-Capitolo 32-
Pov. Alan
Tornai a casa, salutando in studio, freddamente, Kevin.
Era sempre stato la mia spalla destra, ma ultimamente iniziava a darmi su i nervi. Non rispettava le mie decisioni, nel quale non doveva immischiarsi.
Aprii la porta di casa, ed un senso di solitudine come sempre mi avvolgeva. Dovevo essermi abituato, ero sempre stato solo. Ma da quando era rientrata nella mia vita, la desideravo. Aspettavo di vederla, di sentire il suono della sua voce. E tanto solo non mi sentivo più. Non mi logorava più la tristezza che conservavo nel cuore.
Mi spogliai di fretta, guardandomi allo specchio. I miei occhi erano freddi come il ghiaccio che giace al suolo d'inverno. Che ricopre le siepi e gli asfalti.
La mascella contratta, non mostravo mai emozioni, ne tentavo di farlo. Le labbra carnose erano sempre una linea retta, rigida. I capelli neri come la pece, neri come quello che portavo dentro.
Poggiai entrambe le mani sul lavabo di marmo, esalando un sospiro, mentre chiusi gli occhi. Era lì che il mio pensiero tornava.
-Ohio 10 anni fa-
Ormai la sua presenza era costante. Appariva sempre da quella porta, con gli occhi persi, ma appena incrociava i miei, vedevo il suo azzurro chiaro, confondersi con il colore del cielo sereno.
L'avevo vista crescere come un fiore in primavera, di quei boccioli chiusi che a poco a poco, si aprono in un fiore magnifico, inebriante, incantevole.
Questa era Kristal. Una bambina divenuta ormai una ragazza, troppo in fretta.
Ricordavo ancora le parole di sua madre. E lei era ignara di tutto. Ignara che io non fossi ciò che lei credeva. Che se avessi rivelato tutto, il suo azzurro splendente mi avrebbe ridotto in polvere da sparo.
"Niente ispirazione oggi?" Mi domandò melensa e gioiosa, gettando uno sguardo sul mio blocco chiuso, posto vicino a me.
Scossi la testa, tirando una boccata alla sigaretta. Mi gustai il sapore forte del tabacco, per rigettarlo difronte a me.
"Ho in mente altro per oggi" rivelai sereno, aspirando un'altra boccata, mentre mi girai a guardarla. Si portò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, e si lisciò il vestito, quasi in imbarazzo. Troppo corto ormai forse. Le copriva a malapena le natiche. E cazzo...non aiutava. Aveva quasi diciannove anni ed io d'altro canto ne avevo ventitré.
Si avvicinò, sentendo la leggera brezza notturna. Quando non riuscivamo a dormire, tentava il modo anche di uscire di soppiatto dalla camera.
"E cosa vorresti fare di notte?" Domandò in un sussurro fin troppo seducente, mordendosi le labbra. Si piegò sulle ginocchia, vicino a me, mentre il vento ci accarezzava piano. Notai il suo vestito salirle fin sopra le cosce, mandando in aria le buone intenzioni di non sbirciare. Ma dovetti fare resistenza.
"Hai qualche idea stravagante?" Riformulò, vedendo il mio silenzio, interrotto solo dal fruscio leggiadro del vento, e dalla mia bocca che rilasciava il filtro ogni tanto.
Mi girai verso di lei, schiacciando il filtro tra il pollice e l'indice sul cemento freddo.
"Voglio portarti in un luogo dove puoi essere te stessa" le rivelai cristallino, cercando I suoi occhi, che ebbero un brillio sfavillante.
"Non possiamo uscire di qui, lo sai" si rabbuiò subito dopo, sentendo la voce uscirle spezzata dall'amara verità.
"Ti fidi di me?" Le domandai pacato, portando la mia mano sulla sua guancia fresca, dove senza volere chiusi gli occhi e dischiuse le labbra, quasi facendo fuoriuscire un ansimo.
Sentii una sensazione strana, una voglia di baciarla e stare dentro di lei, in maniera viscerale.
Annuì debolmente, riaprendo piano i suoi occhi lucidi verso di me, mordendosi di nuovo il labbro.
Mi feci più vicino, portando il pollice sul suo labbro, per fermare l'assalto dei suoi denti, vedendola seguire incantata il mio gesto, prima di ritornare su i miei occhi.
