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-Capitolo 68-


Prima che qualcun altro potesse parlare, afferrai con le mani strette a pugni i lembi del vestito, e sussurrai a Simon un "mi dispiace" che lo fece rimanere ancora attonito.

Percorsi di fretta la navata, correndo a più non posso, con il cuore che batteva feroce nel petto, senza mai calmarsi.
Lasciandomi dietro le spalle i vociferi.
Con un colpo, aprii la porta della chiesa, venendo accecata dalla luce potente del giorno, e sbattei più volte le ciglia per ridonare colore alle mie iridi velate.

"Hope" sentii gridare disperato il mio falso nome, da Simon, dietro le mie spalle.
Ma continuavo a correre e cercare con occhi vigili Alan. Lui che amavo. Lui a cui avrei riversato contro tutto il male che mi aveva causato.

Gli invitati erano ancora dentro, mentre io mi allontanavo sempre di più.
Superai dei cespugli, passando tra essi, dove la coda del vestito s'infilzò tra un ramo secco, e lo tirai con veemenza, mentre le lacrime si erano seccate sul mio volto arrossato, facendolo strappare e farlo arrivare fino alle ginocchia.

"Hope fermati" la voce grave di Simon, che sembrava non darsi per vinto.
Aveva bisogno di spiegazioni, ma io avevo visto Alan. Avevo visto Grace. Sapevo che mia madre e mio padre erano morti. Ma loro no. No! Loro erano vivi.
Anche se lui era con Vanessa. Forse lo avevo immaginato. Impossibile erano lì.
Lui era lì.
La mente era troppo stanca, ma non mi davo tregua. Anche se gli occhi erano sporchi di quel velo.

Presi tra le mani, la veletta che avevo ferma tra le forcine della testa, e la gettai oltre le rovere, e mi liberai con un gesto del piede, i tacchi che affondavano nel terriccio umido.
Non sentivo neanche più i graffi che ricoprivano il mio braccio destro, continuando solo a correre.
Finché una mano non si avvolse intorno al mio polso, portandomi a trasalire e salire il cuore in gola, fermando la mia corsa a perdifiato ma non il cuore, che ormai non trovava un punto di fine.
"Alan" sussurrai con la voce smorzata, ed un piccolo singulto involontario.

Ma come lo feci, la presa si strinse, ed in uno scatto fulmineo mi girò contro di se, facendomi schiacciare i seni coperti dal bustino, con la sua camicia linda.
"È così? È con lui che facevi la puttana?" Sbottò irruente e furioso, come non l'avevo mai visto prima. I suoi occhi nocciola, sembravano divenuti dei pozzi neri pieni di petrolio, in cui sarei potuta morire.

"Simon. Mi dispiace, non sono chi tu credi che io sia" tentai di farlo ragionare, sentendo il polso indolenzito dalla sua presa, e cercando invano di liberarmi.

"Mi prendi per il culo anche? Ti ho fatto una domanda ed esigo una risposta" ricalcò risoluto, salendo avidamente con la mano libera verso la nuca, strattonandomi i capelli, dov'è alcune forcine caddero a terra con un rumore ovattato, che fece frusciare i fili d'erba umidi, mentre strozzai un urlo di dolore.

"Non ti prendo per il culo. Chiedilo alla puttana di tua madre" replicai fredda, senza farmi intimidire. Per troppo tempo Hope aveva preso il mio posto, facendosi calpestare. Ma io sapevo cosa volesse dire il dolore vero.

"Cosa hai detto?" Gridò isterico, lasciando di colpo la presa sul mio polso, facendomi cadere a terra, e battere la schiena, celando di nuovo un altro urlo.
Camminai appena a granchio, vedendolo avvicinarsi.
"Ti ho sempre dato tutto. E tu mi ripaghi facendoti sbattere dal mio avvocato?" Domandò emettendo una risata amara, e la voce rabbiosa ed irritata, vedendo le sue narici allargarsi ad ogni respiro, e le mani strette in due pugni saldi.

"Avrei dovuto parlartene prima. Lo conosco da molto tempo prima. Simon credimi, mi dispiace. Ma io non sono lei" rivelai ferma ma più tenue quelle parole, sperando che capisse che non era mia intenzione ferirlo.

Rimase in silenzio per un attimo, ed io arretrai debolmente, ancor di più, tastando con i palmi contro l'erba, se trovassi qualcosa.
Finché non lo toccai, e potei cacciare un sospiro di sollievo.
"Mi credi?" Domandai con l'affanno, ed il bustino sembrava sempre di più, di privarmi l'aria necessaria e schiacciarmi le costole.

