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Capitolo 30: Un mostro

Dalle continue frecciatine che Abel mi lancia - per non parlare poi delle occhiate torve che conserva per me - deduco che tra Abel e Cara vi siano dei trascorsi fervidi. 

Dal momento in cui sono stufo di questi atteggiamenti piuttosto infantili, decido di alzarmi dalla sedia d'acciaio con l'intento di dirigermi all'esterno di questo locale, la cui atmosfera si sta facendo via via più pesante. E opprimente. 

Ovviamente, però, Abel non si lascia sfuggire l'occasione di provocarmi un'ulteriore volta.
«Ah già, lo strizzacervelli lo attende con ansia», mi sbeffeggia riferendosi al corso di problem solving nell'aula di consulenza. Aula in cui dovrei trovarmi da perlomeno una decina di minuti, ormai. 

Gli amichetti cercano di trattenere le risate, mentre Cara alza gli occhi al cielo scuotendo la testa in un cenno mortificato. 

Tuttavia, quando Abel stringe la mano di un compagno con fare orgoglioso, non ci vedo più: faccio retrofront senza alcuna esitazione, mi avvicino a passo lesto alla figura dell'idiota, lo afferro per la manica della felpa e osservo compiaciuto il suo sorrisino provocatorio sparirgli dal viso. Seguito così da tutti gli altri, che ammutoliscono nell'arco di un secondo. 

Riduco vistosamente la distanza tra noi, fino a trovarmi ad un millimetro dal quel suo irritante naso aquilino. 
 «Strizzacervelli, eh?», mormoro a denti stretti. «Ciò di cui avresti bisogno tu, data la tua lampante rabbia repressa che tenti in ogni come di sfogare contro chi sai non alzerà un dito contro di te.» 
Abel non riesce a mantenere lo sguardo, tanto che si limita a corrugare la fronte e liberarsi dalla mia presa, senza proferire ulteriore parola. 

«Come non detto...», constato io. «Il tempo dei giochi è finito anche per voi vigliacchi, sai?», do le spalle al gruppo dopo aver lanciato un cenno di saluto a Cara, impietrita sulla sedia esattamente come tutti gli altri. 

Sbatto la porta vetrata del locale ignorando i commenti di sconcerto alle mie spalle, orgoglioso di me e del coraggio che finora mi è sempre mancato. Orgoglioso come lo zio Fitz sarebbe di me, qualora fosse qui.

***

Con estrema tranquillità faccio il mio ingresso nell'Aula Consulenza. 
Katy, una ragazzina del secondo anno che frequenta questo corso da un sacco di tempo ormai, è appollaiata al centro del cerchio delimitato dalle sedie, ma non appena scorge la mia figura allo stipite della porticina arresta il suo discorso, portando così l'attenzione di tutti su di me. 

Bé, non esattamente di tutti... La sedia di Aubree è vuota. Vuota come pare essere il mio stomaco nell'esatto momento in cui constato la sua assenza. 
Odio questa sensazione: rabbia, ribrezzo, delusione, di nuovo rabbia. Mi trafigge il ventre con sfrontatezza ogni qualvolta l'immagine di lei avvinghiata a Brown mi varca la mente. 

E' la tutor ad interrompere la calca di pensieri che si riversano in me. 
«Sei in ritardo.», appura lei con un tono leggermente risentito, consultando l'orologio da polso dorato che le impreziosisce il polso minuto. 

Allargo le braccia e alzo le spalle. «Un piccolo imprevisto...», tento di giustificarmi ignorando la sua occhiata torva e decisamente cinica. Dopodiché, però, fa cenno di sedermi di fianco alla seggiola vuota di Aubree. E la sensazione di vuoto aumenta a dismisura. 

«Lei dov'è?», domanda la tutor. 
Corrugo la fronte, fingendo di non sapere a chi si riferisca. 
«Avanti, so che lo sai...», alza gli occhi al cielo. «Pensi che non mi sia accorta di tutte quelle ore di assenza che avete fatto contemporaneamente?»
«Coincidenze.», mi mordo il labbro. Sono teso, ma cerco di non darlo a vedere. 

Non sono teso perché temo di beccarmi una ramanzina, o una punizione. 
No, tutt'altro. Sono teso perché so esattamente dove lei si trovi, perché potrei confessare tutto quanto e allora sì che sarebbero guai seri. 
E allora perché non dovrei farlo? Lei finirebbe in punizione, e potrebbe giovarmi parecchio vedere la nuova coppietta spazzolare con energia il pavimento del corridoio della District, dopo scuola. 
Eppure, non lo faccio. Per qualche inspiegabile motivo, non posso farlo. 

Dal momento che ho tutti gli sguardi puntati su di me, tento una via di fuga. 
«Per quale assurdo motivo dovrei saperlo?», mi rivolgo a tutti i presenti, ormai, mentre sbuffo in una risatina contraddittoria. 
Stavolta è Joe, un ragazzo solitario all'angolo dell'aula, a rispondermi. 
«Perché siete pappa e ciccia, forse?», fa esasperato, sistemandosi il ciuffo corvino dietro le orecchie tempestate di piercing. 

Un'ulteriore lama si conficca nel petto. Una lama estremamente silenziosa, ma in grado di distruggermi. 
Non posso più frequentare questo corso. 
Troppi, davvero troppi ricordi. 
Se voglio davvero dimenticare, prendere le distanze da tutto ciò che mi ricorda lei, potrebbe essere la soluzione. 

E poi, andiamo, perché diavolo avrei bisogno di questo inutile corso?

Mi alzo senza fiatare, lasciando ancora una volta tutti straniti, per poi andarmene, semplicemente. 
Come fosse la cosa più naturale del mondo. E lo sarebbe eccome, se solo non fossi Wayne Connor. 

Questa giornata non è neppure iniziata, ma a me pare già essere infinita. 
Due volti noti, finalmente, sbucano nel corridoio: Savannah e Benjo. 
Si stanno nascondendo dai professori proprio dietro l'armadietto, intenti a mangiare merendine e a ciacolare silenziosamente. 

Non appena mi scorgono, tuttavia, si ammutoliscono. Che grande novità, eh?
Decido, comunque sia, di ignorare le loro occhiatacce indiscrete. 
Voglio dire, la questione di me ed Aubree non li riguarda. E, inoltre, ho uno stramaledetto bisogno di aprirmi con qualcuno, di confidarmi. Di confidarmi su tutto quel che so. 

«Devo parlarvi», mormoro atono.
«Bene... Parla.», risponde Savannah, secca come la stagione estiva a Santa Barbara. Il fatto che ce l'abbia con me per aver offeso Aubree è lampante persino ai miei occhi.
Nonostante il corridoio non sia esattamente il posto migliore per delle rivelazioni, non voglio creare ulteriori polemiche.  
«Perfetto.», inspiro a pieni polmoni. «Leroy Johson... E' gay.», esclamo con tutta l'eccitazione che ho in corpo, ma i due sembrano non ricambiarla. Piuttosto, si limitano a fissarmi con quell'espressione da pesce lesso.

 «E con ciò?», ribadisce quasi offesa Savannah.
Inarco le sopracciglia. «Cosa non vi è chiaro? E' omosessuale! La sua reputazione si distruggerà se io...», tento di spiegare, ma Savannah mi interrompe. 
«Oh, quindi essere gay dovrebbe distruggere la reputazione di una persona?», mi guarda in cagnesco, mentre Benjo mi scruta come se avesse di fronte un fastidioso insetto da schiacciare. 

Porto le mani avanti, in mia difesa.
«Non avete capito.», tento di calmare la furia che Savannah sta scaraventando contro di me. «Non di una persona qualunque... Qui si parla di Johnson!»
Benjamin esplode in una risatina infastidita. «Ma certo... Ora è tutto più chiaro», finge di concordare con me. «Vorresti distruggerlo esattamente come lui ha distrutto te, sbaglio?». 

Alzo le spalle. «In un certo senso...» 
Il volto di Savannah si riempie di delusione, eppure non proferisce parola. 
E' Benjo a proseguire. «E pensi di farlo sputtanando a tutti la sua omosessualità?»
«Se questo servirà a colmare la rabbia che ho accumulato in tutti questi anni nei suoi confronti, assolutamente sì», ringhio a denti stretti. 

Benjo abbandona la barretta di cioccolato mangiucchiata all'interno dell'armadietto, per poi sbatterlo violentemente mentre la vena sul collo gli si gonfia parecchio. 
Prende sottobraccio Savannah e si allontana da me.

Quando finalmente penso di poter riprendere a respirare, Savannah si volta un'ultima volta. 
Punta il dito contro di me. «Tu non hai idea di quel che dici. Non spetta a te. Non spetta a te, cazzo!», grida, ignorando le intimidazioni di Benjo per farla calmare. 

Non sai quel che dici, cara Savannah. 
Forse quella a non sapere cosa voglia dire subire ciò che ho subito, sei proprio tu. 
Sopportare torture, scherni, induzioni a fare ciò che non vuoi, ti porta a diventare ciò che sono oggi. 
Potrò sembrare un mostro. 
Ma è ciò che gli altri mi hanno portato a diventare. 

In questo mondo, o sei un mostro, o saranno proprio i mostri a divorarti. Senza alcuna pietà. 

Sta a noi scegliere. 


***
Eccoci qui, con un nuovo capitolo. 
Pareri o opinioni?
Cosa succederà?






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