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63. WAYLATT

P.O.V. KLAUS

Alla luce del giorno, il Quartiere francese è un'esplosione di vita, musica e colori. Un groviglio di strade situato nel cuore della città e trafitto dal corso sinuoso del Mississippi che risplende come un nastro argenteo sotto il drappo azzurro del cielo. Jackson Square pullula di artisti che espongono le loro opere sulla recinzione di ferro o gettano le prime pennellate su una nuova tela, accompagnati dalle note vivaci del jazz che risuonano nell'aria. Un grande albero di Natale è stato addobbato al centro della piazza, accanto alla statua di un uomo in groppa a un cavallo impennato, nastri colorati decorano le facciate degli edifici circostanti e finti scheletri con travestimenti natalizi salutano dai terrazzi delle case. Tutto intorno a me sembra fremere di adrenalina, di eccitazione, avvolto da un'aura di misticismo e mistero.

Ora capisco perché Keeley le sia tanto affezionata: c'è qualcosa di magico in New Orleans.

Con le mani nelle tasche e il giacchetto chiuso fino alla gola, mi alzo dalla panchina e riprendo a camminare, passando in mezzo alla piccola folla radunata attorno a una band di musicisti truccati da vampiri. Un sorrisetto spunta sul mio volto quando mi imbatto in un illusionista intento a stupire il pubblico con dei giochi di prestigio, facendo strillare i bambini per l'emozione. Da piccoli, io e i miei fratelli adoravamo osservare i trucchi di Matt con le carte a tal punto da obbligarlo a continuare anche per ore intere. Non saprei dire se eravamo più affascinati da come sembrava in grado di leggerci nella mente o più infastiditi dal fatto che, nonostante i nostri tentativi, non riuscivamo proprio a scoprire i segreti dietro le sue "magie".

Supero i cancelli della piazza e, mentre aspetto il passaggio di una fila di carrozze trainate da cavalli sbuffanti, il mio sguardo viene attirato sulla maestosa chiesa gotica di fronte a me. È identica a quella che ho visto tra i disegni di Keeley, perfino nei dettagli delle croci sulle guglie, dell'orologio nella torre centrale o le coppie di colonne ai lati dell'ingresso che si arrampicano per tutta l'altezza della facciata.

Ignorando la stretta al cuore, attraverso la strada e supero la cattedrale di Sant Louis; dopo neanche cinque minuti, arrivo davanti a un locale con la scritta dorata "Sylvain" sulla vetrata ornata da una cascata di lucine spente.

Prima di entrare, mi blocco davanti alla gioielleria accanto; non è eccessivamente raffinata, anzi alcuni dei ciondoli e degli anelli esposti sono così insoliti che a molte donne non piacerebbero. A catturare me, però, sono state due bellissime pietre d'ambra luminose come stelle cadute incastonate nell'argento.

Al suo interno, il Sylvain è un ambiente accogliente con le pareti color indaco su cui sono appesi numerosi quadri in bianco e nero e piccoli ritratti. Una ventina di clienti siedono attorno ai tavolini quadrati ordinatamente disposti per la sala, sorseggiando drink dai loro bicchieri o chiacchierando tra di loro. A differenza di quanto mi succedeva a Sunset Hills, nessuno si accorge del mio arrivo né mi presta la minima attenzione, anche se noto di sbieco una ragazza dai capelli castani che continua a lanciarmi occhiate furtive. Nell'istante in cui si rende conto che me ne sono accorto, arrossisce e torna subito girata verso la sua amica.

«Buongiorno» mi accoglie l'uomo calvo dietro il bancone, abbassando lo schermo del portatile. È piuttosto robusto, con una folta barba scura sulle guance e sul mento e un paio di occhietti piccoli e vigili dietro le lenti. «Che cosa ti porto?»

Lo raggiungo a passo tranquillo, abbastanza lento da poter individuare le confezioni di sigarette sugli scaffali, insieme a tazzine di porcellana e bottiglie di alcolici. «Salve! In realtà, avrei bisogno di aiuto» rispondo con un'espressione volutamente imbarazzata. «Sono arrivato da poco in città con mio zio. Volevo fare un giro per vederla un po', ma lui doveva fare una cosa e allora ci siamo separati e... beh, mi sono perso come un idiota. Se mi potesse prestare un telefono per chiamarlo, mi farebbe un favore enorme».

