseguenze lavorative anche a lei, ma non proprio non sapeva come fare.
"Cosa succede, Claudio? Lo sai che prima di tutto sono tua amica." La ragazza allungò una mano verso la sua e gliela strinse. I suoi occhioni grandi, diedero un po' di conforto a Claudio ma non fu sufficiente. "C'entra qualcosa con Mario?"
Mario, ecco la chiave di tutto. Ecco il problema ai suoi problemi.
Sì, ovvio che c'entrava lui, come sempre dopotutto.
"Lu, è una settimana che è andato via. Io non riesco a vivere così. Lui è la mia musa. Dentro queste pagine c'è sempre stato lui. Parlo di lui, parlo del mio amore per lui. Ma adesso che lui non c'è più è come se il mio cervello fosse andato in black out. Non c'è più lui che mi incita, non c'è più lui che mi riempie le giornate. Sono solo e chiamalo blocco dello scrittore o come vuoi, ma senza non riesco più a mettere in fila due parole sensate." Si portò le mani a coprirsi il volto, come per scacciare via quelle lacrime alle quali impediva di uscire da quando il moro era andato a Roma.
"Lo hai sentito?" chiese allora la ragazza, avvicinando la sedia alla sua e mettendo una mano sul suo ginocchio. Aveva gli occhi tristi anche lei adesso.
Claudio scrollò le spalle e mimò un no.
"Perché?" insistette allora l'altra.
E lui si irrigidì, serrò le mani in due pugni e poi finalmente lo disse. "Perché avevo paura di crollare definitivamente se dall'altro capo del telefono lo avrei sentito felice senza di me."
Ed era una motivazione egoista, Claudio lo sapeva bene, ma il solo pensiero che Mario potesse trovarsi meglio in quel luogo da quali anni fa era scappato, lo tormentava.
La sera stessa che sciolse le sue promesse, Claudio lo riportò a casa. Non parlarono. Mario rimase a fissare fuori dal finestrino la pioggia. Ancora una volta si maledisse, ancora una cosa vide che pioveva ogni volta che qualcosa caratterizzava le loro vite.
Piovve mentre si dessero il loro primo bacio su quella terrazza a Milano.
Piovve il giorno che Claudio lasciò Mario a Roma, e ci fu un temporale il mattino all'alba di due settimane dopo quando il moro si presentò alla sua porta.
Piovve il giorno del matrimonio.
Piovve il giorno dell'incidente.
Piovve quel pomeriggio che Claudio lo riportò a casa dall'ospedale.
E pioveva anche quella sera che si dissero addio.
Claudio si ritrovò a pensare che odiasse la pioggia, perché lavava via i profumi, i ricordi, Mario.
E l'ha continua ad odiare, mentre in silenzio entravano in casa e Mario si chiudeva nella loro camera. E Claudio fece la stessa cosa. Si distese sul divano e restò in ascolto. Sentì armadi aprirsi e chiudersi, cassetti sbattere. Lo sentì chiamare i suoi genitori e chiedergli di venirlo a prenderlo domani, lo sentì piangere e sbattere i pugni contro il muro e avrebbe voluto tanto aiutarlo ma non lo fece. Rimase al suo posto invece, si sdraiò e portò una mano alle sue labbra. Ancora poteva sentire il sapore di quelle labbra sulle sue. Quelle labbra che non avevano ricambiato il bacio, ma erano schiuse come se aspettassero qualcosa. Ed era l'ultimo bacio, Claudio se lo sentiva, da lì in poi sarebbe stato tutto diverso.
Mario partì il giorno successivo. Lo salutò con un abbracciò goffo e gli sussurrò almeno cento volte grazie prima di andare via. "Mi chiami tu?" gli aveva chiesto, e Claudio aveva sollevato le spalle, dicendogli di sì.
Anche se in realtà dopo sette giorni, lui non lo aveva avuto il coraggio di comporre quel numero.
"Claudio, ascoltami" disse Luisa dopo avergli sventolato una mano davanti agli occhi come a risvegliarlo dal suo stato di trance. "Tu lo ami, vero?" Claudio annuì di tutta risposta. Certo che lo amava, era la sua vita.