Eravamo talmente vicini, i nasi quasi a sfiorarsi, ed i respiri irregolari come l'alito dolce, si confondevano insieme, attirandoci.
Finché non tornai duro e serio, allontanandomi appena.
"Vieni" le intimai fermo, tendendole la mano per farla alzare.
Scosse la testa confusa come se non capisse, accettando ugualmente la mia mano, che la tirò su, attirandola contro il mio corpo, che la voleva possedere in ogni maniera. Mi faceva perdere il controllo con la realtà. Quando era con me, vivevamo in una vita parallela. Ci chiudevamo in uno spazio nostro.
Sentii il suo sospiro, lasciare le sue labbra, mentre la mia mano lasciò lentamente il suo fianco esile.
"Non si accorgeranno della nostra assenza, se torneremo prima dell'alba. Fidati" le riformulai la proposta, mirandola titubante, ed a scovare con gli occhi, una risposta da darmi.
Finché non le presi il mento tra il pollice e l'indice, facendo guizzare i nostri occhi, che si fusero insieme.
Aspettai una sua risposta, dandole conferme con il mio sguardo intenso, per trasmetterle sicurezza.
"Mi fido" proclamò limpida, intrecciando le dita affusolate della mano, con le mia.
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Serrai a quel ricordo una mano stretta in un pugno troppo forte, tanto da far divenire le nocche bianche, e lo sferzai con tutta la rabbia e la frustrazione che provavo, contro lo specchio, che si scheggiò, vedendo Rivoli di sangue colare lungo il mio riflesso. Sentendo l'odore metallico del sangue, impregnare quei metri quadri. Ma il dolore della mano non faceva mai male, quanto i sensi di colpa che mi torturavano. Mi dilaniavano l'anima. Mi ripetevano che non avevo fatto abbastanza. Che avrei potuto trovare una soluzione migliore. Ma non c'era niente da fare. Niente. E quando lei avrebbe ricordato l'avrei persa per sempre. Persa guardandomi con odio, ma non sarei scappato come un codardo. Non lo ero. Mi sarei preso il suo rancore ed il suo disprezzo. Mi sarei preso tutto. Me lo meritavo.
M'infilai nel box doccia, sentendo l'acqua del soffione, schiaffarsi addosso al mio corpo con irruenza, mentre il sangue sulle nocche, veniva lavato via, finendo sulla piastrella di marmo, dentro la tapparella.
I suoi occhi che mi guardavano con lussuria, il rumore delle onde che si distendevano sulla sabbia umida. Il suo corpo scossi da spasmi e le sue labbra dolci contro le mia, bagnate di acqua salata. La sua lingua vellutata che scivolava dentro la mia bocca, fottendomi l'anima. Presi il membro tra le mani, circondando la base con le dita, iniziando a pompare forte. Venivo per i nostri ricordi. Vivevo per aspettare il suo ritorno.
Guardai il cazzo ingrossarsi e tendersi, la cappella lucida, dove un po' dei miei umori l'avevano inumidita. L'acqua continuava a scorrere sul mio petto, finendo verso il mio inguine. Il tatuaggio dello scorpione. Pompai sempre più forte, gettando la testa all'indietro, mentre la mia bocca spalancata si nutriva dell'acqua del soffione, che colava fino al mio mento, ricoperto da un po' di ricrescita scura ed ispida.
Andai sempre più veloce, al ricordo dei suoi seni, della sua fica stretta, che mi accoglieva, mi faceva perdere il controllo di me stesso.
Finché non sentii il mio sperma, sporcarmi la mano, e confondersi con l'acqua. Facevo schifo. E per quello non avevo rimedio.
Pov. Hope
Non ero riuscita a dormire per quasi tutta la notte, mi rigiravo nel letto come un'ossessa. Sentivo il tessuto delle mutandine strusciare sulle mie labbra, ancora desiderose delle sue attenzioni. Mi stavo avventando in qualcosa di più grosso di me. Non ero riuscita a comprare l'abito. E non perché non fosse bello, ma per il semplice fatto che la mia testa era altrove. Lo era da un po' ormai. Ed ero combattuta. In pieno conflitto tra ciò che avrei dovuto fare, e ciò che avrei voluto.
Insicura, troppo. Ed io non ero mai insicura su nulla. Pianificavo ogni cosa. Ma ogni volta che Alan faceva i suoi ingressi misteriosi, mi perdevo in un limbo.