«E il tuo?»

Puntello il gomito sul ripiano di legno, proprio vicino a una candela tremolante dentro una boccia smerigliata. «Non ce l'ho. Mio zio me l'ha ritirato».

L'uomo arcua un sopracciglio, guardando diffidente la mia cicatrice. «Nessuna consumazione, quindi?» Scuoto il capo e una smorfia contrariata gli si forma sul viso. «Spiacente, il nostro telefono è guasto».

Come no.

«Certo, capisco. Grazie comunque».

Ritiro il braccio dal bancone con un movimento rapido, facendo in modo di urtare la boccia di vetro che cade a terra in un'esplosione di frammenti; la candela si spegne, rotolando via sul rustico parquet.

«Accidenti, non volevo! Mi dispiace tanto» esclamo nel tono più convincente che mi riesca. Ho la sensazione che molti dei presenti si siano voltati a fissarmi, ma sono troppo abituato per badarci. «Pulisco io, se vuole».

«Non ti preoccupare» ringhia il barman.

«No, per favore. È il minimo».

Una giovane donna si avvicina con scopa e paletta. Le sorrido e glieli prendo gentilmente dalle mani, quindi comincio a raccogliere le schegge disseminate sul pavimento. Quando ho finito, consegno la scopa alla cameriera –che ne ha approfittato per recuperare la candela– e vado a svuotare la paletta nel bidone accanto al bancone. Coprendo la visuale con il mio corpo, butto i pezzi di vetro nel cestino mentre la mano sinistra si muove fluida tra gli scaffali: un attimo dopo, un pacchetto di Parliament è finito nella mia tasca.

Mi alzo e restituisco anche la paletta, salutando di nuovo il barman. Mi incammino in direzione dell'uscita, ma decido di fare un altro tentativo. Punto dritto verso il tavolo davanti alla finestra e, tentando di assumere un atteggiamento disorientato, mormoro: «Scusate. Posso disturbarvi un momento?»

La ragazza dalla chioma castana, quella che mi spiava al mio arrivo, quasi spicca un salto dalla sedia per la sorpresa.

A rispondermi è la sua amica, con i riccioli neri raccolti in una coda e le labbra ricoperte da un rossetto viola che piacerebbe molto a Kal. Al collo porta una catenella con un nome: Bea. «Hai l'aria di un turista disperato. Inglese, vero?»

«Beccato» sospiro, appoggiando una mano sul bordo del tavolo. «Mi sono perso e avrei bisogno di chiamare mio zio. Non ho portato il telefono, purtroppo». Abbozzo un sorriso timido, piegandomi ancora di più verso di loro. «Non è che potreste aiutarmi? Mio zio è un tipo molto severo, non voglio farlo preoccupare».

La ragazza al mio fianco, ormai paonazza, infila una mano nella borsa appesa allo schienale. «C-certo, figurati» balbetta debolmente.

«Io comunque sono Beatrice. E lei è Jeanne» interviene l'altra, portandosi un riccio dietro l'orecchio. Un gesto che mi ricorda la mia sorellina con un moto di nostalgia: non pensavo che potesse mancarmi tanto, dopo solo un paio di giorni. Beh, mi manca tutta la mia famiglia, in realtà. «Tu come ti chiami?»

Ridacchio. «Me lo chiedi perché così, se vi rubo il cellulare, potrete rintracciarmi?»

«No, hai la faccia da bravo ragazzo. Ma la mia amica muore dalla voglia di sapere il tuo nome...»

Con un sussulto, Jeanne le scocca un'occhiata omicida. «Non... non è vero!» Mi tende il telefono, arrossendo nel cogliere il mio sguardo perplesso per la cover argentata con il posteriore di un gatto sporgente all'infuori. «L-la tolgo, se vuoi».

«No, tranquilla. Ehm, carina» le ammicco, prendendo l'apparecchio. «Te lo restituisco tra una decina di minuti, promesso».

Mi allontano fino all'ala opposta del Sylvain, fermandomi alla base della scalinata che conduce ai bagni nel piano superiore. Anche grazie alla confusione, dovrei essere abbastanza lontano da impedire a chiunque di ascoltare la conversazione senza risultare sospetto; al tempo stesso, sono ancora nel raggio visivo delle ragazze, che comunque non sembrano troppo preoccupate che io possa tagliare la corda.