Non si udivano altri rumori. Solo il brusio di un po' di vento, e come se aspettasse solo me, un lampo possente, squarcio il cielo con un boato, facendomi sussultare.
Un attimo prima il sole, e quello dopo tutto risucchiato da nuvolone grigiastre.  Eravamo dietro al giardino, e troppo lontani dall'entrata della chiesa. Tra ulivi ed alberi secolari.
Ora sapevo che Alan come sempre era stato un miraggio. Un modo per farmi risvegliare dal lungo sonno.

Restai immobile come un sasso, vedendolo piegarsi sulle ginocchia, con il respiro ansante.
Una goccia trasparente, cadde sulle mia gambe scoperte, portandomi a tremare appena.
"Ti credo..." rispose più pacato, e sentii un peso in meno dentro, mentre mi tese la mano che guardai titubante.
Ma come allungai la mia, mi trascinò di nuovo a terra, facendomi battere più violentemente la schiena, e sentire le scapole martirizzate.
Le mie labbra aride e secche, si lasciarono sfuggire un lamento fioco, prima che mi sovrastasse con la sua figura, con le ginocchia sul terreno umido, imprigionando il mio corpo.

Provai a dimenarmi, rivivendo una scena di quando ero solo una ragazzina, e quel campo di addestramento, come una fortezza, mi imponeva di essere una schiava per dare piacere a uomini ricchi.
I loro modi rudi, alcuni che mi tenevano ferma con delle catene attorno ai polsi, violentando il mio corpo, il mio cuore, la mia anima.

Un singulto subitaneo, mi fece cadere una lacrima, che mi sporcò la tempia, diramandosi tra i capelli scompigliati.
"Sim..." non riuscii a finire il suo nome supplichevole e prona, che la sua mano liscia, divenne una palla di fuoco rovente, colpendo la mia guancia destra con veemenza, portando a girare il mio volto e sentire quel pizzicore formicolante, sotto pelle.

"Ti sei divertita a farti fottere. Volevi un uomo più rude?! Ed è ciò che avrai amore mio" si fece beffa con un tono maligno e voce rasoiata, fredda come lame taglienti e pungente come aghi di pino.
Sentii il suo fiato pesante sul collo, e la sua colonia infiammare le mie narici.

Tutto in me gridava aiuto, ma nessuno mi aveva mai aiutata. Ero stata manovrata come una bambola di pezza. Ma ora ero una donna più forte.
Mi ricordai che avevo il ramoscello impugnato come un pugnale, nella mano.
Ed appena sentii il rumore metallico e secco, della cintura sganciata, come il suo membro che spingeva dal tessuto grezzo, sulle mie mutandine, allungai una mano ed in uno scatto repentino, sfregiai il suo zigomo, portandolo ad emettere un verso gutturale e cavo, spostandosi appena dal mio corpo e pararsi lo sfregio con la mano, dal quale rivoli di sangue gli sporcarono i polpastrelli ed il colletto candido della camicia.
Poco, ma quel poco bastò, per farmi sgusciare da sotto il suo corpo, ed anche con le ginocchia sbucciate e la schiena indolenzita, rimettermi in piedi.

Provai a correre, ma la sua mano prontamente, si avvolse come una cinghia attorno alla mia caviglia, facendomi cadere al suolo con un tonfo ovattato solo dal suolo erboso ed umido, pressando il mio petto e metà volto, sull'erba, facendomi sfregiare, e digrignare i denti che sfrigolarono tra loro, avvertendo un senso di freddo, all'interno della bocca, come se avessi mangiato del ghiaccio.

"Lasciami" cacciai fuori soffocata, sottoponendo il mio diaframma schiacciato, uno sforzo sovrumano.
Stille di sudore, imperlavano la mia fronte, ed il mio vestito era sporco di fango ed erba, come il mio volto.

"Pensavi di sfuggirmi" sibilò con una risata e la voce stentorea, troppo potente per il Simon che conoscevo. Aveva indossato anche lui la maschera della bontà, ed ora si era frantumata al suolo, come schegge di vetro.

Arpionai la mano sul terriccio, piantando le unghia ed i polpastrelli, sforzandomi come un'arrampicatrice, avvertendo dolore sotto alle unghia, che incanalarono terriccio e qualche graffio alle dita, corrugando tutte le linee del mio volto.
Il petto mi doleva, da i battiti affannosi ed il respiro dimezzato.
Le gambe tentavano di scalciare la presa delle due mani di Simon, che tenevano la mia caviglia, come una fune dove arrampicarsi, tirandomi sempre di più verso di lui, e le gambe e le ginocchia, le sentivo sempre più sbucciate e bruciare.

