68. SPIEGAZIONI
«Alohomora».
Speranzosa, rimango in attesa per qualche secondo con il fiato sospeso mentre abbasso la vecchia bacchetta rovinata che, quando ero piccola, io e mio padre avevamo ricavato da un rametto di sambuco. Per cause di forza maggiore, eravamo sprovvisti di crine di thestral o corde di cuore di drago per il nucleo; di conseguenza, e non perché non ho poteri magici, ovviamente non succede nulla.
«Ci hanno vietato di entrare» commenta una voce profonda.
Lancio un'occhiata a Liam, che mi sta scrutando tenendo il fianco appoggiato al muro del piccolo disimpegno. «Io che faccio cose che non dovrei fare è il riassunto della mia vita».
Mi volto di nuovo e, in un ultimo disperato tentativo, provo a sfondarla con un calcio. Solo troppo tardi mi ricordo di non essere una ninja, quindi mi ritrovo a saltellare su un piede solo mentre stringo l'altro tra le mani, ululando per il dolore all'alluce.
Quando mi rendo conto che Liam mi sta fissando con la fronte aggrottata, mi blocco. «Scusa, mica siamo tutti degli omaccioni di novanta chili». E gli faccio la linguaccia.
Lui rilascia un respiro esasperato, si gira e ritorna nella cucina adiacente al corridoio. Dopo aver fatto il dito medio alla porta, lo seguo; passando davanti al frigo, mi fermo a osservare le calamite a forma di lettere colorate che compongono la frase "Sorridi e annuisci, Barbapapà". Sotto, è attaccata una foto che ritrae mio padre imbronciato con la faccia tutta coperta di glassa rosa, accanto a una me di otto anni che si sbellica dalle risate e ai resti sfatti della torta che gli ho appena lanciato.
«Preparo del caffè» dice Liam, maneggiando con la macchinetta sul bancone. A ogni movimento, la camicia si tende sui muscoli ben definiti delle braccia. «Ne vuoi?»
«Il bourbon è meglio». Getto in disparte la bacchetta, recupero un bicchiere impolverato dal mobile e lo sciacquo nel lavandino, che però ha il tubo di scarico mezzo otturato. «Davvero non sei minimamente curioso di parlargli?»
«Perché dovrei?»
Scrollo le spalle, rinvenendo per miracolo uno straccio pulito da sotto il lavello. «Magari per capire cosa passi per la sua testolina bacata».
«Mi interessa solo rimettere un oceano di distanza tra lui e mio fratello». Il suo tono, di solito calmo e controllato, si indurisce un poco. «Per sempre, stavolta».
Raggiungo la credenza dei liquori e comincio a rovistare alla ricerca dell'immancabile bourbon. Niente. «Non ci posso credere! Questo è un complotto contro di me!»
Borbottando, afferro rassegnata una bottiglia di scotch invecchiato. Ma Liam, comparso al mio fianco senza che me ne accorgessi, me la sfila dalla mano e la rimette al suo posto. I suoi occhi glauchi si conficcano nei miei e sembrano sfidarmi a riprenderla.
Faccio una smorfia indignata. «Sul serio?»
«Ti sto aiutando» ribatte con gentilezza.
«Sì, beh, l'unico aiuto che voglio è quello dell'alcol. Grazie del pensiero». Quando allungo il braccio, mi aspettavo così tanto una sua reazione che finisco per paralizzarmi a metà del gesto da sola. Inarco un sopracciglio. «Questa non dovrebbe essere la parte in cui mi fermi?»
Liam abbozza uno dei suoi mezzi sorrisi. «Il mio era un consiglio, non ho il diritto di sostituirmi a te nelle tue decisioni. Ma dovresti affrontare tuo padre da sobria».
«Curioso detto da uno che sa da mesi che suo padre non è suo padre e lo ha tenuto per sé».
Neanche una traccia di rabbia scalfisce la sua maschera di impassibilità, che anzi si ammorbidisce. «A Klaus potrebbe servire aiuto, quando si sveglierà. Magari dovresti restare lucida».
Piego il capo di lato, guardandolo torva. «Giochi sporco, spilun...» Lo scanso di colpo e mi arrampico sul ripiano per arrivare allo sportello più in alto, dove mi metto a frugare tra i barattoli dipinti a mano fino ad aprire quello giusto. «Eccola! Sapevo che ce n'era una di scorta!» esulto, agitando la chiave a mezz'aria.
«Perché era nascosta tra le zuccheriere?» obietta Liam perplesso.
«A cinque anni l'avevo rubata. Volevo assaggiare un po' di quello che pensavo essere succo di mirtillo, ma ho scoperto che era vino e mi ha fatto schifo. Tra parentesi, ero piccola e ingenua: oggi il risultato sarebbe molto diverso». Mi ributto a terra con un balzo e, invece di atterrare leggiadra sul parquet, per poco non vado a schiantarmi contro il bancone su cui è posata una tazza di caffè fumante. «Comunque, lo scantinato era pieno di robaccia. Avevo il vizio di camminare scalza e mi è finito un bastoncino di ferro in un dito. Da allora mio padre mi ha vietato di andare nello scantinato. Fine della storiella, baci baci».