Credevo di non avere nessun dubbio su chi contattare, eppure mi sorprendo a comporre un numero completamente diverso. Rimango con il pollice a pochi centimetri dallo schermo, indeciso, prima di cedere e premere il tasto di avvio della chiamata.

"Tre squilli", mi impongo. "Se non risponde, non la dovrò cercare mai più".

Al primo trillo, lo stomaco mi si contorce tanto da far male.

Al secondo, il cuore inizia a battere così forte da minacciare di schizzare fuori dalla gabbia toracica.

Al terzo, ho l'impressione che una palla di cannone mi abbia appena colpito in pieno petto, distruggendolo in tanti minuscoli pezzettini.

Rilascio un brusco respiro, riaggancio e digito un altro numero. Questa volta, sono sicuro che non dovrò aspettare nemmeno uno squillo... e ho ragione.

«Spero che tu abbia una spiegazione, fratellino» esordisce una voce famigliare. Non sono mai stato più felice di sentire quel timbro basso e gutturale. «E che sia un'ottima spiegazione».

La morsa soffocante che avverto addosso da quando sono con Vincent, simile a un collare invisibile stretto attorno alla gola, si allenta un po'. «Prima di scatenare la tua ramanzina su di me...»

«Sei andato via. Con lui». Nonostante la sua apparente calma, percepisco la preoccupazione che trasuda da quelle parole. «Ti avevo detto di parlargli, ma restando sempre in un luogo pubblico. Mi avevi promesso che avresti seguito le mie indicazioni, solo per questo ho accettato che facessi una cosa tanto pericolosa».

«Io non ho promesso niente, William». Mi abbandono sullo sgabello, seminascosto da una colonna. «E poi quando mai ti ho dato retta?»

«Quindi avevi in mente questa gita fuori porta fin dall'inizio». Non è una domanda, più una constatazione parecchio indignata. «Perché?»

«Mi serve tempo. Vincent non avrebbe mai spiattellato tutto ciò che ho bisogno di sapere, non subito. Lo sai anche tu».

«Certo che lo so. È il vantaggio che gli serve per manipolarti, ovvio che non voglia perderlo».

Mi scompiglio i capelli biondi con un gesto infastidito. «Vuole che torniamo a essere una famiglia, perché crede davvero di volermi bene... nel suo modo distorto, almeno. Sono io il suo punto debole».

«Non più di quanto lui sia il tuo» ribatte Liam sferzante. «Dove siete? E da dove mi stai chiamando?»

Abbozzo un sorriso. È evidente che non sopporta per niente di non avere la situazione sotto controllo; una delle cose che ha in comune con Alizée. «Sono in un bar, ho chiesto il telefono in prestito a una ragazza con una cotta per me».

«Vincent ti ha ritirato il telefono, ma ti lascia andare in giro da solo? Non ha senso».

Scrollo le spalle. «Metà delle cose che fa non ce l'ha. O che dice...» aggiungo in un sussurro.

"Oh sì! Tuo padre è vivo, eccome! Michael invece non lo è".

Dopo quella frase assurda, che ancora non riesco a togliermi dalla testa, Vincent non ha più affrontato l'argomento né nominato suo fratello. Durante le infinite dodici ore di viaggio, aveva insistito affinché gli raccontassi con dovizia di particolari i miei ultimi sette anni alla villa e il mio rapporto con ognuno degli Hallander. Anche se l'ho assecondato, il mio istinto protettivo mi ha spinto a evitare categoricamente di parlargli di Eileen; lo sfavillio che si era acceso nel suo sguardo, nell'unica occasione in cui ho accennato a lei, era bastato a farmi fremere dal desiderio di prenderlo a pugni.

Ma a Vincent non sembrava importare granché di mia sorella, in verità. Per qualche ragione, tutto il suo interesse era stato rivolto a Liam, di cui aveva voluto sapere qualsiasi cosa: il suo carattere, il suo modo di vestire, la sua somiglianza con i genitori...

Alla fine, forse per noia o per stanchezza, aveva accostato e mi aveva ordinato di prendere il suo posto al volante. Quindi si era addormentato ronfando sul sedile del passeggero, con una mano posata sul mio ginocchio che poi avevo provveduto a spostare.