"Allora vai a riprendertelo" esclamò con fare ovvio. La faceva facile lei.
"Non posso..."
"Non vuoi. Hai paura, Claudio. Ti si legge da lontano un miglio. Hai paura di vederlo sorridere, hai paura di vederlo star bene. Ma cavolo Claudio, rischia! Gli hai promesso di richiamarlo e non lo hai fatto, gli hai detto che saresti andato a trovarlo nel week end e invece sei rimasto qui. Non capisci che così facendo ti fai del male?" concluse l'altra terribilmente preoccupata per lui.
E Claudio sollevò gli occhi al cielo e "Sta meglio senza di me"
"Cazzate!" rispose la ragazza, chiudendo una cartella piena di documenti con forza e facendo sussultare il castano. "Cazzate."
"E allora perché non mi richiama lui!"
"Claudio... Mario ha bisogno di sentire che tu gli sei vicino. Per favore vai via di qua, prendi quel cazzo di treno e va a Roma."
"Ma..."
"Claudio. Se resti qui lo perderai per sempre. Vuoi perderlo?" gli domandò, puntandogli un dito contro che non ammetteva repliche.
Il castano scosse la testa in segno di negazione. No, non poteva perderlo. No, lui avrebbe fatto di tutto per riaverlo.
"E allora vai! Corri!"
Claudio sorrise, mentre scoccava un bacio veloce sulla guancia dell'amica. Era quello che gli serviva, una spinta verso la scelta giusta. Raccolse la sua cartella, e la giacca e si avviò di corsa fuori l'ufficio urlando un "Ti amo" a Luisa.
"Ti amo anch'io, stronzo. Ma attento a te, Sona. Per la prossima settimana voglio due capitolo. DUE e ben scritti. Altrimenti puoi dire addio alla tua carriera!"
Ma Claudio non la stava ascoltando più, stava correndo.
Stava correndo verso di lui.
****
28 aprile 2014 – A Prima vista
"Mi porti via?"
"Andiamo a casa?"
"Sì, andiamo a casa"
Claudio guidava verso la sua città, verso Verona, ma più voleva andare veloce, più Mario accanto a lui non gli rendeva la guida semplice. Gli aveva chiesto di andare via, e lui gli aveva detto di sì. Eppure non riusciva a capire perché decise di tornare a casa, poteva benissimo prendere una stanza a Milano o farselo nei bagni del locale. Ma questo non era quello che voleva con Mario. Con lui c'era di più. Lo aveva capito quando i suoi occhi neri si era fermati a fissarlo, lo aveva capito dal suo sorriso che metteva in mostra le fossette, lo capì da quello sguardo che lasciava poco da intuire. Mario si era insinuato nella sua mente in un solo attimo, e dentro le ossa con un solo bacio. Così adesso si ritrovava a correre più veloce della luce, con Mario attaccato al collo. Letteralmente.
La lingua di Mario percorse la linea del suo collo, morde, succhia, lo marchia. La sua mano accarezza la coscia, e scese più giù fino al suo inguine. E soffia, ride, gode, mentre Claudio tratteneva i gemiti e la concentrazione sulla strada.
"Ma-Mario..."
Ma il moro non lo ascoltò, concentrato a lasciargli un succhiotto violaceo impossibile da nascondere.
"Muoviti, Sona. O giuro che ti scopo qui, adesso." Lo provocò, mordendo ulteriormente la pelle martoriata dai suoi baci. E Claudio non se lo fece ripetere, mise il piede sull'acceleratore e corse ancora più veloce. "Bravo" sfiatò Mario, e dopo un massaggino approfondito a quell'erezione già formata del castano, tornò a sedersi a suo posto.
"Stronzo" sibilò Claudio lasciandogli sfuggire un gemito, provando la risata squillante dell'altro.
