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Capitolo Sei.

CAPITOLO 6

<< Amber? >> disse lui fissandomi intensamente

Harry aveva la faccia confusa, fissando il mio volto e quello di suo padre si poteva ben intuire che ci conoscevamo già. Ma quando udì la parola Amber, il suo viso si strinse in un espressione notevolmente perplessa.

<< N-no signore, si sbaglia, mi chiamo Hailey, forse si sarà confuso >> Balbettai

Come potevo essere credibile balbettando in quel modo?
Lui sapeva chi ero, il piano rischiava di saltare, dovevo fare qualcosa.
SUBITO.

<< Harry, ho dimenticato una cartella in macchina. Scendi e valla a prendere >> Esclamò freddo il padre.

Lui, con uno sguardo da cane bastonato obbedì, probabilmente intimorito dalla figura del padre.
Non appena con la coda dell'occhio vidi Harry uscire dalla porta, chiudendola, feci istintivamente qualche passo indietro.

<< Amber >> esclamò tranquillamente lui << O Hailey, giusto? >>

<< John Hadid o Martin Garrett? >> replicai io spavalda

<< Vedo che non mi hai dimenticato. Cosa ci fai qui? >>

<< Ho preso solamente una pausa dal lavoro,ora vivo a New York,avevo intenzione di iscrivermi all-univ.. >>

<< Credi io sia stupido ?! >> Urlò lui avvicinandosi a me << Chi stai spiando questa volta, mocciosa?>>

Non mi feci intimorire, presi fiato e mi avvicinai coraggiosamente a lui.

<< Io non sto spiando nessuno, tu piuttosto, ora ti fai chiamare John? Credevo per te fossero passati i tempi del cambio d'identità. Cosa combini? >>

Dalla porta vidi entrare Harry, che si trovò di fronte un'immagine del tutto singolare, suo padre e la sua vicina a pochi centimetri di distanza con due sguardi visibilmente arrabbiati e minacciosi.
Entrò dentro perplesso, mentre io e il padre ci allontanammo, pur mantenendo gli sguardi fissi l'uno con l'altro.

<< Posso sapere cosa diamine succede? Hailey conosci mio padre? E perchè tu la chiami Amber? >> Esclamo' il riccio, visibilmente scosso e perplesso

<< Lascia stare >> Rispondemmo noi due all'unisono

Vidi il padre prendere le sue cose ed avvicinarsi verso la porta. Prima di uscire si voltò e fissandoci ci fece alcune raccomandazioni.

<< Harry, trova quei documenti. Tu, HAILEY, stai attenta >>

Uscì sbattendo rumorosamente la porta
Stai attenta? Ma chi si credeva di essere.
Per non parlare poi del modo con cui ha sottolineato la parola Hailey.

Harry mi fissava incredulo, io non sapevo cosa inventare, la situazione stava degenerando.

Ora, credo di dovervi delle spiegazioni.
Posso già immaginare le vostre facce, mentre vi starete chiedendo come potevo conoscere quell'uomo, ma soprattutto, chi era.
Bene, Martin Garrett, o John Hadid come si faceva chiamare ultimamente, era un famosissimo agente dell'FBI, tutti parlavano di lui e della sua storia.
Fu radiato dall'ordine degli agenti circa cinque anni fa.
A causa mia.
Be', a causa del mio arrivo, Martin fu schedato come 'non adatto', di lui si persero tutte le tracce, tanto che negli uffici si narrava del suo suicidio.
Era un asso del computer, con due lauree nel curriculum, ed una sfilza di esperienze alle spalle.
Odiava a morte mio nonno Jack, per aver preso il suo posto in una missione che lui non riusci' a risolvere prima di sei mesi.
Ed odiava a morte me, una ragazzina poco piu' che ventenne, che aveva rubato il posto ad uno dei veterani dell'FBI.