Mi incammino verso l'arcata che collega la cucina al disimpegno, ma Liam si piazza proprio in mezzo a braccia conserte. «Non ti permetterò di parlare da sola con lui».
«Che ne è del "le tue scelte non sono affari miei"?»
«Non vale per le scelte che mettono a repentaglio la tua incolumità». Mi rivolge un cipiglio severo che non lascia dubbi: non ha nessuna intenzione di farmi passare.
«E va bene!» Gli do un pizzicotto sulla guancia. «Puoi venire anche tu, compare».
Scivolandogli sotto il gomito, raggiungo la porta e infilo la chiave nella serratura. Non ho bisogno di controllare per sapere che Liam mi ha seguita, dato che percepisco la presenza del suo corpo possente al mio fianco.
«Sei così testarda anche con mio fratello?»
«Ci puoi scommettere» sogghigno, schiacciando un interruttore.
Il chiarore soffuso di una lampada si spande sulla scalinata e illumina uno stretto passaggio con un intricato groviglio di ragnatele sul soffitto che brillano come fili d'oro. Cominciamo a scendere; il rivestimento in legno dei gradini è sporco e screpolato, il corrimano pieno di schegge e c'è puzza di umidità e stantio.
Storco il naso, disgustata. «I lavori di ristrutturazione ci costeranno un rene». Poi noto le crepi alle pareti. «Anzi, facciamo due. Non ricordavo che questa casa fosse una catapecchia».
«Hai intenzione di tornare a New Orleans, quindi?» domanda Liam, continuando a pulirsi ossessivamente i capelli.
Per fortuna, il rumore di un violento colpo di tosse mi salva dall'impiccio di rispondere.
Non avrei saputo cosa dire, soprattutto perché il mio futuro non mi è mai sembrato tanto deprimente. Mio padre è di nuovo con me, certo, ma non sono sicura che non deciderà di sparire di nuovo. E, in ogni caso, nessuna spiegazione potrebbe cancellare il peso schiacciante di quei sette anni d'assenza. Rimanere con gli Hallander, invece, significherebbe sopportare di vedere Klaus ed Elizabeth prendersi il loro lieto fine e camminare insieme verso il tramonto... anche peggio!
L'unica alternativa sarebbe farmi ospitare da Alan per un po'. In fin dei conti, ha solo omesso di dirmi che è un agente del FBI sotto copertura o che sta indagando da anni sui traffici illegali nascosti dalla Walker Agency e sul possibile legame di questi con gli Hallander. Stando a ciò mi ha raccontato Liam, durante il viaggio in jet per venire qui, è stato lo stesso Alan a contattarlo e a spingerlo ad assecondare l'incontro di Klaus con suo zio.
A quanto pare, aveva scoperto che Vincent era stato dimesso dalla clinica a Londra in seguito al versamento di un'ingente somma di denaro, pochi giorni prima del quasi omicidio di Elizabeth. Così era risalito allo pseudonimo di chi aveva pagato per farlo uscire: Chris Ivory, cioè l'attuale titolare dell'agenzia. Anche se non era riuscito a trovare informazioni circa la sua vera identità, gli era stato sufficiente a capire che chiunque fosse non era un alleato degli Hallander.
E si sa: il nemico del mio nemico...
«Nipotino! Ero sicuro che saresti venuto!» esordisce Vincent compiaciuto.
È stravaccato su una sedia con le mani legate a una robusta pertica, dietro allo schienale. La cantina è immersa nella penombra. La luce del sole filtra attraverso le inferriate e i vetri sudici di una finestrella in alto, lasciando intravedere due file parallele di grosse botti che, stese sugli appositi supporti, si perdono nell'oscurità. Le pareti sono ricoperte di bottiglie etichettate e damigiane da cui proviene un aroma di vino talmente intenso da inebriarmi. Il resto dello spazio è occupato da vecchie tele ammucchiate una sull'altra, cataste di legna e mobili rovinati dal tempo.
«Mi dispiace deluderti, coso». Schiocco le dita per attirare la sua attenzione. «La visita è da parte mia, non sua».
Dalla gola di Vincent scaturisce un verso roco simile a un ringhio. Con il volto sfregiato dalle cicatrici, le borse violacee sotto gli occhi e le vene bluastre che gli sporgono dalla pelle, devo ammettere che ha un aspetto spaventoso. «La Storm numero due. Deve fare male essere la ruota di scorta».
Nonostante lo stomaco che mi si contorce nelle viscere, mi sforzo di assumere un ghigno ironico. «Parli per esperienza? Ah no! Tu non sei mai stato neanche quello per... beh, nessuno».
«Ti sbagli». Vincent sfodera un sorriso canzonatorio. «Io sono stato amato, eccome. Da mio padre. Da Peter. Da mia moglie... Da Klaus».
Liam si irrigidisce, immobile sull'ultimo scalino. «Io disprezzo la violenza, ma non osare mai più nominare mio fratello. Altrimenti rivedrò la mia presa di posizione» sibila con un'espressione gelida.
