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Capitolo 21: Che strazio


Con un balzo, Aubree, piomba all'interno. 

Sono sconvolto e, ovviamente, non ho idea di come comportarmi, cosa dire.
Si libera dal cappuccio e finalmente riesco a vederla in volto: sorride, ma, in qualche modo, percepisco i suoi lineamenti leggermente tesi. Che sia successo qualcosa?


«C-che ci fai qui?», balbetto mentre si toglie le scarpe. 
Il pavimento, proprio sotto di lei, si sta annacquando. Per non parlare della terra umida che sta infangando tutto quanto! Mamma si infurierà. 
Aubree alza le spalle. «Passavo di qui», mente. Deve esserci dell'altro. 

Riduco gli occhi in due fessure. «Mmh-mmh», riesco a dire, poco convinto. 
Pare notarlo, poiché sospira. «E va bene», comincia, e io prendo posto sull'angolo del mio letto. 
il materasso ad acqua mi fa ondeggiare, e la cosa mi mette in soggezione. 
Ad Aubree si illuminano gli occhi: «E' un materasso ad acqua, quello?», strilla, e la fulmino con lo sguardo. Se i miei si svegliassero ora, sarebbe la fine. 
«Allora? Che c'è?», tento di incoraggiare il discorso. 
 Si incupisce, all'istante. «Non avevo dove andare. Da Savannah ho passato una settimana intera, e con Benjo mi sentirei piuttosto a disagio.»
Sgrano gli occhi. Non capisco. 
 «A disagio per cosa?», domando. 
  «A dormire con lui», afferma, come se fosse la cosa più naturale del mondo. 

Mi si forma un groppo in gola. «Oh, dunque tu hai intenzione di...»
«Passare la notte qui? Esattamente.», abbozza un sorriso compiaciuto. 
Bene. E ora come faccio a spiegarle che se mia madre venisse a scoprire che ho passato la notte con una ragazza in camera mia - ma soprattutto che sta mettendo a soqquadro la stanza - mi divorerebbe vivo? 

Non sembra affatto captare il mio nervosismo, poiché  si toglie la giacca in pelle e sistema il suo zainetto sulla mia sedia girevole, ignorando nuovamente il fatto che lo stesso sia inzuppato di acqua piovana. 
 «Ti spiace se...», fa lei, indicandosi l'enorme felpa scura, che comincia ad aderire al suo corpicino esile. 
E' intenzionata a levarsela. 
 «Oh, ma certo», fingo sicurezza, voltandomi dalla parte opposta, suscitando un risolino di lei. Il mio volto è in fiamme, dannazione. Per mascherare la mia tensione, poi, continuo a parlare.  «Vuoi almeno degnarmi di una spiegazione?», domando. Gli occhi impuntati contro il muro bianco. 
 «No.», ribatte lei, con una tale naturalezza da farmi rabbrividire. Con l'intento di fulminarla con lo sguardo, mi volto di centottanta gradi, solo per un secondo. Giusto il tempo di scorgere la sua schiena nuda, bianca come il latte. 

Ciò che attira la mia attenzione, però, è un piccolo tatuaggio proprio al centro della sua colonna vertebrale: una freccia verticale, con delle piume alla sua base.

 «Bene, puoi girarti.». Obbedisco. «E' per mia madre», comincia. «Abbiamo avuto l'ennesima lite. E...»
 «E...?», rimbecco io, mentre vado, istintivamente, a chiudere la porta a chiave.
 «E nulla. E' solo che, alle volte, si fa un po' aggressiva.»  

Sto per ribattere, sto per dire la cosa giusta, forse. 
Ho intenzione di consigliarle che è un atteggiamento che va affrontato, che dovrebbe discuterne con sua madre. 
Tuttavia, qualcuno bussa alla porta. 
  «Wayne? Tutto ok?». Mia madre. Spalanco gli occhi e porto l'indice sulle labbra, intimandole di chiudere quella bocca. Sul suo volto si accende un'espressione eccitata, mentre trattiene una risata. 

  «Certo, mamma.», mento. «Sto solo...», scorgo una pila di fogli sulla scrivania. «Ripassando gli appunti di storia russa.»
La maniglia si muove. «Bè, ma... Apri la porta, no?»
Vado nel panico, ma Aubree pare avere escogitato un piano. Un piano piuttosto banale, comunque. «Arrivo, mamma.»
Prende zaino, felpa e nasconde il tutto sotto il letto, dove, poco dopo si intrufola anche lei. 

Giro la chiave nella serratura, e la testa di mamma Ingrid sbuca fuori. 
Il suo volto si inorridisce. «Pulisci all'istante. Questa camera è in-de-cen-te!».
Una risata mozzata proviene da sotto il letto, e maledico quella stupida in un baleno. 
Mamma, però, non sembra averci fatto caso. 

  «Agli ordini, mamma.», faccio il saluto militare. Solitamente è un gesto che la compiace, per qualche ragione. 
Proprio come previsto, sorride. «Ti ho stirato i tuoi slip preferiti...», comincia, lei, e sono tentato di spingerla fuori dalla mia stanza con tutta la forza che possiedo. «Quelli con Mickey Mouse stampati sul retro.»
Oh, Dio. E' troppo. «Mamma, quelli sono i tuoi preferiti.», mi faccio sfuggire una bugia. Una bugia a fin di bene. 

Liquido la mamma con un cenno di mano, richiudo la porta a chiave e sprofondo a terra, mentre Aubree lascia il suo nascondiglio.
 «Mickey Mouse, eh?», mi sbeffeggia. 
  «Sempre meglio di Snoopie», ricambio lo scherno. 

Ora indossa un maglione bianco, lungo fino a metà coscia. 
Deve essere il suo pigiama. Persino il pigiama le sta bene , penso, mentre improvvisamente mi pento di aver indossato il mio comodo pigiamino in flanella. E' imbarazzante. 

Le concedo di dormire sul materasso ad acqua, cosa che non si fa ripetere due volte. 
Io mi spaparanzo su un paio di coperte in plaid che ho scovato nel reparto invernale del mio armadio. 

  «Buonanotte, Wayne.», fa lei, sbadigliando.
 «Buonanotte, Aubree.», lo dico come fosse la cosa più strana che sia uscita dalle mie labbra. 

***

Il mattino dopo è davvero traumatico. Ho passato la notte insonne, agitato come non mai per via della sua pressante presenza. Mia mamma sembra aver captato qualcosa, dal momento che bussa nuovamente alla porta. Stavolta però, non sono minimamente intenzionato ad alzarmi e ad aprirle. 

  «Dimmi, mamma», mi limito a biascicare, mentre Aubree mugugna qualcosa di indefinito, esattamente come l'ultima volta. 
  «Noi andiamo!»,  strilla. 

La ringrazio. Mia madre fa la psicologa, forse è per questo che sembra sempre essere in possesso di un lampante sesto senso, mentre mio padre lavora in ufficio. 

Oggi, però, essendo domenica, non dovrebbero lavorare. 

Cerco di svegliarmi, sollevandomi a sedere, e in effetti sembra funzionare. 
Ma certo. Domenica equivale a messa! 

La porta d'ingresso sbatte, e capisco che la casa è vuota. 
Come da copione, sono costretto a svegliare Aubree in maniera brusca. 
«Oggi è domenica, Wayne!», strilla, agitando le gambe.
 «Poco importa. Svegliati... Hai bisogno di una colazione come si deve.»  

Sembra essere davvero stupita da quanto ho detto, dal momento che si calma. 
Non ho idea del perché, in ogni caso. 

«Oh, okay...», si limita a concedermi. 

Scopro che le piace mangiare dolce, la mattina. 
Predilige le fette di pane morbide, alle fette biscottate. 
Come puoi rifiutare la croccantezza delle fette biscottate?
Fa una cosa orribile, con il pane. Sulla metà destra sparge una quantità ingente di marmellata ai mirtilli, sull'altra la mousse al cioccolato.
 «Sei disgustosa.», commento io, con una finta espressione di disgusto, mentre addento la mia fetta biscottata con confettura di fragole.
«Solo perchè non l'hai mai assaggiata!», rimbecca lei un po' infastidita, mentre minaccia di lanciarmi un cucchiaino di mousse. 


Mi intima di prepararmi, perché vuole portarmi da qualche parte, mentre lei torna in camera a fare lo stesso.  

Obbedisco, e una volta pronti ci incamminiamo. 

«Dove mi porti, oggi?», domando, estremamente curioso.
«Aspetta e vedrai.». risponde. «Vorrei farti vedere una persona...»

D'improvviso mi prende il panico. Una persona? Di chi si tratta? 
Passo dopo passo mi rendo conto che siamo sempre più vicini alla scuola, e credo proprio di avere capito dove vuole andare a parare. 
Stamattina ci sarà la finale del campionato primaverile di baseball. E baseball, con Aubree, equivale ad una sola persona: Brown. 

Come previsto, siamo sugli spalti dello stadio della scuola. 
Ci sono tutti, e quando dico tutti, intendo TUTTI. Abel e Leroy inclusi, sugli spalti più alti, che mettono in bella mostra le loro nuove divise bordeaux, della squadra di basket. 

Aubree sta sorseggiando una Coca, e continua a lamentarsi di quanto quest'ultima sia surriscaldata. 
 «Non berla, allora.», rispondo fintamente infastidito. O forse non troppo fintamente. Insomma, penso abbia capito che odio questo genere di cose. 

Come se non bastasse, scorgiamo Megan salutarci dal prato, per  poi raggiungerci e piazzarsi proprio di fianco a me. 
«Buongiorno Megan», la saluta Aubree, mentre tira fuori un pacchetto dalla tasca dei jeans. 
«Tu fumi?», le domando incredulo, mentre sfila una sigaretta dal suo interno. 
Alza le spalle, mentre al centro del campo si proietta il gruppo delle cheerleader. 


Una ragazza in particolare, con una boccolosa mezza coda bionda e la divisa sui toni dell'azzurro, spicca tra tutte. Mi sorprendo ad osservarla un po' troppo intensamente. 
A quanto pare Aubree se ne accorge, perché mi dà di gomito ed esclama: «Cara Trainor». 
Poi però se ne pente, probabilmente poiché si ricorda della presenza di Megan, che si mordicchia le unghie nervosamente. 

E poi eccoli lì, i pompati della District, acclamati dal pubblico come se si trovassero di fronte alla Houston Astros. 
Un'ondata di delusione mi pervade, quando, dopo una sbuffata di fumo, anche Aubree acclama il suo amichetto Brown, che corre per tutto il campo per poi fermarsi di fronte a lei, e mandarle un bacetto volante. 

Che strazio. 




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