*
"Claudio. E dai." Mormorò Mario. Era impaziente, desideroso, non vedeva l'ora di poter toccare quel corpo per bene. Nudo, solido, muscoloso, tutto per lui. Lo abbracciò da dietro e stuzzicò la pelle alla base della attaccatura dei capelli, le mani che scorrevano sui suoi pettorali, infilandole al di sotto della camicia, la lingua che disegnava cerchi immaginari, il bacino che scontrava contro di lui, il suo piacere pieno di lui.
"Mario... se continui non ci riuscirò mai." Si lamento l'altro, nel vano tentativo di infilare la chiave nella toppa della porta.
"Si vede che non sei capace a centrare i buchi" lo provocò l'altro, ridendo.
"Che cosa hai detto?" spinse la porta che finalmente si aprì e si voltò improvvisamente per prenderlo in braccio e caricarselo sulle spalle. Mario si lasciò andare un urletto divertito e "Mettimi giù" protestò, scalciando.
Claudio lo sculacciò scherzosamente e accese la luce del corridoio.
"Mmh, bella casa." Si complimentò il moro per poi venire buttato su un enorme letto bianco.
Rise mentre Claudio gli era già addosso, a cavalcioni su di lui. Si buttò lui stavolta addosso all'altro, ricambiando i segni che prima lui gli aveva lasciato e piano piano le mani scesero ai bottini della sua camicia. Li sbottonò uno ad uno, con dolcezza e fretta nello stesso tempo. Due ore di macchine per averlo sotto di lui. Le bocche si cercavano alla cieca, si trovavano e si scambiavano le anime e i respiri. Baci e morsi. Gemiti e sospiri. Sfilò via quel indumento nero e potette godere della visione di quel corpo, esile ma spigoloso, i muscoli definiti, e i tatuaggi nei luoghi giusti.
Claudio impazzì, letteralmente. Baciò la sua bocca ancora una volta e poi scese fino allo sterno, percorse il primo tatuaggio, la scia di rondini che si spiazzano dalla spalla al braccio. Lo sollevò a poco a poco e morse quella scritta "dark soul" e poi continuò mordendo il braccio, baciando sul polso il codice a barre. Poi passò all'altro braccio, sfiorò le lettere e risalì fino al funghetto colorato.
"Clau-Clà!" si lamentò ma lui non lo ascoltò e si buttò di nuovo sulle sue labbra per farlo tacere un secondo. Ma non approfondì il bacio, voleva giocare. Allora passò all'assalto nell'altro lato del collo. E poi appoggiò le mani sul suo petto, strizzò i suoi capezzoli e gli passò su la lingua. Mario si lasciò andare in un gemito gutturale, che lo mandò su di giri. Morse il sul fianco e lo fece urlare e continuò la sua corsa leccando lo scorpione nero e slacciando i pantaloni per seguire la linea di quel tatuaggio che terminava in luoghi proibiti, ma Mario lo fermò tirandolo per i capelli e lo baciò con urgenza, in un bacio scomposto tutta lingua e saliva. Capovolse le posizioni in un attimo. "Basta così" sibilò e gli strappó con un colpo solo tutti i bottoni della camicia. Sciolse la cintura e gli tirò giù i jeans, senza perdere mai i suoi occhi. Lo lasciò con addosso solamente un misero paio di boxer e sorrise a quella visione, a quella erezione formata per lui. Appoggiò una mano aperta e Claudio lo supplicò di dargli di più. Baciò l'interno coscia ridacchiando e ignorando le sue preghiere, e poi terminò di spogliarsi.
"Sei mio." Glielo incise sulla pelle, con morsi, graffi, e baci. Strofinò la sua erezione piena contro di lui ancora coperta a quel misero pezzo di stoffa che li copriva dalla nudità. Cercò la mano di Claudio e la trovò e da quel momento in poi si perse nei suoi occhi e non capì dove finiva uno e iniziava l'altro. E non sarebbe stato solamente sesso, lo capì da come le mani combaciavano, dalle dite che si sfioravano, dai brividi lungo la schiena. Baciò un suo tatuaggio al centro del petto, e sorrise alla vista di tutti quei disegnini colorati, colorati come lui. Colorati come Mario desiderava la vita. E poi si prese cura di lui, cautamente. Appoggiò la mano libera sul bordo dei suoi boxer e li fece scivolare giù, sfilandoglieli dalle gambe. Fece lo stesso movimento con i suoi, aiutato dalla mano di Claudio, e poi si sdraiò sul suo corpo muscoloso per riunire nuovamente quelle labbra che non voleva proprio saperne di separarsi. Era dipendenza. Claudio per Mario lo era. Poche ore e già gli era incastrato sotto le unghie. Pelle contro pelle, i sessi a contatto, le mani intrecciate, e quelle labbra grandi e peccaminose sulle sue. Se doveva morire, Mario pensò che questa era un buon modo per andarsene, abbracciando il paradiso e l'inferno nello stesso momento.