Non mi ero neanche accorta, che pioveva a dirotto, inzuppando il mio vestito, che si appiccicò al mio corpo, divenendo quasi trasparente, ed i miei capelli bagnati fradici, si attaccarono al mio volto sporco, alla fronte, ed al collo.
Alcune perline dell'abito erano sgusciate via, adagiate sul suolo ormai fangoso.
Mi voltai a metà, guardando Simon con il suo ghigno sghembo, ed i denti come zanne di un lupo, pronto a sbranarti.
I capelli ritti, si erano adagiati sul cuoio capelluto, finendo sulla fronte come una frangia, la camicia sporca di terra e pioggia.
"Simon lasciami. Non mi avrai mai. Non ero tua neanche da Hope, peccato che tu sia stato troppo stupido per accorgerti, che mi piaceva farmi fottere dal tuo avvocato Alan" rivelai burbera e vittoriosa, giocandomi l'ultima carta, poiché intravidi da lontano, una sagoma con un completo blu notte, e la camicia grigio perla.
Era lui.
Kevin.
Simon non poteva vederlo da dietro le sue spalle, troppo intento a salire sopra di me, che mi arresi allo sforzo, ma io si.
I suoi occhi verdi si incontrarono con i miei stanchi, e non parlò, non gridò il mio nome. Sapeva come agire, lo aveva imparato anche lui. Soldato addestrato per l'esercito.

"Puttana" vociò possente, mentre vidi la figura del mio migliore amico sempre più vicina, e proclamai sicura un
"È finita" prima di vederlo innalzare un sopracciglio, e girarsi appena spaesato, venendo colpito da il pugno di Kevin, che lo fece rotolare dal mio corpo e lasciarmi libera.
Emise un lamento di dolore acuto, mentre Kevin lo sovrastò, prendendolo per il collo della camicia, e sferzargli un altro pugno, mentre m'intimava di andare via con la voce rauca.

Annuii e mi rialzai, correndo come un lupo affamato, verso la strada. Sentii le sirene squillanti di una pattuglia di polizia, e corsi in quella direzione, vedendoli guardarmi e squadrarmi basiti dal mio abbigliamento e dalla mia sporcizia.
"Signo..." non lasciai parlare il ragazzo in divisa, che presi parola con l'affanno, piegandomi appena su me stessa, con le ginocchia che traballavano, come un trapezista, per stare in piedi.

"Di là..." indicai con l'indice, vedendo il ragazzo ed uno più grande, guardarsi ed annuire, per andare nella direzione a me indicata, mentre li seguii.

Vidi l'uomo guardare Simon e Kevin, mentre Simon cercava di colpire invano Kevin.
"Alzi le mani" intimò il ragazzo a Kevin, mentre berciai con un
"È l'altro. È lui che mi ha...mi ha..." non riuscii a terminare con voce labirintica, che mi accasciai a terra, priva di forze, sentendo la tempia scoppiare, ed il cuore sobbalzare, e fermarsi come un soffio, per ripartire leggero.

Sentii Kevin urlare un "Kristal" e la sua mano ruvida, accarezzarmi la guancia paonazza, dove stirai un sorriso, vedendo i suoi occhi verdi preoccupati e dilatati.

"K...kev..." mi posò delicatamente l'indice sulle labbra, avvicinandosi al mio viso e sentii le sue labbra fresche e morbide, posarmi un bacio sulla fronte.

"Non ti affaticare" pronunciò soave, coccolandomi i capelli come faceva spesso quando ero piccola, e triste per la morte di mio padre.
"È lui l'uomo che ha ridotto così la mia amica" asserì freddo e stizzoso, impaziente.

Guardai con la vista offuscata, e le palpebre pesare un quintale per stare sollevate, Simon che venne alzato dall'uomo, mentre si puliva con il polsino della camicia, il labbro spaccato a metà, dove rivoli di sangue, erano appiccicati sul mento, e gli avevano sporcato la barba ispida, sembrando ramata.

"Ci deve seguire in centrale e rilasciare la confessione. In quanto ha tentato di violentare una donna" annunciò il ragazzo, squadrandolo con disgusto.

"Era la mia futura moglie cazzo. Mi ha lasciato sull'altare. Si è fatta scopare dal mio avvocato" sbottò iroso, puntando lo sguardo felino e ferito su di me.

"Non c'interessano le motivazioni. Anche lei signore, ha picchiato per legittima difesa in nome della sua amica, ma..." non feci terminare ciò che mi avrebbe fatto star male.

"La prego lui no. Mi ha voluto difendere" supplicai fievole, accoccolandomi sul petto caldo di Kevin, che mi stringeva a se.

"Lo so signorina ma..." mi sforzai ancor di più, anche se il fiato era a corto.

"La supplico" rincarai maggiormente, vedendolo guardarci e poi annuire sconfitto, guardando l'ultima volta Kevin, mentre Simon seguì gli uomini, venendo tenuto per il braccio dall'uomo.

Sentii che la pioggia aveva smesso, da quanto non lo sapevo. Avevo brividi di freddo, ma il calore corporeo del corpo scolpito di Kevin, mi donò sollievo.
"Dovevo andare Krys" affermò dolce, carezzandomi la guancia, mentre allungai le mie dita sul suo volto, disegnando i contorni della sua mascella per sentire un po' di ricrescita pungermi i polpastrelli.

