Edgar (10)
Castelli non proferiva una parola. Alex era languente, tremante, e fissava quegli occhi disumani che ne divoravano certezze, con la voracità delle bestie sulle carcasse.
- Mi parli! Mi dica perché mi ha voluto qui! - gridò intriso di sudore il dottore. Ma l'investigatore restava muto. Lo sguardo era inamovibile, poggiato sull'anima del dirimpettaio. Le guardie assistevano alla scena atterrite, senza fare nulla né voler fare qualcosa. Alex si lagnava, la sua dignità colava con quelle lacrime.
- Io... Io non sono un assissino - mormorò. Singhiozzava.
Intervenne Marlinson:
- Signor Castelli, per favore... Non si comporti così. Dica qualcosa. Non parla dall'ordine di portarlo qui, che ci ha dettato mezz'ora fa -. Entrò l'agente sottostante al detective, Amadeo Bressanin, annuendo al suo datore di lavoro.
Lorenzo sospirò e, come se fosse un piacere, parlò:
- Andiamo a casa sua - e additò l'interrogato. Questi corrugò le soppracciglia e si alzò in piedi. Afferrò l'italiano per il bavero:
- A che gioco sta giocando?! -.
- Mi lasci, immediatamente -.
- Mi spieghi perché mi tratta come se fossi uno stupido giocattolo -.
- Si calmi, per favore. Devo concludere il caso -.
Due ufficiali appigliarono per le braccia Alex e lo deportarono fino alla sua abitazione. Nessuno ancora aveva compreso il sistema che il giovanissimo genio aveva in mente per vincere questa sfida.
Una volta raggiunta la meta, si accomodarono al tavolo della cucina. Alex era scapolo, non c'era il bisogno di avvisare nessuno dei suoi trasferimenti. Era una casetta piccolina, con cinque stanze: una cucina, una camera da letto, un soggiorno con televisore e librerie, un bagno e, infine, uno studio in cui riponeva i documenti concernenti il suo lavoro.
- Siete pronti? - chiese sorridente Castelli.
- Pronti a cosa? - fece il giovane Kurt.
Lorenzo soppiò a ridere. All'improvviso, smise.
- Facciamo tutti un gioco. Io impersono il fratello di Paul Mason. Il vero Edgar, per intenderci. Marlinson è Alex. E Kurt sarà per noi Paul Mason. Chiaro? -.
Tutti fecero un cenno di affermazione, senza però discernere dove volesse andare a parare.
- Perfetto - e proseguì - chi mi conosce molto bene, sa che io, in qualità di Edgar, sono un fanatico di superstizioni. Mi seguite? -.
Tutti pendevano dalle sue labbra per l'esito del ragionamento.
- Come si potrebbe fare ad uccidermi? -.
- Emmh... - prese parola Marlinson - io... Penso che cercherei di attirarlo con una credenza -.
- Spiegati meglio - fece Kurt.
- Gli racconterei una qualche leggenda inventata da me in persona per farlo appassionare e poi attirarlo in una trappola -.
- Ora vi aggiungo un particolare che vi scombussolerà i piani: io ho scritto di mio pugno la lettera in cui annunciavo il suicidio -.
- È stato minacciato, quindi - concluse Kurt.
- Oppure... - attirò l'attenzione Alex, che fu subito fulminato dagli occhi dei poliziotti: - Edgar è stato raggirato -.
- Vediamo se vinci tu - disse con un ghigno il detective italiano.
- Lui... Pensava di scrivere qualcos'altro. Altrimenti perché commettere omicidi che lo ritraevano maestosamente, per fare una fine misera, avvelenato per di più? -.
- Ultima prova: nessuno è entrato nella sua abitazione quel giorno -.
- Da cosa lo si intuisce? - domandò assai intrigato Kurt.
- Dal fatto che fuori piovesse e vi sarebbero state impronte. Lui era già sospettato, quindi era naturale lo rinvenissero subito. Hanno perquisito ogni sentiero possibile, ma nessun orma -. Il dubbio irradiò la sala.
- Suvvia, ci siete quasi. Non arrendetevi - ironizzò Lorenzo, per poi sottolineare: - Il veleno che ha ingerito, non si sa come l'abbia assunto precisamente, non si sono trovati particolari. Si sa solamente di che veleno si trattasse: la Tetrodotossina, contenuta nei pesci palla, la cui dose mortale ingerita è di 20-30 milligrammi per una persona media, e in endovena di 1 microgrammo ogni chilogrammo di massa della persona. Sono sicuro pressocché del tutto che non si trattasse di u suicidio. E la prova arriverà, ma non ora; il vostro superiore se ne curerà dalla Questura. Comunque, sappiate che non è stato facile per l'assassino inscenare il tutto. Doveva aspettare una giornata di pioggia per preparare la trappola -.
