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Capitolo 7: In fuga

Rimango imbambolato sul ciglio della strada per quella che mi pare un'eternità, cercando di evitare a tutti i costi con lo sguardo Aubree, ancora sulla soglia di quella che deve essere casa sua. 
Scorgo con la coda dell'occhio il suo volto aggrottato in una smorfia infastidita, mentre il motore scoppiettante del furgone di Benjo giunge, finalmente, alle mie orecchie. 

La ragazza, dunque, si avvicina, senza degnarmi di uno sguardo. 
  «Ehilà!», Savannah sbuca fuori dal finestrino del sedile del passeggero, dunque capisco che trascorrerò il viaggio dietro, sul cassone, con la ragazza delle fossette, che per qualche strano motivo pare avercela con me. 

Aubree si affianca al furgone, mentre Benjo abbassa il finestrino facendo roteare la polverosa manovella sulla portiera. 
  «Che ci fa lui qui?», sussurra indicandomi, probabilmente convinta del fatto che io non la senta. «Ti avevo detto di non portarci mai nessuno, che cavolo!». Il suo tono è infuriato, tanto che per un istante medito sul fatto di fare retro-front e tornare da dove sono venuto. 

Benjo, per tutta risposta, fa spallucce. «Mi spiace, non credevo fosse un problema, per te» si giustifica mentre Savannah tenta di rassicurarmi lanciandomi un sorriso tirato, che tuttavia decido di non ricambiare. 

Aubree, ancora scocciata, salta sul cassone del catorcio, seguita da me medesimo. 
Solo ora mi accorgo del fatto che tra le mani impugna un'antica reflex ammaccata sui bordi, a prima vista di seconda mano. 
E' molto taciturna, probabilmente scossa per quanto appena accaduto, anche se non so spiegarmi di cosa effettivamente si tratti. 

Voglio dire, ha una mamma particolare... Esuberante, forse? Perché si fa tanti problemi? E soprattutto... Per quale assurdo motivo tenta di celare questo aspetto di una dei componenti della sua famiglia?
La mente mi tartassa, continuando a sviluppare domande su domande, che per stasera, a quanto pare, non otterranno risposta, dal momento che la ragazza che fino a ieri mi trattava in maniera educata sta tentando in ogni come di ignorarmi. 

Nel corso del tragitto, si limita a scattare foto a qualsiasi cosa incontri nel corso del suo cammino: le alte palme in netto contrasto con il cielo buio, illuminato solo da qualche stella scintillante qua e là, qualche parco che incontriamo durante la corsa, la spiaggia che oltrepassiamo...
Nel frattempo, gli altri due viaggiatori, si stuzzicano come loro solito con delle pungolanti provocazioni, arricchite solo da delle risatine isteriche. 

  «Guida piano, riccioli d'oro», lo istiga Savannah mentre Benjo, per tutta risposta, le sferra sull'avambraccio un pugno che temo sia in grado di farla in pezzi. 
Tuttavia, la ragazza si limita a sfregare il braccio con la mano sana, maledicendo divertita il giovincello dai dreads. 

Una volta giunti a destinazione, Aubree mi precede nel mettere i piedi a terra, scendendo dal furgoncino. 
Ci avviciniamo a passo furtivo - per una ragione a me ancora ignota - a quello che dovrebbe essere il negozio di musica in cui Benjamin lavora. 
Deglutisco quando, una volta raggiunto l'ingresso dell'edificio in mattoni rossi, mi accorgo del fatto che, così silenziosi, potremmo dare l'impressione di essere dei criminali nel tentativo di compiere un qualche strano disfatto. 

Balbetto, certo di non sembrare un idiota: «E'... E' legale, tutto questo?»

Benjo mi ammonisce all'istante.  «Ma che ti importa?», sussurra, sventolando il mazzo di chiavi che tiene tra le dita. «Abbiamo queste, giusto?» 

Savannah si tappa la bocca per trattenere una risata, mentre Aubree pare impassibile. 
A questo punto comprendo di essere l'unico a farsi problemi, come mio solito, e decido così di sforzarmi di non dare troppo peso a quanto stiamo facendo. 
E' tutto in regola, continuo a ripetere tra me e me, cercando di auto-convincermi. 

Benjo rigira un paio di volte le chiavi nella serratura, utilizzando la torcia del suo cellulare con l'intento di illuminarla. 
Ci facciamo strada in un edificio in parquet, dalle pareti sui toni del beige. 
Il capellone illumina con la sua torcia un muro interamente ricoperto da dischi in vinile, mentre indica con tutta la fierezza che possiede in corpo un punto della stanza in cui sono adagiate sul pavimento una miriade di chitarre, da quelle classiche a quelle elettriche, da quelle più costose a quelle dai prezzi più abbordabili. 