«Fratello» ripete l'uomo, masticando la parola. «Sei consapevole che saresti dovuto crescere tu con me, e non lui? Che il suo passato doveva essere il tuo? Volevi proteggerlo, invece ha sofferto per colpa tua... Come ti fa sentire?»
Emetto uno sbuffo seccato. «La pianti con questa lagna? Sono qui per avere risposte, non per ascoltare la tua solita solfa». Mi avvicino di qualche passo, ignorando il cenno d'ammonimento di Liam. «Sappiamo che collabori con un tale Chris Ivory. Ridicolo nome da villain, a mio parere. Comunque, non è che potresti darci un indizio su chi sia?»
Vincent si abbandona contro lo schienale, distendendo la gamba sana. «Perché credi che io lo sappia?»
«Ti ha fatto uscire da una clinica psichiatrica. Quindi le possibilità sono due: o è un idiota o siete amici, il che lo rende ancora più idiota».
«O forse mi hanno dimesso perché sono guarito».
Per un attimo, devo trattenere l'impeto di estrarre il coltellino dalla tasca e piantarglielo nella pancia. «Se tu sei sano di mente, io sono una pornodiva hollywoodiana». Sento Liam tossicchiare e lo rassicuro con un cenno distratto. «Sì, ancora un attimo».
E torno a rivolgermi a Vincent. «Ultima possibilità per dimostrare che anche uno schifo umano può essere utile. Se Michael era l'inciucio amoroso di Alizée, allora chi è il padre di Klaus? Perché di sicuro il biondino non è opera dello Spirito Santo».
«A rigor di logica, direi l'uomo che ha stuprato la madre. Forse dovresti porre a lei questa domanda, in effetti». Il labbro insanguinato gli si incurva verso l'alto. «Se sopravvive, intendo».
«Non ti preoccupare. Ha buone chance di cavarsela, a differenza tua» interviene Liam freddamente, contraendo la mascella.
Vincent lo fissa con uno sguardo strano che non riesco a decifrare, un misto di tristezza e nostalgia. «Ho accettato che sto morendo. Mi dispiace solo di aver sprecato l'opportunità di riunire la nostra famiglia. Io, te, Klaus, Michael, la mia Judi, Peter... Tutti insieme per sempre. Felici».
Spalanco la bocca, sbigottita. «I tuoi neuroni devono essersi suicidati in massa. Sei totalmente...» Faccio un fischio acuto, tracciando dei cerchi attorno alla tempia con l'indice.
Liam mi supera e si china di fronte a Vincent in modo da porsi alla sua stessa altezza. La sua espressione è carica di disgusto, come se non lo ritenesse degno nemmeno di essere oggetto del suo disprezzo. Soltanto di un puro, semplice e assoluto ribrezzo. «Visto che ti piace giocare a dare le colpe, adesso tocca a me. Accusi mia madre di averti privato della tua famiglia, ma la verità è che sei tu il responsabile della tua solitudine. Perché se ti fossi preso cura di mio fratello, se gli avessi voluto bene, oggi avresti avuto due nipoti a starti vicino nei tuoi ultimi giorni. Invece, tutto ciò che resterà di te è una tomba su cui non verrà nessuno».
Vincent si protende in avanti, facendo tintinnare le manette ai polsi. «Mi accontenterò di vivere nei ricordi del mio piccolo Klaus. Dopotutto, sappiamo entrambi che non si libererà mai di me».
Liam solleva il braccio e lo colpisce sulla mascella con un pugno così violento da buttarlo giù dalla sedia. L'uomo crolla sulle ginocchia, le mani legate alla pertica che lo costringono a una postura scomposta. Dopo aver sputato un grumo di sangue, esplode in una risata sguaiata che mi fa rabbrividire e mi accorgo che gli è saltato un dente.
«Possiamo andarcene, Keeley» afferma Liam sprezzante, aggiustandosi i gemelli d'oro ai polsini. «È inutile».
Senza protestare, lo raggiungo su per le scale. Giunti in prossimità della cima, lui mi supera rapidamente e apre la porta, cedendomi il passo per lasciarmi passare per prima. Ho già una frecciatina pronta sulla punta della lingua, ma il mio umorismo viene spento dalla voce di Vincent che si leva dalla cantina.
Le sue parole riescono a penetrare il muro d'indifferenza che avevo eretto per affrontarlo, per impedirgli di scovare i miei punti deboli da attaccare. Ma ci sono ferite troppo evidenti per nasconderle.
«Dovresti approfittarne finché è docile e vulnerabile, ragazzina. Prima che si riprenda e se ne torni dalla Storm che ama davvero».
«Lo stai mangiando, sul serio?! Ti rendi conto che potrebbe essere avvelenato, per quanto ne sappiamo?»
«Beh, vale la pena morire per un krapfen. I dolci sono al terzo posto delle ragioni per cui morirei volentieri. Aspetta, no, al quarto. Dimenticavo la pizza con i cetriolini, o quella con il pollo al curry. Ci credi che esiste anche con le cavallette? Terribile. Ma mai...»