Di conseguenza, non ho potuto fargli nessuna delle domande che mi logoravano, oltre a non aver chiuso occhio tutta la notte.

«Che significa?» mi riscuote Liam. «Cos'hai scoperto?»

Esito un secondo. «Nulla di certo, per ora. Ti ho chiamato solo per evitare che mandassi la CIA, i servizi segreti o chissà che altro a cercarmi per tutto il Paese».

«Smettila di usare le battute per farmi credere che stai bene. Ti conosco meglio di quanto tu conosca te stesso». C'è una sfumatura di rimprovero nel suo tono. «Dimmi dove sei».

«Così vieni a prendermi come una mammina iperprotettiva? Scordatelo!»

«Fratello, dimmelo. Se non vuoi che mandi la CIA, i servizi segreti o chissà che altro a cercarti per tutto il Paese».

«D'accordo» mi arrendo, sporgendomi oltre la colonna. Vedo le due ragazze che si accingono a ripulire il tavolo e Beatrice che mi fa un cenno che sta a significare "muoviti". «Sono in Louisiana. A New Orleans».

Posso immaginare il viso di Liam corrucciarsi, la fronte che si increspa mentre ragiona tra sé e sé. «È dove Keeley ha vissuto con suo padre, giusto? Ma non capisco perché siate lì...»

«Non ne ho idea. Ora ascoltami». Mi alzo dallo sgabello. «Se non l'ha già fatto, prima o poi Ric avviserà i nostri fratelli che me ne sono andato. E quindi anche Keeley. Voglio che mi giuri che non la perderai mai di vista e che la tua priorità assoluta sarà proteggere lei, non me. Lei».

Dall'altra parte della linea telefonica cala il silenzio assoluto, rotto soltanto dal fruscio delle fronde degli alberi. Nella tenuta dei Blackwood non c'è quasi mai campo, quindi deduco che deve trovarsi all'esterno, probabilmente nella valle o nei paraggi di uno dei borghi non molto distanti.

«Per favore, William» insisto implorante. «Ho bisogno di sapere che ci sarai tu a tenerla al sicuro».

Sento il suo respiro farsi più pesante. «Hai la mia parola» sussurra infine, quasi sofferente. «Ma se Vincent dovesse torcerti anche solo un capello, fratellino... un membro della nostra famiglia sarà davvero colpevole di omicidio».

«Ci hai messo parecchio per delle sigarette, ragazzino. Stavo invecchiando».

Vincent è seduto su una panchina all'angolo di Toulouse Street, sotto una tettoia che lo ripara dalle gelide folate di vento. Al mio arrivo, si sta infilando un fazzoletto nella tasca del grosso pastrano e ha la voce rauca di chi ha appena finito di tossire.

«Scusa. Non trovavo la tua marca preferita» mento prontamente, estraendo il pacchetto dai pantaloni. «E non mi avevi dato i soldi».

Vincent lo prende, sghignazzando. «Sapevo di averti insegnato bene».

Prima che io possa abbassare il braccio, con uno scatto mi ha già imprigionato il polso con le sue grosse dita. Un tremito mi scende lungo la spina dorsale mentre il suo unico occhio esamina curioso l'anello con il leone; quello cieco, invece, scintilla alla luce del sole come vetro. «Chi te l'ha regalato?»

Mi irrigidisco, ma mi costringo a restare immobile. Non voglio mostrargli di avere ancora paura di lui, non posso. «Matt» rispondo sprezzante.

Abbozza un sorriso sbilenco che gli accentua le orribili cicatrici. «Matthew. Certo, ricordo quel moccioso scapestrato». Il suo sguardo si solleva a incrociare il mio, e devo lottare contro l'impulso di chinare la testa. «Tra gli scarti di famiglia ci si intende, dopotutto».

Non trovando nulla da dire, mi limito ad aspettare.

Vincent indugia ancora per un secondo, il suo pollice che mi sfiora le nocche, poi finalmente mi libera e si incammina lungo la caotica Bourbon Street. Immersa tra rumorose discoteche e bar di ogni genere –rock, funk, jazz, strip club...—, con musicisti che suonano per strada e giovani che bevono intrugli di vari colori fuori dai locali, è caos allo stato puro. Per fortuna non è ancora calata la sera, eppure già si sente ribollire nell'aria quella festa senza fine tipica della città.