Nel frattempo Harry era li',fermo, seduto sul divano a fissarmi.
Si aspettava una spiegazione, che pero' da parte mia non arrivo'.
Ero totalmente bloccata, non riuscivo a parlare, ed Harry era molto arrabbiato con me, lo potevo intravedere dal suo sguardo rivolto verso il basso, e dal modo in cui si passava nervosamente la mano tra i capelli.
Ruppi il ghiaccio e gli chiesi se suo padre aveva cambiato nome nel corso degli anni, lui mi rispose di no e, come prova, cacciò il suo certificato di nascita, un foglio dove vi era la firma di entrambi i genitori.
In basso a sinistra la firma del padre, una scrittura molto chiara.
JOHN HADID.
Il certificato aveva più di vent'anni, come era possibile che fino a cinque anni fa si chiamasse Martin Garrett?
Fatto sta che spiegai brevemente ad Harry come mai conoscevo suo padre, dissi una delle bugie più belle e fantasiose che avevo mai sentito.
Raccontai di come un giorno lo incontrai nel mio maneggio in Tennessee e di come lì tutti mi chiamino Amber, che era il mio secondo nome.
Lui sembrò crederci, ma non ci diede molta importanza.
Insistette sulla nostra uscita piuttosto.
Voleva andare in quel locale a tutti i costi, me lo chiese un'infinità di volte finchè, sciolta da quel sorriso, decisi di accettare.
Ci incamminammo verso il nuovo pub, che distava a pochi metri da casa nostra. Avevamo un tavolo prenotato all'aperto.
Tutto era circondato da delle piante rampicanti che illuminavano e coloravano di verde la zona, il tavolo di legno e le candele davano un'atmosfera davvero romantica.
Sorrisi guardando Harry, elogiando le sue doti da organizzatore d'appuntamenti.
Ci sedemmo ed iniziammo a sfogliare i menù, colti da un languorino improvviso.
Una volta ordinati i nostri due panini, ci mettemmo a chiacchierare come facevamo di solito.

<< Raccontami di te >> disse lui, sorseggiando la sua birra

<< Di nuovo? >> esclamai sorridendo

<< Non ti ho mai chiesto del lato 'amoroso' della tua vita, se posso definirlo così. >>

Sorrisi flebilmente.
Cosa dovevo rispondergli?
Non ho mai avuto una relazione stabile perchè sono un'agente segreto?
Sembrava una scusa male architettata, ma purtroppo era la strana e bizzarra verità.

<< Non ho mai avuto relazioni stabili, sono stata fidanzata varie volte ma mai niente di serio. Purtroppo l'amore si tiene alla larga dalla mia vita >> dissi tirando sù le spalle

<< Siamo fin troppo simili >> Disse ridendo sonoramente << Io ho avuto una sola ragazza, la nostra storia è durata circa due mesi. Essere fidanzati è la cosa più monotona che possa esistere >>

<< Come puoi dirlo se sei stato solo con una ragazza in tutta la tua vita? E ci potrei mettere la mano sul fuoco che lei non era di certo una ragazza dalle doti spiccate >>

<< Dipende cosa intendi per doti spiccate >> Disse sorridendomi maliziosamente

<< No, Harry, non quello >> risposi ridendo

<< Credo però sia bello innamorarsi. Lo vedo come un qualcosa che va oltre le solite farfalle nello stomaco, qualcosa che ingloba l'intelletto, l'aspetto fisico, quello emotivo. Innamorarsi è come incastrare l'ultimo pezzo del puzzle. Bhè, o almeno così lo immagino  >>

Lo fissavo con uno sguardo estasiato.
Quelle parole erano bellissime.
Piuttosto le avrei definite PROFONDE.
Si, erano davvero profonde, ricche di significato, raccontavano la storia di un ragazzo che chiedeva amore, sia esso paterno, materno o dato da una ragazza.
Non riuscì a trattenere un sorriso, mentre elencava cosa per lui significava quella misteriosa parola.

<< Perchè mi fissi? >> Chiese lui perplesso

<< Oh, niente >> Sobbalzai << Mi piacciono i tuoi occhi >>
Quelle parole uscirono con molta naturalezza.
Lui sorrise, arrossendo leggermente, nonostante fece finta di niente.

<< Adoro il tuo sorriso, soprattutto per le fossette >> Replicò lui a sguardo basso, probabilmente divorato dall'imbarazzo.

La cena continuò fino a sera tardi quando, ormai sfiniti, ci ritirammo a casa.
Lo salutai augurandogli la buonanotte ed entrai nel mio appartamento.
In men che non si dica avevo il mio caldo pigiama addosso, che mi riparava dal freddo che in quei giorni divorava New York.
Sovrastata dalla stanchezza mi poggiai sul letto, mentre con il cellulare in mano registravo un messaggio da inoltrare a Luke ed Emma,troppo stanca persino per scrivere.

<< Ho novità. Tenetevi forte, il padre di Harry è Martin Garrett, ex agente dell'FBI. A quanto sembra però il nome Martin è una copertura, infatti sul certificato di nascita del figlio la firma riporta il nome 'John Hadid'. Ovviamente mi ha riconosciuto e ha intuito che sto indagando su qualcuno, nel giro di poco capirà che questo qualcuno è il figlio. Tenetemi aggiornata, buonanotte >>

Sbadigliai molto rumorosamente, segno che ormai stavo davvero per crollare.
Chiusi le persiane della mia finestra, in modo da impedire alle luci accecanti di New York di disturbarmi il sonno, ed entrai sotto il mio caldo piumone.
La testa sommersa da pensieri,che man mano sparivano e perdevano importanza mentre,accartocciata tra le coperte,mi godevo il mio meritato riposo.

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