Nell'istante in cui entriamo in soggiorno, Alan tira un sospiro di sollievo ed esclama: «Finalmente! Vi prego, trovate il tasto per disattivarlo!»
Spaparanzato sul divano, mio padre si raddrizza con una smorfia sofferente e fa per replicare. Appena il suo sguardo incontra il mio, però, si paralizza e rimane imbambolato a guardarmi con il viso cosparso di zucchero a velo, dimenticandosi del krapfen mangiucchiato che tiene sospeso a mezz'aria. Neanche un labbro gonfio e una mascella ammaccata potrebbero impedirgli di abbuffarsi di leccornie, almeno su questo non è cambiato.
Un silenzio imbarazzante cala nella stanza e devo reprimere l'impulso di battere in ritirata, invece mi costringo ad avanzare. Il salotto è uguale all'ultima volta che l'ho visto, eccetto per i segni lasciati dall'incuria e dal tempo: i quadri alle pareti, la scacchiera nell'angolo, il cavalletto vicino alla finestra, le tende verdi orlate d'argento.
Esposta nel vano sopra la tv, c'è ancora la spada di Aragorn –del Signore degli Anelli– con cui ho sconfitto a duello papà, che brandiva una spada laser giocattolo. O la maschera di Medusa fatta di serpenti di gomma che mi sono rifiutata di togliere per una settimana, perché ero arrabbiata che nessuno di quelli che guardavo si pietrificava. Oppure, su un pilastrino, la finta orchidea blu che avevo portato a scuola per un concorso di botanica e mio padre mi aveva difesa con i giudici, definendola "un'efficace prova del mio pollice verde".
Ricordi, ricordi e ancora ricordi. Spettri che aleggiano in ogni oggetto, ogni anfratto di questa casa, pronti a riprendere vita al minimo soffio del passato.
«Allora, ehm» balbetta Alan impacciato. È seduto all'estremità del tavolo, il portatile acceso davanti a sé. «Come sta Klaus?»
«Dorme». Passandomi accanto, Liam mi sfiora il gomito in un gesto d'incoraggiamento. Prende dalla tasca dei pantaloni un flaconcino e lo scuote, agitando le compresse all'interno. «Gli effetti potrebbero persistere fino a dodici ore, dipende quanto gliene abbia somministrato e...»
«E mentre il principino sogna fate e arcobaleni» lo interrompo, crollando sulla poltrona. «Noi abbiamo tutto il tempo di chiarire alcune questioni irrisolte».
All'improvviso mio padre rischia di strozzarsi e comincia a sputacchiare, dandosi dei colpetti sul torace. Una stretta mi attanaglia il cuore alla vista della fede nuziale che porta al collo, appesa a uno spago grezzo con cui ha sostituito la catenella che deve essersi rotta nello scontro con Vincent.
«Certo». Alan abbassa lo schermo del computer. «Cos'altro avete bisogno di sapere?»
«Beh, magari il motivo per cui un agente del FBI ha trascorso un'intera estate con me». Distendo le gambe sul tavolino. «A parte per godere della mia sopraffina compagnia».
«Perché ero convinto che fosse stato Chris Ivory a inscenare l'incidente in cui è morta Céline Dubois per sbarazzarsi di te. In quanto figlia di Elaine, sei la legittima proprietaria della Walker Agency e perciò una minaccia all'impero che ha costruito con le attività illecite per cui viene impiegata. Vale anche per Elizabeth, ma allora non sapevo che foste... insomma, sorelle. Per questo ho pensato che fossi tu il suo vero obiettivo e, se gli era andata male una volta, era probabile che facesse un secondo tentativo. E io sarei stato lì per proteggerti».
Ecco qui, signori e signore, una pregiatissima esca di nome Keeley Storm: attira solo i pesci grossi con manie omicide e bugiardi patologici! Offerta speciale da non perdere!
Incrocio le mani dietro la nuca. «Non so se quel tipo fosse Chris Ivory, ma sono certa che non ero l'obiettivo. Blaterava di aver ricevuto ordini di non farmi del male».
«Eri il suo obiettivo, ma ora ha un'altra priorità. Cerca il registratore, e di conseguenza me». Mio padre divora l'ultimo pezzo di krapfen e si lecca le dita sporche di crema. «Per qualche ragione, tutti pensano che lo abbia io o che sappia dove si trovi».
«Ed è così?» chiede Liam accigliato, avvicinandosi al bancone.
«Fuochino». Mio padre si tira in piedi a fatica. «So che è a villa Hallander, ex villa Black... ahia!» Con una serie di gemiti, prende a tastarsi le costole attraverso il tessuto della maglia messa al contrario.
Alan scuote la testa. «Assurdo. Dovresti essere in ospedale, in questo momento».
«Ciò che è assurdo è che indossi ancora le camicie di flanella nel ventunesimo secolo. Dovrebbe essere illegale. Sono orribili, e poi pizzicano». Si gratta la leggera barba sul mento, pensieroso. «O forse sono allergico. Sapete che esiste anche l'allergia alla biancheria intima? O addirittura al sesso? Ho conosciuto una...»