Mi affretto a seguirlo e procedo al suo fianco, pur tenendomi a distanza di sicurezza. «La macchina?»

«Non ci serve» taglia corto Vincent, guardando un gruppo di trombettisti che si esibiscono sotto l'insegna al neon di un night club. «Se fanno già tutto questo baccano, non credo che dormiremo stanotte. Come si può vivere in un posto così... bah

Sono quasi tentato di chiedere per l'ennesima volta perché mi ha portato qui, ma sono certo che non mi risponderebbe; insistere lo farebbe solo innervosire, quindi opto per cambiare argomento.

«Posso almeno chiederti chi è Peter? Lo hai nominato al Lucky House, mi pare».

Lui rallenta per un istante, incupito. «Un mio caro amico. Tempo fa...» sussurra con amarezza, lo sguardo perso nel vuoto. «Ora stai zitto».

Dopo aver svoltato in un largo vicolo accanto a una galleria d'arte, Vincent si indirizza verso un massiccio edificio in pietra rossiccia, a due piani, la cui facciata è percorsa da una lunga balconata in ferro battuto. Quando si ferma davanti al portone d'ingresso, rimango scioccato nel vederlo porgermi il grimaldello bulgaro che deve aver trovato nel mio zaino.

«In mezzo alla gente? Sul serio?» mormoro, guardandomi nervosamente attorno. Ma c'è talmente tanta confusione che nessuno sembra accorgersi neanche della nostra esistenza.

Un lampo derisorio gli balena sul volto deturpato. «Cosa c'è, il servizio scassinatore è aperto solo alle tue Storm

Un'altra allusione, un altro indizio che non manco di appuntarmi mentalmente. Sa che io ed Elizabeth siamo andati allo chalet, che l'ho aiutata a introdursi al suo interno: un dettaglio su quella notte mai reso pubblico.

Afferro il grimaldello, studio la serratura per qualche secondo e mi inginocchio, cominciando a forzarla. «Come sai che sono... erano sorelle?»

«Ho fatto due più due». Vincent si posiziona dietro di me in modo da nascondermi alla vista dei passanti. «Sapevo già che Elaine doveva avere delle gemelle, anche se avevo sentito dire che una delle due fosse morta con lei durante un parto d'urgenza al matrimonio. Cosa evidentemente non vera». Lo sento scrollare le spalle. «Inoltre, la somiglianza tra loro parla da sola, giusto?»

Un fremito mi scuote la mano, facendo scivolare un pistoncino dal tensore. Impreco sottovoce, per poi rimettermi all'opera. «E tu come...»

«Ssh, basta. Parliamo dopo». Appena lo sento stringermi i capelli con fare possessivo, un terrore gelido mi pervade fin nelle ossa. «Concentrati, piccolino».

Obbedisco, il corpo teso come una corda di violino.

Al cigolio della porta che si socchiude, devo trattenere un sospiro di sollievo. Vincent mi dà un buffetto soddisfatto sulla schiena, spalanca il portone e mi invita a entrare per primo.

Con mia sorpresa, mi ritrovo in un cortile interno lastricato con ciuffi di erbacce che spuntano dalle crepe nel marmo. Al centro si trova un antico pozzo di pietra coperto da tralci d'edera intrecciati e rampicanti selvatici si arrampicano su per le colonne modanate che sorreggono i porticati a cui si accede salendo robuste scale di legno.
Sia al pianoterra che a quello superiore ci sono tante, anzi tantissime porte separati da quadri appesi tra una e l'altra. Foglie rinsecchite sono sparpagliate sul pavimento e tra i cespugli, probabilmente scaraventato dal vento, è abbandonato da chissà quanto tempo un cavalletto mezzo distrutto.

"Queste non è casa mia! Questa non è New Orleans!" aveva gridato Keeley, quel giorno a Baker Street, dopo l'incontro con Gladys. "A casa mia c'è un cavalletto nel giardino! C'è una mansarda con una vetrata sulle stelle! E c'è mio padre!"

Vincent accosta le labbra al mio orecchio e mi sussurra, con il fiato che odora di birra: «Benvenuto a casa Storm, ragazzo».