I presenti restarono ammutoliti. La loro mente non partoriva alcuna soluzione.
- Come... Com'è possibile che non sia un suicidio? - fece inaspettatamente Bressanin. Nessuno mosse un labbro. Un silenzio di ossidiana imbrattava i timpani delle persone.
Squillò il telefono. Alex guardò Castelli, come alla ricerca dell'approvazione per sollevare la cornetta.
- Pronto? -
- Ehi, ciao -
- Ciao! -
- Scusa, potresti farmi un favore? -
- Guarda, al momento sono impegnato... Ma non ti ha avvisato qualcuno che io... -
- Certo, ma non preoccuparti. Cadranno le accuse, Castelli è strano -
- Speriamo... Dicevi del favore? -
- Dovresti segnarti un paziente che è passato prima, perché ti cercava -
- Prendo un foglio.
Ecco, dimmi -
- Ha detto di chiamarsi Ortomé -
- Ortomé? Ma che nome è? -
- Ségnalo! È... Africano, credo -
- Fatto -
- Voleva anche che tu sapessi che Moilgov sta meglio. Scrivilo -
- Ma che nomi del cazzo... Tu li conosci almeno? -
- Sì, sì. Moilgov! È quello caucasico, castano e alto. Ha una voce molto profonda. Non... Non l'hai curato tu? -
- Io... No, non mi sembra. Controllerò in ogni caso -
- Grazie, sei un amico. Allora... Ci rivediamo -
- A presto, spero. Ciao! -.
Castelli esaminò tutta la stanza. Era alla ricerca di quel piccolo dettaglio che gli avrebbe fatto archiviare quel maledetto caso.
- Lei ha delle fissazioni? -.
- Prego? -.
- Passioni? Ossessioni? Piaceri particolari? -.
- Io... Non saprei... -.
- Mi dica velocemente se ce li ha! -.
- Io non la capisco. Lei dovrebbe essere il genio che è venuto a portarci la verità. A me sembra, invece, che ci stia portando caos. Ha pretese assurde, mi accusa e poi mi incolla il culo ad una sedia di una sala interrogatori, per poi riportarmi a casa mia -.
- Ascolti, io lo dico per lei. Edgar è stato in casa sua -.
- Ma... Che cazzo sta dicendo?! Si decida! Sono io o no? Lei è pazzo -.
- Questa situazione la sta agitando parecchio... Si calmi. Per favore. Perché... - sospirò:
- Perché Edgar non è lei -.
Ogni uomo in quella stanza non voleva, non avrebbe mai potuto, parlare. La voce della realtà pareva intorcolarsi come edera per i muri.
Bressanin sciolse la pausa: - Lorenzo... Va tutto bene? - era titubante per il comportamento del suo capo. Ma fu ignorato.
- Lei non ha interessi. Glielo dico io. È solamente molto emotivo -.
- Quindi...? Non riesco proprio a comprenderla -.
- Neanche io comprendo dove l'abbia messo... -.
- Di cosa parla? -.
- Del veleno -.
Alex era visibilmente contrariato:
- Lei è pazzo - concluse il dottore e aggiunse in preda al nervosismo:
- vado in bagno -.
Era sul punto di stringere la maniglia, ma cominciò ad gridò e scrollare la mano destra. In quell'esatto istante, il cervello dell'italiano concretizzò la soluzione.
- Non lecchi la ferita! Non lo faccia! - ordinò a squarciagola.
- Il metallo... È tagliente... - disse dolorante Alex. Castelli accorse al suo fianco.
- La maniglia è cosparsa di polvere di vetro -.
Sopraggiunsero anche gli altri a scrutare il luogo.
- Perché c'è del vetro? -.
- Perché lei si sarebbe messo le dita in bocca. C'è del veleno -.
Gli diede una pacca sulla spalla sinistra e impiantò tutti lì, per montare sulla Ford di servizio.
Amadeo lo seguì.
- Lo capisci quanto fa schifo? Tutto. Tutto. Tutto. Tutto fa dannatamente schifo... -.
- Calmati, Lorenzo. Hai ragione, il caso è disgustoso, le emozioni ti schiacciano e tu sei solo un ragazzo. Sei stato visto per ciò che ti hanno fatto indossare: una macchina distaccata e sadica e razionale -.
Chiese, in italiano, a Lorenzo di tornare dentro a concedere le spiegazioni.
I due si fissarono a lungo. Il diciottenne abbassò lo sguardo e annuì.
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