«Se non stai zitto, giuro che ti ci strangolo con una camicia di flanella!» sbotto irritata.
Lui si ammutolisce e torna afflosciato sul divano con l'aria di un bambino in punizione, anche se dubito che sia stato intimorito dalla mia minaccia.
Liam si svuota il contenuto del flaconcino sul palmo e sbriciola a una a una le pastiglie in una ciotola. «Avete qualche sospetto su chi sia questo Chris Ivory?» Prende una brocca d'acqua, ne aggiunge un po' per diluire la polverina bianca e, con nonchalance, versa tutto nel vaso di vetro con l'orchidea finta.
Aggrotto la fronte. «Ma hai appena drogato Pork?»
«Fin troppi. Di gente che vorrebbe rovinare gli Hallander ce n'è parecchia, e non a torto». Alan si massaggia le tempie, esausto. «Ho controllato il telefono di Klaus. Vincent lo usava per comunicare con il suo complice...»
«Il suo uccellino, prego» lo corregge mio padre. «La terminologia è importante».
«... con Ivory, probabilmente. Stamattina ha ricevuto molte telefonate dallo stesso numero e anche degli SMS che lo avvertivano del nostro arrivo. Ho provato a rintracciarlo, ma senza successo per ora. Chiunque sia, non gli mancano né furbizia né mezzi».
«Non esageriamo. Si è alleato con uno stercorario umanoide, non è una mossa da geni del male» bofonchio, sporgendomi verso il vassoio sul tavolo. Gran parte dell'inquietante banchetto allestito in cortile è finito nel bidone della spazzatura, ma mio padre era riuscito a trarre in salvo alcuni dei suoi dolci preferiti, affermando che uno spreco di donuts o bomboloni è un crimine contro l'umanità. «Ehi, Babbo Natale, non è che me lo avvicineresti di pochi centimetri? Okay, tanti centimetri. A proposito, almeno è il tuo vero nome o è fasullo anche quello?»
«Beh, non mi sono mai chiamato Babbo Natale...»
«Wow, sono scioccata. Ho vissuto nell'illusione fino adesso».
Liam rotea gli occhi, stringendosi il nodo allentato della cravatta. «Hai menzionato a un traffico illegale della Walker Agency, ma non ci hai dato i dettagli. Di cosa parliamo? Sostanze stupefacenti?»
Alan annuisce. «Anche armi. I bambini che dicono di salvare vengono usati come copertura per lo scambio delle merci. Ammesso che non siano loro stessi, le merci».
Un brivido gelido mi artiglia la schiena. Il pensiero che qualcosa nato per aiutare chi non ha nulla possa essere così facilmente corrotto e piegato dall'avidità di coloro che hanno troppo è aberrante. «D'accordo» dico sollevandomi. «Quindi il piano è riprenderci l'agenzia?»
Mio padre sobbalza, scattando sulla difensiva. «Scordatelo! Tu non farai niente che possa metterti in pericolo!»
«Peccato che tu non abbia alcun diritto di dirmi cosa posso o non posso fare!» ringhio, scoccandogli un'occhiataccia.
«Ce l'ho eccome! Capisco che sei arrabbiata, Key...»
«ARRABBIATA?!» Alan si schiarisce la gola, ma lo ignoro. «Sei stato via sette anni! Sette! Hai mandato Gladys per farmi credere che fossi morto! Ma sì, sono solo arrabbiata!»
«Stavo cercando di...»
La voce mi esce in un grido stridulo. «Non osare dire "proteggerti"!»
«Sono venuto per salvare il tuo ragazzo!» esclama lui disperato, premendosi una mano sul fianco mentre si alza dal divano. «Non merito almeno il beneficio del dubbio?»
«Non lo hai salvato tu, ma noi!» Furiosa, afferro la prima cosa che mi capita a tiro e gliela scaravento addosso; un donut. «E poi non è il mio ragazzo!»
«Ah no? Perché ho assistito alla vostra romantica scenetta sotto la pioggia...»
Senza permettergli di terminare, marcio a passo sicuro verso di lui e gli sferro uno schiaffo con tutta la forza che possiedo, lasciandogli un segno rosso impresso sulla guancia. La testa gli si volta di lato per l'impatto, ma il dolore che trapela dal suo sguardo è molto più profondo di quello fisico.
«Solitamente non mi piace interferire nelle riunioni di famiglia» si intromette Liam in tono educato. «Ma credo che prima dovremmo occuparci dell'uomo che teniamo sequestrato e dell'organizzazione criminale che ci vuole morti».
«Uomo?» ripete mio padre interdetto. «Ah, intendi il microcefalo nel seminterrato! Io avevo proposto una soluzione a base di piombo e una fossa bella larga, ma ho sentito che persino liberare il mondo dai pazzi psicotici è considerato un reato».
«Tra un paio d'ore Vincent prenderà il volo per Londra e sarà di nuovo internato in una struttura psichiatrica, dove riceverà le cure adeguate per quel poco che gli resta da vivere». Alan si scompiglia i capelli scuri. «Per quanto riguarda la Walker Agency, la nostra unica speranza è incastrare Chris Ivory. Sappiamo che vuole il registratore di Elaine, quindi potremmo usarlo a nostro vantaggio... se lo trovassimo».
«Ed Elizabeth?» insiste Liam guardingo.
«Maxwell mi ha assicurato che è viva. Alizée l'ha fatta ricoverare in segreto in un istituto medico privato, temeva che chi aveva cercato di ucciderla ci riprovasse. Ora si trova lì con Stefan, o meglio Peter».
«Basta!» grido a squarciagola, facendo piombare un altro pesante silenzio.
Mi precipito fuori dalla stanza, attraverso di corsa il piccolo soggiorno adiacente ed esco nel cortile di marmo. Una folata fredda mi investe e la accolgo nei miei polmoni come se fossi rimasta in apnea fin dal mio arrivo.
Rivivo tutta la scena in un istante: Klaus con la pistola, Vincent rantolante che lo incitava a sparare, Liam che lo convince a consegnargliela. Lui accovacciato a terra, straordinariamente simile a un'opera d'arte, bellissimo ma distrutto. La sensazione delle sue braccia attorno a me e il suo bisogno di sapere di non essere solo che si fondeva al mio.
«Key!»
Di sbieco, vedo mio padre venirmi incontro zoppicante e affannato, il vento che gli arruffa i capelli biondi lunghi fino al collo. Gli occhi mi bruciano mentre continuo a dargli ostinatamente le spalle. Non ho il coraggio di proferire parola: so che cederei.
Come quando un chiodo si conficca nella gomma dell'auto, abbastanza in profondità da tappare il foro. Allora si pensa di poter andare avanti comunque e viene trascurato per troppo tempo, ma quello penetra sempre di più senza che nessuno se ne accorga, il danno aumenta fino a diventare irreparabile... E infine esplode.
«La mattina del mio matrimonio sono andato sulla tomba di Michael» esordisce mio padre. «Tu ed Elizabeth siete nate nello stesso giorno del suo compleanno, anche se nessuna delle due lo ha mai festeggiato in quella data: l'otto dicembre. Ed è anche quando avrei dovuto sposare tua madre. Sono arrivato in ritardo. Nessuno aveva idea di dove fosse finita Elaine, ma Peter mi riferì che lei gli aveva detto di dover parlare con qualcuno, di non preoccuparsi ed era sparita. Mi spiegò che aveva appena litigato con Céline, che se n'era andata in fretta e furia, quindi era probabile che volesse stare da sola con Alizée per sentirsi meglio».
Fa una breve pausa, tentando invano di spostarsi per guardarmi in faccia, ma mi giro ancora una volta. «Abbiamo iniziato a cercarla dappertutto. La trovai io, dopo mezz'ora. Era stesa ai piedi delle scale e sanguinava. Ho chiamato aiuto e, per fortuna, nei paraggi c'era questa giovane laureanda di medicina. Il trauma aveva provocato la rottura delle acque ed era già una gravidanza a rischio. Elaine non voleva perdervi».
Mi mordo il labbro inferiore per frenare un singulto che stava per irrompere con impeto, ma le lacrime cominciano a rotolare copiose lungo il mio volto tracciando una scia bagnata e calda al loro passaggio.
«Tenevo la mano a tua madre, quando siete nate. Non piangevate neanche. Se l'ambulanza fosse arrivata solo pochi minuti più tardi, non so come...» La voce gli si incrina per un istante. «Pubblicamente era stato un tragico incidente, ma Sunset Hills è una piccola cittadina e io avevo la reputazione di ragazzo problematico con frequenti attacchi d'ira. Mia moglie era appena morta, le mie figlie potevano non sopravvivere, ma la polizia non si fece scrupoli a trattenermi per quarantotto ore in centrale per interrogarmi.
«Non mi arrestarono per mancanza di prove, ma per tutti ormai ero colpevole. Ero da solo; Peter era svanito e non volevo più avere nulla a che fare con gli Hallander, compresa Alizée. In ospedale mi dissero che una delle due bambine era morta e tu eri in incubazione perché non riuscivi a respirare da sola».
Mi chino e raccolgo il cavalletto avvinghiato tra i cespugli. Immagino di essere ancora la bambina che spiava il suo papà da dietro una colonna, ammirata dai movimenti del pennello e dal disegno che sembrava prendere vita sulla tela. Era una magia di colori, di emozioni, di luci. L'arte che splendeva in un oceano di stelle e riecheggiava nel silenzio della notte.
«Non mi staccai da te per settimane, mi rifiutai anche solo di perderti di vista. Ti guardavo e pensavo solo che quel cuoricino che ti batteva nel petto era tutto ciò che contava per me. A poco a poco ti sei ripresa, ho potuto portarti a casa e c'è stato il funerale di tua madre. Céline non venne, ma mi chiamò per chiedermi di andare al suo chalet, sostenendo che voleva essere sincera con me prima di lasciare la città. Si riteneva colpevole della morte di Elaine, per aver mentito al processo e fatto condannare Mike pur sapendo che era innocente» prosegue mio padre.