Lo ascolto a malapena, troppo impegnato a immaginare una piccola Keeley crescere tra queste mura, felice e spensierata. Una bimba magrolina con i capelli argentei tutti arruffati e una felpa troppo larga indossata al contrario, un tornado di energia che salta e strilla. Magari stropicciandosi il naso con le manine imbrattate di colore mentre scappa per aver combinato qualche marachella. O correndo a rifugiarsi nell'abbraccio del suo papà dopo essersi sbucciata un ginocchio, con gli occhietti dorati lucidi per il pianto.

A riscuotermi dai miei pensieri è una morsa salda che mi cinge il fianco, facendomi trasalire.

«Non...» Mi schiarisco la gola, ricacciando giù il nodo di paura che l'aveva serrata. «Puoi non toccarmi?»

Ignorandomi, Vincent rafforza la presa tanto da farmi male e mi trascina in una delle stanze chiuse. Non ho ancora avuto il tempo di esaminare l'ambiente che mi ha già gettato sul divano borchiato come se pesassi quanto una bambola di pezza. Subito cerco di rialzarmi, ma mi spinge di nuovo all'indietro senza il minimo sforzo.

«Stai qui» ordina risoluto. Accenna al mio giacchetto e aggiunge: «E togliti quello. Non fa così freddo».

Paralizzato, lo fisso in silenzio fino a che non scompare oltre l'arcata di mattoni che conduce a un altro salotto più ampio. Quello in cui sono io è piccolo, interamente rivestito di legno, con due poltrone di broccato verde e oro su un largo tappeto persiano, un tavolino intarsiato di sandalo e mobili di quercia tra cui una cassapanca sotto la finestra. Le pareti sono disseminate di dipinti magnifici –vi sono ritratte solo nature morte, soprattutto fiori– ed è facile riconoscere l'artista che li ha realizzati: ha lo stesso tocco di Keeley, deciso ma fragile.

Accorgendomi di un rumore di passi, mi affretto ad abbassare la cerniera e mi sfilo il giacchetto. Quando Vincent ritorna con una bottiglia di vetro in mano, lo vedo sbirciare la camicia nera che indosso con un'espressione vagamente compiaciuta.

«Ero certo che ci fosse da bere» commenta, posando la bottiglia e un bicchiere da liquore sul tavolino di fronte a me. Bourbon, ovviamente. «Storm è sempre una garanzia».

Inarco un sopracciglio. «Siamo venuti qui per saccheggiare la cantina di Maxwell Storm?»

«Non essere ridicolo!» Vincent si lascia crollare sulla poltrona più vicina, che stride sotto il suo peso. «Volevo una bella location per la storia che sto per raccontarti».

Non gli credo, ma non posso che rimanere ammaliato dalle sue parole. «Storia?» ripeto trepidante.

Annuisce. «Stabiliamo le regole, prima, ti va? Come sai, detesto essere interrotto, quindi mi aspetto che tu rimanga in assoluto silenzio a meno che io non ti dia il permesso di aprire bocca».

«Altrimenti? Che succede se parlo senza il tuo permesso?» replico con una punta di disprezzo.

«Come adesso? Tranquillo, questa te la passo. Ma la prossima volta avrai una penitenza». Tira fuori il pacchetto di Parliament dalla tasca. «Allora, visto che non sopporto sprecare tempo, dimmi: che cosa sai di Michael, per la precisione?»

Nonostante tutto, il cuore mi sprofonda nel petto per l'emozione. Non riesco a credere che sto per scoprire la verità sulle domande che mi tormentano da tutta la vita; certo, ammesso che abbia davvero intenzione di essere sincero...

«So che era grande amico di Alizée e so cosa le ha fatto». Per una volta, riesco a sostenere il suo sguardo, quasi a sfidarlo a negare qualcosa di così assodato. «È abbastanza, direi».

Al suono graffiante della sua risata, il sangue sembra trasformarsi in ghiaccio sciolto nelle mie vene. «Due balle, dunque!» Si protende in avanti e, con un unico gesto secco, stappa la bottiglia sul tavolino. «Vedi, ragazzino, il punto è che Alizée e Michael non erano grandi amici. O meglio, lo sono stati per molto tempo... prima di diventare amanti».