Abbandona la torcia sul bancone della cassa, in modo che nella sala si diffonda una fioca luce, in grado di illuminare tutt'intorno a noi. 
Oltre alle chitarre, vi sono, al centro del negozio, una serie di scaffali contenenti un abisso di cd, sistemati tramite delle targhette dorate che ne indicano l'anno di rilascio.
Alla nostra destra, invece, uno spazioso soppalco mette in mostra un lucido pianoforte e qualche batteria. 

A mia insaputa, Benjo sistema al centro quattro sgabelli in metallo, invitandoci caldamente ad accomodarci, mentre acchiappa con un gesto atletico una delle chitarre acustiche in legno. 
«Questa è una Gibson J-15» ci informa accarezzando la liscia cassa armonica, di un marroncino molto chiaro, prima di sistemarsi la tracolla e cominciare ad accordarla. 

Noi tre, nel frattempo, la scrutiamo a fondo, volenterosi di scoprire quale misterioso suono possa uscirne. 
Benjo inizia a strimpellare qualcosa, dando vita ad una dolce melodia, più unica che rara. 

Poco dopo, mi abbandono a me stesso chiudendo gli occhi, mentre una valanga di ricordi mi riempiono il cuore e la mente, ma quando il ritmo dell'armonia va aumentando, cominciamo a battere all'unisono le mani, seguendone il ritmo. 

Sto cominciando a sciogliermi, a godermi l'attimo, quando una luce per poco non ci abbaglia. 
Mi si forma un groppo in gola, quando un grave urlo giunge alle mie orecchie. «Chi va là?» pronuncia una corpulenta voce maschile proveniente dal retro, mentre scorgo una figura anziana ma pur sempre ben piazzata al di là della finestra. 

In un balzo Benjo abbandona la chitarra al suono, mentre Savannah, in preda al panico, si porta le mani alla bocca. Aubree le fa cenno di fare silenzio, coprendosi le labbra con il dito indice. 
Il mio corpo, nel frattempo, è completamente invaso dai tremori. 

Benjamin, dopodiché, si appropinqua alla porta d'ingresso continuando ad osservare l'uomo che, imperterrito, tenta di capire da dove provengano i rumori, illuminando punti a vuoto del negozio con la sua torcia scadente. 
Ci invita a seguirlo. «Al mio tre... Correre!», ci sussurra deciso mentre le ragazze annuiscono e prima che io possa realizzare, ci ritroviamo a correre per le strade buie di Santa Barbara, inseguiti da quello che sembra essersi tramutato in un ibrido inferocito.

  «Non mi sfuggirete!», grida l'anziano con la voce già anelante, mentre percepisco l'adrenalina scorrermi nelle vene e mescolarsi ai miei globuli bianchi. 
Cazzo, non mi sono mai sentito più vivo,  penso mentre trotto sul marciapiede in cemento. 

Ci fermiamo all'incirca dieci minuti dopo in un vicolo tenebroso, che solo dopo scopro essere l'ingresso del cimitero principale della città. 
Savannah è piegata in due su sé stessa, completamente esausta, esattamente come tutti noi. 
Incrocio i loro sguardi impauriti, scossi solo dai respiri affannati, prima di esplodere in una sonora risata che non riesco a trattenere, seguito dagli altri tre ragazzi. 
«Fico, non trovi?» mi domanda Benjo scrutandomi annuire, mentre ci fa cenno di entrare nell'imponente cancellata in stile gotico del cimitero. «Saremo al sicuro qui... A Lenny, il custode, ci vorranno perlomeno una decina di minuti per raggiungerci»

E così, dopo un attimo di esitazione, io, Wayne Connor, mi ritrovo nel bel mezzo di un cimitero, all'alba delle 23:30 di notte. Se, poco meno di un mese fa, qualcuno mi avesse raccontato un aneddoto del genere, probabilmente gli avrei riso spudoratamente in faccia. Eppure, eccomi qua, adagiato sul prato sbiadito di uno dei tanti cimiteri di Santa Barbara. 

Davanti a me, una serie di lapidi una identica all'altra. 
Di fianco a me, invece, tre scalmanati ragazzi che se ne fregano di tutto. 

 E' Aubree ad interrompere i miei pensieri: «Scusa, per prima. E' che mia mamma è... particolare», comincia, lasciandomi di sasso, senza sapere cosa dire. «Vedi... E' solo che, in seguito alla separazione di mio padre, ha qualche problema con l'alcol e spesso si rende ridicola.», ammette strappando delle erbacce dal suolo. «Non la vedo spesso, però. In settimana sto da papà»

Chi meglio di me potrebbe capirla? 

Savannah e Benjo, però, ci interrompono prima che io possa ribattere, nel tentativo di rassicurarla. 
  «Però... Abbiamo un ometto coraggioso tra noi, eh?», mi sbeffeggia lui con un'amichevole pacca sulla spalla, mentre per l'ennesima volta oggi, veniamo travolti dalla ridarella. 


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