Edgar (4)
- Sa bene che, in queste circostanze, lei rimane il principale degli indiziati -. Rimasi a fissare quelle due sfere opache che luccicavano di freddezza.
- I-io... Cosa? - non potevo crederci. Non ancora, almeno.
- Sulla carta saranno rinvenibili unicamente le sue impronte digitali, no? -.
- Perché sono stato io a prenderla fra le dita, dopo Edgar. Ma lui potrebbe aver usufruito di guanti, non crede? -. Non mi diede retta.
- Ora sentiremo anche gli altri. Può recarsi di là, ad attendere - mi liquidò, indicando l'unica porta.
Aspettai che terminassero l'interrogatorio del mio collega e della bambina, interpellati rispettivamente in quest'ordine.
- Alex, com'è andata? - gli chiesi, allarmato dal suo pallore.
- Io... Sono tra i principali indiziati - rispose con un fil di voce tremolante.
- Tu? Ma non è possibile -. Aveva le pupille incollate al suolo. Lo scossi perché le alzasse.
- Tu non hai fatto niente, vero? - chiesi, inquieto, sperando risultasse una domanda retorica.
- Niente. Ho solo offerto un caffè alla signora e a quanto sembra... Era avvelenato. Io non lo sapevo, lo giuro -. Presi un bel respiro.
- Io ti credo, tranquillo. Non possiamo essere stati noi -.
Annuì mentre le occhiaie gli si inumidivano. Era tremendamente agitato. E non era l'unico; ci trovavamo nella merda. Sarebbe bastato un attimo per finire dietro le sbarre a causa di qualche cazzata.
Lorenzo Castelli entrò nella sala, guardandosi intorno. Sospirò e poi alzò leggermente la voce:
-Signor commissario, venga qui! -.
Con l'uniforme sporca di farina, quello raggiunse il giovane in circa quindici secondi.
- Mi dica, che succede? - aveva il fiatone e masticava ancora qualcosa.
- Perché gli indiziati stanno parlando fra di loro? -.
- Bè, le domande sono concluse, ho pensato che non ci sarebbero stati problemi -.
- Le indagini non sono terminate. Per quanto ci riguarda, loro potrebbero collaborare. -
Rivolse il suo sguardo a me. Abbassai gli occhi.
- Infatti, per sciogliere ogni dubbio, agenti che io stesso ho selezionato verrano a dormire nella vostra abitazione, tenendovi sotto sorveglianza. Annabelle, invece, sosterà da me - sorrise.
- Scusi, chi è Annabelle? - domandò Alex, che non avrebbe potuto esserne al corrente.
- La bambina - affermai, seccato.
Essendo pulito, non potevo certo temere la presenza degli uomini di Scotland Yard. Ma come l'avrebbe presa Kate?
- A me sta bene - acconsentii, ed il mio collega mi imitò.
Castelli fece per andarsene, ma lo fermai:
- Annabelle non ha un padre? -.
- No... È morto quando lei aveva 5 anni - e, fissandomi a lungo, aggiunse: - Immagino che se fosse il killer, saprebbe fingere di interessarsi, Paul -.
- Questa notte potrà dimostrare la mia innocenza. Non si permetta di definirmi ipocrita, calcolatore o falso -.
- Io non l'ho definita, l'ho inquadrata -.
Silenzio.
- Quanti anni ha? -.
- Non so come possa avere importanza, ma ho 18 anni -.
- Ha 18 anni ed è così freddo? -.
- È soggettivo, Mason - indietreggiava, pronto a lasciare la caserma.
- Come sapeva che ero stato in chiesa? -.
- L'ha detto sua moglie - mi guardò negli occhi, sollevò le sopracciglia e sussurrò: - Pare che non ci sarà molto da spiegare per questa notte: stava preparando alcune valigie. Se fossi in lei, mi affretterei a rincasare, magari sotto il braccio cioccolatini e rose e parole carine o confortanti. Buona fortuna -.
Cazzo, non posso vivere senza di lei.
Corsi subito a casa, in macchina con un agente italo-inglese, Amadeo Bressanin.
- Amore, sono a casa - strepitai. Non ricevetti risposta. Setacciai ogni angolo dell'abitazione. Implorai l'aiuto del mio nuovo inquilino, ma lui restò immobile, lo sguardo basso.
- Perché!? Perché non vuoi darmi una mano?-.
- Ascoltami, Paul, tua moglie non c'è. Hai controllato ogni dove... E stai anche fingendo di non vedere quel foglio appoggiato sul tavolo. Leggilo -.