"Mario..." richiamò l'attenzione l'altro. Non ce la faceva più, voleva di più. Voleva sentirlo, dentro, moriva dal desiderio di vedere i loro corpo combaciare perfettamente. Voleva sentirlo in ogni angolo del suo corpo. E Mario non se lo fece ripetere. Lo preparò per bene, un po' alla volta, con calma. Baciò il suo dolore e le sue espressione contratte, fino a quando il fastidio andava via e lasciava spazio al solo piacere. Lo guardò negli occhi mentre gli sorrideva e lo rassicurava. E non era da lui, non lo era per niente. Lui usava i corpi, con lo scopo di soddisfare solamente il suo piacere, ma c'era qualcosa in Claudio che gli impediva di pensare a sé stesso, era una sorta di protezione e si rese conto di aver messo lui prima di sé stesso.
"Mario, sono pronto. Ti prego." Una supplica, una supplica che accolse con le sue labbra, e dopo avergli divaricato le gambe ancora un po', con un'unica spinta fu dentro di lui.
E lì si perse, in quel corpo, in quell'anima. Si perse mentre osservava i suoi occhi, si perse tra i suoi ansimi e i suoi respiri. L'incastro perfetto dei loro colpi uniti insieme. Aspettò il segno di assenso dell'altro prima di muoversi, e quando arrivò, iniziò a spingere in lui, e ogni spinta era un toccasana, ogni spinta univa non solamente i suoi corpi ma anche le loro anima. Ad ogni spinta e Claudio si sentì morire chiedendo di più sempre di più, per perdersi e aggrapparsi nei ciuffi neri sulla sua fronte. Gli sgraffiò la schiena, gli morse la spalla, unì il suo respiro all'altro. Le menti ormai erano connesse, e quello fece più paura. Fino a quando non è altro che lo scontro di una pelle contro l'altra, allora può fregartene di tutto e dimenticare il giorno dopo, ma quando i pensieri si confondono e si legano a quelli quell'altro, allora sei terribilmente fottuto. E Claudio si sentiva così, senza via di ritorno, e voleva che quella notte non finisse mai, voleva prolungare quel momento il più possibile. Allora ci concentrò per rimanere lucido e non cedere al piacere, ma quando Mario toccò quel punto più volte, potette giurare di aver toccato il cielo con tutte le dita. E bastarono altre poche spinte, sconnesse ma decise, e una la mano del moro sul suo membro per farli riversare l'uno sul suo petto, e l'altro dentro di lui, urlando i loro nomi, fissandosi nelle pupille fino a vedere l'anima, nell'orgasmo più intenso della loro vita.
Un solo pensiero nella mente di entrambi: quello non era stato solamente sesso.
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Ciao belli,
oggi sono stata brava e ho pubblicato prima. Il capitolo non doveva essere così, il flashback doveva essere un altro, ma visto che mi avete quasi ucciso nell'ultimo capitolo, ho deciso di darvi una gioia, nel passato ma sempre gioia. Godetevela finché potete ahhahaha.
Scusatemi se ci sono errori di battitura ma a forza di leggere e rileggere non li vedo più, quindi più tardi o domani passerò ad aggiustarli nel caso.
Grazie a tutti quelli che mi leggono e mi sorreggono, grazie a chi lascia una stellina o un commento e chi invece sclera su twitter.
Spero che questo aggiornamento sia di vostro gradimento, e ci rivediamo nel week-end.
Un bacio,
Sabry
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