Di tutte le disparate ipotesi che avevo elaborato, di tutte le scoperte che mi sono state scaricate addosso negli ultimi mesi, questa è la sola che non avevo mai nemmeno preso in considerazione. No, devo aver frainteso: non c'è altra spiegazione.

«Non è vero!» obietto, facendo un cenno di diniego con il capo. «Michael era innamorato di lei, ma Alizée non lo ricambiava. È la ragione per cui l'ha... violentata».

«Sbaglio, o c'erano delle regole?» Con un ghigno sul viso, Vincent riempie il bicchierino di liquido ambrato e lo spinge verso di me. «L'ultima volta che ti ho fatto bere non hai resistito granché, ma avevi dieci anni. Spero tu sia migliorato».

Sbatto le palpebre, perplesso. «È questa la penitenza

«Già, e te ne sei appena guadagnata un'altra. Dovresti stare più attento» ridacchia divertito, accendendo una sigaretta.

Faccio per protestare, ma poi mi mordo la lingua e prendo il bicchierino. Ne assaggio il contenuto inumidendo la punta delle labbra, prima di buttarlo giù in due sorsi brucianti che mi strappano un colpo di tosse. È piuttosto dolce e fruttato, con un retrogusto di vaniglia.

«Alizée amava Michael, lo ha sempre amato, ma dovette allontanarlo quando suo padre la costrinse a sposare Ian Hallander. Perché quell'unione fosse necessaria già lo sai, ma non credo che tu conosca il motivo per cui lei non si sia opposta». L'acre puzza di tabacco inizia a permeare l'aria, sovrastando l'odore stantio tipico di un luogo dimenticato. «Hai mai sentito di quella volta in cui Michael spaccò il naso al caro Ian? Si dice che sia successo perché aveva scoperto del suo fidanzamento ufficiale con Alizée ed era geloso, ma in realtà è inesatto. Vedi, Ian non nutriva molta simpatia per quello che si vociferava essere il suo fratellastro e, dato che sapeva cosa provava per la "migliore amica", fece lo sbruffone con lui. Michael non era mai stato un attaccabrighe, infatti finì in mezzo a quella rissa –come sempre– soltanto per colpa del caratteraccio del suo amichetto Storm ed entrambi furono arrestati per aggressione».

Con la sigaretta all'angolo della bocca, mi porge un altro shot di bourbon e riprende a raccontare solo quando l'ho vuotato.

«Alla fine, Ian fece cadere le accuse contro di loro dietro decisione di Jonathan Blackwood, che gli pagò persino l'intervento di chirurgia plastica. Chiaramente tuo nonno non tolse quei due dai guai per bontà di cuore, ma solo perché la figlia lo aveva minacciato di annullare il matrimonio combinato con Ian, se non l'avesse fatto». Prende un tiro profondo, quindi butta fuori un fiotto di fumo dalle narici. «Nonostante la donna che amava da sempre fosse promessa a un altro, Michael decise di rimanerle vicino; in fondo glielo doveva, considerato che Alizée aveva accettato solo per evitare a lui, e a Storm, di finire in carcere. Tuttavia il giorno prima delle nozze, forse rendendosi conto che la stava davvero per perdere, Michael ebbe un ripensamento: si imbucò al suo addio al nubilato, con la complicità di Elaine, e confessò ad Alizée i suoi sentimenti per cercare di convincerla a... fuggire insieme, credo. Questa parte mi è sembrata un po' sdolcinata, ma dal mio fratellino me lo sarei aspettato».

Vincent scoppia in un'altra risata beffarda e prosegue: «Comunque Alizée si sposò. Da quel momento, fece di tutto per allontanare Michael da lei, arrivando a rifiutarsi categoricamente di parlargli o di incontrarlo. Nove mesi dopo il matrimonio con Ian, e intendo nove mesi esatti, nacque il loro primogenito, William».

Mi scocca un'occhiata maliziosa. «Curioso quanto presto sia sbocciata la passione tra di loro, eh? Non si amavano neanche, eppure... puff, bambino!»

Aggrotto la fronte. Le tempie hanno cominciato a pulsarmi e ciò, combinato al frastuono di musica e grida proveniente dalla strada, non mi aiuta a restare concentrato. «Che vuoi...» Mi blocco di colpo.

Vedendolo inarcare un sopracciglio in maniera eloquente, emetto un sospiro rassegnato e ingoio di malavoglia un terzo bicchierino. Ormai ho la sensazione di avere lo stomaco in fiamme.