Lo sentii sospirare, voltando lo sguardo altrove, per aiutare a rimettermi in piedi.
"Grazie Kev." Lo ringraziai melensa, vedendolo scuotere la testa.

"Il dovere di un amico. No?!" Affermò limpido in una mezza domanda, mentre annuii.

"Joy è una brava ragazza" cambiai discorso, vedendolo ridere ed annuire, tenendomi stretta a lui, per non cedere, e mi aggrappai con le braccia al suo collo.

"È per questo che mi piace. Anche se parte del mio cuore resterà sempre marchiato da un'altra" commentò cupo, una confessione che mi smosse un tremolio. Mi guardava troppo intensamente con i suoi occhi verde chiaro, tanto da leggere la verità che aveva tenuta nascosta per anni.

"Kev..." mi zittì, scuotendo nuovamente il capo, sentendo le sue mani cingere forte la mia vita, per sorreggermi.

"Non devi dirmi nulla. Avrei dovuto dirtelo, da molto tempo. Ma quando conoscesti Alan, non avevi occhi che per lui, ed io mi sono arreso. Forse per te non significherà niente, ma quando ci baciammo a stampo prima di venire divisi da voi, per me quella era già un'ammissione del mio amore. Ma Joy mi piace davvero. È bella...molto bella" proclamò imbarazzato, sorridendomi con i suoi denti bianchi e perfetti.
"Ed anche strana e stramba" annunciò mentre risi con lui, dandogli un bacio dolce sulle guancia ruvida. Sapeva e mi era rimasto accanto nonostante tutto.

Finché non sentimmo una finta tosse dietro le nostre spalle, ormai vicino alla macchina.
"Pensavate di liberarvi della stramba?" Domandò sarcastica, innalzando un sopracciglio verso Kevin, che gli restituì un sorriso da infarto immediato, vedendola divenire rossa, come non l'avevo mai vista.

Quando mi corse incontro, lasciando che Kevin si staccasse, per accogliermi tra le sue braccia confortanti.
"Piccola mia. Ero disperata. Felice per aver detto di no a quel pazzo. Ho visto che lo portavano via e l'arpia di sua madre con lui, per chiedere spiegazioni. Che Troia" commentò dispregiativa, mentre anche con poche forze non riuscii a trattenermi dal ridere di cuore.
"Poi sei scappata e Kevin mi ha detto di aspettarlo qui. Mi ha raccontato tutto e..." mi bloccò vedendo che stavo per prendere parola, con l'indice alzato, mentre sentii il rumore delle macchine sfrecciare, e kevin che aprì la portiera della macchina, con un cigolio.
"Non so come sia stato possibile. Ma da Hope a Kristal i sentimenti per te non potranno tramutare mai. Sei la mia migliore amica, e non ti abbandonerei mai. Mai. Chiaro?" Domandò, cercando di reprimere un singulto, poiché l'emozione tradiva la sua voce che tentava di rimanere gioiosa.

L'abbracciai più forte, perdendomi tra il profumo aggrumato dei suoi capelli corvini.
"Lo stesso per me Joy. Ci sarò sempre per te, per sempre." Esclamai veritiera, asciugandoci le lacrime a vicenda, lei asciugava le mia ed io le sua.

Kevin ci guardò sorridente, invitandoci con la mano a raggiungerlo alla macchina, mentre ridemmo ancora.
"A proposito sei andata a quel raduno per ninfomani?" La beffeggiai amorevole, notandola lanciarmi un'occhiata truce, ma che si tramutò in una risata cristallina.

"Scherzi? Kevin mi ha fatta peggiorare" mi sussurrò incantata dallo sguardo del mio migliore amico, mentre diventai porpora, coprendomi il volto con la mano.
"E tu ti sei svegliata bella addormentata?" Mi riprese sarcastica, mentre la guardai sorridermi e farmi l'occhiolino, notando il suo ombretto celeste.

"Direi decisamente di sì" risposi sicura, prima di entrare in macchina e sentire il cigolio leggero dello sportello richiudersi.

"Devo parlare con Alan" affermai schietta, mentre ci avvicinavamo a casa di Joy.

"Riposati prima. Domani andrai da lui. Non è com..." non lasciai terminare Kevin , prendendo parola.

"Lo so. Hope non poteva sapere. Mi fido di Alan, ma non credo che potrò perdonarlo. E neanche è venuto a riprendermi" sussurrai rabbuiata, puntando lo sguardo verso il finestrino, lasciando cullarmi dallo sfrecciare debole delle macchine, ovattato dal finestrino alzato, e dal paesaggio della città, fuori dal vetro.

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