Capitolo 1: Problem solving
Sgrano gli occhi disturbato, sbattendo insistentemente le palpebre, quando qualcuno mi scuote con forza.
Non ricordo dove mi trovo esattamente e non capisco granché di quello che sta succedendo. Ciò che so è che mi sento talmente rilassato che non ho la benché minima intenzione di muovere un muscolo.
Una voce familiare si fa strada, insistente, nella mia testa.
«Wayne! Forza, alzati, Wayne!». Il tono leggermente incrinato, forse spaventato, proviene da una figura che non sono in grado di mettere a fuoco di fronte a me, che nel frattempo mi sta strattonando, incurante del fatto che mi stia provocando delle forti e regolari fitte alla testa.
«Diamine, mi alzo!», urlo premendomi le tempie con forza, quando mi rendo conto che la voce non cesserà di infastidirmi.
Cerco di sollevarmi anche grazie al contribuito che la persona a me incognita mi offre. Solo ora lo identifico: è Bernard, il bidello della scuola, un uomo di mezz'età con la testa rasata e un enorme naso a patata.
Mi fissa, terrorizzato, nella trepidante attesa che io mi riprenda.
«Ci sono», gli comunico, nonostante il mio corpo sia completamente indolenzito, prima di incamminarmi da solo, diretto chissà dove: non riesco proprio a ricordare la lezione che mi spetta.
Bernard mi prende per un polso, richiamando la mia attenzione.
«Ma che è successo?», mi domanda, ancora sconcertato.
Scuoto la testa deciso a tenere la cosa per me. L'imbarazzo sul mio volto è già palpabile e non ho alcuna intenzione di peggiorare ulteriormente la situazione.
«Bene... Penso che dovrai seguirmi, Wayne Connor», mi avvisa con un inspiegabile tono di rimprovero, prima di trascinarmi via con lui.
Perfetto, questa giornata non poteva iniziare meglio di così, mi sbeffeggia la mia coscienza.
[...]
"Sentirsi un pesce fuor d'acqua."
Non avevo mai dato troppo peso a questo modo di dire fino ad oggi, ritrovandomi nel bel mezzo della sala d'attesa dell'ufficio del signor Miller, il preside della District, circondato da ragazzotti che più che studenti, risultano, ai miei occhi, dei criminali.
Di fronte a me, un ragazzo dalla mascella pronunciata e dai biondi capelli lunghi arruffati in quelli che credo si chiamino dreads, si massaggia le nocche arrossate, mentre io mi tampono le zone più critiche del mio volto con un batuffolo di cotone imbevuto di una sostanza verdognola e maleodorante.
Devo dire che non mi dispiace, però, sentirmi un duro almeno per un giorno, anche se non posso che ammettere che si tratti di un evento più unico che raro.
Non sono un bullo, non sono un criminale, non sono il belloccio della scuola... Niente di tutto ciò.
Credo che se la scuola - o più in generale la società - fosse suddivisa in una piramide di importanza, mi ritroverei alla base di essa.
Tra gli sfigati, per intenderci. Quelli così definiti da coloro che si trovano nel ristretto triangolino che funge da vertice di questa ipotetica piramide: i ragazzi della squadra di basket, tra cui i due idioti che mi hanno conciato per le feste. Bella storia, eh?
La porta dello studio del preside si schiude e una segretaria sulla trentina si precipita fuori di essa seguita dal ticchettio dei suoi sobri tacchi, scrutando tra i malcapitati.
«Wayne Connor?» domanda, passando ogni ragazzo - o meglio - ogni orco, senza avere la benché minima intenzione di prendermi in considerazione.
Il ragazzo dai rasta color miele mi indica, sollevando il sopracciglio in direzione della segretaria.
«Oh» esclama lei, palesemente stupita. «Prego, il preside può riceverla» conclude, come se fossi stato io a richiedere un appuntamento.
Mi alzo, cercando di nascondere il terrore, e mi faccio strada nell'elegante studio del signor Miller, adagiato dietro l'imponente scrivania, su una sedia in pelle girevole, dondolandosi a destra e a sinistra.
Mentre sistema un blocchetto di fogli sparsi sulla sua base da lavoro in uno dei vari cassetti, ne approfitto per dare un'occhiata attorno a me: la stanza è interamente ricoperta di legno di castagno ed è illuminata da un'imponente vetrata che dà sul cortile, dove i ciliegi rendono l'atmosfera più leggera. Le pareti sono ornate da una serie di cornici contenenti le qualifiche ottenute nel corso degli anni, mentre sulla scrivania fa capolino una fotografia ritraente lui, stretto in un abbraccio con una bambina che gli somiglia parecchio.
Finalmente l'uomo di origini asiatiche, dalle spalle larghe e dalla pelle chiara, mi concede la sua attenzione.
«Wayne Connor... Giusto?», domanda scrutando una cartelletta che tira fuori da un cassetto, diverso dal precedente.
Annuisco silenzioso, tenendo stretto tra le dita il batuffolo di cotone.
«Vediamo...» afferma il preside passando in rassegna le pagine che racchiudono la mia vita scolastica degli ultimi quattro anni e mezzo. «Voti decisamente pessimi, specialmente nell'ultimo periodo», conclude lui, puntando gli occhi scuri dentro i miei, facendomi sobbalzare.
L'imbarazzo si impossessa per l'ennesima volta di me. Vorrei parlargli dell'ultimo periodo, o per lo meno tentare di giustificarmi, attribuendo la mia scarsa attenzione ai corsi a quanto successo. Nonostante ciò rimango in silenzio, incassando, esattamente come i pugni di poco prima, quanto ha da dirmi il signor Miller.
«Mi hanno riferito, inoltre, che ha preso parte ad una rissa, stamane», prosegue lui, lasciandomi sbigottito.
«Non ho preso parte a nessuna rissa», tento di scaricare, giustamente, la colpa su quei due stronzi di Leroy e Abel. Tuttavia, le parole sembrano non voler uscire dalle mie labbra. «Sono solo svenuto, penso di aver sbattuto il volto contro il lavandino, durante la caduta», mento.
Mi sforzo di risultare convincente. Missione decisamente fallita, dal momento che il preside alza il sopracciglio, scrutandomi con quegli occhietti severi. Dopo un attimo di esitazione scrive qualcosa di indefinito sul suo block-notes, prima di strappare la pagina e porgermela. ''Problem-solving'', leggo dal post-it.
Non riesco a decifrare quanto abbia da dirmi, dunque sgrano gli occhi nella sua direzione nell'attesa di una spiegazione.
«Parteciperà al corso di problem-solving un paio di volte a settimana. Dietro le ho lasciato gli orari per...».
Lo interrompo. «Problem-solving? Ma... non ne ho bisogno!» esclamo, aumentando il tono di voce.
Il suo sguardo si incupisce, mentre la fronte gli si aggrotta.
«Niente ma», afferma aumentando il tono di voce. «Ora, se non le dispiace... La attende il corso», mi comunica, come a prendermi in giro. Diamine, sto per esplodere.
Mi alzo dalla comoda poltroncina, nella quale per poco non sarei sprofondato, prima di dirigermi alla porta, oltrepassandola dopo aver salutato educatamente.
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