1. Metti te stesso al primo posto
Katsuki quel giorno camminava di pattuglia, proseguendo il suo tirocinio all'agenzia di Endeavor insieme a Shouto. Ed era una noia totale. Avrebbe potuto mettersi con le cuffiette bluetooth ad ascoltare musica ad alto volume e nessuno lo avrebbe sgridato, poiché non c'era davvero niente da fare quel pomeriggio.
— Le tue mani fumano, Dynamight. — gli fece notare lo sventurato compagno di avventure, indicando i suoi guantoni. Katsuki ringhiò infastidito.
— Lo so anche senza che tu mi avvisi. Sento la puzza di zucchero bruciato della glicerina, è inutile farmelo notare.
— Sei ancora arrabbiato per i punteggi della prova di giovedì?
— Io sarò sempre arrabbiato per i punteggi della prova di giovedì.
— Mhh... ma "sempre" è un periodo di tempo davvero lungo.
Katsuki ringhiò, ancora più esasperato di prima. — Perché cazzo mi devi parlare. Il turno è quasi finito, cazzo, aspetta il momento in cui stacchiamo per iniziare a parlare. Almeno in quel momento potrò allontanarmi da te e le tue merdosissime frasi complottiste e far ricadere le mie responsabilità sui tuoi amici.
E Shouto gli lanciò un altro sguardo. Sembrava una padella morta. — Non è molto eroico o virile, per citare Kirishima, lasciar ricadere le tue responsabilità sugli amici altrui.
Katsuki quasi urlò esasperato. Si trattenne solo per miracolo, al ricordo di star camminando in una strada affollatra e piena di suoi fans. Non voleva subire un altro richiamo per atteggiamento indecente e poco consono alla sua immagine pubblica. Continuò quindi a camminare dritto per la sua strada.
Davanti a lui, però, sostavano dei ragazzi, che ridacchiavano davanti ad una tabaccheria. Sembravano piuttosto piccoli... o forse era colpa del suo metro e ottantuno di altezza che lo ingannava. Ma comunque li vedeva, li poteva vedere mentre si scambiavano stecche da un pacchetto appena aperto. Non erano i primi che incontrava nella sua giornata. Il fatto lo disgustava. Affrettò il passo, con sguardo corrucciato, ma camminando con così tanta lentezza da sembrare uno dei soliti uomini che cammina per strada, diretto a lavoro o a casa. Così poté sentire meglio i loro discorsi.
— Le vostre prime sigarette da maggiorenni. Stronzi.
I due ragazzi davanti al primo risero. Katsuki notò i colori dei loro capelli: erano stranamente vividi e stravaganti. — Sbrigati a crescere anche tu. Così fumeremo legalmente tutti.
Il primo ragazzo fece un tiro di sigaretta. Katsuki si intromise, prendendo l'oggetto potenzialmente pericoloso per il suo Quirk e gettandolo a terra, pestandolo con uno dei suoi stivali da combattimento per spegnerlo. — Non dovreste fumare. Siete troppo giovani per rovinarvi con queste porcate. — li rimproverò, alzando poi lo sguardo.
Il ragazzo a cui aveva tolto la sigaretta, quello sicuramente minorenne, volse lentamente il capo verso di lui, guardandolo truce. I suoi capelli verdi e ricci brillavano alla luce del sole. I suoi occhi verde brillanti erano però spenti: quasi non scintillavano nemmeno, né letteralmente né metaforicamente parlando; erano torbidi. Era strano da vedere: aveva un viso dolce, molto, e le ciglia nere e folte e le lentiggini sparse ovunque davano di lui un'impressione delicata; eppure i vari orecchini appesi alle sue orecchie, l'espressione sanguinaria sul suo viso che lo contorceva in una smorfia terribile, lo facevano sembrare più spaventoso e grande di quanto non fosse.
Il ragazzo sbuffò il fumo nei suoi polmoni dalle narici, come un toro, e i suoi due amici risero piano. Katsuki inarcò un sopracciglio. Era un viso familiare, nonostante tutto.