«Ero indeciso se fidarmi o meno, ma alla fine accettai. Qualcuno però mi aveva preceduto e trovai Céline a terra in una pozza di sangue. Il suo aggressore non doveva essere molto pratico, perché il taglio alla gola non era così profondo da essere mortale. Non aveva visto chi fosse stato ed era terrorizzata all'idea di andare in ospedale; quindi dovetti chiamare l'aspirante dottoressa che ti aveva fatta nascere. Mi detestò probabilmente, ma venne.
«Alla fine, aiutai Céline a sparire permettendole di assumere l'identità di mia sorella Moira. La tua vera zia non l'hai mai conosciuta, era scappata di casa da ragazzina e in seguito ho scoperto che si era trasferita in Inghilterra».
Sentendo le gambe tremare sotto il mio peso, mi abbandono sulla sedia più vicina. Ripenso al cavallino di legno di Toby, quello che gli ha regalato Klaus, il quale a sua volta l'ha ricevuta dalla moglie di Vincent nonché la donna che lo ha amato come un figlio.
Non sono solo coincidenze, no.
Sono le prove che la vita è una partita a scacchi con un solo giocatore, il destino. E noi siamo le pedine che muove per arrivare allo scacco matto.
«Mentre si spargeva la voce che fosse andata in Germania per sfuggire alle sue responsabilità di madre, Céline poté farsi una nuova vita a Clayton. Se mai l'avessero cercata, chiunque si sarebbe aspettato che si fosse nascosta il più lontano possibile da Sunset Hills, non a poche ore di distanza. Anch'io decisi di lasciarmi tutto alle spalle, per il tuo bene, e venimmo qui». Mio padre allarga le braccia. «Elaine ha comprato questa casa dopo il suicidio di Michael, usando ciò che rimaneva del patrimonio della famiglia di sua madre. L'ha fatto all'insaputa di tutti, eccetto forse Alizée, cosicché tu e tua sorella sareste potute crescere senza essere perseguitate dall'ombra del nostro passato. Ed è la stessa ragione per cui ti ci ho portato io, vivendo i dieci anni più felici della mia esistenza».
Si avvicina lentamente e si inginocchia sul pavimento davanti a me. «Poi ho ricevuto una telefonata. Mi venne detto che l'altra mia figlia era viva, che era con Peter, e ricevetti anche una foto di una bambina identica a te insieme alle prove che il certificato di morte era fasullo. Dato che non mi era stata data la possibilità di vedere il corpo della neonata né l'avevo mai chiesto, mi fu sufficiente per credergli. Mi propose un accordo: se avessi riunito Klaus alla sua famiglia, in cambio mi avrebbe aiutato a trovare Elizabeth. E così feci, dopo averti lasciata da Cèline».
Nei suoi occhi verdi, lucidi e intensi, leggo la battaglia che infuria nel suo animo tra la tentazione di abbracciarmi e la consapevolezza che non glielo consentirei.
«Portai via Klaus e lo affidai a una mia cara amica. Gladys aveva problemi con la Walker Agency da quando era finita in mezzo al traffico di droga e, per uscirne, sapeva che gli sarebbero serviti il denaro e la protezione degli Hallander. Ian era ancora molto affezionato a lei, non l'avrebbe lasciata nei guai. Dal canto mio, non volevo rivedere Alizée; inoltre, era anche più probabile che accettasse di prendersi cura del bambino, se non fossi stato io a riportarlo... Fu facile metterci d'accordo».
Emette un lungo respiro. «Mi fu comunicato che Elizabeth viveva nell'Upper West Side, a New York. Uscito dall'aeroporto, presi un taxi per arrivare all'indirizzo che mi era stato dato, ma ci fu un incidente. Per niente casuale, ovviamente. Quando mi risvegliai, ero in un luogo squallido circondato da tipetti poco amichevoli che ti stavano cercando. Ti risparmio i dettagli di quel periodo; dopo un po', uscii da quella situazione grazie a un certo Salim Okri, che era molto legato a tua nonna e a Elaine.
«Seppi da lui che Chris Ivory voleva eliminare la concorrenza per il controllo dell'agenzia, cioè te –non credo fosse a conoscenza di Elizabeth. Venire a prenderti significava condurli dritti a ciò che volevano. Proposi di farlo di nascosto, ma Salim non era disposto a esporsi tanto: mi avrebbe aiutato a lasciare gli Stati Uniti da solo, nulla di più. Aveva già rischiato troppo liberandomi. Se mi fossi avvicinato a te, non avrebbe esitato ad avvertire i tirapiedi di Ivory su dove fossimo».
"C'è un limite anche alla gratitudine, temo" aveva risposto il direttore Okri, quando gli avevo rinfacciato di non essere stato del tutto sincero con me. È sempre stato chiaro sul fatto che non avrebbe messo a rischio la propria vita per nessuno, neanche per me.