Joy aveva capito suo malgrado, qualcosa. Qualcosa che mi turbava. E aveva spiegato al posto mio alla signorina, che saremo tornate, che avrei voluto pensare ancora un po' su i modelli. Ma non mi chiese niente. Neanche lei sapeva gestire le sue relazioni, che terminavano il mattino dopo una scopata grandiosa. Ma era sempre convinta che Simon non era l'uomo giusto. Ed io le lasciavo dire tutto, forse arresa, forse perché ormai sapevo il suo pensiero. Forse perché anche non dovendo e non volendo, Alan s'infiltrava prepotente dentro me. Scalciava furioso e prepotente per riuscire ad entrare, ed avvilirmi. Perché si...mi sentivo avvilita. Il suo sguardo di ghiaccio lussurioso, mi faceva trepidare. Ogni suo sussurro sul mio lobo, mi faceva bagnare, e stringere le gambe, per sfuggire dalle sensazioni che dentro di me, si muovevano furiose.
Lasciarmi andare con uno sconosciuto? Non era da me. Dannazione! Stavo preparando il mio matrimonio. E di questo non mi preoccupavo affatto. Mi preoccupavo di più del mio corpo, che cedeva come pezzi di un domino, cadendo al suolo. Mi stavo arrovellando da sola. Ma il mio corpo necessitava delle sue mani ruvidi e virili. Che conoscevano quasi a memoria ogni mio tasto, per portarmi all'apice del piacere, e sconquassarmi con un orgasmo potente.
Ero riuscita ad evitare Miranda per tutto il giorno. Nessuna delle due cedeva a parlare. Ed ogni volta che io entravo lei usciva, o viceversa.
Simon mi aveva chiamato più volte. Mi aveva chiesto come andasse con sua madre. Logico che quella vecchia arpia le avesse detto i nostri disguidi. Ma lo rassicurai, e anche se a stento mi credette.
Ero sempre stata affezionata e grata a Miranda. Ma ora mi sembrava diversa. Celava qualcosa, ne ero sicura. E non potevo più fidarmi appieno.
Il mio pensiero era un altro ora. Ora che ero seduta sulla scrivania dell'ufficio, a rigirarmi il tappo della penna tra i denti. Ora che guardavo Joy smaltarsi le unghie e parlare al telefono, in modo svogliato, tenendo la cornetta all'orecchio, sorretta dalla spalla sinistra, con un cliente.
Il mio pensiero era stasera la cena con Alan.
Era stata quasi un'imposizione. Non avevo avuto molto campo libero. E non mi ero neanche sforzata per oppormi. E di questo dovevo incolparmi. Ma se volevo sapere qualcosa su di lui, questo era un buon modo.
"Qualcosa ti turba?" Mi domandò Joy, riposando con un tonfo la cornetta nera, del telefono.
"Uhm...no" dissentii scuotenti la testa, come a rianimarmi dai miei pensieri.
Chiuse accuratamente la boccetta di smalto, portando la mano sul mouse.
"Strano sai. Hope ultimamente sei strana. Precisamente da quando il Manzo è venuto qui in ufficio" rivelò secca, indugiando sul mio volto.
Sbiancai di colpo, sentendo le gambe molli sulla poltrona girevole.
"Scherzi? No...no" risi in maniera nevrotica, spostandomi una ciocca di capelli, in maniera imbarazzata.
"Hope non so che cosa hai a che fare con lui, ma sai che con me puoi essere sincera" m'informò pacata e gracile, guardandomi intensamente.
"Lo so" sospirai quasi arresa.
"Stasera esco con lui a cena...eh...non chiedere" alzai una mano verso di lei, come ad intimarle di non aggiungere oltre, anche se il suo sguardo ammiccante con tanto di sopracciglio innalzato, rivelavano più di mille parole.
"Non dirò nulla" borbottò, scrollandosi le spalle strette nella camicetta nera di pizzo.
"Ma..." riprese parola, rigirando una penna tra le dita, come un'abile giocoliera.
"Non sempre la mente ci suggerisce bene. Ogni tanto bisogna ascoltare anche questo" si portò la mano sul petto, battendola dove era il cuore. Ed una rivelazione così precisa e filosofica da Joy mi aveva spiazzato.
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