— La ringrazio, signor Dynamight. Mi ha appena fatto sprecare soldi preziosi.
Qualcosa nel modo in cui pronunciò il suo nome fece scattare l'attenzione di Katsuki verso vecchi ricordi dimenticati. Per quanto quei ricordi fossero quasi piacevoli, non riuscì a sorridere.
— In primo luogo potevi non comprarle e risparmiare, mio caro e vecchio nerd.
A quel nomignolo i suoi due amici si fecero seri d'un tratto. Anche loro non avevano certamente espressioni rassicuranti.
Il ragazzo invece sbuffò, passandosi una mano tra i capelli ricci e arruffandoli. — Sei una rottura di coglioni.
— E tu sei conciato da ragazzino coglione di strada. — disse senza farsi troppi problemi. — Guardati, andiamo. Sei pieno di piercing e cerotti. Ma non ci pensi a quella poveretta di tua madre che deve vederti conciato così?
Il ragazzo con i capelli verdi stiracchiò un sorriso. — A mamma importa che io sia felice. Così sono felice. Lei è felice.
— E io disgustato. — ringhiò Katsuki. — Dicevi non avresti mai fumato. Invece ti trovo dopo un paio d'anni a fumare, pieno di piercing. Davvero, ma che cazzo?
— Dovremmo chiedercelo noi, questo. — uno dei due ragazzi si fece avanti, e Katsuki si premurò solo allora di dargli una bella controllata. Aveva una sigaretta accesa tra le labbra rosate stirate in un sorrisetto; i capelli erano gonfi e arruffati, color pesca, le iridi nascoste dal sorriso così grande che lo costringeva a tenere gli occhi quasi chiusi. — Ci stai disturbando. Non è un reato ciò che stiamo facendo. Lasciaci in pace.
Il ragazzo con i capelli cotonati azzurri e gli occhi blu, proprio accanto all'altro, fece un cenno che sembrava voler dire "sparisci o ti picchiamo".
Katsuki inarcò il sopracciglio e non si mosse. — Lui è una mia vecchia conoscenza. Mi preoccupo per lui.
— Ma fammi il piacere.
Katsuki sospirò esausto, voltandosi nuovamente verso il suo vecchio amico. Lo guardava in modo strano. Sembrava una padella morta.
— Hai perso tutto il potere decisionale su di me da quando mi hai intimato di buttarmi giù dal tetto sperando di avere un Quirk nella mia vita futura.
A quelle parole, il ragazzo con i capelli color pesca sembrò volersi fare avanti contro di lui, ma Izuku e l'altro ragazzo lo bloccarono per le braccia. Izuku lo sentì distintamente dire "No, Smiley, no. Davvero è acqua passata, quel periodo è andato e non tornerà".
Izuku. Izuku Midoriya. Ah, se solo sapesse quanto si pentiva di aver detto una cosa del genere. Quanto tempo prima erano accadute quelle vicende. Quanto dolore provocavano quelle ferite ancora aperte. Quanto entrambe le due parti avevano sofferto, seppur in periodi differenti.
— Dynamight.
Katsuki si voltò ancora verso quella voce fredda e familiare. Stavolta era il futuro eroe Shouto, che teneva in braccio un bambino di quattro anni in lacrime. Lo alzò leggermente per mostrarglielo. — Si è perso. Ha bisogno di aiuto.
Izuku rise leggermente, e Katsuki lo sentì camminare lentamente via. — Già, vai ad occuparti di qualcuno che si è perso davvero. Non cercare a noi.
Katsuki sospirò in silenzio, con lo sguardo basso per qualche attimo, prima di raddrizzare la schiena e avvicinarsi a Shouto.
— Scusami, ma sembrava stessi avendo un momento difficile.
— Infatti. — disse a denti stretti, prendendo il bambino tra le sue braccia. — Lasciamo perdere. Non vedo l'ora di tornare ai dormitori.
Il suo sguardo, poi, cadde sul bambino tra le sue braccia.
— Bimbo. Dove hai perso tua madre?
Il bambino riprese a piangere piano. — Q-qui!
Katsuki sbuffò.
Sapeva sarebbe stata una giornata del cazzo, ma non così tanto.
Quando firmarono i loro rapporti, li consegnarono ad Endeavor e Endeavor li sgridò per il loro atteggiamento sbagliato nei confronti dei civili, i due andarono finalmente a cambiarsi per poi tornare ai dormitori in cui vivevano.
Shouto era rimasto particolarmente silenzioso. Katsuki ne era sorpreso. Di solito non parlava molto, sì, questo era vero, ma era anche assurdo il fatto che non si fosse messo a commentare nessuna farfalla in giro, o il fatto che ancora adesso, nonostante avessero quasi finito il loro terzo e ultimo anno al liceo Yuuei, non avesse ancora risolto con il problema dello spezza-mani o comunque si chiami.
— Quel ragazzo... tu lo conosci.
Seppur non avesse parlato per ore, seppur non avesse specificato il soggetto in quella frase, quando Katsuki elaborò si ritrovò a sospirare in quel vagone della metro affollato in cui stavano, desiderando di non aver mai pensato a quanto fosse strano che Shouto non parlasse.
— Già.
Ci fu altro silenzio, mentre i due dondolavano leggermente appesi alle maniglie. Poi qualcosa nella metro suonò, il mezzo si fermò, le porte si aprirono, e molte persone, loro inclusi, uscirono nella stazione, dirigendosi ognuno per la propria strada.
Katsuki e Shouto camminavano uno di fianco all'altro, a quasi un metro di distanza. Il vento soffiava piuttosto forte, in quella sera di fine maggio. Era quasi piacevole.
— Lo conosco. — disse infine Shouto, quando mancavano qualche centinaia di metri ai cancelli dello Yuuei.
Katsuki si voltò a guardarlo in silenzio, solo un sopracciglio inarcato a simulare il suo dubbio. Shouto scosse la testa.
— L'ho riconosciuto. È quel tuo amico d'infanzia. Quello di cui ci hai parlato. Deku.
Katsuki sospirò ancora una volta, guardando il cielo con orgoglio.
Maledetto il giorno in cui aveva parlato loro del motivo per cui avesse davvero ingentilito il suo carattere.
— Si chiama Izuku. — chiarì. Shouto annuì solamente.
Il giorno dopo, per Katsuki, fu strano. Non strano... anormale.
Avrebbe dovuto capirlo quando Aizawa entrò nella sua stanza quella mattina, beccandolo fortunatamente con almeno i boxer addosso, appena uscito dalla doccia comune.
Dopo un attimo di silenzio, Aizawa gli fece cenno di vestirsi. — Quando finisci, seguimi nell'ufficio del preside. Dobbiamo parlare.
Katsuki strinse le labbra. Eppure giurava di non aver fatto esplodere nessuno. Pubblicamente.
E così si vestì, mettendosi la divisa scolastica (indossò anche la cravatta, ben stretta attorno al suo collo), e scortato dal professore si avviò verso l'ufficio del preside Nezu.
Come un bravo e diligente studente, Katsuki rimase in silenzio per tutto il tragitto, conscio dell'umore facilmente irritabile dell'uomo dai lunghi capelli neri e la barba ancor più incolta del solito.
E ripensò alle sue malefatte. Credeva di tutto cuore di non essere stato beccato da nessuna telecamera di sicurezza quando aveva smutandato il suo compagno molestatore per punirlo di aver dato fastidio una sua amica, eppure non comprendeva quale fosse stata la malefatta del giorno. Aveva per caso preso un brutto voto nel tema di giapponese? Mhh, no, improbabile. Andava pure bene in giapponese. E se l'avessero visto mentre scherzava con Denki del suo deficit dell'attenzione? Andiamo, lo sapevano tutti. E non erano prese in giro, le sue, perché lo aiutava sempre quando aveva un problema con una qualche materia. E non potevano pretendere che non ironizzasse su una qualunque cosa gli capitava sotto il naso!
Si ritrovò prima di potersene accorgere sulla sedia di fronte al preside. Aveva i palmi leggermente sudati. Era davvero nervoso, ancora non aveva mangiato decentemente e aveva fottutamente fame.
— Stanotte, qualcosa di grave per questa scuola è avvenuto.
Cazzo lo sapeva che non doveva smutandarlo nella sala comune.
Ma non essendo così ingenuo da ammettere subito le sue colpe, rimase con le braccia incrociate e il muso, come se fosse tutto nella norma. — È stato attaccato qualcuno?
— In verità, sei stato attaccato tu. — ammise Aizawa in un angolo, a braccia conserte. Katsuki lo guardò confuso, mentre anche il preside annuiva.
Si guardò bene, e quando parlò di nuovo non riuscì a nascondere la sorpresa nella sua voce. — Sono stato... attaccato nel sonno da un Quirk di tipo sonnambulistico e non mi ricordo niente?
Nezu sospirò, girando lo schermo del suo computer lentamente verso di lui. — In verità, più tipo... così.
Lo schermo del computer mostrava delle riprese. Due ragazzi, incappucciati, si aggiravano per la strada di fronte alle porte dello Yuuei. Poi tiravano dal nulla delle bombolette spray, e si mettevano ad impiastricciare di vernice rossa la strada e il marciapiede. La ripresa andò avanti veloce, fino a quando i due ragazzi non andarono via. In quel momento, il preside bloccò il video, e si vide un po' meglio chi avesse compiuto l'atto vandalico. Ma ciò che cadde all'occhio, per Katsuki, fu la scritta in vernice rossa.
"REVANCHISME against BAKUGOU KATSUKI". Tanta roba.
— Il revanchisme — spiegò Nezu. — È-
— Un movimento di vendetta. — accorciò Katsuki, guardando lo schermo. — Termine iniziato ad usare negli ultimi decenni del 1800 dai francesi per collocare il loro movimento nazionalista contro la Germania in seguito alla sconfitta franco-prussiana.
— Di rivincita. — puntualizzò Nezu. Katsuki alzò allora lo sguardo, fissandolo truce.
— È comunque vendetta. — ma almeno ora era tranquillo per non essere stato beccato a smutandare Minoru Mineta nel salotto del loro dormitorio. Aizawa gli diede ragione.
— Stiamo cercando i responsabili. È un attacco particolarmente personale, potrebbe sfociare in uno scontro violento, quindi... conosci qualcuno che ti odi a tal punto?
Katsuki rimase in silenzio a guardare lo schermo. Il ragazzo più vicino alla telecamera indossava un bomber nero, una felpa grigia il pui cappuccio copriva metà viso, e uma mascherina nera. Non comprendeva quanto fosse alto, né quanto pesasse.
Anche l'altro aveva un look simile, ma sembrava avere una capigliatura afroamericana, quasi, sotto il cappuccio, che lo gonfiava.
Katsuki si voltò. Poi ghignò.
— Be'... tutti!
2149 parole
Autrolino dell'Angolice
Be', primo capitolo portato! Che ne dite? Vi piace l'idea del revanscismo? Ci ho messo molto impegno per crearla, è ancora in fase di stesura ma come storia non mi dispiace per niente.
Che ne dite? Vi piace questo Izuku?
Cosa ne pensate di Katsuki?
E di Shouto?
Prometto che in questa storia cercherò di trattarlo un minimo meglio dai...
Chi c'è dietro il REVANCHISME? Ma soprattutto, che cos'è?
Lo scoprirete man mano. Spero rimarrete sintonizzati! ^^
Per ora vi saluto... sto uscendo! Ma commentate e fate vedere la storia a tutti, susu so che molti amano l'angst ^^
~Young Midoriya IS HERE
AND I'LL GO OUTTA HERE LIKE A NORMAL PERSON!
P.S. delle 9.23 del giorno dopo: buona pasqua raga, scusate ma sono rimasta da nonna a dormire e ho scordato di postare... regalino in ritardo!
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