«Sono stato in Italia per tre anni. Salim aveva promesso di avvertirmi appena sarei potuto tornare senza ritrovarmi addosso la Walker Agency, invece ogni sei mesi mi mandava una stupida cartolina con su scritto "Abbi pazienza". Non sai quante volte sono stato sul punto di fregarmene e provare almeno a contattarti, ma avevo il terrore di quello che sarebbe potuto succederti. Poi però mi sono stancato di aspettare e sono tornato in America. Per quanto difficile fosse fidarmi di Alizée, era l'unico piano che mi veniva in mente».
«S-sei andato da Alizée?» bisbiglio con una voce tremendamente flebile.
Mio padre abbozza un sorriso fragile, uno di quelli speciali riservati soltanto a me che gli gonfiano le guance. È ancora rosso nel punto in cui l'ho colpito e, pur non avendolo perdonato, vengo assalita da un senso di rimorso. «Ci ho provato, ma non sono mai arrivato a Sunset Hills. Durante la mia assenza, per rintracciarmi più facilmente, Chris Ivory aveva scaricato su di me parecchi reati –che probabilmente aveva commesso lui– e fui arrestato».
Si ferma per riprendere fiato, come se raccontare la propria storia gli stesse consumando ogni briciola di energia. «È stato allora che ho conosciuto Alan. Come me, non aveva una gran simpatia per la Walker Agency, non so se per motivi personali o solo voglia di fare il paladino della giustizia. Fatto sta che non sopportava che, in tutto il Missouri, nessuno si prendeva la briga di indagare. Così abbiamo collaborato per... decisamente troppo tempo, ma ogni pista era un buco nell'acqua. Fino a che ho piantato Alan e sono venuto a Clayton. Mi mancavi troppo».
Deglutisco. «Quando è successo?»
«Un anno fa, circa». Mio padre abbassa lo sguardo, parlando a fil di voce come se si vergognasse. «Ti ho vista mentre stavi tornando da scuola con Céline. Avevi i capelli tinti di blu, i vestiti al contrario e hai preso a calci un palo perché era venuto a "sbatterti contro"».
Solleva la mano e mi sfiora il cappuccio sul petto con un'espressione amareggiata. «Mi sono reso conto che erano passati sei anni. Avevo lasciato una bambina e ormai c'era una ragazza stupenda prossima a diventare donna. E sapevo che non mi avresti mai perdonato».
Con delicatezza, mi scosta una ciocca che si era appiccicata al viso bagnato dal pianto. «Decisi di tenermi alla larga. Fu l'errore più grosso della mia vita, ma lo capii solo quando era troppo tardi. Céline era morta. Chris Ivory ti aveva trovata e, anche se sembrava più interessato al registratore che a te, non avevo nessuna certezza che fossi veramente al sicuro. Quindi ti ho fatto avere la migliore protezione che potessi darti».
«Quella degli Hallander» completo.
Fa un cenno d'assenso. «Per ironia della sorte, mi ritrovai alleato con Peter, o meglio Stefan. Anche lui voleva proteggerti in quanto sua nipote e godeva del favore di Alizée molto più di me. Quando le spiegò la situazione e le chiese di adottarti, lei accettò e lo assunse anche come insegnante privato per poterti stare accanto, a patto che non ti dicesse della vostra parentela acquisita. Per evitare scandali, ovviamente. Quello che Alizée non sapeva era che il professore, approfittando della libertà di muoversi per la villa, stava cercando il registratore per conto mio».
Sbatto le palpebre per scacciare il velo che mi offusca la vista. «Tu c'eri. Mi hai seguita per tutti questi mesi».
«Non sempre. Solo nelle tue missioncine segrete» precisa mio padre, ridacchiando debolmente. «A Baker Street. Poi allo chalet, quando sono quasi finito ammazzato da uno psicopatico».
«L'uomo con la pistola al circo. Era lì per te?»
«Possibile». Si stringe nelle spalle. «Ti ho seguita anche a Clayton. Quella è stata l'unica occasione in cui mi sono azzardato ad avvicinarmi e ci è mancato poco che Alan mi arrestasse. Forse mi aveva scambiato per l'intruso che entrava di notte nel loft per perquisirlo».
Non era solo un sogno. Era reale. Era con me nei momenti peggiori, quando avevo più bisogno di lui... e ha continuato a tenere le distanze. Ha preferito lasciarmi soffrire, farmi credere che fossi completamente sola.
In che modo questo può essere considerato proteggermi?
«Mi dispiace tanto, Key. Mi dispiace» sussurra mio padre, asciugandomi una lacrima con la punta del dito. Proprio come aveva fatto nella mia stanza, a Clayton. «Puoi odiarmi, se vuoi, ma ti prego credimi. Mi sei mancata ogni secondo, di ogni minuto, di ogni giorno negli ultimi sette anni. Sei e sarai sempre tutto per me».
Fa un sorrisetto tenero e aggiunge: «La mia piccola principessa».
Tiro su con il naso con un sospiro tremante. Non mi ero nemmeno accorta che ho smesso di singhiozzare o che sto stropicciando ossessivamente un lembo della mia felpa. «Hai detto che è stato il padre di Klaus a mandarti da Vincent».
Alle mie parole un'espressione delusa gli affiora sul volto, ma si limita ad annuire.
«Voglio sapere chi è».
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