«Andiamo, ragazzino! Sul serio non hai mai notato quanto poco William somigli al suo presunto padre?» Vincent picchietta la sigaretta con un dito, facendo cadere la cenere sul tappeto. «Anche Michael ci mise un po' a capirlo, ma alla fine riuscì a collegare i puntini. Si recò alla villa nella notte di Halloween per rivendicare qualcosa che gli apparteneva, questo è vero: ma non Alizée, suo figlio. Il figlio che avevano avuto insieme. So che parlarono, ma non cosa si dissero. La cosa certa è che, quando se n'è andato, lei stava bene».

Mi sollevo di scatto, ma vengo investito dalle vertigini e devo appoggiarmi al tavolino per non perdere l'equilibrio. «Cazzate!» farfuglio, tentando di rimettermi dritto. «Stai sparando solo cazzate!»

«Ah, l'alcol sta cominciando a fare effetto, allora» sogghigna Vincent, preparando un altro shot. «Alla tua salute».

Malgrado il senso di nausea, mi chino per prenderlo e me lo rovescio in gola con un unico sorso. Non ho ancora capito se il sapore sia buono o mi faccia schifo, ma di sicuro adesso scende con la stessa facilità dell'acqua. «C'era una... una testimone. Céline lo ha visto...»

Il bicchierino mi scivola di mano, rotolando sul tavolino e spargendo gocce di bourbon. Con la voce impastata, borbotto: «Come cavolo fa Keeley a bere questa roba?»

«Céline ha mentito. Jonathan Blackwood le offrì parecchio denaro per dichiarare che colui che aveva visto andarsene dopo lo stupro fosse Michael. In fondo, era negli interessi di tuo nonno coprire il vero colpevole, probabilmente perché era qualcuno molto legato agli Hallander. Non saprei: mi è stato detto che è vivo, ma non chi è» spiega Vincent, alzandosi. «Come saprai, Céline era stata disconosciuta dalla sua famiglia per via di una relazione sconveniente con un ragazzo dei bassifondi. Aveva bisogno di soldi per mantenere il suo costoso stile di vita o forse ebbe paura di disobbedire all'uomo più potente della città, non importa la ragione. Importa che mentì al processo».

Scuoto vigorosamente la testa. «Impossibile! Ci fu un... un coso del DNA!» replico, così stordito da non trovare il termine giusto.

«Sì, il test del DNA fu la prova schiacciante per incastrare Michael, insieme alla mancanza di un alibi. Purtroppo, l'uccellino che mi ha riferito questa affascinante versione della vicenda non era sicuro su come abbia fatto Jonathan, ma le possibilità non sono molte: o ha usato la sua influenza per falsificare il risultato, oppure ha semplicemente fatto sostituire il campione da analizzare, scambiando il tuo DNA con quello del vero figlio di Michael, William».

Assalito da un improvviso bisogno d'aria, barcollo verso la finestra, ma inciampo nei miei stessi passi e finisco a terra sulle ginocchia, piegato in due dal tentativo di reprimere un conato.

«Stai buono, piccolino. Non voglio che tu ti faccia male». Ridacchiando, Vincent mi passa un braccio sotto l'ascella, mi tira in piedi senza la minima fatica e mi riporta sul divano. Infine si siede accanto a me e prende ad accarezzarmi la schiena come si farebbe con un cucciolo spaurito. «Non lo reggi proprio, eh?»

Appoggio i gomiti sulle ginocchia e affondo il viso tra le mani, traendo dei respiri profondi per calmarmi, per non pensare al suo tocco su di me. Sebbene senta un caldo terribile, sto tremando più forte che mai. «Come... come so che non mi stai mentendo?»

«Ho delle prove, te le mostrerò quando sarai lucido. Ma Klaus...» Vincent afferra una manciata dei miei capelli e mi costringe a guardarlo, il suo occhio nero come la notte e vuoto come il nulla. «A differenza di Alizée, non ho nessuna ragione per mentirti. Non quando la verità è la sola cosa che può portarti a capire, finalmente, ciò che ho sempre cercato di dimostrarti».

L'ennesima intensa ondata di brividi mi fa accapponare la pelle. «Quale?»

«Che non sono il cattivo della storia».

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