Non me n'ero proprio accorto, in verità; non avevo occhi per altro che perlustrare casa mia. Era stato scritto da lei.
Paul, non posso continuare con te; è difficile, lo sai. Ho provato a rimanerti accanto, ho dato tutta me stessa per la relazione. Nonostante ciò, mi sembra che a te non importi più nulla. È orribile, sai? La Polizia è venuta qui, hanno detto che pensano tu possa essere un assassino. Mi menti. Non posso aiutarti né rimanere coinvolta in questa storia. Ti sei allontanato e anch'io l'ho fatto: provavo qualcosa per Jimmy, con lui mi sentivo viva. Ho sofferto tantissimo, nei giorni seguenti alla sua morte, e tu, invece di supportarmi, consolarmi, rincuorarmi, sei sparito. Cosa avrei dovuto pensare?
Non cercarmi. Non provare a trovarmi.
Tornerò, te lo prometto.
Iniziai a piangere. Non potevo trattenermi. Amavo quella stronza. Era scappata perché non aspettava altro, lo ritenevo palese. Voleva abbandonarmi. Ma io potevo stare anche senza di lei.
Ma se l'amavo come potevo starne senza?
Che cazzo ne sapevo. Non mi importava.
- Mi spiace, Paul... Noi non ci conosciamo, ma mi dispiace veramente per te - Bressanin tentò di quietarmi, dolcemente.
- Tu... Non puoi capire - .
- No. Ma posso starti accanto. Ho l'ordine di tenerti d'occhio, non di trattarti male. Usciamo, dai. Offro io. Mi pagano parecchio, sai - fece una smorfia tra il sorriso e la tenerezza di chi vuole, perché deve, aiutare.
- Grazie... -.
I giorni seguenti furono un vero calvario. Mia moglie si era sempre occupata della casa, del bucato, dei piatti da lavare. Ma quella stronza era scappata. Sparita. Volatilizzata.
L'unico rimasto al mio fianco era l'agente Bressanin.
Mi controllava, certo. Ma cosa avrei potuto fare? La mia esistenza non nuoceva a nessuno. Mi limitavo a vegetare, fermo, immobile, congelato, sul divano.
Non mangiavo da due giorni, e non dormivo da tre. Il mio concetto di riposo si era ristretto al mettersi a letto, con tanto di coperte e cuscino, tenendo gli occhi aperti, fissi in un'espressione vitrea, sorvegliando le ragnatele sul soffitto che una moglie assente non si accingeva più a distruggere, come faceva un tempo, impugnando una scopa.
Le contavo più volte, ossessivamente, con attenzione maniacale, ma ogni notte parevano essere di un numero diverso.
E poi, il telefono. Odiavo quell'aggeggio nero e scintillante; era lei ad aver insistito perché lo comprassi. Ora la chiamavo, con quel dannato macchinario, più e più volte. Ogni sera, prima di contare le ragnatele.
Squillava, ed io stringevo tra le mani la cornetta, sperando che dall'altro capo mi rispondesse una dolce voce femminile, pronta a rassicurarmi.
Tutte le notti, la stessa storia. Le mie nocche ormai bianche, le mani stringevano sempre di più, serrando la cornetta in una morsa di ferro. Ma lei non rispondeva. Mai.
Bressanin tentava di consolarmi. Mano a mano che scorrevano i giorni, però, sembrava essere sempre più disperato, poi frustrato e, infine, decisamente infastidito.
Le sue pacche sulle spalle, con tanto di frasi rassicuranti, iniziarono a diminuire, dopo quattro tramonti.
Poi, la chiamata.
Bressanin appoggiato nervoso alla cornetta.
- Pronto? -
- N-ne sei sicuro, Lorenzo? -
Castelli. Quel giovane uomo, maledetto. Non mi era mai stato così simpatico.
- Un altro omicidio? Hai trovato il colpevole? -
Silenzio. Gli tremava la voce, ma nei suoi occhi c'era un'inspiegabile scintilla di sadica euforia.
- Sì, va bene -.
Pausa.
- Arrivo -.
Clic.
Prima che io potessi anche solo proferire parola, l'italo-inglese parlò.
- Sa chi è Edgar. Non è stato troppo difficile, a quanto pare. È bastata una lettera con un indizio, inviata dall'omicida stesso. A quanto pare, voleva sfidare gli investigatori, ma a giocare troppo col fuoco ci si può scottare: quel pazzo avrebbe dovuto saperlo.
Paul, lei è innocente. Edgar ha fallito, questa volta. -
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro